La prima impressione all’arrivo è quasi surreale quanto bella: zona industriale ad est di Verona ci aspetta una cascina.
Il tesseramento è d’obbligo nel circolo culturale ROOTZ Corte Radisi.
L’organizzazione, l’ambiente e la location sono sì senza pretese ma assolutamente caldi ed accoglienti e, elemento non trascurabile, tutto senza scopo di lucro.
Le aspettative della serata sono a dir poco commoventi.
L’educazione assoluta della sicurezza, dai visual in stop motion azzeccatissimi, al sound pulito e perfetto, al servizio bar sorridente e piacevolmente coinvolto, al rispetto dei decibel e delle nostre stesse orecchie, tant’è vero che nemmeno sembrava di essere in Italia, alla GENTE che per un insolito meccanismo si autoseleziona e fa da carburante per Mr. Parrish; il risultato è classe è di una superba qualità.
Un piccolo angolo di “paradiso” si ritaglia nel cortile, tra le vigne e le piante di pomodoro, un divano per la comodità degli ospiti, è elemento molto gradevole e da un tocco di design.
Due silos alla porta sono illuminati da una luce rossa che ci da un caldo benvenuto.
Una volta all’interno, una tv sul canale zero e poltrone anni ‘60, un divano impasta di un sapore in parte dentro e in parte fuori dal tempo. Un’altra piccola intima sala accoglie chi sente la fatica e preferisce la calma. Due zone bar lavorano e cercano di far evitare file e disguidi vari.
Nella sala principale l’impianto si scalda con Dj Twice ed il suo sound pieno zeppo di groove.
Questo giovane artista è immerso nell’hopping, passando dall’old school alla disco al funk al soul introducendo con classe l’ospite atteso della serata: Theo Parrish.
James Brown, R&B raffinato e di classe, stile senza spocchia, marchio di questa cricca di personaggi nettamente avanti, avvolge tutto da un basso corposo e veramente tosto.
Non si può che dire che la preparazione al trip detroitiano sia più che adeguata, ci regala un preascolto deciso e personale, d’anima nera nell’accezione più positiva del termine. Twice trasmette, lascia e regala già sovente alcuni sorrisi…(vero leit motiv della serata)
Molto comunicativo, fa un racconto, ci spara una storia di carattere, buttandoci un vero e proprio trasporto fisico oltre ad un’eccellente e delicata professionalità.
Interrogati sulle loro prospettive future la Crew del ROOTZ risponde: “un passo che vorremmo fare è offrire un letto ai più carichi, ai più entusiasti del nostro lavoro e felici di seguire i nostri stessi intenti nei confronti della musica, siamo ragazzi che han passato, e la passano ancora, una vita dall’altra parte del bancone”; a dimostrazione con che tipo di persone abbiamo a che fare.
GRANDI!
Il pubblico piano piano arriva e si carica, viene trascinato in un’onda lenta e fluida.
L’attesa è trepidante.
E’ mezzanotte circa e Theo saluta tutti, sorride, la cascina è vivissima e lo acclama.
Dubito ci sia bisogno di presentazioni, lui è il fratello, classe ‘72, di Kenny Dixon Jr, di Ron Hardy, Jack Masterfunk e cresciuto a pane hot-dog e classic jazz, funk nell’atmosfere metropolitane graffittate di Chigaco.
Non so se avete presente quella sensazione di fanatismo di fronte ad un jazz jam session, o magari alcuni a Vasco Rossi, o alla partita della squadra del cuore.
Avete presente quando l’emozione supera l’aspettativa? Che poi non c’è o c’è ma è altro; hai atteso questo momento per anni con una devozione quasi religiosa, e adesso ti ritrovi li, a un metro, ed è come se fossi semicosciente col cuore a mille e inizi prima a sorridere e poi a ridere fino a sentire un istinto primitivo che ti porta ad abbracciare chiunque. Dentro di te, per emotività o empatia o sensazione epidermica, chiamatela come volete, oh accidenti, lo sai per certo che assisterai a qualcosa che ti lascerà qualcosa di veramente unico, il cui ricordo ti accompganerà per sempre.
Hai ascoltato i suoi dischi, cercato ovunque, giornali riviste, blog, nei video che conosci per filo e per segno ogni minimo suono e guardando e ascoltando ti sei chiesto: sarà tutto vero?
