Se con il secondo album del Mr. X del nuovo millennio, Burial, la stampa ha consacrato il Dubstep come il fenomeno più interessante degli ultimi anni, ora, a distanza di qualche mese, è il turno di Pinch, al secolo Rob Ellis,che tenta la difficile impresa di fargli compiere il passo successivo, trasformandolo da genere di nicchia a musica per le masse.
Che il progetto del Dj inglese sia molto ambizioso appare evidente fin da quando è ancora avvolto nel cellophane, visto che comprende ben 2 cd: il primo con le versioni cantate, il secondo, manco a dirlo, con quelle dub. Altrettanto chiaro è quindi l’intento di attirare a sè i profani del genere e tutti i neofiti dell’elettronica (specie quelli che negli anni ‘90 tiravano vagonate di merda sul movimento salvo poi riempirsi la bocca di Massive Attack, Portishead e Morcheeba); l’elemento vocale del disco è una seduzione a cui si desidera cedere, un amo a cui si vuole abboccare, perchè è l’unico zuccherino dato per addolcire l’amaro sapore delle ritmiche dispari e dilatate di quel dubstep tanto intellettualmente corretto.
Ma coloro che, al contrario, sono già assueffatti alle atmosfere sintetiche, metteranno da parte definitivamente il suddetto cd subito dopo il primo ascolto per perdersi nel dolce oblio delle versioni strumentali che, private dell’unica traccia di umanità, rivelano appieno il proprio valore.
Il dubstep è la drammatica colonna sonora dei giorni nostri; è scuro come la Londra di Dickens, dove squarci di synth lasciano filtrare un pallido sole regalandoci un giorno più luminoso, ed è in grado di cogliere l’essenza artistica della stessa Capitale britannica. IDM, d&b, prog house, hip hop…addirittura musica etnica, vengono smontati come mattoncini lego e ricomposti insieme utilizzando caleidoscopio e fiamma ossidrica.
A fungere da arco di volta per una così imponente torre di babeble è il basso, sinuoso e penetrante: ci fa ciondolare quando ci limitiamo all’ascolto in autobus con le cuffiette, mentre la nostra routine quotidiana rimbalza dal cervello allo stomaco; ci lascia ad ondeggiare come ipotetiche zattere alla deriva sotto le casse più potenti del Fabric.
Non è un disco facile l’album di Pinch, non è adatto per chi vuole essere rapito al primo ascolto però, aumentando di volta in volta il dosaggio non ne potrete più fare a meno e il dubstep diverrà finalmente la ninnananna delle vostre paranoie o, se preferite, il carillon dei vostri incubi…

Federico Spadavecchia

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