Restare originali ma allo stesso tempo creare un prodotto che funzioni e che faccia ballare anche i cultori del genere techno. Questa è la ricetta per proporre un album con la A maiuscola e sembra proprio che Redshape, con il suo “The dance paradox”, abbia rispettato a pieno queste regole basilari.
L’album, che arriva dopo numerosi ep di successo per l’autore, vedrà la luce il prossimo mese, sulla label olandese Delsin, segnando un punto fondamentale per il mercato musicale.
Le sue sonorità sono un crossover tra la storia detroit techno, l’atmosfere dei primi dischi electro alla The Hacker e le più moderne influenze funky e deep che stanno spopolando in questo momento.

Non ci potrebbe essere intro più azzeccato di “Seduce me”, track dalle sonorità oscure arricchite da un groove e bassline provienienti dalla vera scuola analogica fatta di synth e campionatori che si possono toccare e non da vst o software.
Si entra nel clima dell’album con “Garage Gt”, traccia techno che come tutto il lavoro ricorda le prime sperimentazioni, arricchito da un synth proveniente più dalla scuola di Chicago che da quella di Detroit. Grazie ai suoni d’atmosfera metropolitana, campionanti chissà dove, sembra di camminare nelle strade della sua città: Berlino.
Il ritmo aumenta e si passa a un brano che imprime carica e aggressività alla pista. “Bound part 1 & 2” ci regala un basso devastante che tiene il ritmo a dei pad in pieno stile Inner City. Perde un po’ della sua bellezza nei suoi otto minuti, ma chi ci obbliga a suonarla tutta?
Redshape però non è soltanto pura cassa dritta, ma anche la cassa spezzata in buon ritmo break&beat è pratogonista su “Man out of time”. Rimangono le atmosfere deep che sembrano provenire da un film horror e che danno vita a un lavoro pregiato, grazie anche al bassline caratteristico della parte finale del pezzo.
Ritornando alle sonorità da club, “Globe” ci esprime tutto il suo valore grazie al suo groove e al suo basso dalle sonorità acide. Sicuramente uno dei pezzi più forti, che non lascerà scontento nessuno.
Avvicinandoci alla fine del disco si incontra un’altra traccia spezzata, ma questa volta con un beat aggressivo, “Roschach’s Game” sembra una fusione tra un brano dubstep e una colonna sonora dark.
Il penultimo brano ci porta sempre più indietro con il tempo e tra un groove formato da tb808 e tb903, “Dead space mix” è un gioco tra percussioni live e bassline crudi e sempre più profondi. L’album si chiude con “Dark & Sticky”, traccia anch’essa dalle sonorità deep, contraddistinta da una carica immensa che riesce a trasmettere all’ascoltatore e alla pista.

In conclusione un prodotto che sembra uscito agli inizi anni 90′ ma che al suo interno, riesce anche a fondere influenze più moderne. Un prodotto maturo, che entra diritto diritto nei migliori lavori dell’anno in corso e chissà se non riuscirà a guadagnarsi anche qualche posto più in alto nell’olimpo della musica techno.

Fabrizio Gattuso

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