Oggi tutti parlano di Berlino e delle sue feste infinite, ma quanti hanno compreso davvero l’essenza di questa città?
Non basta infatti indossare una t shirt cool, una sciarpina ed entrare al Bar25 per potersi definire esperti conoscitori di quest’affascinante metropoli.
Berlino più che una città è un modo di essere: cordiali, rilassati, pronti alla festa ma comunque gelosi del proprio privato, disordinatamente amanti del dettaglio. L’aria, poi, sembra animare la creatività dei suoi abitanti; ogni spunto è utile per fare arte (mi ricorderò sempre su una vetrina di una galleria a Mitte lo slogan You must create) e questo consente la sopravvivenza di numerose attività, tra cui negozi non soltanto di dischi ma anche di strumenti musicali, sempre più rare reliquie nell’era dei potenti software. E così capita che il Dj mentre girovaga in bicicletta si fermi in quella vecchia bottega spinto dalla curiosità, e vi trovi sommersa dalla polvere un’ocarina ammaccata da cui ricavare il sound perfetto per il party di domani.
Ogni giorno trascorso nella capitale tedesca è una scoperta, un’inquadratura per una nuova fotografia; ogni volta che andiamo il tempo passa sempre dannatamente troppo veloce, dormire è quasi un peccato mortale…a Berlino di grigio c’è solo il cielo.
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Intervista a Benga
Proveniente da South London, Benga è un ragazzotto di appena 24 anni e nel mondo è conosciuto, insieme al suo inseparabile compagno di consolle Skream, come uno dei massimi rappresentanti del dubstep, grazie ai suoi djset scuoti-muri, ad una serie di produzioni di altissimo livello e ad un album, Diary of an afro warrior, che si è imposto a tutti i livelli come uno dei migliori 20 dischi dello scorso anno.
Dopo averlo sentito nei clubs di mezza europa lo abbiamo incontrato a Torino durante il party Xplosiva di fine aprile ed abbiamo colto al volo l’occasione per fare due chiacchere sulla scena più interessante degli ultimi anni. Ecco com’è andata
Ciao Benga è un piacere fare la conoscienza, abbiamo avuto modo di vederti all’opera molto spesso in questi ultimi due anni (su tutte ricordiamo la tua performance al BLOC Weekend a Minehead) e senza girarci troppo intorno sei uno degli artisti più interessanti dell’attuale scena elettronica ed in particolar modo, naturalmente, per quella dubstep. Ecco, cos’è per te questo genere e per quale motivo ti ha così coinvolto?
Ho iniziato a fare il Dj quando ero molto giovane e la musica che mi piaceva proporre era l’Uk Garage, così col tempo mi è venuta sempre più voglia di suonare qualcosa che fosse davvero mio e quindi ho cominciato a produrre il mio Garage. Naturalmente ho composto anche pezzi di stili differenti ma la mia grande passione restava comunque il Garage.
In giro si dice che all’inizio tu e i tuoi amici usavate la Playstation per fare musica, è vero?
Oh sì è vero, sai eravamo molto giovani e stavamo in fissa con la Play…
L’incontro con Hatcha è stato determinante affinchè tu e Skream diventaste definitivamente i padri del dubstep…
Beh, io e Skream ci limitavamo a produrre dei pezzi che poi ad Hatcha, già allora molto conosciuto, piaceva mettere durante le sue serate. Quindi grazie a lui abbiamo stampato i nostri primi 7 e 10 pollici.
Quando vi siete resti conto di essere diventati the next big sensation?
Veramente non ce siamo ancora resi conto ahahahah…In realtà devo dire che quando tre anni fa abbiamo cominciato a fare parties in giro per il mondo ci siamo accorti di quanto si fosse diffuso il dubstep e non riuscivamo davvero a crederci!!!Era incredibile!!!
Nuovi suoni, nuovi artisti e clubs, ma nonostante questa ventata d’aria fresca quello che colpisce di più del movimento dubstep è la sua attitudine, perfetta reincarnazione dello spirito della prima scena rave legata all’acid house…
Sì credo sia vero, le canzoni che facciamo vogliono essere musica per la gente, desideriamo che le persone possano divertirsi con i dischi che suoniamo
ed infatti in tutte le feste dove hai suonato abbiamo visto ragazzi saltare come matti…
eh per il Dj è la stessa cosa, ci si diverte insieme al pubblico
Nel dubstep, per ora, le superstar sono bandite…
Oh assolutamente eheheheh
Parlando di celebrità, non è raro che vi esibiate insieme a vere e proprie leggende della musica Techno e se ci si pensa può apparire strano vista la grande differenza di età. Probabilmente certi Dj’s non li avete mai sentiti dal vivo, il tuo socio Skream ad esempio ha conosciuto la drum and bass perchè suo fratello maggiore era nella crew di Grooverider…
Sì in effetti è così perchè molti Dj’s essendo molto giovani frequentavano club commerciali, mentre altrettanti seguivano artisti Garage come Hatcha, che tra l’altro era il mio eroe.
A proposito di Uk Garage, è interessante notare come il pubblico di questa corrente musicale (e della successiva 2-step) fosse completamente perso in atteggiamenti altezzosi e modaioli, in pratica tutto l’opposto dei Dubstep Boys…
Credo sia dovuto più che altro ai messaggi lanciati dagli MC, alla base della scena Garage e 2-step, mentre adesso la gente è in contatto diretto con la musica e questo penso li faccia sentire più liberi e a proprio agio, non devono dimostrare niente a nessuno.
Riprendendo il discorso dei paragoni con la vecchia scuola, salta subito all’occhio il ruolo fondamentale giocato dalle radio pirata. Cosa ne pensi?
