Correva l’anno 1982 e la New Wave c’era, esisteva, ed era pure giusto così.
Era materia e sintomo di una sorta di nera appartenenza di chi, in un certo senso, vedeva l’oscuro vivere e il non-vivere come una scelta legata ad un sentimento d’amore pessimistico e disperato.
La New Wave faceva parte di quel “sintomatico mistero” o meglio di quella corrente, che come la storia se ne fa paravento, arriva fino ad oggi ripercuotendosi – a distanza di anni – e trovando poca credibilità, venendo spesso screditata, salvo alcuni capi saldi.
Correva l’anno 1982 e chi sentiva i New Order, per fare un esempio, e comprava un disco dove c’era incisa Temptation, e supponiamo che l’acquirente fosse italiano, ciò significava due cose fondamentali:
La prima: c’era un volere di ricerca, come una fede, anche stilistica e non modaiola, tale da venir considerato abbastanza ai margini, ma non per questo marginale per confluire in uno “sparti acque” di solleticante avanguardia, così rilevante da cambiare verosimilmente le sorti della musica rock…
La seconda è che i dischi si compravano e i concerti erano eventi di una relativa consistente importanza.
L’evento live era sostenuto, rispettato e aspettato.

Nel recuperare certe estetiche, tendenza non del tutto negativa, come la teoria del termine “Post Punk” pensata da Simon Reynolds, arrivati ad oggi spesso si cade nell’errore nostalgico di rimanere abbarbicati a sentori e ricordi; come un moto perpetuo di revisionismo in note e voci distrutte da chissà quale male di vivere; di battute precise e funzionali alle percezioni sensibili – che lasciano poco, se non il voltarsi esclusivamente indietro.
Oggi negli ascolti di un certo tipo, non si parla di questo o di quel dato tempo, e va da se che il risultato spesso è quello di non lasciar niente ne di creare realmente niente- niente di nuovo. Nemmeno c’è modo di esprimere o agglomerare “esseri audiofili” in una sorta di massa fluida che segue, rincorre e ricerca con estrema devozione certe sonorità, e non più correnti, musicali.
Il “passatismo” prescinde dalla creatività.
Gli anni ‘80 sono finiti, ma non significa che un certo genere di musica possa ancora denunciare e dimostrare qualcosa.
Da qui si potrebbe approdare a una serie discreta di gruppi o meri gruppetti incanalati in un’angoscia sostanzialmente scopiazzata degli anni ‘80, fiocchettata grossolanamente di pasta di riso, facce emaciate, malesseri e tristezza vagamente sparsa, anfibi e pantacollant e un costante sguardo verso ciò che per la maggior parte di noi giovani dovrebbe essere obsoleto.
Questo concetto è anti-tempo, la musica di qualità deve viaggiare legata a doppio nodo con il tempo, come madre e figlia e farsi bella con il supporto di una cultura storica.
Quindi, correva l’anno 1982 e chi sentiva i New Order, nutriva e nutre ancora oggi un sentimento di ricercato e accanito romanticismo, tale da venir considerato abbastanza ai margini, di nuovo e ancora fuori dalle righe, e ricco-molto ricco di un raffinato interesse.
La storia è fatta di gesti epici, ma anche di atti violenti.
La musica, pressapoco viaggia in maniera simile, ma non uguale.
Milano-Maggio 2011.
Al TNT, probabilmente nome non a caso, i Soft Moon di San Francisco hanno infiammato il locale cercando di far tornare alla mente gruppi come Sister of Mercy, Joy Division, Cure o Suicide.
Il loro album di debutto suona già da un anno e porta con se diverse contaminazioni di vario genere. grida strazianti mescolate in un caotico ordine che solletica partendo dall’industrial e arrivando ad una sorta di esoterico, sofferente e mistico synth wave con dei retaggi anche goth.
Poi le marce sincopate, le grida a volte eteree e strette a chitarre sognanti, come perse, si apprezzano e coinvolgono il pubblico in “circles” – ritmiche precisissime e il loro sprofondare in malinconici tetri e arroganti giri di basso, matematiche partiture di chitarra, synth espressionistici del più puro post punk.
L’artefice è Louis Velasquez che, insieme al suo gruppo, dipinge e rappresenta in maniera paradossale, ma estremamente tecnica e ricercata in quanto a strumentazione e suoni, un meraviglioso quadro visionario e vagamente metafisico , potente al livello di caratteri, forme e cura anche nel tergiversare verso immagini horror e post apocalittiche come nei pezzi “when it’s over”.
Pollice verso per questi umili e coraggiosi ragazzi. 8+
Chloe Raffey
La nostra scelta di questa settimana per Transition, la mitica trasmissione a base di musica elettronica condotta da Lorenzo Teneggi su Radio Antenna 1, sono i Riga, gruppo milanese composto da Martino Nencioni, Riccardo Pietroboni e Jacopo Barbaccia, che in questi giorni hanno visto uscire il loro ultimo album, escapism, sull’altrettanto italianissima ChewZ rec.
Il disco, techno nel suo significato più ampio, è una vera gita nello spazio più buio dove esplodono ritmiche e supernove mentre le melodie sono i fruscii degli asteroidi.
Dobbiamo però diffondere anche la notizia di un fatto molto spiacevole: giovedì scorso a Milano presso il nuovo Spazio Concept di via forcella doveva tenersi la presentazione ufficiale del disco ma è stata bruscamente interrotta dalle autorità locali (l’annona) le quali hanno multato pesantemente gli organizzatori e con minacce di ritorsioni giuridiche hanno stroncato la possibilità di ogni futura manifestazione cultural/musicale in quei luoghi.
Così dopo i vari Matrix e Dj Aniceto ecco un altro colpo al cuore della scena! Ancora una volta la musica elettronica viene demonizzata nel nostro paese e a farne le spese più gravi sono coloro che si impegnano per fare cultura al contrario di chi pensa solo a riempirsi le tasche.
Tracklist:
- CHICKS ON SPEED – WE DON’T PLAY GUITARS —
- LCD SOUNDSYSTEM – POW POW —
- HOT CHIP – OVER & OVER —
- PAUL KALKBRENNER – ALTES KAMUFFEL —
- ELLEN ALLIEN & APPARAT – SLEEPLESS (XTC RMX) —
- GREIE GUT FRAKTION – WIR BAUEN EINE NEUE STADT —
- DOMINIK EULBERG – H2O —
- KRAFTWERK – TOUR DE FRANCE —
- LEN FAKI – KRAFT UND LICHT —
- BURIAL FOUR TET + THOM YORKE – MIRROR —
- BOX CUTTER – COLD WAR (FEAT KEN & RYU) —
- APHEX TWIN – XTAL —
- DJ KRUSH – KILL SWITCH (FEAT AESOP ROCK) —
- DJ SHADOW – BUILDING STEAM WITH A GRAIN OF SALT (NIT GRIT MIX) —
- BEASTIE BOYS – MAKE SOME NOISE —
- GABRIEL ANANDA – SUSSHOLZ —
- MLT – RAUCH (LUKE ABBOTT RMX) —
- JAMES HOLDEN – A BREAK IN THE CLOUD —
- AZTEK MYSTIC AKA DJ ROLANDO – THE KNIGHTS OF THE JAGUAR —
DISCO Frequencies.it RIGA -KLINE COMA —
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E’ quasi incredibile trovarsi per la terza volta in praticamente neppure un anno a parlare di un nuovo progetto con protagonista Carsten Nicolai.
