Che le mode siano cicliche e che al tempo non manca il senso dell’ironia non lo scopriamo certo ora, però quello che è accaduto al Dj/produttore Alex Jones è davvero significativo.
Dovete sapere, infatti, che il nostro protagonista dieci anni or sono era un fedele adepto della Big Beat Boutique di FatBoySlim che, sul finire degli anni ’90, si era trasformata da idea musicale a culto religioso nazional popolare arrivando ad insidiare il raguardevole livello di fanatismo dei seguaci di Star Wars. Gli anni passano e dopo la caduta dell’Impero, pardon di Brighton, Alex passa al lato minimale della techno, riuscendo così a stampare su label con ambizioni mainstream come la canadese Turbo ed a ottenere una residenza al The End di Londra.
Ma ecco che oggi il destino bussa alla sua porta e chiede il conto: la sua ultima release (su Hypercolour) è un ep dove a farla da padrone sono proprio quelle sonorità house contro cui si batteva quando stava alla corte del ragazzo-grasso-magro.
Ad aprire il disco ci pensa la tech house di “Humid” con tanto di tamburelli, synth dubbati, vasto assortimento di echi, effetti “ferro da stiro”, e per non farci mancare nulla, se Miss Fitz ha campionato Nina Simone, Alex ben manipola il sample di un gargarismo di un improbabile Berry White.
Per quanto riguarda invece la title track faccio prima a spiegarvela con un esempio: immaginate di entrare in una casa degli specchi da Luna Park e che per uscire alla svelta vi serviate di un martello da fabbro. “Bed” è esattamente il suono della vostra marcia tra i vetri infranti e la disperazione del giostraio che dovrà chiudere bottega.
Fortuna che a rimettere a posto le cose ci pensa il remix di Dan Berkson, già uomo di fiducia di casa Poker Flat, che campionando la hit “Who’s afraid of Detroit” confeziona una traccia funky dub house di gran presa sulla pista.
In chiusura rimane la curiosa “Easy spiderman”, concorrente iniseme a Madonna al “titolo più stupido da dare a una canzone/album” (eh, che ne pensi Fabio?). La canzone comunque rimane abbastanza anonimo-minimale per oltre due minuti buoni (anche se ogni tanto sentite un qualcosa che vi pare così strano da non farci troppo caso), quando finalmente parte un basso pigramente slappato che ben fa muovere il culo, e in un istante realizzate che i sudetti suonini altro non sono che campane a morto…

Federico Spadavecchia

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