Perfettamente d’accordo, senza le radio pirata il dubstep non si sarebbe diffuso a questi livelli e così velocemente.
Tra l’altro ora anche emittenti ufficiali sono pienamente coinvolte, basti pensare a Rinse fm e al gran lavoro portato avanti da Mary Anne Hobbs sull’ammiraglia Bbc radio 1. Possiamo ritenerlo un passo avanti?
Certo è un fatto molto significativo, diffondere nuova musica tra le persone è una cosa importantissima. Nel programma di Mary Anne puoi ascoltare musica davvero incredibile.
Beati voi da noi le radio si sono praticamente estinte…anyway quali sono per te i clubs ed i negozi di dischi migliori per il dubstep?
Oddio non saprei dirti soprattutto per i negozi, ma ritengo che bisogna approfittare di ogni grande negozio visto che a quel che vedo iniziano ad avere una buona fornitura di dischi dub. E per i clubs di validi ce ne sono davvero molti.
Bristol e Londra sono le Capitali del dubstep, come ti spieghi questo legame?
Non so esattamente, quello che posso dirti su Londra, ed in particolare sulla zona sud dove vivo io, è che c’è una continua voglia di scoprire suoni nuovi, desiderio alimentato dall’infinito meltingpolt culurale che da sempre risiede a Londra: dal reggae alla techno ad altre forme di slow beats (come quelle che ad esempio hanno influenzato Mala) c’è veramente di tutto.
Senza contare che Bristol ha dato i natali anche al Triphop…
Trip-cosa??? Di che stai parlando non ne so nulla…ma immagino che anche lì abbiano il loro sound.
E come la vedi fuori dall’Inghilterra?
Non saprei veramente visto che non suono moltissimo fuori confine, però per quello che ho avuto modo di vedere credo che le cose vadano molto bene e siano destinate a migliorare.
Beh certo che se pensiamo che addirittura Berlino, città simbolo della minimal techno, è stata messa sotto scacco grazie al lavoro dello staff Sub:Stance e dei ragazzi di Hardwax/Basic Channel non possiamo che sorridere…hai mai suonato laggiù?
Oh sì ed è stata una grande esperienza. Lì il pubblico proprio per via della minimal, che viaggia ad una velocità non troppo sostenuta, ha compreso subito il nuovo ritmo e non ha avuto difficoltà nell’apprezzarlo.
Parliamo delle produzioni: se in un primo momento erano influenzate soprattutto dalla musica giamaicana, oggi ci troviamo davanti ad un crossover universale dove si mescolano tutte le correnti passate per Londra negli ultimi 20 anni. Quindi c’è il tuo stile che rispetto agli altri appare molto più studiato, è corretto?
Sì direi che è giusto, all’inizio le atmosfere dub e reggae erano molto più presenti anche se non credo di averne subito l’infulenza più di tanto. Nel dubstep ogni producer coltiva il proprio stile senza stare a guardare troppo gli altri.
Cosa che invece avviene puntualmente negli altri generi e non solo dance…
Sì è una gran cosa davvero. Siamo molto fortunati.
Siamo arrivati alla fine di questa bella chicaccherata: quali saranno secondo te le prossime evoluzioni del dubstep che oggi compie dieci anni?
E’ chiaro che diverrà sempre più popolare ma sino a quando gli artisti continueranno a guardarsi intorno rimanendo concentrati sulla musica non ci sarà niente di cui preoccuparsi.
Federico Spadavecchia
Venerdì 25 settembre 2009, Giorgio Lanteri (The Family records) e Rogie suonano i classici e le rarità della Disco Music che hanno originato la House e la Techno.
Incontrare nuovi amici danzando nel migliore Disco Party di Genova, e godetevi una notte ricca di delizie Disco e ottimi drink.
Hrs 22:00 – 24:00 Giorgio (thefamily.it) plays Glamorous Disco and Electronics
Hrs 24:00 – 02:00 Rogie (rogie.net) plays Funk & Soul rare grooves and Deep Disco
PEOPLE – Real Disco For Real People
c/o SOUL NOTE, Via Cesarea 95r Genova
info: tel. 0105740545 (entrata libera; drink 6 euro)
At PEOPLE, music takes you where you want to be
Se per anni la musica rock e quella dance sono andate avanti su binari paralleli senza mai correre il rischio di incontrarsi, anzi con i rockers a guardare gli altri dall’alto in basso al motto di “disco sucks!” e soprattutto con la benedizione di artisti quali Morrisey che andava ripetendo “bruciamo le discoteche, impicchiamo i tanto idolatrati Dj!“, nel 1989 lo scontro fu inevitabile e la vittoria sorrise beffarda alla così-vuota-di-contenuti musica da ballo.
Siamo in piena epoca tatcheriana, l’idea di collettività è stata spazzata via dallo più sfrenato individualismo, gli stadi avevano parotito una nuova categoria di hooligans, i c.d. casuals per il loro modo di vestire eleganti, e Manchester, col suo grigio industria dominante, era la capitale della working class.
Ma questo è anche il periodo in cui Paul Oakenfold, Danny Rampling e Nick Holloway scioccano la società benpensante londinese con i loro parties, imponendo l’acid house come fenomeno giovanile di massa; migliaia di ragazzi si radunano sotto il raccordo autostradale M25 a ballare fino al mattino ipnotizzati dalle lisergiche melodie della Roland Tb 303.