Non sono allora bastate le collaborazioni di altissimo profilo con Blixa Bargeld e Ryoji Ikeda per saziare la sua fame creativa; l’artista tedesco ha sentito la necessità di chiamare l’amico Ryuichi Sakamoto per aggiungere un capitolo alla loro opera più emozionale/emozionante iniziata ormai nel lontano 2002 e messa in pausa nel 2007 dopo l’uscita di utp_.
L’incontro tra questi due pilastri della musica contemporanea va come sempre oltre il semplice dialogo tra classicismo e tecnologia. Il titolo è già chiarificatore del percorso che ci attende: la summa delle passate esperienze basata sul versus, sull’eterno confronto tra approcci differenti alla materia.
In un universo parallelo in cui la visione d’insieme viene offuscata dal dettaglio, la sostanza consiste nelle sfumature: gli interventi di Alva Noto negli spazi vuoti tra gli accordi al pianoforte del Maestro giapponese sono talmente eterei da apparire alle orecchie dell’incantato ascoltatore come un’illusione percettiva. Grazie al glitch e agli echi il silenzio stesso diventa musica.
Tedeschi e Giapponesi hanno insita nella propria storia e nel proprio DNA la ricerca della perfezione, ne sono così ossessionati da sacrificare ogni cosa pur di ottenere una superficie liscia e asettica.
L’arte teutonica è sempre stata accusata di essere troppo algida e solenne, di non tenere conto dell’emozione riducendo di fatto le melodie ad equazioni matematiche. Minimalismo e contemplazione.
In effetti anche nel caso di Summvs la ricerca tecnica che vi è alla base è notevole, si pensi che per le tracce Microon I-III è stato utilizzato un particolare pianoforte (piano metamorfoseador en dieciseisavos de tono disegnato da Julian Carillo Trujillo e messo a disposizione dall’Università di Berna) ad intervalli di un sedicesimo.
Vi sono anche due cover di By this river (l’originale del 1977 era firmata Brian Eno, Moebius e Roedelius) volte ad esplorarne il fascino sia a velocità normale che in slow motion.
Come in tutte le grandi opere nipponiche la carica sentimentale è delicatamente impressionante.
La malinconia quotidiana della metropoli al tramonto è una sensazione da cui non si può scappare: le persone, come le note di Sakamoto, sembrano vivere isolate ciascune nel proprio mondo ma in realtà ricercano disperatamente il contatto umano a prova della loro esistenza.
Federico Spadavecchia
SRSLY. è la clubnight torinese interamente dedicata alle correnti musicali UK Bass e Future Garage di matrice inglese.
In soli quattro mesi, SRSLY ha saputo rimescolare le carte del clubbing torinese, proponendo suoni inediti, realizzando party memorabili e ospitando alcuni degli artisti più influenti della scena underground britannica (BEN UFO, PARIAH, IKONIKA, SHACKLETON, PAUL SPYMANIA).
SRSLY. prosegue la propria campagna di evangelizzazione post-dubstep con altri due importanti appuntamenti, accogliendo tra le mura del Puddhu Bar due fenomeni della scena underground britannica: GIRL UNIT e DEADBOY!
GIRL UNIT » 27 Maggio 2011
Philip Gamble, è uno dei ventiquattrenni più chiacchierati di Londra.
Inizia a farsi notare nei club inglesi mettendo dischi con lo pseudonimo di Girl U No It’s True e proponendo ghettotech e Baltimore club/house a 150 bpm. In breve tempo si fa strada tra i più infuocati party underground della capitale ed entra nel circuito Night Slugs, oggi una delle etichette più influenti della scena elettronica mondiale (tra le prime 10 nell’ultima classifica annuale di Resident Advisor). Dopo aver conquistato Londra ed essere approdato a Bristol, la Mecca del dubstep, Gamble espande le proprie traiettorie espugnando con la sua musica i principali club di New York.
Il 2010 è l’anno della svolta definitiva. Girl Unit pubblica su Night Slugs due Ep, I.R.L. e Wut, che lo consacrano come una delle rivelazioni della scena musicale britannica. La sua agenda s’infittisce con numerosi remix (tra cui Katy B) e il Fact Mix 154 per l’omonimo celebre magazine inglese. Bassi profondi e ritmiche graffianti caratterizzano la sua musica, arricchita da vocal femminili e synth di stampo Eighties, tra richiami hip hop, 2-step e UK garage.
Mentre il Guardian osanna Girl Unit, candidandolo virtualmente al prossimo Mercury Prize, Resident Advisor colloca Wut all’11° posto nella classifica dei brani migliori del 2010, davanti a giganti del calibro di Caribou, Four Tet e Matthew Dear.
DEADBOY » 3 Giugno 2011
Dj e produttore di Londra, Deadboy è un veterano della scena UK bass inglese.
Esordisce sul mercato discografico con l’EP U Cheated e in breve tempo gli viene assegnato l’onere e l’onore di inaugurare il ciclo musicale dell’etichetta Numbers, con il bellissimo If U Want Me, ricco di richiami garage e frammenti vocali femminili.
La musica di Deadboy affonda le radici nel ricco patrimonio musicale londinese, da Scott Walker al primo Hardcore degli anni ‘90, fino ad arrivare a house e UK garage.
Dopo aver remixato artisti del calibro di Scuba, Jamie Woon, Appleblim, Creep e dopo aver realizzato il FACT Mix 112 per il celebre magazine inglese, Deadboy intraprende il suo primo tour americano e nell’aprile 2011 torna con una nuova uscita su Numbers (ormai etichetta simbolo del panorama elettronico internazionale) dal titolo Here: tre tracce capaci di fondere groove e malinconia futurista, tra broken house, atmosfere disco e vocal suadenti.
Resident djs » VAGHE STELLE // GUIDO SAVINI // MATERIAL
Vaghe Stelle si è recentemente esibito al Micro_Mutek di Barcellona, dopo aver calcato i palchi di Club To Club e Dissonanze. Le sue produzioni stanno facendo il giro d’Europa e la sua musica è una miscela di elettronica e psichedelia.