Beh gente, sì tutto profondamente vero.
La sua voce grossa e fumosa, il suo sorriso storto, scanzonato, chiede scusa al pubblico per un pezzo spezzato dopo alcuni secondi…non so se sia stata l’ennesima ironia della sorte, ma qualcosa di magico fra le mura della cascina si sentiva come il profumo di brioches vicino ad un forno la mattina se si è affamati.
Apre con suoni jazzati e rimandi alla black music, mette il suo marchio, i suoi puntini sulle sue “i” e per una buona mezz’ora Theo è li con noi, fa ancora parte di noi, umili esseri umani in contemplazione; la battuta è lenta ma ha tutti i crismi dell’inesorabile corsa verso quel punto fisso che spesso lui guarda ma che nessuno vede.
Dietro la consolle si comporta come una sorta di sensitivo ipnotico e ipnotizzato, di mistico sciamano contemporaneo, capace di graduare, modellare deformare a perfezionare il suono, le frequenze ed emozioni: la sua palla di cristallo è il suo mixer speciale, improvvisando forse, ragionando con la pancia e,di sicuro, c’è swing, funk e soul dentro di lui.
E per noi tutti sono rumbe e brividi e momenti di vera e propria sincera commozione.
In un’ora arrivano terzine sincopate, intrise di ritmi latini e fiati che conquistano anche le anime più scettiche, è impossibile star fermi, una giostra psichedelica, è matematicamente disumano non lasciarsi andare alle sue onde lunghe e costanti, in loop sei tu per mano e mente sua.
La cascina si trasforma in un sambodromo in estasi e bagnata di sudore alcolico.
E’ un jazz man contemporaneo: Miles Davis, Coltrane, Steve Wonder, ed Hendrix shakerati insieme con una personalità freak che quasi imbarazza da quanto è bella.
Theo mescola, fonde, rapisce, ipnotizza, come se ci avesse drogati. Tutti.
Ha un rapporto quasi erotico con la musica e lo vive con la sua gente, sotto la consolle, e guarda la sua bellissima fidanzata a cercare un’intesa tutta loro, fa l’amore con i suoi dischi, fa fare l’amore con la sua musica nelle nostre teste.
Il nostro eroe pacificamente, credo senza volerlo in effetti, butta una colata di cemento su tutta quella teck-house mediocre e facilmente ottenibile, tremendamente dozzinale, che ammala la ricerca globale nella musica verso qualcosa di nuovo per davvero e che, è de ve necessariamente essere figlia del proprio tempo, ma che non dimentica ciò che è e che ne dovrebbe fare giusta e onorata memoria.
In realtà certi generi affossano il futuro e l’essenza vera del clubbing.
All’italiano medio e non solo, non ci fa caso, e parla di musica interessante.
Ad un tratto, come se fosse in collegamento telepatico con un altro mostro sacro della Motor City esibitosi appena il giorno prima a Milano, Robert Hood, l’anima felice di Theo svanisce facendoci sprofondare tutti con sè in un viaggio scurissimo e maledettamente onirico, intriso e pastoso di desolata nostalgia e malinconia deep a livelli stellari, molto molto scura e dritta ma solletticando alcuni tra i dettami dell’elettronica anche più schietta: UR.
In sostanza, ci ha dimostrato in maniera molto chiara che, anche se il suo sguardo si fissa verso chissà quale porta spazio temporale, tracciandone le linee per il suo pubblico, come uno sciamano in trance, quale sia l’esatta essenza della sua anima black tra Detroit e Chicago in una performance devastante, meravigliosa, da maestro.
Il sentimento è visibilmente disponibile e disposto.
Travolgente e travolto (lui stesso da sè stesso), in qualche modo è come se espiasse tutto questo tzunami di AMORE in musica, parlando di storia della musica nera e non solo, parlando di HOUSE VERA e di elettronica seria, di significato.
Un groviglio di emozioni sincopate almeno come risultato regalato dal basso in perpetuarsi, che arriva diretto al diaframma di chi stava in prima linea, spezzate come il reggae tradizionale ci insegna da assoli di batteria e rimandi lenti, fiati e tappetoni della grande tradizione, voci calde sia maschili che femminili che sembravano venir fuori da qualche disco jazz legatissimo a Nina Simone o Billy Holiday…in un canone di suoni che pare essere inverso o rubato comunque a qualche tempo ormai lontano di almeno 30 anni..