“Il 1989 è questo. Vedi undicimila persone a un warehouse party, e in sostanza il fatto è che la gente si accorge che questo è un mondo crudele e devi cercare altra gente, di mentalità simile alla tua, e dovete stare insieme e proteggervi a vicenda. C’è tanta di quella merda in giro, il minimo comune denominatore dei rifiuti ad ogni livello, e secondo me a un certo punto la gente non ne può più“.
Così si esprimeva, sulle pagine di Melody Maker, Ian Brown, leader degli Stone Roses, band proveniente dall’operaia Manchester che, nel giro di un anno, si era trasformata da capitale dell’indierock a culla del rave’n'roll, come stesse seguendo la sorte degli orfani di un altro leggendario Ian, risorti nelle vesti dei New Order di base in quell’Hacienda quartier generale della Factory records del visionario Tony Wilson.
Sulle ceneri di Joy Division e Smiths si dimenano gruppi come appunto gli Stone Roses e gli Happy Mondays (altro prodotto di casa Factory), autori della definizione 24 hours party people, geniali nel capire l’evoluzione della musica, portando alla luce la vena funk dell’house, rendono finalmente possibile il crossover tra dance e rock.
Voci beatlessiane, sezione ritmica degna di James Brawn e chitarre usate come fossero Tb 303, avevano portato il rave nelle radio dei ragazzi inglesi: l’omonimo album The Stone Roses era primo in classifica!
Arroganti in maniera spudorata (indovinate a chi si sono ispirati gli Oasis…) i Roses credono nella lotta proletaria (”il labour è morto“) e dal vivo sui ritmi tribal/funk di Mani e Reni Ian si cala nel ruolo di messia/raver, una sorta di saggio illuminato dall’MDMA, esigendo l’adorazione del pubblico perchè I don’t have to sell my soul/He’s already in me (I wanna be adored), ed ancora insiste con I am the resurrection, una canzone di oltre 8 minuti, di cui i primi 3 servono a caricare un ritornello dalla melodia da “su le mani e lacrimoni” se non fosse per un testo ben al di là della bastardaggine: non solo il protaginista nelle prime tre strofe si disfa senza alcun giro di parole di un ipotetico scocciatore (una fidanzata? un ex amico? un discografico?) quindi lo schiaffeggia più forte che può a colpi di ego:I am the resurrection and i am the light/I couldn’t ever bring myself to hate you as i’d like. Il pezzo lungi dal finire si sfoga in un’interminabile rapsodia psichedelica quasi fosse l’extended version di un mix da club.
Tutti i grandi eventi fanno a gara per avere i Roses come headliner, perfetti a scaldare la pista ai Dj house e techno, Fools gold e Made of stone sono anthem, mentre Bye bye Badman a detta dello stesso Brown è una chiamata all’insurrezione.
Di essere i migliori al mondo non gliene fregava niente e nella loro Madchester sono esplosi e si sono spenti appena dopo lo scialbo Secondo coming, cercando poi ognuno per la sua strada una nuova vita, con il solo Mani a proseguire l’opera dei Roses stavolta con i Primal Scream (precedentemente autori dell’album capolavoro Screamedelica prodotto da Andrew Weatherall, completamento ideale di quanto iniziato dai Roses), mentre Ian ha fornito prove dai risultati alterni, la cui migliore prestazione è l’imperiosa “Reign“, scritta e prodotta dagli UNKLE di James Lavelle e Richard File.
Oggi festeggiamo con un’edizione del disco rimasterizzata i 20 anni di questa mitica band, e con la sempre più crescente onda neo rave acid, che ha riportato alla ribalta stelle dei primi anni ‘90 come Altern8 e 808 State, speriamo di rivedere i Roses sul palco del prossimo Bloc Weekend o Bang Face. Come cantavano gli Happy Mondays, Rave on.
Federico Spadavecchia
technorati tags: stone+roses, manchester
Un buffet curatissimo, probabilmente una delle migliori happy hour in città. Una selezione delle sonorità elettroniche berlinesi più innovative. La presentazione del drink “CosmoButterfly”, variazione creata per l’occasione del più famoso Cosmopolitan. Il tutto nell’angolo più newyorkese di Torino, a due passi dalla movida di Piazza Vittorio. Butterfly Lounge, l’aperitivo con la farfalla. Ti aspettiamo per l’inaugurazione, giovedì 17 settembre dalle ore 19.
Patrick Di Stefano (http://www.myspace.com/djpatrickdistefano, nato 37 anni fa a Torino, da oltre dieci anni è dj/produttore e fondatore di General Elektrik, programma radiofonico e label elettro-tecno riconosciuta a livello internazionale e di Torino Disco Cross, fanzine di musica elettronica, nonché artista delle scuderie Nachtfrequent Berlin, This Order Recordings, Lucy Lee Quality Recordings, www.tonimusic.com, www.silenzio.tv, www.pentagonik.de. Inoltre, Patrick è resident DJ e curatore artistico della programmazione di BUTTERFLY TURIN BERLIN A\R, un volo virtuale di andata e ritorno che collega Torino con la capitale europea della musica elettronica. Patrick è stato ospite fisso della serata “ETC” del famoso Club Maria Am Ostbahnhof e al Tresor dove ha iniziato una nuova collaborazione con i migliori artisti elettronici di Berlino. La sua evoluzione musicale dalla metà degli anni ‘90 lo ha portato a sviluppare un gusto del tutto personale per la nuova elettronica da ballo: influenzato dal groove più caldo dell’house minimal tedesca, il suo è un apporto originale allo sviluppo del sound minimale.
