Prendi un treno, una metropolitana, un’automobile, un’altro treno, ancora un pulman, un aereo, aredaje col bus, la metro, due treni e da capo il pulmino.
Dieci ore di viaggio e altrettanti chili persi, ironia della sorte, nel camallarsi quell’unico bagaglio da stiva pieno solo di roba da mangiare, ma alla fine quando ti trovi davanti alla colossale figura di Gabba the Hutt (un lucertolone gonfiabile alto non so quanti metri) capisci che ne è valsa la pena: questo è il Bang Face!
Se il Bloc Weekend può essere a ragione definito IL Festival, il Bang Face è IL Rave: organizzato in uno dei residence Pontin’s, si trova a Camber Sands, un paesino del Sussex proprio sulla Manica che tra un’incantevole spiaggia di sabbia e conchiglie, un sole assurdo e prati verdi ospita per il secondo anno consecutivo la grande festa messa in piedi dalla leggenda locale Saint Acid.
E appunto l’Acid è il tema principale inteso sia come suoni che come attitudine, qui siamo in pieno 1992 e il pubblico è formato da ragazze e ragazzi gioiosi, vestiti come per un party di carnevale sulla luna, col sorriso e la birra sempre in bocca.
Per tre giorni la parola Rave torna al suo primitivo significato etimologico: Delirio!!
Con le chiavi dell’appartamento ci viene donato anche un pacco di benvenuto comprendete: un frisbee, una tazza da tea (obviously!), occhiali 3D, spille e una confezione di saporiti (forse…io son rimasto fedele ai miei Barilla) Alphabangi Spaghetti.
A dare il via alle danze è il compagno di sbronze che tutti vorrebbero avere: Andy Ceephax Acid Crew Jenkison.
Un palco gigante che faticava a contenere tutta la sua attrezzatura (per non parlare dei giocattoli che venivano lanciati ai ballerini): Tb 303, Tr 909 e 707, SH 101 eccetera eccetera eccetera. Ceephax ha settato gli standard dell’evento: Hardcore Acid for a motherfucker Mentalism time!!!
Raccontare per intero questa esperienza sarebbe impossibile senza farsi prendere dall’entusiasmo dei ricordi e iniziare a saltare sulla sedia (un pò come ha fatto nei prati un ragazzo sabato pomeriggio dopo avere aspirato del gas da un palloncino…) quindi da bravo reporter cercherò di concentrarmi soprattutto sugli elementi più rilevanti dal punto di vista artistico musicale.
Per prima cosa va sottolineato come praticamente nessuno, escluso Kevin Saunderson comunque giustificato, usi Traktor per fasulli dj set alla Hawtin e i suoi derivati: qui si fa sul serio con vinili e macchine analogiche ed il Pc quando viene impiegato è per aggiungere nuove sfumature e non per risparmiare fatica a mixare.
Surgeon è l’esempio definitivo di quanto detto: mixa con pc e vinili indifferentemente e costruisce uno dei set più belli del festival pardòn rave!
Tra l’altro l’uomo in maschera supporta anche la mia idea che è molto meglio quando lavora da solo che non in compagnia come ad esempio con Ben Sims e Frequency 7, un live troppo monotono che non mi ha del tutto convinto, e sorprendentemente meglio di quanto fatto sotto l’alias dei British Murder Boys in coppia con lo storico partner Regis.
Gradevoli conferme il dj set di IF nelle vesti di Beverly Hills 808303, valvola di sfogo del suo lato acid, la performance istrionica di Otto Von Schirach, e le martellate breakcore di Venetian Snares.
Sul versante dubstep invece è sempre più convincente il progetto portato avanti dal giovanissimo Rustie che riesce a fondere insieme suoni inusuali (addirittura del pop anni ‘80 sfruttando i classici synth aperti del genere) negli ultrabassi.
Su Skream poi c’è forse ancora qualcosa da dire?
E’ lo Sven Vath del dubstep: carisma da vendere e sempre a cavallo tra i pezzi più catchy e quelli più oscuri. Con lui in consolle la gente accorre in massa e va sempre fuori di testa.
A conquistare il mio cuore sono però Caspa e Zomby, il primo con una selezione tagliagambe da perderci fiato e cervello (con tanto del suo remix di Wrong dei Depeche Mode che è una hit della Madonna su cui mi son sgolato), quindi il secondo, vero homo novus della scena, capace di passare da ritmiche dirtte dal sapore old school (d’altronde il suo album di debutto si intitola giustamente Where were you in 1992? ) a battiti futuristi ancora inesplorati.
Finiamo col capitolo sulle leggende, se da una parte ho sentito poco di un Alec Empire bello cattivo, dall’altra mi son potuto godere per intero il live degli 808 State, ormai dei signori di mezza età con tanto di pancia e fiatone, ma ancora in grado di regalare forti emozioni suonando tutto il loro repertorio dal vivo con tastiere, tamburi e chitarre.
Parziale delusione Kevin Saunderson che sul più bello si vede staccare i piatti da un security troppo zelante, e povero Lory D sfortunato a romepersi una gamba e a dover per forza restare a riposo (rimettiti in fretta Grande!!!).
Radioactive Man, invece, proprio una chiavica ma ahò uno su mille ci può anche stare.
Degli Altern 8 invece sono innamorato pazzo e stavolta al gran completo tutti e 3 (sì lo so che voi pensavate fossero 2 ma in realtà son sempre stati 3), e a differenza del Bloc dove avevan proposto il dj set, qui sono con il loro live quindi tutti a saltare intonando Evapor8, Move your body e Frequency.
Per concludere dobbiamo davvero ringraziare Saint Acid e la sua Hard Crew per averci fatto questo meraviglioso dono che è il Bang Face: in queste notti (e anche in questi giorni grazie agli impianti privati che hanno permesso di montare negli chalet) abbiamo giocato tutti insieme con l’unico scopo di sentirci uniti e ritrovare un’innocenza ormai perduta o quanto meno dimenticata in fondo a noi stessi, arrivando a comprendere la vera essenza del termine Rave.
