labyrinthChe ormai la deep house sia la moda del momento non ci sono dubbi, proposta indistintamente sia da chi fino a ieri giurava eterna fedeltà alla minimal techno e sia dagli ex seguaci dell’house commerciale che, messe da parte canottiere e trombette, si incamiciano e si riempiono la bocca di parole come atmosfera, viaggio e Chicago house.
D’altronde il termine deep fin dalla preistoria della club culture è sempre stato iper gettonato, con i puristi che vi indicavano il loro grado d’apprezzamento della musica, quindi era passato a definire un preciso stile dell’house newyorkese post Paradise Garage (il primo Francois Kevorkian per intenderci) caratterizzato da armonie soffuse e pulite con missaggi quasi infiniti che avevan scatenato la mania per i mixer valvolari.
Tra la marea di spazzatura che circola oggi però c’è ancora chi si distingue come appunto i ragazzi della Plastic City rec., attiva fin dal 1993, che pubblicano in questi giorni il nuovo album di uno dei loro artisti di punta vale a dire Terry Lee Brown Jnr. Labyrinth aggiorna la deep ai tempi post minimal rivelandosi un bagno sensoriale, una vasca in cui immergersi per fondersi con l’ambiente intorno a noi.
Le 14 tracce sono composte a strati: su di una batteria percossa con bacchette di cotone vengono spalmati micro suoni organici lisci come pietre levigate dal continuo scorrere dell’acqua.
Il beat è costantemente fluido senza scossoni, mentre echi di sottofondo raccontano di storie lontane.
La tensione emotiva, sottile ma penetrante, conduce l’ascoltatore in un perenne stato di malinconia verso un qualcosa di vago e indefinito che cerca di comprendere ondeggiando con gli occhi chiusi.
Mi sorprende che il cd non sia mixato visto il suo andamento perchè qui parlare di viaggio ritorna, finalmente, ad avere un senso!
Terry, infatti, non confeziona un classico album con 3 hits, 2 downtempo e 6 riempitivi di mestiere, o la solita scorta di club tools, quanto piuttosto ricama le stoffe del dub col filo dell’house per un’unica canzone suddivisa in più parti un pò come i movimenti nella classica, oppure come più grossolanamente sbraitava la mamma quando il volume dello stereo era troppo alto: “E smettila di far girare sempre lo stesso pezzo!!!“. Disco perfetto per chi, all’alba, sogna ad occhi aperti.

Federico Spadavecchia

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