Tribeca: Se New York è la ‘grande mela’, Torino è la ‘grande pera’: una città dolce, morbida e tutta da mordere. Esattamente come nel logo del Tribeca, che da oggi non è più soltanto uno dei quartieri più alla moda di Manhattan, ma anche un locale tutto da scoprire nato poche settimane fa a due passi da piazza Vittorio. Due passi, però, sufficienti a cambiare molte cose: diversamente dal luogo simbolo della movida notturna, infatti, il Tribeca è mattoni a vista, arredamento moderno e minimale, soffitti altissimi e propone una piccola oasi di relax, un angolo dove i sapori del territorio piemontese proposti dal buffet si sposano con un ambiente intimo e quasi familiare, ma anche artistico e dal retrogusto internazionale. Dall’aperitivo all’after dinner, il locale si propone come luogo d’incontro per quanti vogliano scambiare quattro chiacchiere con un piacevole sottofondo musicale, ma anche come spazio espositivo per eventi culturali.
technorati tags: tribeca, butterfly lounge
Per lo storico club di via Sammartini inizia a settembre una nuova vita.
Nato nel 1995 all’interno di un magazzino della Stazione Centrale, dalla caratteristica struttura a tunnel con soffitto a botte, il club è stato fino al 2002 un punto di riferimento per la cultura musicale underground milanese.
Luogo di incontro privilegiato della Milano alternativa degli anni ’90, il Tunnel è stato fucina di nuovi talenti e ha ospitato artisti del calibro di Skunk Anansie, 99 Posse, Marlene Kuntz, Cardigans, Vinicio Capossela e Afterhours, per citarne solo alcuni.
Negli ultimi anni la sperimentazione che lo aveva caratterizzato nella sua “prima era” è venuta meno, e insieme ad essa il club ha perso quell’importanza che lo aveva reso uno dei locali undeground di maggiore credibilità in Italia.
E’ quindi con grande piacere che comunichiamo che sabato 19 settembre il Tunnel sarà presentato a Milano sotto una nuova veste, che tiene conto del glorioso passato con il cuore, ma con la mente proiettata verso l’universo musicale di domani.
La nuova Direzione Generale del Club infatti è ora affidata a Diego Montinaro, promoter e organizzatore di eventi (Balloween e Ballomobile fra i più recenti), dj/produttore e mente pensante che si nasconde dietro la “rinascita” del Sottomarino Giallo iniziata nel 2005 e conclusasi con la chiusura del club il gennaio scorso.
I cambiamenti voluti dalla nuova gestione saranno molteplici, sia dal punto di vista strutturale che d’immagine: ampio restyling d’interni e di palco, nuovo design luci, nuovo impianto audio e consolle. Anche a livello d’immagine e comunicazione nulla è stato lasciato al caso: il Tunnel disporrà infatti di un nuovo sito internet al momento in costruzione (www.tunnel-milano.it), un profilo facebook, un programma mensile cartaceo distribuito in diversi punti selezionati della città e anche di un nuovo logo, commissionato e disegnato appositamente per il club dall’ artista e calligrafo milanese Luca Barcellona (www.lucabarcellona.com)
Lo staff che lavorerà all’interno del locale è stato completamente rinnovato e sostituito con un gruppo giovane e dinamico in linea con la nuova filosofia del club.
La programmazione artistica si svilupperà in tre serate settimanali:
- il mercoledi è dedicato a un pubblico universitario e alternativo, che ama i suoni black, hip hop, old-school house, new elettro. La residenza è affidata a Bassi Maestro, lo stimato e apprezzato dj/produttore/rapper italiano, uno dei simboli della musica indipendente made in Italy;
- il venerdì è dedicato alle sonorità indie, elettrorock e disco con special guest di fama internazionale. Quattro gli staff che a rotazione, un venerdì al mese a testa, presentano il nuovo progetto studiato per il Tunnel:
1- PUNKS WEAR PRADA (in esclusiva, in versione Limited Edition) di Natasha Slater che ospiterà una volta al mese le serate più IN di Londra;
2- REBEL MOTEL, il promettentissimo gruppo protagonisti degli itineranti e ben riusciti Subterfudge Party)
3- Lo staff di PVC agency (gli ideatori di buggedout! Italia, ipogo e molte altre serate) che ci stupirà con una nuova e scatenata one night targata Tunnel;
4- lo staff di Neon Disco che per l’occasione lancerà FEAR PYRAMID, il nuovo appuntamento in esclusiva per il club.
-il sabato People (Sandiego e Lele Sacchi) ed Electricalz presentano CLASSIC, An Evening Of Classic Clubbing, una serata dedicata ai vecchi e ai nuovi clubber milanesi in nome della House music con la maiuscola per riscoprire quel mood che ha dato vita al club culture. I guest rovisteranno nella loro memoria musicale, suonando i pezzi che hanno amato e che sono stati fonte di ispirazione, indipendentemente dall’anno di uscita e dal genere musicale.
Il concetto che si cela dietro tutti questi cambiamenti e che sarà la spina dorsale del nuovo Tunnel è semplice: riconsegnare definitivamente a Milano un locale che per troppo tempo è stato distante dalla vita culturale e musicale della città e riportarlo ad essere un punto di riferimento per i giovani della città, ospitando dj’s, live bands e artisti di profilo internazionale.
Il mercato musicale è in un continuo fermento e sembra che settembre ed ottobre siano mesi caldi per l’uscita di moltissimi album. Tra i più attesi c’è sicuramente “Tribute to the sun” di Lucien Nicolet, in arte Luciano.
Nato musicalmente con lo stimato Ricardo Villalobos, è sempre rimasto fedele a un sound minimale, con numerose influenze provenienti dall’house music. Nonostante Villalobos si sappia rinnovare miscelando ogni genere musicale, Luciano risulta essere ancora fedele al sound che ce lo ha fatto conoscere.