Federico Spadavecchia
technorati tags: figate che a raccontarle non ci credi, bang+face,rave
Love Triangle, piccola label con base in Uk, ci ha abituato a treni da dancefloor o a produzioni più ricercate, sempre però rimanendo nell’ambito minimal techno con influenze house. Un disco così però non se l’aspettava nessuno.
Si perchè “Night driving”, non segue lo schema della classica produzione elettronica, diciamo da ballo, ma bensì si ispira alle produzioni in stile colonna sonora che hanno fatto la fortuna di artisti come Vangelis.
“Nightdriving” come ci viene presentato nel side A si posiziona tra fine anni 70′ ed inizio anni 80′. Le ispirazioni sono molte, si può sentire lo stile della vecchia disco music e di artisti come Giorgio Moroder e Alexander Robotnick, ma anche influenze synth-pop in pieno stile anni 80′.
Il pezzo che dura ben quindici minuti, è un susseguirsi di atmosfere e riff in stile Blade Runner fino a metà pezzo, quando la produzione si evolve ed entra la cassa in 4/4. Da qui il pezzo diventa una ballata con il groove in pieno stile anni 80′ ma con un bassline tendente alle prime produzioni house e perciò alla disco music. Riff e synth riportano, invece, alle vecchie produzioni di Vangelis.
Le altre due versioni presenti nel lato B, ovvero la “William Main remix” e la “William Reprise Theme” danno una dimensione più da club.
In particolare il primo remix elimina le lunghe pause, portando la durata del disco a circa sette minuti e da vita a un bassline più electro e questa volta in pieno stile Moroder. Il “Reprise Theme” è una versione senza cassa del gioco di riff e basso che accompagna tutto il disco. In questa versione fanno debutto anche sonorità particolarmente acide rispetto alle altre traccie.
Il disco in vinile si conclude così, invece per chi acquista la copia digitale, potrà avere in esclusiva un’altra versione, ovvero la “William Reprise”.
Versione forse un po’ troppo simile alla “Main remix” ma che aggiunge i suoni acidi della “Reprise Theme” e un giro di chitarra che miscelandosi con il groove tende verso l’house.
Non è di sicuro una produzione facile e si discosta completamente dalla tendenza musicale di oggi. Un applauso va fatto alla Love Triangle che ha il coraggio di stampare dischi del genere.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: White Maison, Night driving, Love Triangle
Luke Slater nel suo della carriera si è sempre contraddistinto per il suo eclitticismo musicale. Qualità che si è sviluppata utilizzando diversi alias come Morganistic, Clementine e proprio Planetary Assault Systems. Progetto che fin dal 1993 fu riservato alle produzione techno più energiche, ma che con il corso degli anni si è andato a trasformare passando dall’acid a sonorità più deep e minimali dei giorni d’oggi.
“Temporary Suspension EP” è il disco che precede l’omonimo album, previsto per il mese di giugno, e che ci farà un’idea sui nuovi progetti musicali di Slater sia personali che per la sua nuova label Ostgut Ton. Etichetta, nata nelle atmosfere cupe del Berghain di Berlino e che nella sua scuderia arruola gente del calibro di Ben Clock, Ame, Len Faki e MyMy.
Il vinile include due traccie, su lato A ci viene proposta “Mark me”, un vero e proprio salto nel passato e precisamente verso le produzioni detroit techno di qualche anno fa. Groove e sonorità ipnotiche danno vita a un pezzo pieno di carica e che rompe con le solite produzioni trite e ritrite dell’attuale mercato musicale.
Il brano che da il nome all’Ep e all’album richiama suoni più attuali, senza però scadere nella banalità. Il beat è più leggero in pieno stile minimal, ma la struttura è completamente diversa. Anche qui si richiamano i vecchi treni techno con la continua attesa per il break e subito la carica esplosiva della ripartenza.
La traccia è contraddistinta da un groove ricco e ben costruito e da synth distorti e pieni di riverbero che creano atmosfere surreali.
Un disco da consigliare a tutti gli amanti delle sonorità più crude ed energiche, un ritorno al passato che non guasta mai. E’ questo quello che ci dobbiamo aspettare dal prossimo album? Sicuramente non ci saranno grosse sorprese e le sonorità saranno del tutto simili a quelle sentite in questo disco e che probabilmente non saranno molte le persone deluse.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: Planetary Assault Systems, Temporary Suspension Ep, Luke Slater, Ostgut Ton
La vita è piena di sorprese, come lo è “Death rave” dei Motor. Non che sia un disco da catalogare come uno dei pilastri della moderna musica da ballo ma bensì per la carica esplosiva che trasmette e soprattutto perchè è sul catalogo della berlinese Shitkatapult.
Label fondata si da Marco Hass, conosciuto molto più probabilmente con il nome di T.Raumschmiere, ma portata avanti anche da gente come Apparat e Daniel Meteo, che ci ha proposto dischi mai troppo spinti e molte volte dalle sonorità ricercate e mai banali.
Parliamoci chiaro, in un periodo dove non si sa ancora dove ci possa portare il mercato musicale, invaso da minimale sempre più intuile e dall’imminente invasione del dubstep, sonorità a volte anche non troppo sofisticate ma che scateno la folla, che nei locali per la maggior parte delle volte va per divertirsi, non fanno mai male.
Il disco al suo interno include tre tracce: “Death rave”, “Metal machine” che darà il nome al loro prossimo album in uscita tra non molto tempo e da il remix di Jonty Skuff all’opera con il pezzo che apre il vinile.