Il consumato tassello sonoro della sua infanzia o della sua adolescenza lo suona e lo fa determinato sudando tutto.
Lo mette li,così come se fosse niente, NATURALMENTE, e lo fa attraverso dischi che rimandano per echi e per immagini, che raccontano a tutti di verande, tessono fila di una vita sulla strada, di scalini…di appartamenti dove all’interno gira un disco che a passarci le dita sopra forse ti ferisci… di Washinton D.C…o di Chicago..o di Detroit…delle proprie radici, della propria cultura.
La battuta persiste come un martello.
Si viaggia sognando in un’evoluzione godibile ad occhi chiusi e orecchie prontissime ad accogliere tutto; è qualcosa al quale non c’è modo di comandare, ti lega a qualcosa di indefinibile, ti spalanca il cuore perfino ad un’armonia oscura, nettamente nera, ipnoticamente deep, dritta e sporca, a voler dire: gente, io sono Chicago ma sono anche Detroit.
Si pensi a Love and Happiness, ad una chiesa dove si canta e si mettono mani al cielo. LOVE AND HAPPYNESS.
Ogni disco è un assalto profondo alle anime più scettiche, graffia con il funk, ti contorce le budella con un sano low fi.
Se chiudi gli occhi l’hopping ti sostiene come in un momento di abbracci come usavano una volta: veri.
Citando una delle sue edit più belle The reason di Minnie Ripperton tutto sapeva esattamente di quel testo e forse, molto molto di più.
Un’esperienza indimenticabile: uno staff unito e serate così non si fanno mica se non si è davvero competenti.
Tanto bella che ci fa sperare che forse l’underground non è del tutto morto e che non solo la musica sia la risposta, ma appunto la ragione di tanti gesti fatti, e fatti bene, addizione di grandi teste e cuori ancora più grandi.
Theo chiude con un frammento della sua storia, ripescando una tra le tante brillanti collaborazioni.
Il suo flow, continuo e discontinuo allo stesso tempo, è il tratto più intenso che mi porterò a casa all’alba.
Theo Parrish posso dire che fa quello che vuole e quando vuole, anche dopo anni di incomprensione da parte di un certo tipo di pubblico. Questa sera si è conquistato l’ovazione della bella gente accorsa per lui in Veneto.
La sua selezione, dettata dal momento, è spontanea, muscolare e viscerale; ritengo, in cuor mio, che sia tra i pochissimi Dei della Consolle in grado di fare “voli pindarici” sensati con una malta e con un carisma assolutamente unico.
Grazie mille al ROOTZ.
Ti abbiamo voluto bene Theo.
soul in the hole
Chloe Raffey
technorati tags: theo parrish, rootz, house
Torna a Bologna per il quarto anno consecutivo roBOt, il festival di musica e arte digitale targato Shape dal 28 settembre al 1 ottobre. Dopo il grande successo delle tre edizioni precedenti, il festival intende tracciare lo scenario che le nuove forme d’arte, di sperimentazione ed intrattenimento hanno dipinto negli ultimi anni. Uno scenario rivoluzionario.
Locations della manifestazione saranno Palazzo Re Enzo, Teatro Comunale, Link Cassero e Kindergarten.
Do it yourself, revolution now, questo il tema dell’edizione 04, il manifesto di un cambiamento inesorabile e dalle conseguenze imprevedibili, un movimento che partirà dalla strada – quella dell’informazione – e diventerà placenta di una nuova conoscenza globale. Una rivoluzione che roBOt 04 ha intenzione di analizzare in quattro giorni di ricerca, workshop, performance, conferenze e soprattutto tanta musica di qualità.
Tra gli artisti coinvolti ricordiamo:
Bjorn Torske, Deniz Kurtel, Maya Jane Coles, SBTRKT, Seth Troxler, Space Dimension Controller, Tobi Neumann, Unzip Project, WhoMadeWho, Elektronische Staubband, Riva Starr, Leon, Housemeister, Giancarlino, Walking Mountains, Paine’, Micamat, Squarial, Anderedo ,Unzip Prroject, Pasta Boys, Calma, Dance or die vs T-Bone, Anderedo and many more..