Con l’ultimo lavoro, l’evoluzione l’ha portato ancora di più verso l’house, sfoderando per l’occasione lunghi cantati e melodie latineggianti.
“Los ninos de feura”, traccia che apre il nuovo lavoro, è la sintesi della corrente predominante, ma non esclusiva, che incontreremo in tutto l’album.
Il pezzo unisce una traccia corale proveniente sicuramente dalla sua terra natale, il Cile, a un groove e un bassline di puro stampo house. Nel brano successivo i suoni “Celestial”, come da titolo, segnano un’atmosfera più deep senza per questo smorzare il groove minimal.
La prima pausa di “Tribute to the sun” è “Sun, day, night”, brano privo di qualsiasi forma di cassa e contraddistinto anch’esso da un cantato latineggiante e un bassline profondo. Decisamente più significativa è “Cospirer”, pezzo che lascia da parte ogni forma di vocal e spinge molto sulla sua ritmica, arricchita da synth e sample ricchi di riverbero. Unica pecca? Il pezzo non evolve e stenta a decollare.
Seguono due pezzi decisamente meno ballabili come “Hang for Bruno” e “Fran left home”. La prima non colpisce particolarmente, mentre la seconda nonostante la buona architettura generale con un bassline in stile deephouse e una buona melodia, muore e nasce così.
Il disco migliora nel finale, con tre canzoni che riescono a dare danno una scossa all’album. “Africa Sweat” ha un ritmo tirato ed ottimo è l’uso della melodia fusa con il vocal. “Metodisma” è di livello ancora più alto, un ottimo groove da risalto a un giro di basso incisivo e a dei campioni molto particolari.
Il lavoro si chiude con “Oenologue”, dove la linea di tb303 da il meglio di sè in un gorgoglio che farà scalpitare la pista. Prosegue l’uso di sample vocali curiosi e in questo caso anche inquietanti.
Se sul disco non ci fosse stato scritto Luciano, lo si poteva definere come un buon album dagli spunti interessanti, ma essendo scritto da un artista che ha già ampiamente dimostrato il suo valore, risulta essere un filo deludente. Tranne la parte finale, il lavoro non convince affatto, il signor Luciano è rimandato agli esami di riparazione.
Fabrizio Gattuso
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Conclusa la stagione estiva nella quale Basstation concentra tutte le sue forze per l’organizzazione di Stay up festival, riprende forma la programmazione invernale 2009/2010, con il primo evento della nuova serie di appuntamenti mensili denominati “360”.
Il primo party di Basstation 360 avrà luogo venerdì 25 Settembre 2009 presso il rinnovato The cube (Ex-Open gate).
360 è stato pensato per raccogliere una buona parte di amanti di musica avanzata a Cagliari, che non corrispondono all’ attuale movida cittadina, dalla quale questo genere di party prende le dovute distanze attraverso nuovi intenti e prospettive sia a livello artistico che di gestione.
La programmazione artistica è concentrata sul panorama di musica d’avanguardia europea, con la presentazione di artisti dalle influenze electro/house/dub-step/jazz ma fondamentalmente “techy” per definizione.
Mira ad un target medio- giovane e adulto finalizzato ad un giro circoscritto di persone, non puntando fondamentalmente ad eventi di massa ma bensì alla ricostruzione del party a Cagliari dal carattere quasi familiare e costruttivo.
L’ ingresso è regolato da tessera elettronica e personale con l’intento di formare un pubblico fondamentalmente fidelizzato, limitato ad un target attento al programma artistico e ai fini del progetto tra musica di qualità e divertimento cosciente.
Il primo artista in programma è il tedesco TOMMY FOUR SEVEN, nuova scoperta della scena elettronica europea appartenente alle label di Chris liebing e Speedy j, rispettivamente Cl-r e Electric deluxe, candidato brevemente ad una buona ascesa già apprezzata dagli stessi supporters oltre che da una serie di autorevoli artisti come Mark Broom, Ben Klock, Len Faki, Paco Osuna e Joell Mull che hanno
apprezzato il suo stile di transizione tra techno e tech-house. Scuro e suggestivo a livello produttivo, riflette anche nelle sue performance il personale ingegno nell’accurata costruzione del suono.
Al fianco del tedesco avranno spazio alcuni degli artisti resident della stagione tra cui Matteo Spedicati, già abbastanza noto anche in ambito nazionale, Mezmeric, produttore di Cagliari fine e ingegnoso ed il giovane Matteo Floris in apertura.
Saranno presenti a rotazione nell’intera stagione, molti degli autorevoli nomi della scena isolana come Ferlin, Mereu, Saimon, Sign. Andreoni, Ness, Acirne, Vuerre. Arp xp, Danilo Carboni, Prc, Bettosun a supporto della lunga schiera di ospiti già prefissati come Ben Klock, Marcell Dettmann, Redshape e tanti altri.
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L’anno scorso il successo è stato superiore a ogni previsione: la sfida di portare la musica elettronica nel cuore di Bologna, a Palazzo Re Enzo, è stata vinta sia dal punto di vista dei numeri, con un’affluenza straordinaria, sia dal punto di vista della qualità del pubblico – attento, partecipe, pronto a seguire anche gli act più complicati e meno inclini a derive dance. Un patrimonio da non disperdere, una (felicissima) base di partenza che ha spinto l’Associazione Shape, la creatrice di roBOt, a preparare una seconda edizione di valore davvero europeo. Bologna torna una città dove potersi permettere di pensare in grande, lavorando a fondo su progetti che riescano a dialogare in ricchezza e qualità con le migliori esperienze di Londra, Berlino, Barcellona, Roma.