“Death rave” è sicuramente il brano che ricalca il concetto di ballo/sballo di cui viene fatto accenno nelle righe precedenti. Beat potente, atmosfere cupe e synth da rave fanno parte della loro cultura Ebm ed è molto probabilmente derivata dai precedenti dischi usciti su Novamute. Pezzo che trasmette all’ascoltare una grinta da non poter ignorare.
“Metal machine” è un disco che per qualità e ricerca dei suoni e delle melodie è sicuramente superiore alla traccia precedente. Un bassline in stile electro accompagna il groove, fatto da sample che richiamano sonorità quasi industriali e da un cassa ruvida che scandisce in maniera egregia il ritmo. Synth e riff, che molte volte richiamo i rave dei primi anni 90′, rendono il brano di alta qualità.
Chiude il disco il remix di Jonty Skuff per “Death rave”. Visione alternative della traccia originale che non è da escludere a priori, anzi potrebbe risultare superiore. Il groove formato da cassa e snare noti molto probabilmente a The Hacker ed a Vitalic, danno un tocco di qualità in più alla traccia originale.
Ci sarà un motivo perchè i Depeche Mode, e qui si scende nella storia, hanno scelto i Motor come official tour support dei loro concerti? Sta a voi giudicare.
technorati tags: motor, shitkatapult, Death rave, Metal machine
Fabrizio Gattuso
Umbria. Cosa pensate quando sentite questa parola? Verde? colline? Chiese? Medioevo? Santi? Campane? Olio? Sagrantino? Certo. Li avete presi tutti, gli stereotipi. Ora pensate ad una città dell’Umbria. La prima che vi viene in mente. Perugia? Assisi? Gubbio? Va bene. Poi? Spello? Certamente.E poi? Nient’altro? Va bene. Vi aiutiamo noi: Foligno. Foligno? Sì. Anche qui ci sono chiese, medioevo, santi, colline, verde, campane. Anche qui si mangia sano e saporito. Ma dal 25 al 27 giugno 2009 c’è Dancity, il festival di musica elettronica e arti digitali giunto quest’anno alla quarta edizione (intitolata Please Touch, tocca, senti, partecipa).A Foligno, tra vicoli barocchi, chiese medievali, osterie e vinerie, si dà appuntamento la “generazione digitale”, per mettere in scena la propria cultura, per godersi i suoni e le visioni generate dall’incontro tra creatività e nuovi media. Dancity non è il primo festival dedicato alle culture elettroniche, ma la sua unicità sta nei luoghi e nei modi in cui queste culture si manifesteranno. Dancity unisce la cultura elettronica al territorio, il medioevo ai sintetizzatori. Vedrete i Mouse on Mars campionare le campane della Cattedrale di Foligno e suonare insieme alla locale banda di Belfiore; entrerete nella ex chiesa di San Domenico (con affreschi del trecento) per assistere all’ultima creazione, costruita, composta e provata in loco, del dj/produttore americano Carl Craig insieme al pianista spagnolo Francesco Tristano e con musicisti nati e cresciuti artisticamente in Umbria; vedrete lo storico Blixa Bargeld salire sul palco insieme ad Alva Noto; vi stupirete di fronte ai Goblin (sì, proprio loro, quelli di “Profondo Rosso” e delle colonne sonore di Dario Argento) circondati da un chiostro medievale; aspetterete l’inizio di un concerto mangiando cibo barocco nell’osteria accanto; tornerete in albergo o in agriturismo all’alba, dopo aver ballato tutta la notte, passeggiando per i vicoli del centro storico: la musica del presente che si sovrappone a paesaggi radicati nel passato. Lasciate da parte gli stereotipi sull’Umbria. Benvenuti a Dancity. Benvenuti a Foligno.
Line up:
Juju & Jordash live (NL)
Move D live (D)
Costa plays Mingus (IT)
Nòze live (FR)
Kettel (NL)
Lolu Rouge live (DK)
Glitterbug live (D)
Mouse on Mars live (installazione) (D)
Mungolian Jet Set live (NO)
M16 live (IT)
Goblin live (IT)
Tom Trago dj set (NL)
Carl Craig + Francesco Tristano in concerto (US/ES)
Alva Noto + Blixa Bargeld (D)
technorati tags: carl+craig, dancity,foligno
Venerdì 24 Aprile, data che celebra l’apertura della 33a edizione di Vinum di Alba, uno degli appuntamenti più importanti nel calendario degli eventi enogastronomici regionali, sarà l’occasione per cittadini e turisti di partecipare a un evento originale e unico, che vede l’incontro tra le eccellenze dei sapori e dei profumi piemontesi e quella della musica selezionata da uno dei più grandi dj italiani.
Dall’aperitivo, infatti, Piazza Savona, delizioso angolo nel centro storico di Alba già eletto a salotto cittadino, sarà animata dal dj-set di un Claudio Coccoluto in versione jazz e funky, che con i suoi dischi accompagnerà un happening enogastronomico d’eccezione. Quattro tra i più rappresentativi cuochi stellati italiani, infatti, proporranno delle speciali creazioni culinarie per celebrare il matrimonio tra musica, cibo e vino: i partecipanti alla cena in piazza avranno infatti la fortuna di assaporare i piatti proposti da Davide Palluda dell’”Enoteca di Canale”, Massimo Camia della “Locanda del Borgo Antico”, Maurilio Garola del ristorante “La Ciau del Tornavento” ed Enrico Crippa del ristorante “Piazza Duomo”. La selezione dei vini sarà invece curata da Federico Ceretto, produttore della celebre casa Ceretto
mentre la mescita dei nettari di bacco sarà a cura di Francesco Boffa, del ristorante “Osteria dei Baci”.