Per tutti i dettagli su calendario e location cliccate su http://www.robotfestival.it/2011/ita/index.html
Farid Slimani, un ragazzo francese di origine algerina con la passione per la musica da club, ha appena 19 anni quando, nel 1996, si reca per la prima volta a New York per una gita scolastica.
L’impatto con la Grande Mela è stato così forte da spingerlo a filmare ogni aspetto della club culture locale sviluppando di fatto il concept per quello che sarebbe diventato Back in the House.
Sono passati 15 anni da allora e Farid ha deciso di resuscitare il progetto, arrivando finalmente alla chiusura del cerhio, utilizzando il materiale raccolto per raccontare la scena di metà anni ‘90.
Tra le tante interviste presenti citiamo giusto per darvi l’idea quelle a Junior Vasquez, Danny Tenaglia, Joe Claussell, François K, Louie Vega, Kenny Dope, Dimitri From Paris, Terry Hunter, Juan Atkins, Roger Sanchez, Roy Davis Jr, DJ Sneak, Maurice Fulton, Byron Stringly, Ultra Nate, Kerri Chandler, Armand Van Helden, Steve “Silk” Hurley e al nostro Claudio Coccoluto.
Il trailer del documentario è visibile al seguente indirizzo: http://www.backinthehouse.com/#/Backinthehouse-Teaser
technorati tags: back in the house, documentary, new york
Travis Stewart, in arte Machinedrum, è una vecchia conoscenza dell’underground elettronico statunitense. Da oltre 10 anni infatti dal suo laboratorio a Brooklyn tira fuori sperimentazioni di ogni tipo, dall’IDM alla deep house. Inoltre insieme al suo socio Praveen Sharma da sfogo alle sue fantasie dub con il moniker Sepalcure incidendo per la Hotflush.
Oggi il campo della sua ricerca è l’Uk Bass, ed allora forse è meglio precisare già in partenza che questo lavoro non ha nulla a che spartire con le seghe mentali di taluni pseudo intellettuali (soprattutto nostrani) che, rinchiusi nel bagno della propria mente, immolano diottrie al post dubstep tenendo in mano la copertina di James Blake.
Room(s) è un disco rivolto alla pista essendo basato principalmente sul ritmo.
Intenzione dell’autore è gettare un ponte tra la sperimentazione e il pop, come egli stesso racconta alla rivista on line xlr8r.
L’elemento vocale, presente in ogni traccia sottoforma sia di cut up e loop che di cantato classico, non viene nè disciolto negli effetti come per Burial e Zomby nè tanto meno frantumato in mille samples come Fourtet, piuttosto viene caricato della spinta e della sensualità dell’house.
Le percussioni picchiano forte su un beat nervoso, figlio dei rapporti promiscui di mamma Uk garage, che corre sempre più veloce verso il precipizio salvo fermarsi di colpo all’ultimo istante prima del salto. Al contrario le melodie sono soffici e catchy, utilissime a conquistare l’ascoltatore fin dal primo ascolto. Per quel che riguarda il basso, invece, si nota una certa somiglianza con le produzioni della Apple Pips (Door(s)), dove per quanto struttura portante del progetto non assurge mai al ruolo di mattatore limitandosi a tirare i fili del gioco da dietro le quinte.
Ciò che colpisce di più è la facilità con cui Travis maneggia stili e atmosfere diverse: la vivace piano house di Come1, il funky acido psichedelico di Sacred Frequency ed ancora il moderno 2step in GBYE e U Don’t Survive,o i momenti intimisti di Lay Me Down e quelli crepuscolari di She died there. Il tutto per arrivare alla sintesi di The Statue in cui Machinedrum riesce a modellare il mix perfetto tra tutte le citate derivazioni.
In definitiva Room(s) è un solido album dance in grado di garantirsi il suo spazio all’interno delle playlists dei Dj’s, che saranno ben contenti di avere la canzone giusta per ogni circostanza, confermando una volta di più che l’unica strada percorribile per la ricerca dell’innovazione sta nel crossover di esperienze diverse.