Guido Savini è dj e cantante della band post-punk DID. Nei club abbandona il microfono per dedicarsi a ritmiche spezzate e bassi in levare, tradendo uno spiccato gusto per le atmosfere funky.
Material è un giovane dj di talento dal gusto raffinato, capace di fondere elegantemente garage, dub e broken beats.
Il weekend scorso a Camber Sands, piccolo paesino inglese sulla Manica, si è tenuta la quarta edizione del Bang Face Weekender: un festival di 3 giorni tenuto in un complesso turistico in cui Saint Acid e la sua banda hanno celebrato lo spirito del Rave riunendo artisti leggendari come Leftfield, Altern8 e Atari Teenage Riot, Moritz Von Oswald e talenti attuali come Ceephax, Space Dimension Controller e Gonjasufi.
Per rendere omaggio a tutto questo abbiamo scelto per oggi un inno del 1993: Baby D “Let me be your fantasy“. Rave on!
- BSBE – HEY BOY HEY GIRL —
- DELOREAN – STAY CLOSE —
- CUT COPY – NEED YOU NOW (CARL CRAIG RMX) —
- FEVER RAY – SEVEN —
- ELLEN ALLIEN & APPARAT – WAY OUT —
- ELEKTROCHEMIE – PLEASURE SEEKER —
- BOOKA SHADE – BAD LOVE —
- DISCO Frequencies.it – BABY D – LET ME BE YOUR PHANTASY —
- 2562 – CHEATER —
- HARMONIC 313 – CYCLOTRON —
- BURIAL – STREET HALO —
- MODERAT – A NEW ERROR —
- DOMINIK EULBERG – WENN ES PERLEN REGNET —
- GUY GERBER – TIMING (KOLLEKTIV TURMSTRASSE RMX)—
- DUSTY KID – MILK —
- CARIBOU – SUN (THANKS LINDA) —
- EXTRAWELT – SOOPERTRACK —
- LAURENT GARNIER – PANORAMIX —
- SANGUE MISTO – LO STRANIERO —
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Il dubstep è stata l’unica vera novità musicale degli ultimi dieci anni capace di lanciare nuovi stili e nomi di riferimento in grado di arrivare persino in top ten.
Certo che a guardarsi indietro di strada se ne è fatta parecchia se pensiamo alle 2 tavole della legge edite da Soul Jazz (Box of Dub vol.1 e 2), in cui la ritmica dava l’illusione di un genere lento ed il basso, culturista da competizione, faceva da palco a cantati reggaeggianti.
Ma la reale grandezza del dubstep, così come per la techno, sta sicuramente nella sua struttura aperta ad ogni influenza che rende nullo ogni tentativo di stretta codifica in un unico schema sicuro e prestabilito.
Per dirla alla Kode9 il dubstep in sè è solo un piccolo pianeta della costellazione post garage, ma il dubstep inteso nel suo significato più ampio è la culla dei mille sottogeneri che si stanno facendo spazio in consolle: wonky beats, techstep, future garage, per citare i più famosi.
Uno dei talenti più interessanti della scena è Barry Lynn noto ai più come Boxcutter. Inglese, classe 1980, appena ventenne riesce a catturare l’attenzione di una label come la Planet Mu di Mike Paradinas protagonista della cultura Rave fin dai primissimi ‘90 ed attenta osservatrice delle nuove tendenze restando sempre all’avanguardia.
Il nostro eroe lo riconosci subito con le sue atsmosfere idm ed il fare di tutto per stare fuori da ogni tentativo di catalogazione; questi sono infatti i tratti portanti dei suoi primi tre album (Oneiric, Glyphic e Arecibo Message).
Barry ha una visione d’insieme coerente ma continua, ad ogni passo successivo, ad introdurre novità interessanti.
Con The Dissolve entriamo nella sua cameretta da adolescente dedito alla psichedelia. Lunghi pomeriggi a far finta di studiare con gli amici ascoltando musica sballati sul pavimento mentre si naufraga nella luce del lampadario. Probabilmente se si fossero assunti gli acidi al posto di MDMA e ketamina oggi il dubstep sarebbe suonato così: un fluido mix di funk e disco, chitarre sintetiche ed idm.
ll passo più rilassato riporta aria nei fumosi warehouse e permette di sentire addirittura gli uccellini (quelli di Sueno Latino) e riflette la passione dell’artista verso l’house di Theo Parrish e l’hypnagogic pop (la dissolvenza del titolo è già un’ indizio cosìccome i colori scelti per la copertina).
I suoni della prima giovinezza verso cui si prova nostalgia però non sono già più quelli del rock ma quelli dell’house, conosciuti attraverso le cassettine dei compagni di scuola più grandi, distorti dalle lenti dell’Uk bass e del Sega Mega Drive.
Ora anche gli amanti del wobble bass potranno godere delle gioie degli after sotto il sole.
Federico Spadavecchia
Xplosiva, in collaborazione con Dna Dance Department e DNA concerti, presenta Gonjasufi live, sabato 21 maggio 2011 allo sPAZIO211 (Via Cigna 211, Torino)
Il folle e geniale musicista sciamano Sumach Valentine, in arte Gonjasufi, arriva in Italia per presentare la sua originalissima miscela di psichedelia, hip hop e funk.
Che di mezzo ci fosse qualcosa di un po’ mistico un po’ assurdo lo si capì dalla prima, primissima uscita: un 7 pollici (il formato del vecchio 45 giri) che conteneva un libretto di una ventina di pagine con dentro il suo “libretto di preghiere” (Holidays / Candylane, fine 2009). E quello che arrivò dopo, gli altri singoli e soprattutto l’intero album A Killer & A Sufi (2010), uscito sulla leggendaria label inglese Warp, non fecero che confermare che si aveva a che fare con un personaggio veramente folle.
Folle, ma anche geniale e assai affascinante nello scegliersi i panorami sonori di accompagnamento: Gonjasufi è sì lo strano figuro con la barba che assalta il microfono lanciandosi in ipnotiche derive dove il cantautorato è destrutturazione ed invettiva, ma è anche il leader di un progetto che ha radunato alcune delle migliori menti della nuova generazione di beatmaker californiani, a partire da Flying Lotus, Gaslamp Killer e Mainframe, e che successivamente ha chiamato a raccolta per una versione alternativa del suo lp d’esordio nomi nobili dell’elettronica più intelligente quali Mark Pritchard, Braodcast, Bibio, Oneohtrix Point Never (nel bellissimo The Caliph’s Tea Party, uscito a fine 2010).