Un’occasione unica sia per gli albesi, che riscopriranno un angolo di città sotto un punto di vista diverso, sia per i turisti che potranno gustare le specialità della terra del Barolo e vivere in modo diverso una delle capitali italiane del sapore. Un evento di richiamo nazionale anche il valore aggiunto dato dalla performance alla consolle, dalle 18.30 alle 23.00, di Claudio Coccoluto, ormai è considerato un mito del djismo nazionale, conosciuto ormai da almeno due generazioni di clubber, ma apprezzato anche da chi non vive in prima persona grazie alla sua grande cultura musicale e all’eclettismo che lo contraddistinguono: caratteristiche che gli permettono di proporre un set diverso da solito, fatto di dischi jazz, soul e funky, adatti, appunto, a un “salotto cittadino”.
Per partecipare alla cena (comprensiva di antipasti, primi, secondi e vini) è indispensabile la prenotazione c/o il bar LA BRASILERA chiamando il numero 340-7157352.
Per tutti coloro che non vorranno partecipare alla cena vi sarà la possibilità, nella zona adiacente alla piazza, presso il bar LA BRASILERA di degustare una selezione di ottimi vini per un aperitivo immerso in ottima musica e una soluzione ottimale di miscelazione tra suono e gusto per godersi i piaceri della città di Alba.
Sabato 25 aprile 2009 dalle ore 23.00 sarà ai comandi della consolle DJEBALI, uno dei più interessanti artisti emergenti della prestigiosa etichetta francese Freak’n Chic.
Laureato in ingegneria del suono alla SAE di Parigi, Djebali è artisticamente cresciuto al fianco di artisti del calibro di Guido Schneider, Chloé, Marc Antona e Shonky. Djebali visiterà la nostra città nell’ambito di un tour di presentazione del suo originalissimo EP “LAX”, pubblicato dall’etichetta Freak’n Chic, e, con le sue coinvolgenti sonorità deep, illuminerà con il sole dell’estate il dancefloor del BLOG Club. L’ospite sarà affiancata in consolle dall’eclettismo sonoro dei resident DJ di La Tana Meets Butterfly Andrea Frola e Andrea Zanardi e dalle acrobazie visuali del VJ MasterP
La location scelta per l’evento, appositamente allestita a festa per l’occasione, è il BL:OG drink+dancefloor di via S.Quintino 2, elegante club dove gustare ottimi cocktail sonorizzati da raffinate sonorità house, e dove la notte prende forma in una serie di feste esclusive, ad ingresso gratuito esclusivamente su prenotazione.
Selezione alla porta, un nuovo bar “anti coda” con uno staff selezionato e forse l’unica vera struttura nel pieno centro di Torino a potersi definire un vero e proprio music club, sono gli ingredienti di questo nuovo volo “vietato ai minori” sul quale invitiamo tutti quanti ad imbarcarsi, già dalle ore 23 per un ottimo cocktail sonorizzato, e fino a notte per chi vorrà fare ondeggiare al ritmo di musica house di qualità!
Per l’ingresso alla serata è consigliata l’iscrizione in lista inviando nome e cognome di ogni partecipante agli indirizzi info@airbutterfly.com o tana_torino@yahoo.it.
Ingresso prima delle ore 24: gratuito con consumazione facoltativa
Ingresso dopo le ore 24: 8 Eur con drink in lista e 12 Eur con drink fuori lista
technorati tags: la+tana, blog,andrea+frola
Dopo aver esplorato nelle edizioni del 2005 e del 2006 i suoni di Detroit con Detroit Session One e Two, ecco che l’attenzione di questa nuova festa, organizzata dagli autori di FuturFestival, tutta dedicata alla primavera, si sposta verso un’altra importante e musicalmente florida zona degli States: la città di Chicago. Sarà infatti DJ Sneack l’ospite d’eccezione di Onenightevent Chicago Session One che si terrà in Corso Moncalieri 2 a Torino, il 24 aprile prossimo.
DJ Sneak, alias Carlos Sosa, nato a Portorico e trasferito a Chicago nel 1983 è uno dei DJ e producer più interessanti dell’avanguardia house di Chicago. Ha cominciato come DJ nei club locali verso la fine degli anni ‘80, dove regnava la house pionieristica di Ralphi Rosario e Steve Hurley. Fortemente ispirato da questa, Sneak comincia a produrre le sue tracce ed apre una propria label, la Defiant Records. Nel 1994 incontra Green Velvet che lo aiuta a promuoversi a livello internazionale pubblicando i suoi pezzi sulle label, Cajual e Relief. Sneak è oggi uno dei più amati dj del panorama house americano, con numerosi e fedeli sostenitori, forte del suo disco-sound filtrato attraverso influenze latine e funk.
DJ Sneak non sarà il solo ad animare la festa di primavera: alla console, infatti, si alterneranno i Krakatoa, gruppo torinese ormai noto alla scena clubbing italiana e reduce la scorsa estate da una prestigiosa tournèe internazionale, e DJ Torpez, artista francese di St. Tropez, già protagonista in altre occasione al fianco di nomi eccellenti della musica contemporanea come Loco Dice, Circoloco e John Digweed.
La primavera, i fiori e i colori faranno da contorno all’evento più glamour di Torino: Onenightevent sarà infatti contagiato dal flower & color power: dress code floreale e colorato per festeggiare l’arrivo della primavera.
Onenightevent Chicago Session One sarà seguita nei prossimi mesi, a sorpresa, da altre eventi di musica, glamour e ballo.
In attesa del 13 Giugno riguardo Maximal festival a Milano, Basstation organizza come nelle città di Napoli, Firenze e Bologna un party in anteprima dello stesso evento che vedrà ospiti l’inglese DAVE THE DRUMMER ed il milanese DJ MACHINE.
Maximal Festival presso gli Eastend Studios di Milano ospiterà oltre che i resident Basstation VR&BARBERS e ALESSIO MEREU numerosi nomi del panorama europeo tra cui:
DAVE CLARKE, DERRICK MAY, KEVIN SAUNDERSON, PET DUO, FRANK KVITTA,MARKANTONIO & RINO CERRONE, MONIKA KRUSE, LEN FAKI…
Henry cullen aka Dave The Drummer è uno dei dj techno oltremanica più popolari al mondo grazie alla presenza nella scena techno più di un decennio. Le sue performance hanno fatto il giro del mondo dal Sud America, all’Australia sino al Giappone, oltre che in tutta l’Europa.