Federico Spadavecchia
technorati tags: machinedrum, planet mu, rooms
22
NexTech Festival. Il Report
16 settembre 2011.
ore19:30
Firenze, non troppo rovente, si presenta tinteggiata di rosa con l’aperitivo lungarno all’Easy Living – la Spiaggettina dove padrone di casa troviamo Rufus.
E’ uno degli appartenenti alla grande famiglia Bosconi Rec, tra i suoi “fratelli” ci sono Mass Prod Marco D’Aquino Ennio Colaci e Fabio della Torre; proprio Marco D’Aquino da lì a poche ore aprirà al Moritz Von Oswald Trio con il suo live all’ex Stazione Leopolda durante il Festival NexTech.
Alla “Spiaggettina” il tempo passa veloce tra uno spritz e l’altro, le persone sono coccolate dai sentori soulful e dai retaggi ’80s ricercati; si passa dal funk alla disco all’house classic in un batter di ciglia!
L’atmosfera è piacevolmente elegante, profonda e al contempo freak: il risultato, fra l’altro visibile, è che il target da “città da bere” viene annullato dall’ ecletticismo e alla colta raffinatezza di Rufus dimostrata e ribadita ormai da un po’ di tempo nel suo programma radiofonico QuattroQuarti dove ci propone soluzioni selezionatissime di musica da club.
Ore 21.30 NEXTECH FESTIVAL! DAY 2
Marco D’Aquino aka Dukwa (IT) live
Il primo a entrare in scena è questo ragazzo giovanissimo, classe 1990, che, nonostante l’età, non pecca di arroganza nella sua performance sul palco, ma inizia il suo live con delicatezza e senso compiuto.
Dopo una mezz’ora Marco cambia completamente, cresce e spazia – regala alla location tutta la sua formazione: giusta e perfettamente coerente rispetto a chi salirà dopo di lui.
Termina con classe, carattere ed erudizione facendoci capire che i suoi ascolti, oltre all’ovvia matrice berlinese da clichè djistico, ci rimandano vagamente anche all’old school e ad un amore per il funk e ad un qualcosa, che credo siano amore e passione, gli sia arrivato in assoluto dalla techno detroit.
Largo alle nuove leve!
Moritz von Oswald, la metà di Basic Channel, divenuto una delle più influenti figure dell’elettronica mondiale. Una figura qualsi mitica, che ha deciso di apparire pubblicamente solo da pochi anni.
Nel 1980 è stato percussionista per Palais Schaumburg e The Associates, ma segue la musica elettronica dalla fine degli anni ‘80 e primi anni ‘90 .
Lo ha fatto prima in 2MB e 3MB (con Thomas Fehlmann), e in seguito ha co-fondato l’etichetta Basic Channel con Mark Ernestus, riscrivendo la storia della techno a livello mondiale.
Come parte dell’asse Berlino/Detroit, Basic Channel ha caratterizzato insieme ad altri artisti come Robert Hood, Jeff Mills, Mike Banks (ovvero la genesi degli UR), insomma quella che oggi chiamiamo techno.
ll loro lavoro ha influenzato tutta una generazioni di grandi produttori tra cui grandi maestri del genere quali Richie Hawtin, Thomas Brinkmann, Robert Henke (aka Monolake), Wolfgang Voigt. Immensa è anche l’eredità che hanno lasciato tutti gli artisti i cui lavori sono stati editi da M Records e Chain Reaction, sorelline di Basic Channel.
Il suo ultimo progetto porta appunto il nome di Moritz von Oswald Trio.
Mortiz Van Oswald trio. Firenze 2011
Se ci ponessimo la domanda di quale legame ci sia c’è per Moritz (berlinese) – Vladislav Delay (finlandese) e Max Loderbauer (serve dire da dove viene? tra l’altro fresco della collaborazione con Villalobos Re:ECM), con la musica dub jamaicana, beh questo live ci da la risposta e qualcosa di più.
Dopo un inizio dove il trio si è comodamente adagiato su derive ambient-jazz scandite dal 4/4 del drum set spacey di Sasu Ripatti (giuriamo che è il nome vero di Vladislav e non il miliardesimo alias!!!), delicatamente sono arrivati a chiudere il concerto esplorando una sorta di techno jazz futurista, come già nelle collaborazioni di Moritz con Carl Craig e Francesco Tristano.