L’apertura del festival, mercoledì 16 settembre, è maestosa: lo è per il livello degli artisti coinvolti (due maestri mondiali della techno, Carl Craig e Moritz Von Oswald, che dialogano con musicisti di estrazione jazz, classica e sperimentale in un viaggio sonoro davvero avventuroso), lo è per la sede, il Teatro Comunale di Bologna. Degno inizio per una rassegna che nei successivi tre giorni, oltre a portare un gran numero di dj di assoluto livello internazionale dediti alle declinazioni più strettamente relazionate al dancefloor (alcuni nomi: Guy Gerber, Tobi Neumann, Mirko Loko), avrà modo anche di ospitare alcune delle menti migliori delle sonorità digitali a trecentosessanta gradi (Tim Exile, Daedelus, Tokyo Black Star…), scelte tra l’altro con un criterio ben definito: essere artisti che lavorano sì con le nuove tecnologie, ma che considerano imprescindibile il fattore umano e l’importanza della fisicità dell’esecuzione, con un approccio attivo, creativo e manipolatorio nei confronti di software, laptop, sintetizzatori e campionatori.
La volontà infatti è quella di creare un festival che sia caldo, avvolgente, in cui la tecnologia si faccia “emotiva”. Non solo una fredda parata di superstar della dance o di algidi sperimentatori, quindi: l’esperienza deve risultare intensa, e a far sì che questo obiettivo venga raggiunto c’è anche un’eccezionale sezione dedicata a performance ed installazioni multimediali (guidate dal progetto approntato dai celebri e celebrati Carlomargot&Ericailcane, Giovanni Marocco, Alba Von Von), così come un ciclo di lungometraggi e un qualificato workshop su cosa significhi gestire un’etichetta discografica nel nuovo millennio, argomento quanto mai problematico (e stimolante) nell’era di Internet e degli mp3.
In quattro giorni, gli artisti coinvolti nella seconda edizione di roBOt sfiorano il centinaio: i migliori nomi emersi a Bologna nell’ultimo decennio (e oltre) ci sono praticamente tutti, così come alcuni degli act più interessanti a livello nazionale. La convinzione infatti è che una vera prospettiva internazionale e sprovincializzata infatti debba partire dalla valorizzazione e dal confronto serrato con ciò che ci si ritrova in casa; la possibilità di contare su location di eccezionale fascino come il Teatro Comunale e Palazzo Re Enzo o logisticamente (e storicamente) “importanti” come il Link, che con roBot viene restituito alla città dopo una lunga chiusura, ha permesso agli organizzatori di soddisfare ogni desiderio. Qualità e quantità vanno a braccetto, a scorrere il programma. Ora tocca al pubblico: ma i primi dati sulle prevendite parlano già di una grande accoglienza.
Locations:
16 settembre. Teatro Comunale. Ore 21.30
17, 18, 19 settembre. Palazzo Re Enzo. Dalle 16.00 alle 24.00
18, 19 settembre. Link. Dalle 23.30
technorati tags: bologna, robot, carl+craig
Restare originali ma allo stesso tempo creare un prodotto che funzioni e che faccia ballare anche i cultori del genere techno. Questa è la ricetta per proporre un album con la A maiuscola e sembra proprio che Redshape, con il suo “The dance paradox”, abbia rispettato a pieno queste regole basilari.
L’album, che arriva dopo numerosi ep di successo per l’autore, vedrà la luce il prossimo mese, sulla label olandese Delsin, segnando un punto fondamentale per il mercato musicale.
Le sue sonorità sono un crossover tra la storia detroit techno, l’atmosfere dei primi dischi electro alla The Hacker e le più moderne influenze funky e deep che stanno spopolando in questo momento.
Non ci potrebbe essere intro più azzeccato di “Seduce me”, track dalle sonorità oscure arricchite da un groove e bassline provienienti dalla vera scuola analogica fatta di synth e campionatori che si possono toccare e non da vst o software.
Si entra nel clima dell’album con “Garage Gt”, traccia techno che come tutto il lavoro ricorda le prime sperimentazioni, arricchito da un synth proveniente più dalla scuola di Chicago che da quella di Detroit. Grazie ai suoni d’atmosfera metropolitana, campionanti chissà dove, sembra di camminare nelle strade della sua città: Berlino.
Il ritmo aumenta e si passa a un brano che imprime carica e aggressività alla pista. “Bound part 1 & 2” ci regala un basso devastante che tiene il ritmo a dei pad in pieno stile Inner City. Perde un po’ della sua bellezza nei suoi otto minuti, ma chi ci obbliga a suonarla tutta?
Redshape però non è soltanto pura cassa dritta, ma anche la cassa spezzata in buon ritmo break&beat è pratogonista su “Man out of time”. Rimangono le atmosfere deep che sembrano provenire da un film horror e che danno vita a un lavoro pregiato, grazie anche al bassline caratteristico della parte finale del pezzo.
Ritornando alle sonorità da club, “Globe” ci esprime tutto il suo valore grazie al suo groove e al suo basso dalle sonorità acide. Sicuramente uno dei pezzi più forti, che non lascerà scontento nessuno.
Avvicinandoci alla fine del disco si incontra un’altra traccia spezzata, ma questa volta con un beat aggressivo, “Roschach’s Game” sembra una fusione tra un brano dubstep e una colonna sonora dark.
Il penultimo brano ci porta sempre più indietro con il tempo e tra un groove formato da tb808 e tb903, “Dead space mix” è un gioco tra percussioni live e bassline crudi e sempre più profondi. L’album si chiude con “Dark & Sticky”, traccia anch’essa dalle sonorità deep, contraddistinta da una carica immensa che riesce a trasmettere all’ascoltatore e alla pista.