Il suo stile e le sue produzioni hanno sicuramente influenzato la techno negli ultimi dieci anni. Fa parte da tempo del collettivo “SUF” riconducibile ai free party londinesi con cui suona regolarmente insieme ai fratelli Liberator.
Le sue 2 etichette Hydraulix e Apex sono molto apprezzate nel panorama techno mondiale. Hydraulix number 09 è la release che ha riscosso più successo in assoluto, è stata suonata dalla stragrande maggioranza dei “big names” della techno contemporanea, molte delle release su Apex hanno ottenuto supporto da nomi come Dj Preach e Stanny Franssen nonchè da Carl Cox.
Ha collaborato a numerose release e remixes un po in tutto il mondo al fianco a artisti del calibro di Chris Liebing, Eric Sneo, Michael Burkat e Kiddaz Fm. Dave è alla continua ricerca di nuove idee per la sua musica con l’intento di spingere il suono techno all’interno del futuro!!!
I resident di Basstation per uno degli ultimi appuntamenti della stagione invernale saranno Vuerre, Saimon e Barbers.
Ticket:
PREVENDITA 13 euro (1 Drink)
Ticket point:
Laboratorio Folle Volo: Via Garibaldi – Cagliari
Mono Music Shop: Via Eleonora D’Arborea – Cagliari
technorati tags: techno, basstation
Release numero 48 per la Wagon Repair, label canadese fondata da Graham Boothby, Mathew Jonson, Konrad Black e Loose Change.
Proprio Mathew Jonson, insieme a Danuel Tate e Tyger Dhula formano i Cobblestone Jazz,
progetto nato quattro anni fa. Nel proprio background musicale spiccano numerose influenze che vanno dal Jazz, lo stesso Danuel Tate è un musicista del nobil genere e dalle varie correnti elettroniche come la techno nella variante più minimale, ma allo stesso tempo melodica, di Mathew Jonson e Tyger Dhula.
“Traffic Jan Ep” al suo interno presenta due tracce: il lato A occupato da “Fiesta” è un brano che tende all’house nella sua incarnazione minimale. La traccia ha un groove non invadente che lascia spazio al gioco di riff e synth derivati dalla scuola acid house, la vecchia Roland Tb303 è stata sfornata proprio per l’occasione.
Il lato opposto lascia spazio alla traccia che da il nome a tutto l’Ep, ovvero “Traffic Jam”. E’ un pezzo che da certi lati richiama “Fiesta”, ma che sotto molti aspetti è diametralmente opposto alla traccia precedente. Il ritmo è marcato, il groove scandisce il passo a un basso cupo ma allo stesso tempo potente. Anche qui lo stile acid è parte integrante del brano ed influenza in maniera palese la produzione di questo disco.
Un disco che in definitiva convince e che presenta un sound curato, anche se forse a volte potrebbe risultare un po’ ripetitivo nella costruzione dei brani.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: cobblestone jazz, wagon repair, Mathew Jonson, Traffic Jam Ep
20
Beats Tips Boutique vol. 3
Bearweasel – Duck Hunt EP – Supernature
Nu house percussiva per le prime feste all’aperto sui prati con birra, barbeque frisbee e sfitinzie in hot pants.
Le tracce, addirittura cinque (tre original e due remix), pur seguendo uno stile ben definito portano alla luce diverse sfumature circa l’attuale concezione del funk nella musica da club: se infatti l’apri-pista Busy è un classico tool in 4/4 adornato di tamburelli, la successiva Superhero è pura tech house made in Africa, e vanta una versione firmata Boris Werner che ne enfatizza il cuore tribale.
Il disco finisce con Where’s ratty, col remix di Ali Nasser, dove il protagonista è un sample funk ‘70.
Bar9 – In Da Mix – Audiophreaks
Il Rave in una stanza, una perfetta colonna sonora per un viaggio notturno in macchina mani sul volante ed occhi attenti a seguire le curve suggerite dagli ultra-bassi.
Dubstep o wonky beats sono solo parole e come tali incapaci di tenere a bada la potenza del suono, tecnica segreta di un ninja che sbuca improvvisamente dall’ombra e ti assale senza darti scampo.
Il mix scorre fluido nel primo cd, esaltante anche nell’ascolto casalingo, mentre il secondo è un regalo per i dj più all’avanguardia con 14 tracce unmixed pronte a mettere a dura prova gli impianti di tutti i clubs.
Tim Susa – Desire & Regress EP – Broque
Un altro notturno nella selezione di questa settimana, un disco che si apre all’insegna di un’oscura introspezione e la voce della coscienza ridotta a flebile melodia, questa è I wish.
Anche The spiral si presta bene per viaggi alla ricerca del proprio io anche se come per waste of time si tratta più che altro di un percorso fisico fatto di sudore e fumo sul dancefloor seguendo la nuova mappa del genere prog house.
I remix di Stefan Tretau e Juno 6 mettono l’accento sugli elementi ipnotici: la ritmica ed il noise di fondo, riempiendo il vuoto lasciato dalla melodia con echi e riverberi.
COTK vs. Eutactic – What Of The Future? ep – Auralism Digital
Cosa ci riserva il futuro? Questa domanda era solita ripeterla Jeff Mills ed oggi a provare a rispondere ci pensano Jason Short , Kenneth Scott e Marc Smith con un progetto a base di sintetizzatori anni ‘80 e house ad alta gradazione alcolica.