La commistione tra techno e jazz, che ha trovato a Detroit il suo culmine con i lavori di Craig, Mike Banks ed i latinos dell’Underground Resistance, qui viene riscritta e reinterpretata con un piglio tutto europeo, e viene naturale pensare al jazz scandinavo o all’etichetta tedesca ECM.
La battuta permanente ed incalzante, è scandita perfettamente ed incentivata dall’ex stazione, ricordando il live dell’anno precedente con Blixa e Alva Noto.
Tutto efficacemente costruito in un live senza alcuna fretta che decolla solo dopo il 45esimo minuto, un back to the roots che ha il suo climax nell’ultima parte del concerto dove ci porta di fronte a quel miracolo che è stato il lavoro per Basic Channel insieme al sodale Mark Ernestus.
Questo live può essere anche inteso come un’aria di lavoro pretestuale, una costruzione in divenire ma assolutamente improvvisata.
La dub, gli echi, i rimbombi naturali della Stazione Leopolda, sono stati il veicolo perfetto per lanciare i loro loop perfettamente suonati e perfettamente arrangiati, in questa notte fiorentina.
Terzo act della serata è Damian Lazarus.

Dal momento in cui ha pubblicato il suo primo disco, la missione di Damian Lazarus è stata chiara diretta e veloce: soffiare via il mediocre, il sovra-inflazionato, l’obsoleto, cercare e celebrare l’energia, l’importante e soprattutto il nuovo proiettato in un costante ribellarsi, andando sempre luoghi diversi, permettendosi di giocherellare e fondere insieme stili e idee diverse, con l’ambizione propedeutica di farlo sempre meglio..
Spinto da una curiosità quasi infantile ed una vivida immaginazione e senso dell’umorismo, ha usato il suo ruolo di dj e label-owner per crescere le sue produzioni/piantine per arrivare al frutto proibito: condividere musica sperimentale e abbastanza eccitante su tutto il pianeta.
Calandosi nelle tenebre, ma godendo anche della luce, si è dimostrato sempre pronto ad abbracciare nuove idee e spaziare sui diversi punti di vista nella musica da club.
Lazarus è come se fosse sempre davanti alla curva.
Porta un sorriso ironico sul volto, da eterno ragazzino, come se nascondesse però un asso nella manica, e godendo del divertimento della gente sotto la consolle.
Ha suonato il suo set preciso e dritto come un fuso, facendo divertire e provocando mosse conturbanti il giovanissimo pubblico del NexTech che chiedeva probabilmente un po’ di movimento.
Probabilmente per una migliore armonia dell’evento sarebbe stato più corretto collocare Lazarus al sabato notte, ovvero quella più dance oriented, anche se si sarebbe corso il rischio di sovraffollare una line-up già ricca di nomi altisonanti come ad esempio James Holden.
Un hangar non del tutto pieno, che anzi ha visto tempi migliori in quanto affluenza al venerdì, colpa sicuramente dei biglietti che costringevano a scegliere a quale evento partecipare mancando un abbonamento per i 4 giorni, e dei permessi imposti a caro prezzo dal Comune di Firenze.
NexTech è figlio legittimo di questi tempi difficili, il solo festival in Toscana nel 2011, che nonostante la crisi economica ed ostacoli d’ogni tipo alla fine è riuscito comunque a dimostrarci qualcosa.
Chloe Raffey
technorati tags: nextech, firenze, moritz von oswald
Sabato 15 ottobre ritorna, presso l’Apartamento Hofmann di Conegliano, Emivita One Night.
Il progetto Emivita nasce un anno fa dalle ceneri del Silencio Festival, e si pone come obiettivo l’esplorazione di ogni angolo di quell’immenso mondo che è l’underground della Techno.
I parties Emivita si terranno sempre il terzo sabato del mese così come da tradizione, in modo da non accavallarci con altre serate altrettanto meritevoli.
Per quanto riguarda i Dj resident abbiamo deciso di affidare il ponte di comando a veri capisaldi dell’underground veneto: A.D.N. nome storico con ormai 20 anni di esperienza vinyl addicted, e a grande richiesta Alex Mord, uno degli artisti preferiti dal nostro pubblico.
