Quando si è piccoli è facile immaginare cose, estraniarsi in mondi fantastici dove vivere avventure incredibili condividendo con gli amici gli stessi sogni ad occhi aperti. Poi, crescendo, la fantasia viene strozzata da una cravatta e ci si ritrova cristallizzati in giornate fotocopia casa-ufficio-aperitivodelvenerdìsera senza via di scampo…a meno che…a meno che non si abbiano dei compari dalla stessa lunghezza d’onda, che non appena hanno davanti la line up del compleanno della Sub:stance night al Berghain di Berlino lanciano la chiamata alle armi per bloccare il primo volo disponibile.
Questo luglio si festeggia un anno di dubstep nel cuore pulsante della scena Techno berlinese, chiara dimostrazione di come la capitale tedesca non sia territorio esclusivo della minimal quanto piuttosto un libero spazio per ogni forma d’arte e ricerca sonora.
Grazie all’iniziale sostegno da parte di Pete e del resto della crew di Hardwax (tra cui ricordiamo T++) questi parties dubstep hanno da subito ottenuto un forte riscontro di pubblico e critica, riuscendo inoltre col tempo a crescere portando il sound di Bristol ad un livello successivo.
Ormai è infatti riduttivo parlare esclusivamente di dubstep, negli ultimi due anni le contaminazioni con gli altri generi sono diventate sempre più pesanti, e se poi contiamo gli esperimenti di artisti apparentemente estranei al genere come Mark Pritchard e Kevin Martin, ecco che siamo davanti ad un nuovo suono.
Tra l’altro dall’incontro tra i Dj’s della Sub:stance night ed i resident del Panoramabar (due coppie di nomi a caso Scuba e Marcel Dettmann, Shackleton e Villalobos) è nata quella corrente che la rivista Groove ha battezzato Techstep. In realtà non si tratta di una definizione del tutto nuova perchè già era stata tirata fuori ai tempi della drum ‘n’ bass quando iniziava a farsi sentire il crossover con la Techno più oscura e sporca, e anche adesso la situazione è più o meno la stessa con gli iperbassi a sorreggere una struttura ritmica che non disdegna il 4/4, con melodie dure e meccaniche.
Ad aprire le danze tocca però, tanto per rimescolare ancora le carte, ad un Dj che con le suddette atmosfere non sembra averci niente a che vedere: John Osborn della Ghostly/Spectral.
Il suo set è una sorta di deep house ibrida con le basse frequenze esasperate all’estremo mantenendo però un carattere happy e rilassato da ballarsi tranquilli con in mano i primi vodkashot della serata.
Sembrano passati pochi minuti da quando eravamo in coda sotto una pioggia battente rimessi all’insindacabile giudizio di Sven, ma sono trascorse già due ore e sulle note del classico anthem di Robin S “Show me love”, cantato a squarciagola da tutti, sale in consolle l’altro Osborne, vale a dire Louis Appleblim che butta sul piatto l’ultimo ep della Delsin rec. spezzando così il beat e sollevando una fitta coltre di dub.
L’ex Skull Disco va avanti fino alle quattro usando le melodie a mò di torcie elettriche per facilitare la nostra visione collettiva. Come negli antichi riti indiani danziamo in trance (grazie soprattutto ai sempre comodissimi orari di zia Ryan) alla ricerca del Grande Spirito. E’ incredibile come in queste serate il Berghain perda la sua fortissima carica sessuale per ritrovarsi abbracciato alla sola Musica.
La performance del ragazzo inglese termina tra gli applausi ed è il turno della leggenda di Detroit Stacey Pullen, che come John Osborn non ha alcun legame col dubstep, ma che tra tutti i Dj della Motor City è sicuramente il migliore in fatto di mentalism.
Le sue sono tre ore e mezza di progressioni tribali e raggi laser; quasi esclusivamente materiale nuovo senza lasciare spazio a nessuna hit del passato.
Intanto al piano inferiore dapprima Loefah somministra un’overdose di morfina al dancefloor con un passo lento e al tempo stesso abissale, e successivamente Mala, suo compare nel progetto DMZ, riporta tutti alla vita con un dubstep classico ragga oriented.
E’ la calma prima della tempesta…Scuba è ai comandi e tanto tranquilla e silenziosa è la sua figura tanto violento e dark è il suo set.
Dalla sua valigia (eh sì qui si suonano vinili altro che mp3) si rizzano catene ed il superbo Funktion One si china a loro servizio.
Ormai sono allo stremo la stanchezza del viaggio sta avendo la meglio e la musica mi trascina nell’oblio, gli occhi si spengono ma il corpo continua ad ondeggiare…chissà dove sarei finito se Remarc (Planet Mu rec) non avesse dato la sveglia a colpi di breakcore, facendomi notare uno scalmanato Shackleton a ballarsela allegramente attaccato a un woofer.
Il sole è alto da un pezzo a Berlino, e alle 7 passate per me è davvero l’ora di uscire prima di perdere definitivamente ogni contatto con quello che mi appare sempre meno come il mondo reale.
Federico Spadavecchia
3 Comments to “Sub:stance First Year @ Berghain. Il Report”
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andre - rhmn says:
berghain = luogo di perdizione
F.S. says:
la notte ti sogni ancora lo stanzino buio ed i guanti di lattice?
andre - rhmn says:
centrato in pieno!!