Nei due singoli presenti nell’ep l’idea dominante è quella di un crossover a tutto campo partendo dai tom tom electro della mitica Tr-808, ed inglobando bleeps acidi e melodie deep, per portare i ballerini a bramare di perdersi tra le note, unica via per scappare dalla Rete e raggiungere il Nirvana tecnologico.
Meat Katie and Dylan Rhymes – EP – Lot49
Quando si dice che è ora di dare una scrollata al dancefloor…Meat Katie e il suo socio Dylan Rhymes, abbandonati ormai i classici break beats, buttano sul piatto un ibrido di funky house cartavetrata con synth anni ‘80. Certo questo ep non brilla per ricercatezza ma in un momento in cui impazza il revival ‘90 risulta dannatamente efficace nel fomentare i clubbers, in particolar modo varrebbe la pena di sperimentare l’accoppiata Roll Player (Specimen A remix) con Take me to the hospital dei Prodigy e vedere di nascosto l’effetto che fa.
Tigerskin – Blasted – Absurd
Giusto in tema di ritorno ai ‘90 il nuovo lavoro di Tigerskin pare rendere omaggio ad un inno acid house di quel periodo, vale a dire Don’t laugh di Josh Wink su Nervous rec.
Anche in questo caso non siamo di fronte ad un capolavoro quanto piuttosto, nonstante i remix di Mark Henning cerchino di dare un tono all’ambiente, ad un Dj tool dall’andamento minimale ma con un ricco groove utilissimo per una session mattutina in riva al mare.
Ok, mi è passata, mi sono ripreso, posso scriverne.
Non è vero, non mi è ancora passata, ma ne scrivo uguale.
Partiamo dalla fine: è stato oltre ogni più rosea aspettativa, per cui chi volesse semplicemente sapere se mi è piaciuto può smettere di leggere qui e andare a cercare dei video su Youtube.
Ok, lo aspettavo con ansia e di recente credo di aver adeguatamente sfrangiato le palle a chi mi legge parlandone spesso e volentieri , ma ho l’attenuante: quando ero ggiovane e andavo a un liceo veterocomunista in cui tutti ascoltavano solo ska e punk e io ero il tamarro della situazione, Experience (che ho scoperto molto in ritardo) e Music for the jilted generation sono stati i dischi della mia ribellione adolescenziale, per cui l’adorazione che ho verso Liam Howlett è tale che potrebbe anche mettersi a fare dischi campionando solo Califano senza perdere punti.
Premessa doverosa, quindi: il mio giudizio non è assolutamente obiettivo nè vuole esserlo, sono un fan e non me ne vergogno, eccheccazzo, ognuno è fan di qualcosa nel suo piccolo.
Ma iniziamo il resoconto della serata partendo dal pre, che è comunque meritevolissimo: la lochèscion, la Wembley arena, è praticamente un incrocio tra la compostezza di un teatro, soprattutto nel foyer, e le dimensioni di un megapalazzetto tipo il Forum di Assago, in sostanza una di quelle strutture possibili solo a nord delle alpi; arriviamo con un anticipo esagerato per aver sottovalutato l’immane rapidità dell’underground londinese, prima ancora dell’apertura dei cancelli e il primo fenomeno a lasciarmi stupefatto è la compostezza della coda, assolutamente non “all’italiana”.
Perquisizione di rito come in quasi tutti i locali pubblici inglesi, giretto nel foyer per comprare la maglietta e un paio di hot dog di plastica e cerchiamo i nostri posti, ovviamente liberi e neanche troppo lontani: sta già suonando un ignoto, tal dj Horx, che solo ora guardandogli il myspace scopro essere non solo il supporting dj ufficiale dei Prodigy, ma anche una delle menti della XL e soprattutto il signor Positiva records, che ha stampato roba tipo “i like to move it” dei Reel 2 reel e “seven days & one week” di BBE, anche come The bucketheads – “The bomb”, megahit housecommerciale 90s e “Circles” di Adam F, uno dei più bei dischi d’n'b di sempre…mica pizza e fichi, e infatti il suo set è veramente una meraviglia di suoni che arrivano direttamente dagli anni 90 senza passare per il terribile filtro del nu-sarcazzo…standing ovation per lui.
Ma le sorprese non sono finite: arriva il supporting act ufficiale, Dizzee Rascal, che conosco praticamente solo di nome, ed è molto piacevole: mischia a dovere hip hop, dubstep, grime e techno senza soluzione di continuità, mantenendo come unico filo conduttore i propri virtuosismi da MC; davvero bello, davvero coinvolgente, davvero sorpresa, ma al ventesimo “make some fuckin’ noise” in 10 minuti la qualità migliore del suo set diventa che dura solo un’ora e si leva dal cazzo in fretta: promosso, ma a piccole dosi.
Ormai il party è iniziato a dovere e per fortuna dura poco anche l’intermezzo necessario a montare il luna park di Liam, dove ‘per fortuna’ non è dovuto tanto all’intermezzo in sè per sè quanto all’ingombrante e fastidiosa presenza di Dj Hervè a sonorizzare il lasso di tempo con della roba veramente troppo troppo troppo inglese, a cavallo tra il “infilo dentro due dischi dubstep a caso perchè fa figo” e lo scorreggione più banale: comunque ti tira in mezzo perchè sei già contento che stai per sentire i Prodigy e perchè l’impiantone ti fa vibrare anche le gengive, ma col senno di poi davvero una palla atroce.
Ridendo e scherzando, quindi, s’è fatta una certa e sono ancora asciutto, pulito e ignaro del fatto che nel giro di meno di due ore sarò sudato come non s’era MAI visto, ma appena si spegne tutto e la sirena annuncia “World’s on fire” realizzo.
No, forse non ho ancora realizzato, forse – mi dico – vado a casa con le ascelle un po’ pezzate, ma chissenefrega, torno in hotel e faccio una doccia.