In conclusione un prodotto che sembra uscito agli inizi anni 90′ ma che al suo interno, riesce anche a fondere influenze più moderne. Un prodotto maturo, che entra diritto diritto nei migliori lavori dell’anno in corso e chissà se non riuscirà a guadagnarsi anche qualche posto più in alto nell’olimpo della musica techno.
Fabrizio Gattuso
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D’altronde poi lo dicono pure i giapponesi che il numero 4 porta sfiga (l’ideogramma che lo rappresenta è lo stesso usato per la parola morte n.d.r.) quindi non posso dire che non ero stato avvisato, ma tant’è eccoci per la quarta volta consecutiva sul volo Ryan delle 22.00, che in meno di due ore ci porta da Bergamo a Francoforte per il Green and Blue numero 7.
Il festival made in Cocoon quest’anno è a un punto di svolta dovuto principalmente al cambio di location che dal Waldschwimmbad, ora destinato ad ospitare un grande albergo, è stato trasferito al Birkengrund rimanendo comunque in di Oberthausen.
Lo staff di Herr Vath ce l’ha messa tutta per rassicurare il pubblico sulla qualità della nuova sistemazione e, proprio per questo, la delusione è stata ancora più grande:
dove erano stati promessi verdi prati ci sono asfalto e sterpaglie, dove ci si era illusi di sguazzare allegramente in un placido laghetto blue ci sono enormi hangar para militari.
Insomma più che lo splendido ed intimo party cui eravamo abituati ci siamo trovati nel bel mezzo della versione estiva del Time Warp, evento ormai da anni votato al marketing e alle masse.
Il disappunto impiega pochi minuti a diffondersi tra gli habituè del G&B, per la maggior parte ragazzi del posto, che vedono la loro festa preferita, da sempre intima e rilassata, diventare un carnaio turistico dove non c’è nemmeno lo spazio per stendere i plaid per il classico picnic di fine estate.
A farci ritrovare parzialmente il buon umore ci pensa però Cassy. La Dj (ormai) berlinese, prima ad esibirsi sul palco blue dalle 10 all’una, ci vuole bene e capisce la nostra amarezza così, col suo immancabile sorriso, ci abbraccia dolcemente con un set house morbido, allegro, dove il funk è protagonista ed ogni nota dipinge l’aria di un colore diverso.
Puntuale arriva il cambio di consolle con il live dei rientranti Swayzak. Arrivati al successo grazie a produzioni minimal house ed electro, il duo inglese dopo una lunga carriera iniziata nei primi anni ‘90 negli ultimi tempi si era preso una pausa di riflessione da dedicare ai rispettivi progetti solisti, per poi ritornare insieme quest’anno ripubblicando il loro album d’esordio Snowboarding in Argentina in versione remastered.
In pochi minuti i grigi nuvoloni che coprono Oberthausen diventano granitici e soffocanti, il dub assorbe ogni cosa che incontra mentre un basso meccanico ara l’asfalto.
Nel frattempo sul main stage Radio Slave is in da house propinando una performance tanto anonima quanto lucida fotografia dell’attuale Dj trendy che ha scoperto ieri l’House Music e butta sul piatto qualche bonghetto a caso infarcito di hit vecchie di almeno un anno quale La Mezcla, il tutto naturalmente in formato mp3.
Fortuna che dopo c’è Jacek Sienkiewicz un artista vero che ha sempre dimostrato uno stile unico: il metallo viene fuso per creare lingotti di groove e le scintille che fuoriescono dagli stampi solleticano i tweeter con una firizzante distorsione. Si chiude con un bel pezzo anni ‘70 a base di chitarre acide ed inni all’amore universale, assist perfetto per papà Sven Vath che per l’occasione (probabilmente intuendoil malumore generale) ha optato per atmosfere baleariche tutto chitarrine e buoni sentimenti.
Flashback: alle 14 davanti al palco blue si raduna la curva della nazionale italiota sventolando tricolori ed il loro bisogno di droghe. Comincia il set di Marco Carola.
Marco è uno di quei Dj che ho amato fin dall’inizio, una guida nell’universo della musica Techno, ed è per questo che adesso sono spietato nei suoi confronti (come per Richie “I want the money” Hawtin). Questa era la sua prova del nove, l’appello finale in cui dimostrare che lui la classe non l’ha mai persa, ed invece dopo un inizio incoraggiante dal gusto funkettone eccolo ricadere nella banalità di questi anni: tre ore di ritmiche ottenute facendo rimbalzare alternativamente un Tango e un Supertele, al posto dei mitici tre piatti un pc col solito mortale delay che ormai pompano pure sui treni di Tozeur.
Eppure va detto che ad un tratto succede qualcosa, un brivido sale lungo la schiena e gli infiamma il volto, dalle casse risorgono i suoni della Zenit che per 20 minuti provano a svegliare quel branco di zombie senza colpo ferire. L’incantesimo finisce, la noia ci condanna a migrare all’ombra del terzo palco, il solo ad essere in-door.
L’uomo delle trombette, Sis, sta letteralmente incendiando il dancefloor con un groove tiratissimo su cui decollano loop di fiati, senza comunque cadere nell’autocelebrazione suonando le sue hits più famose. Perfomance sicuramente di ottimo livello ma c’è un pò di amaro in bocca per quella sensazione da live p.a. per cui basta schiacciare play sul computer e quindi potersi scaricare la posta in pace.