Dal vivo Sumach Valentine – questo il suo nome all’anagrafe – è una presenza scenica particolarissima. Finora in Italia si era esibito solo nell’edizione 2010 del festival romano Dissonanze, diventando subito beniamino degli spettatori ma anche degli altri musicisti presenti al festival (la maglietta con la sua effige è un must…). Ora ha alzato ancora di più l’asticella della sfida artistica: sempre più sicuro dei suoi mezzi, torna nel nostro paese con una vera e propria band, per tradurre in modo ancora più complesso e straniante le sue intuizioni mistico-sonore, dove hip hop e funk digitale incontrano la musica devozionale o le allucinazioni da deserto californiano.
Biglietto: 15 E
Hard Crew sei stata messa in guardia, lo sapevi fin dall’inizio che avresti dovuto tirar fuori tutto il coraggio disponibile per questo quarto appuntamento a Camber Sands.
In giapponese l’ideogramma del numero 4 è lo stesso con cui si scrive morte, un presagio che lasciava davvero pochi dubbi d’interpretazione.
Fortunatamente nemmeno un esercito di zombies, vampiri ed assassini psicopatici può tener testa all’armata di James Saint Acid composta dai guerrieri più valorosi del mondo Rave. Che il Bang Face Weekender abbia inizio!!!
Ad aprire il vaso di Pandora dei prossimi tre giorni è stato chiamato una persona davvero speciale, da sempre in bilico tra più universi paralleli: Bez!
L’ex membro degli Happy Mondays, o meglio l’ex pusher visto che lui non suonava alcunchè, qui in veste di vocalist è puro carisma chimico, roba che al confronto il Franchino dei bei tempi era un morigerato Papa boy.
Ed a proposito degli anni ‘90 i primi artisti ad esibirsi sono tre veri prime movers della scena Uk hardcore: Bizzy B, Remarc ed Equinox.
I tre tenori mettono in scena un back to back con altrettanti mixer e sei piatti per render chiaro da subito un concetto base: la Old School è più viva che mai ed i giovani d’oggi ne hanno da mangiar panette!!!

Siccome repetita iuvant ci pensano gli ex Altern-8, Mark II (cambio di nome per motivi legali), a dare sonore ripetizioni di stile sciorinando quel mix di beats sporchi ed emozionanti che hanno segnato un’intera generazione, ma che ancora oggi hanno la forza di conquistare nuovo pubblico. L’unica megahit proposta a mò di ciliegina sulla torta è Baby D “Let me be your fantasy“, 1993 e pelle d’oca!

Tra gli emergenti spiccano i Baconhead, due ragazzi e una ragazza, che riescono ad esprimere chiaramente la loro opinione sul post wonky beat. Da rivedere al più presto.
Torniamo alle leggende ed in cattedra sale Pierre, il padre dell’acid house.
Non avevo grandi aspettative per il Dj americano visto che negli ultimi tempi, specie quando viene a suonare in Italia, si limita schiacciare play su un Pc carico delle hits del momento. Invece lo stronzone mi spiazza alla grande sfoderando vinili ed il lato oscuro e violento del suo wild pitch. Persino French Kiss suona come uno stupro a bordo della Morte Nera.
Nella sala grande intanto è la volta di Clark, alfiere della Warp rec., sferzare la pista con spranghe intelligenti.

Il coloratissimo pubblico del Bang Face è l’assoluto protagonista con i suoi banner bizzarri, i glowsticks ed i giocattoli da spiaggia gonfiabili ma soprattutto un’incredibile empatia; non è un caso che negli anni le facce degli oltre 2000 presenti siano bene o male sempre le stesse, il termine crew rappresenta perfettamente la situazione. Oltre a quelle indigene popolano l’allegro villaggio vacanze Pointins la crew degli Svedesi, che organizzano il prestigioso Norberg Festival (http://www.norbergfestival.com/), quella degli Olandesi che accompagna i devastanti Acid Junkies e la nostalgica/ecstatica 030303 Rave Team, e quindi la nostra crew italiana con tanto di pasta al pesto, soppressata calabrese e castagne al Rum (ringraziamento speciale a Mamma KK).

Il main event del venerdì è sua Maestà Jeff Mills ed il suo something in the sky.
Un’ora e mezza in cui le gambe rallentano mentre la testa è già dispersa nel cosmo: The Wizard tesse un sogno collettivo manovrando il brillare delle stelle. Decks e 909, bastano questi semplici strumenti per imbastire uno show grandioso quando si ha davvero talento e qualcosa d’interessante da condividere.
Atterraggio movimentato con The Bells e si riprende a sudare con i picchiatori Limewax, bravo ma tutto sommato ordinario, e la coppia Hellfish & Bryan Fury che ci mette al tappeto a tempo record.
La buona notte, si fa per dire, ce la da Mick Harris alias Scorn.
L’ex batterista dei Napalm Death è curiosamente allegro mentre evoca scenari di deprimente alienazione. Il dubstep viene avvelenato da un tossico assenzio, i ravers detestano il sole già alto.
Sia benedetta la fatica di oltre 24 ore in piedi che ci ha permesso di dormire nonostante l’afterhour organizzato dai nostri vicini di casa!!
Il sabato si apre con un ottimo set acid house di Space Dimension Controller, che per tutto il weekend ha fatto coppia fissa con Mark Archer dimostrando una devozione nei confronti della vecchia scuola davvero ammirevole.
Con l’intermezzo di Slugabed si passa ad un altro mitico nome del passato: Adamski!!!

Peccato che non si sia presentato con le tastiere per un più pratico Macbook, ma che freschezza!!!
Un’energia ed una presa Pop che vagliela a spiegare a tutti questi pirletti dal loop facile (e banale)!!! Il climax lo si raggiunge con un remix terremoto dell’intramontabile Killer e trattenere la lacrimuccia è fatica sprecata.
Caricati come delle molle scattiamo al grido di ATARI TEENAGE RIOT con Alec Empire che non ha perso per niente lo smalto degli esordi. La Techno spinta ai suoi limiti estremi satura gli imponenti Funktion One ritrovando il suo vigore come strumento di lotta politica. Kids are united for the rave-o-lution!!!

Ultimi giri di danze prima di tornarcene tra le lenzuola con l’istrionico Otto Von Schirach, ormai di casa al Bang Face, il tritacarne FFF ed Untold.
Tutto è ormai pronto per la grande festa di chiusura che inizia già al pomeriggio della domenica nel Queen Vic, il pub o sala 3, che ospita colui che avrebbero dovuto chiamare come Dj al ricevimento di William e Kate: Andy Ceephax Acid Crew Jenkison!!!

Il djset è un qualcosa di oltremodo spassoso: da Maria Cochita “vamos a bailar esta noche” (colonna sonora di Scarface) ai Depeche Mode, a “The Riddle” (sì quella che è stata rifatta da Gigi D’Agostino) ad ancora perle minimal synth di fine anni ‘70. Il massimo è stata una mezz’ora a base di sigle di telefilm anni ‘60 che si potrebbe interpretare come una lucida presa per il culo a tutti gli attuali Dj finto intellettuali che se la menano con trombette e loop pseudo jazz che manco dal dentista.