Rimango di quest’idea per tutta “Their law”, ma mentre grido “fuck’em and their law” e poi “insane, insane, insane” su “Breathe” e canto “Omen”, sento la gola cedere e penso che ok, andrò a casa con le ascelle un po’ pezzate e con la voce roca.
Paradossalmente, comincio a fare le prime goccioline sulla fronte sulla traccia più lenta, che si rivelerà poi essere l’unico momento per prendere fiato – si fa per dire – dello show: ma grazie al cazzo che sudo, è “Poison”, oltretutto conclusa con un minireedit live da un paio di minuti con la metrica dubsteppeggiante e il vocal spezzettato che valeva da solo il prezzo del biglietto.
Da lì in poi è delirio allo stato brado: Keith, che ancora praticamente non s’era visto perchè la scena la teneva quasi da solo Maxim, manda il compare a riposarsi qualche minuto e si prende i suoi meritati applausi con una “Firestarter” che anche da lontano dov’eravamo seduti noi suona come un pugno in faccia lungo cinque minuti, grazie anche all’aggiunta del muro di schitarrate aggiuntive; dopo una schiaffeggiata così, in pieno stile prima-ti-meno-poi-ti-ribbalto alla Liam Howlett, i ragazzi infilano una combo “No good (start the dance)”-”Warrior’s dance” e io sono definitivamente spettinato e sudato fradicio pur avendo (fortunatamente) la persona più vicina a qualche metro di distanza.
E ancora, non ci si fa mancare niente: prima di prendere fiato per meno di un minuto c’è tempo per “Voodoo people”, ma è dopo il break, su “Invaders must die”, che perdo ogni cognizione logica, sbatacchiato in su in giu a destra e a sinistra dalle cannonate di Liam.
Ok, fin qui hanno fatto praticamente tutte le tracce “grosse”, cosa tireranno fuori ora? Avranno già finito? No, sorpresa! “Blows your mind, drastically, fantastically!” non c’è Kool Keith a cantarla e Maxim si arrangia come può, ma “Diesel power” in una nuova versione live è veramente un missile terra-aria; e ancora, tutti parlano di revival 90s, vuoi non fare almeno una traccia da Experience? Voila, “The horns of Jericho” e siamo a un rave illegale sulla M5.
E’ passata un’ora e sembrano dieci minuti, dieci minuti passati in un altoforno correndo i 400 ostacoli visto lo stato in cui mi trovo: la maglietta è completamente inzuppata, grondo da ogni poro, ho persino i jeans pezzati e come me, se non peggio di me, tutti gli altri presenti, Prodigy compresi.
Ma Liam si risparmia/ci risparmia? Quando mai! “Change my pitch up, smack my bitch up!” ok, inflazionatissima, l’ho sentita così tante volte che quasi non ne posso più, ma sentita così, con le gambe che fanno male dopo un’ora a saltare e il resto del corpo e dei vestiti ormai coperti da uno spesso strato di sudore, con la bassata che ti colpisce lo stomaco e le percussioni alte che ti prendono a ceffoni in faccia, è come se non l’avessi mai sentita.
Non ce la faccio più, Liam e i suoi mi hanno veramente distrutto a colpi di cassa, muraglioni di synth e ritmiche spezzate ma drittissime ma spezzate ma drittissime, e Liam lo sa e decide di farci gridare tutti “Take me to the hospital”…e siamo ancora al rave di prima, negli anni 90, stavolta rivisitato in chiave moderna, ma non troppo perchè il colpo di grazia finale, per farci cantare tutti e mandarci a casa col sorrisone fino alle orecchie è ancora anni 90 ma di quelli veri, è “Out of space”.
Luci accese e la melodia di “Stand up” ci manda a casa striscianti, distrutti e con uno dei migliori show di sempre ancora negli occhi, nelle orecchie e nello stomaco che cesserà di vibrare solo moooooolto dopo.
Morale: tutte le tracce “famose” di Music for the jilted generation e The fat of the land, un paio di sorprese da Experience, ovviamente un sacco del nuovo Invaders must die…e Always outnumbered, never outgunned? Pissed, ignorato completamente: si sa che è l’album più debole dei cinque, si sa che a Liam stesso non piace (ho letto un’intervista su Time out London in cui lo definisce una caduta necessaria per riuscire ad arrivare al nuovo album), ma la scelta, peraltro non ripetuta il giorno dopo visto che a detta del Melkio un paio di tracce le hanno fatte (ma non hanno fatto No good!), di tralasciare del tutto un intero album su cinque mi ha lasciato sorpreso, nè piacevolmente nè negativamente, solo sorpreso.
Ad ogni modo, a parte questo è stato forse il miglior concerto che abbia mai visto: ok, sono un fan, ma cazzo di live show che fomentino così tanto io davvero non riesco a farmene venire in mente.