A ballare con noi chiameremo ospiti divenuti sinonimo di qualità a livello mondiale ma ancora inediti in Italia. Avete presente il leggendario Labyrinth Festival che si tiene nelle foreste giapponesi? Beh siamo stati anche lì per portarvi il meglio!!!
Infine siccome crediamo che la buona musica, come tutta la cultura in generale, debba essere alla portata di tutti i prezzi di ingresso saranno contenuti il più possibile:
Ticket ridotto 8 € con consumazione
Ticket regular 10 € con consumazione
il primo guest della stagione sarà un dj lombardo di scuola romana, DJ MEDO
Dj Medo, imprevedibile Dj 31enne scopre ben presto di avere un feeling particolare con i suoni più raffinati e profondi dell’elettronica ed in poco tempo si avvicina all’essenza più pura di questo genere musicale , guidato e ispira dal suo grande maestro JP Energy e dall’ambiente istruttivo e
affascinante che Mandragora Dischi, negozio di riferimento del Nord Italia, propone ogni qual volta si decida di comprare un vinile..
Medo ama presentarsi da sempre con la seguente citazione: “Nutro ormai da anni una maniacale passione e son dunque attento osservatore di tutto quello che riguarda la musica elettronica fatta, pensata e concepita per unire passione, conoscenza e divertimento, praticamente dedicato a chi concepisce il “territorio elettronico” come stile di vita quotidiano attraverso il quale rapportarsi con la gente“
technorati tags: emivita, Apartamento Hofmann, dj medo
Dal 15 al 17 settembre 2011 a Firenze Nextech Festival – organizzato da Musicus Concentus, Intooitiv, Tenax, con il contributo del Comune di Firenze Assessorato alla Cultura e alla Contemporaneità – si conferma l’appuntamento cruciale con la nuova musica elettronica e le arti digitali. Tre giorni di attività, dal pomeriggio a notte inoltrata, trasformeranno la Stazione Leopolda nel cuore della Firenze elettronica e contemporanea, con un programma di respiro internazionale che la allinea alle grandi capitali europee impegnate nella diffusione della musica e della cultura giovanile.
Alla sesta edizione Nextech Festival presenta un cartellone sempre attento alle novità, sottolineando gli artisti del momento, in un’alternanza tra presenze italiane ed internazionali, tra giovani talenti emergenti e le stelle di grande richiamo.
Tutta italiana sarà la prima giornata del festival, che celebra il clamoroso ritorno dei Planet Funk, assenti da lungo tempo dal palcoscenico fiorentino. I Planet Funk hanno appena pubblicato il loro nuovo singolo, “Another Sunrise”, divenuto uno dei brani più ascoltati dell’estate, ed il concerto fiorentino anticipa la pubblicazione del loro nuovo atteso cd “The Great Shake”, per un ritorno in grande stile della band electro pop tra le più amate del pianeta.
Sulla cresta dell’onda è il salentino Rocco Rampino, noto come Congorock che chiude il programma di giovedì, artista tra i più amati e richiesti, collaboratore di Bloody Beetroots e Crookers che ha quasi eguagliato per fama e per download sul web, preceduto da Ckrono vs. Slesh, pronti a dispensare i nuovi beat del moombahton.
Dal set dubstep e uk funky dell’italiano Marco D’Aquino aka Dukwa che apre la serata di venerdì si passerà all’illustre presenza di Moritz Von Oswald, un autentico generatore di nuovi linguaggi sonori, uno dei fondatori della techno, che si esibirà con il suo trio completato da altri due fuoriclasse, Delay e Max Loderbauer. Poi i ritmi house dal tocco francese di Dyed Soundorom, animatore di party senza fine, e in chiusura l’inglese Damian Lazarus, uno degli assi dell’underground, vista la sua attività con le etichette Crosstown Rebel e Hot Natured.
Per il gran finale di sabato è previsto uno showcase della rinomata etichetta [a:rpia:r], che documenta la scena particolarmente vitale che dalla Romania ha invaso i club del mondo e presenta tre artisti quali Dan Andrei, Rhadoo e Raresh, e in conclusione James Holden gran mago della consolle, autore di remix e ritmi senza respiro, fondatore dell’etichetta di punta Border Community.