Finiti i giochi però si fa sul serio con il live: Tr909, Tr707, Tb303, SH101 e molto altro ancora per celebrare il suono acid e farci sudare come bestie!!
Un grosso punto interrogativo invece per Gonjasufi che anzichè proporre l’album si porta sul palco la band per 20 minuti di punk rock da assemblea musicale a scuola. Boh!
Meno male che le poche certezze rimaste nella vita ce le salva Luke Vibert con un set aggressivamente acido e mentale.
Il concerto dei risorti Leftfield va al di là di ogni più rosea aspettativa: si presentano in tre con una batteria da 10.000 pezzi e tipo 10 sintetizzatori!!!
La musica ci avvolge ma su Afro-Left e Space Shanty mi devo reggere forte alle transenne per non essere spazzato via dalla Bora dei subwoofer mentre dietro di me infuria la tempesta con ragazze che navigano su canotti e un gigantesco Smile che ci da la caccia. Se poi contiamo i visual 3D alle spalle del gruppo il trip è completo.

Un tenore in frac intona il Nessun dorma tra gli applausi di tutti mentre il padrone di casa Saint Acid ci regala l’ultima ora di festa. L’armata delle tenebre è stata sconfitta.
Il Bang Face anche stavolta ce l’ha fatta, questi ragazzi han dimostrato che un altro clubbing è possibile lontano dalle superstar capricciose e da utenti ignoranti, riuscendo ad equilibrare intimità con professionismo, Pop e ricerca. I coraggiosi che si spingono fino a qui sulla Manica sanno che ne vale la pena, per tre giorni si vive insieme sognando le stesse cose; i nomi dei Dj’s sono importanti ma mai quanto il l’atmosfera che si respira ed infatti c’è pure qualcuno che per tutto il tempo non è mai riuscito a mettere un piede dentro le sale!
Federico Spadavecchia

technorati tags: bang face, figate atomiche, camber sands
Dancity, associazione culturale di Foligno che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo di una nuova cultura musicale elettronica e contemporanea, nel territorio umbro ed in Italia, attraverso il Dancity Festival, giunto alla sua sesta edizione – che si terrà quest’anno ven. 1 e sab. 2 luglio – e la Musicalbox Eventi, da oltre vent’anni promotrice in Umbria di grandi concerti della canzone e della musica d’autore, propongono insieme il 19 maggio 2011 presso il Teatro Morlacchi di Perugia – in occasione della partita “Perugia per Sendai” del 18 maggio a sostegno delle vittime della recente tragedia giapponese – l’incontro tra due grandissimi artisti di livello internazionale, Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, in un evento che segue le finalità benefiche promosse con l’incontro di calcio.
La scelta della performance del duo nippo-tedesco, da cui ne è nata una produzione discografica e ora un tour, è frutto dell’incontro tra le due realtà organizzatrici (Dancity e Musicalbox Eventi) che curano la
produzione di questo straordinario concerto, durante il quale Sakamoto si esibirà al pianoforte e Alva Noto invece al “banco suoni e proiezioni”.
La finalità dell’evento è a carattere solidale e l’utile derivante dal concerto andrà in beneficenza, in particolare alla Red Dot Relief, una delle organizzazioni che sostengono la popolazione giapponese
coinvolta nella drammatica catastrofe ambientale, che collabora con Peace Boat, ONG giapponese.
INFO:
prezzi dei biglietti: da eur 20 a eur 38
prevendite:
ticketitalia.com / tel: 0743 222 889
ticketone.it
Teatro Morlacchi
piazza Morlacchi, 11
06123 Perugia
075 5734380
- LCD SOUNDSYSTEM – LOSING MY EDGE —
- ROCKETNUMBERNINE – MATTHEW & TOBY (FOUR TET RMX) —
- CARIBOU – BOWLS —
- DAPHNI – YE YE —
- APPARAT – ASH/BLAK VAIL —
- BURIAL FOUR TET + THOM YORKE – MIRROR —
- JACK SPARROW – LOVELESS (THANKS ADRIANO) —
- PETER BJORN & JOHN – IKYDIM —
- RONI SIZE – WINDRUSH(THANKS JOY) —
- GRAUZONE – EISBAER (THANKS GIOVANNI) —
- DJ HELL FEAT. BRYAN FERRY – U CAN DANCE (CARL CRAIG RMX) —
- LEGOWELT – DISCO ROUT —
- DOMINIK EULBERG – DIE 3 MILLIONEN MUSKETIERE —
-RICARCO VILLALOBOS – DEXTER —
DISCO Frequencies.it – ART DEPARTMENT – WITHOUT YOU —
technorati tags: transition, radio antenna 1, etere
Sabato 14 maggio Stereo ospita Norman Nodge!!
Dj resident del Berghain dal 2005, Norman Nodge è considerato l’arma segreta dell’underground techno berlinese. Nato a Lipsia, nella Germania Est, e cresciuto a Brandeburgo, è venuto a contatto con la techno dopo la caduta del muro. Dal ‘94 è attivo nell’organizzazione di numerosi eventi che contribuiscono a lanciare la sua carriera da dj, inziando a condividere la consolle con Marcel Fengler e Marcel Dettmann, diventando il loro mentore nell’ambiente techno. Proprio Dettmann, nel 2005, lo presenta al management del Berghain, dove diventa immediatamente resident, ruolo che mantiene con regolarità fino ad oggi, specializzandosi nella difficile arte del “riscaldamento” della lunga “notte” berlinese. Dal 2005 si fa conoscere anche come produttore ed è quasi scontata la sua uscita su MDR, la label di Dettmann, così come l’uscita su Ostgut Ton, dove il brano “Native Rythm Electric” lascia un segno profondo negli amanti della techno più pura, con il suo funk polveroso, il suo sibilo statico e la sua cassa potente. Dj di infinita esperienza, Norman miscela Detroit techno, Chicago house e Techno europea, fondendo il vecchio con il nuovo, i suoni soft con quelli più duri, sempre cercando di staccarsi da qualsiasi tendenza del momento. Stereo è orgogliosa di portarlo al Club Gamma per la sua prima data italiana e regalarvi l’ennesima, poderosa, notte di pura techno lungo fiume.
Resident Djs: REDROB & TSURA (Stereo – Overstep / Italy)
Inizio ore 23.00 – Ingresso: 5 euro prima dell’1.30 – 7 euro dopo l’1.30
Selezione alla porta: no guest list, no dress code, just be polite!
Club Gamma (Fluido River Side) – Viale Cagni 7 – Torino
technorati tags: Norman Nodge, club gamma, stereo
Outlook e’ un festival che si svolge ogni anno ai primi di settembre in Croazia dedicato ai suoni ed alle nuove tendenze metropolitane inglesi i suoni del dub del grime e della dubstep, della drum’n’bass.