technorati tags: invaders+must+die, prodigy
Main Stage:
Deadmau5 (CAN)
Tiga (CAN)
Josh Wink (US)
Benny Rodrigues
2000 and One
Eric de Man
Isis
Eva Maria & Martine
Future Funk:
Axwell (SE)
Steve Angello (SE)
Housequake feat. Roog, Erick E & MC Gee
Dirty South (AU)
Wally Lopez (ES)
Funkerman
Kim Fai (UK)
Sam ‘o Neall
Dave Clarke Presents:
Dave Clarke (UK)
Miss Kittin & The Hacker LIVE (FR)
James Holden (UK)
Len Faki (DE)
Renato Cohen (BR)
Slam (SC)
Patch Park
White Noise contest winner
Lakeside
Sander Kleinenberg
James Zabiela (UK)
Joris Voorn
Lee Burridge (UK)
16 Bit Lolita’s
Add2Basket (HU)
Applescal LIVE
Ed Banger Stage
DJ Mehdi (FR)
Busy P (FR)
Steve Aoki (US)
Feadz (FR)
Fake Blood (UK)
Joost van Bellen
Beesmunt Soundsystem
Ed Banger All Stars
Extrema Music
DJ Remy
Rene Amesz
Warren Fellow
Darko Esser LIVE
Edwin Oosterwal
Pitto LIVE
Mark August
Quince LIVE
TJ Kong
Royal Dutch
Sunnery James & Ryan Marciano
Ricky Rivaro
Sidney Samson
Afrojack
Vato Gonzalez feat. MC Tjen
Rehab
Silvano da Silva
Riccos Village invites Salsa Breeze
Jack
Herb
Reagan
Guillermo
RO-1
Riccardo & G-Lontra feat. Chelc-D
Special acts: Latinize & Salsa Sensation dancers and Freestyle Bateria
Tickets: 57,50 (ex. fee)
www.extrema-outdoor.com
Nella Torino ultra trendy post Olimpiadi i Dj’s Iaio, Zombi e Boh animano le notti al Tortuga giù ai Murazzi vicino al Beach e al Sax, mentre di giorno frequentano il giro che conta dividendosi tra ragazze con la frangia ed il tatuaggio tribale sopra il culo come quella tipa del Grande Fratello, pseudo lavori creativi (Iaio è un copy dell’agenzia F.U.F.F.A. e per contratto deve girare con una tavola da surf sottobraccio), il cercare di far fronte ad irrimediabili vuoti esistenziali con fiumi di champagne e cocaina, e naturalmente l’eterna gara fraticidia per accaparrarsi l’unica copia di Spastik di Richie Hawtin remixato da Dubfire dei Deep Dish.
Giuseppe Culicchia con il suo tredicesimo romanzo consegna al pubblico un’opera complessa che si presta a più chiavi di lettura risultando tanto avvincente quanto irritante ed iperrealistica.
Sebbene, infatti, l’idea di far muovere i propri eroi all’interno di una Torino reale in contatto con personaggi reali (il continuo elencare tutte le celebrità locali in ciascun evento citato: da Boosta con la Lessa all’autocitazione dello scrittore Culicchia) risulti inizialmente perfetta per analizzare e criticare il mondo del Clubbing cittadino, con l’evolversi della trama il suddetto artifizio diventa un peso per il lettore ancor più che per il protagonista vittima del suo stesso status.
Approfondendo il discorso sulla scena discotecara è condivisibile per intero l’osservazione su come per i gli attuali P.R. sia del tutto ininfluente il prodotto da supportare (non c’è differenza tra una serata o un partito politico), e l’ignoranza musicale della maggior parte del pubblico/gregge idolatrante personaggi patinati come Boosta o Samuel ritratti ovunque tranne che in consolle (al contrario di Pisti che almeno una volta viene descritto alle prese con mixer e piatti; per inciso a me fa cagare pure lui) in compagnia di modelle o in fuga da groupies minorenni.
Anche l’accusa feroce alla classe dirigente politica ed imprenditoriale trova in larga parte il mio sostegno: il fare sistema di assessori quali Mintasco, Mincenso o Marrangio (ed i loro lacchè, un tempo studenti votati alla protesta ed oggi amanti di lussosi appartamenti, ma sempre con addosso l’Eskimo che conservano dal ‘68) è una nitida fotografia di come i c.d. piani per i giovani, sia sociali che culturali, non siano altro che una scusa per accaparrarsi voti, comparsate in tv e soprattutto incarichi danarosi, restando sempre e comunque pronti a cambiar casacca non appena gira il vento.
Culicchia a questo punto si fa prendere la mano ed inciampa.
Non si può ignorare quanto di meritevole fatto nella Capitale sabauda: eventi come il Club To Club, il Traffic, l’IAM Festival (o il primo inarrivabile Movement) sono situazioni di primissimo piano, ed ancora la capacità dimostrata nel mettere in piedi tutte le serate musicalmente attente sparse per la città per mano di ragazzi in gamba e pieni di passione.
Tutto questo di certo non merita di finire nel suo tritacarne.
Per quanto riguarda invece il romanzo in sè è accattivante quanto basta per non far sentire il peso delle sue 300 e rotte pagine, ma di nuovo si tratta di una medaglia dai due lati.
Da una parte la prima metà del libro che, beneficiando dell’elemento realistico di cui abbiamo parlato prima, non ci permette di abbandonarlo per un solo minuto, quindi la seconda in cui Culicchia commette l’errore fatale di cedere alle lusinghe di Bret Easton Ellis, per il quale aveva tradotto il capolavoro American Psycho e l’ultimo Lunar Park, finendo così per inquinare la trama, trasformando il Quadrilatero Romano in Manhattan (i Murazzi paiono invece il Bronx), ed i giovani finti alternativi dallo stile finto povero in drogati cronici e sessualmente ambigui appena usciti dall’Università di Camden (il luogo in cui si svolge Le regole dell’attrazione di Ellis n.d.r.) capaci di compiere le azioni più assurde e violente; anche la scrittura da brillante diventa ipocrita, ricopiando fedelmente alcuni marchi di fabbrica dell’autore californiano.
In definitiva però, nonostante i suoi difetti, Brucia la Città rappresenta un’ottima occasione per tenere gli occhi lontani da facebook.
Federico Spadavecchia
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Il produttore musicale americano Phil Spector è stato riconosciuto colpevole di omicidio di secondo grado per aver ucciso nel 2003 con un colpo di pistola nella sua villa di Los Angeles l’attrice Lana Clarkson. Phil Spector, 69 anni, è al secondo processo a suo carico per la vicenda, dopo che il primo dibattimento, lo scorso anno, era stato dichiarato nullo perchè la giuria non era riuscita a raggiungere un verdetto unanime. Il produttore, che ha lavorato tra gli altri con i Beatles, Tina Turner, The Ritgheous Brothers, è in attesa di conoscere la sentenza, che sarà emessa il 29 maggio, e rischia almeno 18 anni di carcere.
Fonte: La Repubblica
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