Fosse vissuto ai tempi della Restaurazione l’avrebbero torturato a morte come Giordano Bruno, perchè come lui Frank Rothkamm è un misterioso filosofo visionario prima ancora di essere artista (si parla di lui anche in relazione al MO.MA di New York).
Rothkamm affida le proprie eresie sonore a romatici computers che calcolano con millimetrica precisione la rotta delle comete, mentre lui è completamente perso nel buio.
Nell’oscurità dove tutto è fagocitato dal vuoto le onde celebrali sono drones che rendono lo stato di isolamento ancora più insopportabile; ma proprio quando si è soli, lontani da tutti e tutto, si può avvertire meglio il peso della coscienza e ci si rende conto di essere vivi.
Questa è ambient esistenzialista!
Non serve l’elemento ritmico per conferire tensione al paesaggio di nebbia e paludi tratteggiato da questo bizzarro musicista, ed è comunque inutile cercare di sporgere in là lo sguardo per orientarsi: il suono, massima espressione di architettura matematica, è la chiave dimensionale dello spazio e del tempo per cui ad ogni tocco di chitarra corrisponde un universo differente.
L’io posto davanti all’infinito è un bambino spaurito ma al tempo stesso curioso di scoprire cosa c’è più in là oltre l’orizzonte.
Il disco in questione è un’opera austera con alle spalle una grandissima attività di ricerca, ma a suo modo affascinante con le tracce che colpiscono più per i dettagli che non per il loro insieme. Un cd da ascoltare con la casa deserta stando quasi in contemplazione perchè a differenza di quanto teorizzato da Brian Eno qui non si tratta di musica per ambienti ma di sound design per la nostra anima.
Federico Spadavecchia
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