Con oltre 400 artisti in programma e piu’ di 4 mila presenze Outlook festival e’ il piu’ importante festival mondiale dedicato a questi suoni.
4 giorni intensi di musica ai massimi livelli con i migliori rappresentanti della scena dub dubstep e grime mondiale e con una serie impressionante di showcase che vedranno la presenza di artisti da tutto il mondo.
Skream Benga Barrington Levy Roots Manua Kode 9 solo per citarne alcuni, una line up sensazionale che ha fatto di questo festival un appuntamento irrinunciabile , grazie anche al fatto che il festival si svolge nella bellissima location di Punta Cristo a Pula un luogo incantato sulle bellissime rive dell’adriatico, incastonato tra bellissime spiagge dove potersi rilassare e gustare tanta buona musica insieme a giovani provenienti da tutte le parti del mondo. (http://www.outlookfestival.com/)
Il 21 maggio 2011 Outlook farà tappa al mitico Old River Park
Line Up:
-first stage-
DUB
GUEST FROM BRISTOL UK —> DUBKASM
BABABOOM HI – FI (NAPOLI)
BRUCIATOWN FA MASS(NAPOLI)
SUNWEED SOUND (NAPOLI)
MIDNIGHT RESISTENCE HI – FI (ROMA)
MR DILL LION WARRIAH and IJAHMAN SUFFERAH
(SATIVA DUB STATION / 4WEED – CASERTA)
REDDOG (TORREGGAE/FUNKY P. – TORRE DEL GRECO)
ROB.SHAMANTIDE (DUB FARM/GANJA FARM – POMIGLIANO D’ARCO)
DUBSTEP
GUEST FROM LONDON UK —> KROMESTAR & SUN OF SELAH
LAPO (NUMA CREW – FIRENZE)
DJ JEFF (ASKYOURSELF – CASERTA)
FABER (NAPOLI)
JAHSOLDIA (PASTAFINA SOUND – NAPOLI)
NITROX & T_ONE (HARDFACTORY – NAPOLI)
TIPP KICK (CASERTA)
POWERED BY: BABABOOM HI – FI – BRUCIATOWN FA MASS – SUNWEED SOUND SYSTEM
-second stage-
RAP
GUEST FROM BOLOGNA ITALY —> KAOS-ONE
SKARRAPHONE (MERDA PROD. – NAPOLI)
DJ UNCINO (AMMONTONE PROD. – NAPOLI)
DOPE ONE (FRRESTYLE CONCEPT – NAPOLI)
HERMANO LOCO + DJ GESO (CASERTA)
V3A (CASERTA)
DJ DEEF (NAPOLI KIMICON – NAPOLI)
2 MANI (SALERNO)
NOISE CTRL (DUGENTA)
DRUM&BASS
GUEST FROM ROME ITALY—> MAZTEK
KA:LU (SUBCULTURE REC. – AROUND)
DJ KINA (MUSTHARD – ROMA)
MISS CRISS (ASKYOURSELF – CASERTA)
RECRUITS (4 WEED – CASERTA)
REDBOX (SOSTANZE RECORDS – ROMA)
BROKENSPUD (SOSTANZE RECORDS – ROMA)
JAKU&ANDLE (2STEP – NAPOLI)
WORST (BNC EXPRESS – PESCARA/MANDURIA)
POWERED BY: FULL JIBBOSOUND!!!
-third stage-
AREA EXPO
COLLETTIVO LATRONES
BOTTEGA DELL’ALTROMONDO
VALERIA PSICO CREATION
Tutte le info su locatio e prevendite su http://dubstep.altervista.org/wordpress/?p=1060
Non fosse che tutto quanto è successo davvero penserei d’aver letto un romanzo di Irvine Welsh.
Pensateci bene: un gruppo di amici sul finire dei ‘70 mette su una band e, dopo la tragica morte del loro cantante poco prima di partire per un tour negli USA, cambiano il nome del progetto ottenendo una fama mondiale quindi insieme ai propri manager aprono un avveniristico club in quel di Manchester, tanto incredibilmente avanguardista quanto fonte inesauribile di debiti e guai per i prossimi 15 anni. E se durante i primi 6 anni di attività la sua esistenza passa quasi inosservata è nel 1988, con l’esplosione dell’acid house e all’abilità dei Dj resident (Mike Pickering, Dave Haslam e Graeme Park prima Jon da Silva e Sasha poi), che l’Hacienda diventa il primo Superclub della storia mentre la Factory, l’etichetta che la gestisce, diventa il simbolo della fusione tra dance e rock indipendente.
In città non si parla d’altro che delle feste esagerate che vanno avanti tutta la notte esaltate dalla comparsa dell’Ecstasy, capace di trasformare un popolo chiuso e timido come quello inglese in sfrenati edonisti. Benvenuti a Madchester!
Non ci vuole molto però che le gang locali fiutino l’enorme affare della droga e scatenino una guerra per il suo controllo. La situazione si fa così pesante che lo staff dell’Hacienda è costretto ad ingaggiare una di loro come buttafuori nella speranza di interrompere quella spirale di violenza che aveva portato la città ad un nuovo battesimo: Gunchester!
Inutile dire che la pace così ristabilita era soltanto una tregua e che presto tornò ad essere tutto come prima. Inoltre benché ormai il club vantasse migliaia di clienti il bilancio continuava ad essere in perdita. Tuttavia dei conti in rosso non fregava nulla a nessuno perché oltre ad essere managerialmente degli inetti totali, agli Hacienda boys quello che veramente importava era offrire al pubblico un posto dove poter far festa tutti insieme con della grande musica!
Nel 1997, qualche anno dopo il fallimento della Factory, l’Hacienda fu costretta a chiudere definitivamente senza neppure un vero party d’addio. A sopravvivere, tra alti e bassi, resistette solo l’amicizia dei protagonisti.
In fine nel 2010 Peter Hook, bassista cazzone dei New Order, trova la forza di sedersi e riordinare i suoi ricordi svelando grandi doti narrative e rendendo finalmente giustizia ad una storia incredibile cui il film 24 hours party people non era riuscito a dare profondità. Vengono ridefiniti i ruoli degli attori comunque sempre guidati dagli stoici visionari Tony Wilson e Rob Gretton (che su pellicola era stato lasciato ai margini) ma soprattutto ci viene regalata una serie di spassosissimi aneddoti come quello che vede un giovaneLaurent Garnier cuoco nel pub dell’Hacienda, il Dry, oppure quello del cliente che aveva perso il pitone nel club, ed ancora i New Order che scoprono l’Ecstasy ad Ibiza nell’88 e il relativo mese di delirio.