Tobi Neumann e Onur “sorcino” Ozer col progetto Sensitiva mettono in piedi un show colorato ed energetico non male anche se forse troppo ripetitivo.
Il tempo di una raffinata cena con bratwurst und pommes frittes a la carte e ci godiamo il miglior dj set della serata, serio candidato a djset of the year (e non vi dico le bestemmie sul fatto di essere in un parcheggio anzichè in mezzo ai salici…).
Ricardo Villalobos ha preso possesso del suo blue floor dando vita ad una performance al di là di ogni definizione: ecco dove si vede l’Estro dell’Artista, la capacità di plasmare suoni diversi in una scultura armonicamente uniforme ma che a seconda dell’angolazione da cui la si ammira offre differenti riflessi.
E così gorgoglii di Tb-303 ipnotizzano i ballerini, chitarre gitane li scuotono ed eteree sinfonie li cullano.
Ormai non si può più parlare di minimal techno, Ricardo è andato ben oltre gli schemi del genere, la Musica viene messa davanti a qualsiasi sforzo di catalogazione, ricercando suoni nuovi e strutturati sulla via tracciata molto tempo prima dalla magica Triade veneta; peccato che da noi nessuno recepì il prezioso insegnamento.
Per il gran finale con fuochi d’artificio torniamo da Sven che saluta tutti con alcuni classici acid house anni ‘90 abbracciato dall’immancabile mamma raver.
L’after al Cocoon Club, però, è l’ennesima delusione della giornata: Cassy e Villalobos pur essendo ottimi Dj’s non si completano a vicenda (come invece avviene quando affianco al pennellone c’è Raresh) ed il back to back è un lungo loop house che sebbene di buona fattura non ci permette di superare la stanchezza accumulata per cui alle 03.00 prendiamo la strada di casa.
La definitiva commercializzazione di un evento come il G&B segna la momentanea fine creativa della scena di Francoforte che, al contrario di quella berlinese (dove non a caso si è trasferito il Villa), è troppo piccola e monopolistica per godere di rinnovamenti costanti, ed anche se si dovesse riprendere non avrei comunque più il mio bel prato su cui poter festeggiare.
Federico Spadavecchia
technorati tags: green+and+blue, sven+vath, cocoon,ricardo+villalobos
Adesso come adesso, in un momento in cui il mercato è stato invaso da etichette e producer che si sono buttati a capofitto sulla deep/nu-house, risulta sempre più difficile creare un lavoro valido ed originale, rimanendo sempre su un genere quasi saturo di sperimentazioni.
Tutto ciò non accade quando una label come la Vakant e un giovane artista come Mathias Kaden si mettono al lavoro. “Studio 10” è un album elegante, ma allo stesso mondo ricco di carica adrenalica, capace di far ballare anche i clubbers dal palato più fine.
Ricco di influenze. partendo dal sound delle città americane come New York e Chicago, fino ad arrivare al sound più minimale della scuola tedesca, l’album non scade mai nel banale e nel commerciale.
Il disco si apre con “Intro ducing”, forse l’unica traccia ad avere uno stampo classico e meno ricercato, ma di grande impatto sulla pista.
Le cose cominciano a farsi serie con “State of stasis”, dove viene inaugurata la prima delle collaborazioni. Questa volta si tratta del cantante Gjaezon, che tra un groove curato e mai eccessivo dove la tr808 la fa da padrona e un synth di chiara scuola house, danno la prima scossa al lavoro.
Il vero e proprio primo acuto si ha con “Lowrey”, traccia successiva, dove Florian Schirmacher lascia la firma con la sua strepitosa traccia d’organo immersa in altrettanti strumenti classici. Unica pecca è quella di non aver dato un po’ di spazio alla cassa dritta, che in alcuni frangenti poteva dare una spinta in più. Ian Simmonds, invece, firma con la sua voce calda e prondoda allo stesso tempo, il vocal per “Panic Stricken”. Traccia numero quattro che con un ritmo pacato e mai eccessivo, esprime eleganza in ogni singolo strumento o campione.
Il disco prosegue con “Chazz”, il secondo vero e proprio acuto e sicuramente il pezzo più forte. Nel groove si sente l’influenza del suo collega di label Robag Wruhme, ma questo non fa passare in secondo piano il valore immenso della traccia. In un mix tra minimal techno, synth house e sample vocali vivisezionati dall’autore, si celebra la follia emotiva che verrà scatenata in pista.
Scorrendo l’album, influenze jazz, grazie alla presenta di Fender Rhodes, si fanno sentire nella corta ma intensa traccia “Defender”, sarebbe stata gradita una versione un po’ più lunga di 1:12, un vero peccato. Il lato più deep però, viene tirato fuori da “Mascieta” e “Kawaba” in collaborazione con la cantante Tomini Ukumori, dove atmosfere da altro mondo, danno un tocco di particolarità a questi due lavori. Voltando pagine, il terzo ed ultimo acuto di un certo spessore è quello di “Ikenga”, traccia interamente costruita su sample della tr808 e da un bassline gommoso, sarà un altro pezzo che scatenerà l’isteria collettiva negli ascoltatori.
Chiudono l’album “Re Menor” e “1981”, data della nascita della tr808, l’ennesimo gesto d’amore verso la Roland, è il naturale proseguimento delle altre due tracce deep precedentemente menzionate. L’ultimo pezzo, con la collaborazione del solito Gjaezon, è quello decisamente più influenzato dai ritmi da club.
Un album di ottimo livello, che vede l’artista curare i minimi dettagli, grazie alle numerose collaborazioni e al fatto che quasi tutte le percussioni sono state suonate e registrate dal vivo.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: Mathias Kaden, Vakant, Studio 10
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