Come disse una volta John Ford “Se devo scegliere tra la verità e la leggenda, allora scelgo la leggenda”, ma nel caso dell’Hacienda non c’è davvero differenza.
Federico Spadavecchia
technorati tags: hacienda, new order, manchester
Curiosa la storia di Kenny Glasgow e Johnny White, due artisti non proprio di primo pelo anzi, che però solo recentemente, dopo aver deciso di unire le forze, hanno ottenuto il meritato riconoscimento internazionale sotto il nome di Art Department.
Già dai primi singoli usciti, Without you e Vampire Nightclub (con il prestigioso feat. di Seth Troxler), si è capito che avevamo a che fare con un’house diversa ed oscura.
Il pulsare funky del basso striscia a mo di serpente a sonagli tra synth wave, scuotendo i fantasmi di una disco infestata.
Vero punto di forza dell’album è la voce (dello stesso Glasgow) che intona classiche liriche house tutte amore e gioia con una tonalità così bassa ed un’intensità tale da rimandare a parties sotto i cipressi.
Un pò come se i Depeche Mode nell’86 avessero pensato Black Celebration come Chicago house.
E’ direttamente la opening track, Much too much, a far capire che aria tira con la sua atmosfera crepuscolare ed un Kenny in veste di Muezzin dell’amore solenne e doloroso, quasi dissociato dalla felicità insita nelle sue stesse parole (Since the moment you came into my life/It was a dream came true). Too much love will kill you cantava Freddie Mercury.
Per quanto faccia sudare sul dancefloor anche la marcia di Tell me why pt.1 porta all’oblio.
In living the life abbiamo la prima apparizione di Seth Troxler; mood umido e melodie mentali sono la colonna sonora preferita dai vampiri in after.
Molto simpatico il gioco citazionista di What does it sound like che mi rimanda, per il giro di basso, alla mitica Killer di Adamski.
La grande hit del disco è chiaramente Without you, lo stampo originario, che ancora non ha smesso di farci ballare.
Collaborazione di lusso anche per We call love dove oltre che i trendissimi Soul Clap viene anche chiamato un faro della deep come Osunlade.
Vampire Nightclub vede di nuovo l’affiancamento con Seth e si parla pure stavolta di mega hit!
Prove di r’n'b futurista con In the mood e ritorno all’electro con Roberts cry.
La seconda parte di Tell me why è un omaggio all’high tech jazz.
Chiude la maestosa I C U dove Glasgow sfoggia tutto il suo talento come vocalist su una base deep house che non ti molla mai gambe e cervello; in un mondo migliore questo sarebbe lo status pop.
The Drawing Board è uno di quei dischi per cui l’emzione che provi ascoltandolo di notte, in cuffia, nel buio della tua stanza è la stessa di quando all’alba sei abbracciato ai tuoi amici sotto la consolle per applaudire gli Art Department.
Federico Spadavecchia
technorati tags: art department, house, the drawing board
Arrivato nella grande mela in un nevoso primo di aprile, sin dalla prima serata, alla faccia del jet-lag, ho provato ad inserirmi nel piano regolatore del clubbing indipendente della città.
Passando, nei vari giorni di soggiorno, dal supercool quartiere di Meatpacking, in zona Chelsea, alle Public Assembly più’ oscure di Brooklyn.
Facciamo un passo indietro.
LCD SOUNDSYSTEM decidono di dare l’addio alle scene col botto, programmando il loro ultimo concerto nientemeno che al Madison Square Garden.
“THE LAST SHOW EVER” era stato preso da tutti i fan come l’evento mediatico della stagione.
I tickets erano stati polverizzati dal secondo dopo che erano stati messi on line: d’altronde sarebbe stato l’ultimo concerto di sempre, il progetto sarebbe stato chiuso.
Su Ebay i prezzi dei pochi biglietti di “seconda mano” presenti erano schizzati fino oltre i 1000 dollari.
Nonostante tutto questo ero sbarcato a NYC carico di entusiasmo e smanioso di trovarne almeno 2 di questi agognati talloncini, in un mercato nero cittadino che speravo fiorente.
La prima sera poi, l’autostima derivante da una botta di culo/valida presentazione che mi permise di partecipare al Pre Party ufficiale organizzato dalla loro etichetta DFA, al 18esimo ed ultimo
piano di un hotel completamente in vetro sull’High Line con vista su Chelsea, mi convinse che ce l’avrei fatta.
La sera di venerdì primo aprile quindi mi immersi gratis e piacevolmente, insieme con la meglio gioventù’ musicale di New York, tra i vari artisti che solitamente leggevo sul sito della DFA,
chiamati in massa a far girare vinili per celebrare l’evento dell’indomani.
Si alternarono Shit Robot, Juan Maclean, Matt Cash, ed altri vari che con l’andar dei cosmopolitan che tracannavo fatico a ricordare.
Passavano dischi come Falling Up di Theo Parrish, Cavern dei Liquid Liquid o roba dei Talking Heads alternati a cose by DFA.
Donne e uomini, ma soprattutto donne, ballavano questa mistura di funk elettronico con il sorriso sulle labbra ed il cocktail in mano.
Capii subito che a New York bere è considerata una cosa tremendamente seria.
Il bancone del bar esplodeva, nonostante i 17 dollari a bevuta, l’atmosfera era incendiaria. Si prosegui’ così in un confuso crescendo funkalcolico fino alla mattina.
Tutto era figo anzi pheeguissimo.
Il giorno dopo, sabato, era arrivato, ed io ero ancora sprovvisto dei biglietti. Sin dal tardo pomeriggio avevo cominciato cautamente ad aggirarmi nei dintorni del Madison Square Garden per
cercare l’uomo giusto.
Sulle principali riviste musicali cittadine l’avvenimento era attesissimo.
La sera prima al Madison Square Garden suonavano i celeberrimi Strokes. Ebbene su Time Out, diffusissimo e credibile magazine di nightlife e non solo, consigliavano neanche tanto ironicamente di acquistare i biglietti degli Strokes, solo per provare a nascondersi dietro al proprio seggiolino ed aspettare lo show di LCD Soundsystem del giorno dopo, i cui biglietti non erano mai stati visti da nessuno. Nulla. Fino alle 8, ora in cui il concerto stava per iniziare, non trovai niente.
Poi l’unico personaggio che mi offrì 2 biglietti era un afroamericano alto circa 2 metri e largo 70 cm.
Nel giro di 40 minuti da 200 dollari l’uno riuscimmo a contrattare a 100 cad.
Scucimmo i soldi e di corsa dentro, in mezzo alla marea umana che stava arrivando da Pennstation, tutta vestita uguale, completamente di bianco con il cravattino nero, ad imitare James Murphy.
Passato il primo check point, cominciavo già a sentire in sottofondo la filodiffusione che scandiva note dell’ultimo cd degli LCD’s. Ce l’avevamo fatta.
Tutto liscio.
Fino all’ultimo limite.
Un uomo con la pistola ad infrarossi bloccò la nostra euforia. Ci invitò a far controllare nella fila apposita all’ingresso se il biglietto fosse regolare.
Cinque minuti dopo sui nostri tagliandi campeggiava il timbro indelebile “fake”.
Uscendo, vidi, a poche decine di metri, il bagarino che ci aveva dato il “pacco” ancora aggirarsi placidamente nella zona, forte della sua stazza.
Li per lì lo sconforto o l’adrenalina mi fece optare per un’azzardata pacca sulla spalla ed “Hey man, sorry man, give me my money back!!!”
Bhè, inverosimilmente lui si guardò intorno e mi ridiede i miei dollari. Non ci potevo credere.
La mia faccia doveva essere proprio incazzata.
Per un secondo pensai di riprovare a cercare un altro bagarino. Poi le incognite legate ad una nuova disperata ricerca prevalsero e decidemmo di spostarci salutando definitivamente la possibilità di assistere al “THE LAST SHOW EVER“.
Ci dirigemmo a Williamsburg per la cena e per avvicinarci al party, di cui, in modo avveduto, avevo comprato le prevendite su Resident Advisor (lì ero riuscito). Dalle 2 avrebbe suonato il mio ammiratissimo Caribou.
Non avevo mai visto niente di Williamsburg e l’impatto fu da non credere. Scendere a Bedford Avenue lascia a bocca aperta per l’immagine vintage di fiabesco villaggio Indie (o se preferite Hipster) su misura per music addicted.
Locali uno dietro all’altro per isolati; concerti, club ed ogni genere di espressione musicale in evidenza ad ogni angolo.
Le strade tappezzate di manifesti di live formidabili ascoltabili nei paraggi. Prezzi ragionevoli. Un viavai mostruoso e continuo di personaggi stile festival musicale.
Lontanamente potrebbe ricordare un po’ Friedrichshain a Berlino, più’ in grande; per altri versi anche alcune zone di Camden Town a Londra, ma decisamente più’ autentico e non turistico. Con un completamento come quello dello Skyline di Manhattan visto dalla parte di Brooklyn.
La serata continuò con la ricerca del locale, che facemmo fatica a scovare perché non era un locale. La festa si sarebbe tenuta al primo piano di un vecchio magazzino degli anni ‘40. Uno stanzone enorme con pavimento in parquet, bancone del bar costruito con legni improvvisati e consolle tipo altalena legata con delle cinghie ai tubi che passavano sul soffitto.
Mister Saturday, così si chiama questo party itinerante che ogni sabato offre un ospite internazionale e si sposta di settimana in settimana in varie zone della città.
Anche qui tappeto musicale tendente ad un funk-nudisco, con la gente che continuava ad entrare e a riempire lo stanzone e ad affollare il bar.
Se la sera prima a Chelsea il pubblico era da rivista patinata, lì a Brooklyn si avvertiva un’energia più’ meticcia, colorata e sudata, ma invitante ed accogliente oltre che spontanea e schietta.
Caribou si presentò in orario, con occhialini da vista modello professore in pensione, ma con una gran voglia di divertirsi.
Il set alternava pirotecniche girandole d’elettronica aggiunte a quel ritmo un po’ ruffiano che costringeva tutti a muoversi, pur senza un groove costantemente grasso o potente.
Doverose poi le parentesi Funk, regalate a mo’ di tributo alla città che l’ha inventato e in cui ancora ama inzupparsi.
Dopo averlo sentito live con la sua band, devo dire che anche in veste di dj risulta distinto, disinvolto ed introspettivamente estroverso.
Ottimo poi l’ascolto dell’inedito Ye Ye, uscito su vinile di li a poco, sotto lo pseudonimo di Daphni.
Tutto questo ed ero arrivato solo da un giorno e mezzo.
La mia permanenza prosegui’ ottimante di giorno come di notte, vagando più’ o meno casualmente tra dj set all’interno del Moma Museum, sempre aperte ballroom nel Lower East Side o nel
Village, che potevano regalare techno di giovani sconosciuti come di Francois Kevorkian. Oppure concerti di uno delle migliaia di gruppi in gamba reperibili a New York.
Mi sono imbattuto in ordine sparso in: Le Tigre, The Drums, Wire, Holy Ghost, Metro Area, un revival del Paradise Garage di Larry Levan .. tutta roba di primissima scelta che si poteva scialare nel mucchio delle proposte.
Dire “tanta roba” non sarebbe esagerato.
Poi per il gran finale, l’ultima notte NYese, il venerdì’ seguente, rintracciai leggendolo su un giornaletto locale l’Unsound Festival, programmato nella Williamsburg Public Assembly. Organizzato
sin dal pomeriggio, in collaborazione anche con Mutek Festival.
Questo Unsound nel line up presentava nomi gravitanti attorno all’etichetta inglese Hyperdub oltre che lo stesso fondatore proprietario Kode 9.
Mi presentai giusto in tempo per gli ultimi tickets disponibili.
Le due sale erano abbastanza piccole, nere con poca luce, all’interno di quella che era la sede primi ‘900 dell’Associazione Polacca di Brooklyn.
Mentre davo un occhiata in giro, un massiccio TurboSound sversava bassi sconcertanti sul pubblico. La ressa era tale che si faticava a camminare oltre che ballare.
Tra le proposte, non male il padrone di casa Badawi (Brooklyn) ed ottimo il live fluido ed ipnotico di Lone (aka Matt Cutler).
Trascinante Kode 9 a presentare il nuovo album in uscita in quei giorni. Discretamente occupato anche a dimenare le braccia, palese sintomo di carica ed apprezzamento verso gli spettatori.
Eccezionali infine le 2 ore circa di Appleblim in intensità e persistenza, barbituriche e colpevoli di decretare il definitivo smarrimento psicologico degli astanti.
Il mood di uno sciolto pubblico pareva aver raggiunto l’apice dell’ebbrezza poco oltre le 6 del mattino, proprio l’ora in cui poi i buttafuori, lavorando duramente, hanno dovuto spedire a casa i presenti, gonfi come tacchini.
Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa sul viaggio, ma troppi erano gli stimoli, per quanto ho riportato, tanto ho dovuto tralasciare e un po’ mi dispiace.
Sintetizzerei fondatamente con una scritta vista sulla giacca di un ragazzo di colore a Brooklyn:
New York Fuckin City.
Lorenzo Teneggi
P.S.: Il concerto degli LCD’s poi l’ho visto per alcuni pezzi solamente su You Tube. Ho letto che ha fatto paura e loro hanno suonato tipo 3 ore. Peccato
technorati tags: new york, lcd soundsystem, dubstep
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