Il programma della sesta edizione di Nextech Festival è completato dalla lunga lista dei dj coinvolti per le attività dell’ora dell’aperitivo, Russel vs. Nuri Vanity, Dandydeath Manner, Luca La Porta vs. Mass, Maal Bros, che insieme ai video artisti di All Constantly Happens, Influx e Werk portano il ricco contributo della scena emergente italiana tra musica elettronica e arti digitali.
Il trait d’union tra musica e arti digitali a Nextech Festival è ancora ribadito con le due installazioni ad opera di Architettura Sonora e Accademia Italiana, due marchi toscani d’eccellenza, che saranno ospitate nello spazio Alcatraz della Stazione Leopolda nei tre giorni del festival.
Sul sito del festival, www.nextechfestival.com, è possibile iscriversi alle liste per prenotare i biglietti a prezzo ridotto, ricevere aggiornamenti e newsletter e consultare schede, musica e video degli artisti del festival.
Il 21 settembre del 1991 viene aperto a Londra un nuovo club. Si tratta di un locale alcohol free nella zona di Elephant & Castle con il quale l’ex imprenditore vinicolo James Palumbo ha deciso di trasformare la passione per la musica nella sua nuova professione. E’ così che nasce uno dei simboli della club culture mondiale: il Ministry Of Sound.
Le sue feste entrano di diritto nella leggenda a cominciare da quelle tre con protagonista il Dj americano Lerry Levan, che, arrivato nella capitale inglese con ben 8 giorni di ritardo, non perse altro tempo prezioso e si vendette tutti i dischi per acquistare tonnellate di droga!!!
Si racconta che si fermò ben tre mesi e che pur raccimolando dischi di fortuna riuscì comunque a fare un bel set. Larry morì il novembre dell’anno successivo per un arresto cardiaco.
Pochi giorni ancora ed il MoS compirà 20 anni e a guardarsi indietro c’è da farsi mancare il fiato calcolando la distanza percorsa: gli esordi tra le ceneri della disco e la rivoluzione acid house che nel 1992 sarebbe sbocciata nella Second Summer of Love, il successo esplosivo, la consacrazione a tempio del ballo, il divenire un marchio di caratura internazionale con filiali in mezzo mondo, e ancora Ibiza dall’innocenza alla deriva commerciale, il periodo d’oro della progressive house e quindi della trance, le mille serie di compilation e l’ombra del baratro imprenditoriale ma anche e, soprattutto, artistico; infine la rinascita per arrivare ad oggi con il rischio di finire vittima della speculazione immobiliare.
Per il momento però non preoccupiamoci e festeggiamo al ritmo dei primi eroi della sua console, coloro che han dato la spinta propulsiva a tutto il nostro mondo.
E’ giunto il tempo di aprire capsula del tempo dove sono state custodite gelosamente registrazioni (ancora su DAT!!!) live di Larry Levan, David Morales, Todd Terry, Kenny Carpenter e Justin Berkmann, veri scienziati del giradischi ed appassionati poeti più attenti a sincronizzare le emozioni della pista che a pettinarsi il ciuffo per la prossima foto da postare in rete, e far rivivere il mito di quelle notti insonni, trasmettendo alle nuove generazioni l’amore per la musica.
Questo ricco cofanetto contiene 5 dj set d’epoca (1991) completamente rimasterizzati per godere appieno dell’esperienza Ministry, grazie a grandi classici come I’ll be your friend di Robert Owens o l’immortale Rise From Your Grave degli acid kings Phuture e a gemme come il commovente gospel di The Pressure dei Sounds Of Blackness.
Vista la provenienza di ben 4 Dj su 5 è facile comprendere come a tenere banco sia prevalentemente l’house americana, con la cartina tornasole che vira dall’acid scarna e meccanica alla disco più soulfull a seconda della vicinanza a Chicago o a New York.
Ciò che però fa di questa raccolta un must have è il poter ammirare la sensibilità con cui ogni Dj si approccia alla materia, la loro capacità di usare le canzoni per comunicare con il pubblico. Quante volte avete sentito dire da un Dj che il suo intento è quello di raccontare una storia? Ecco attraverso questi cd potrete comprendere davvero la differenza che c’è tra il mettere quattro dischi in fila ed il creare una performace artistico/sciamanica, scoprendo che attraverso la passione nessun obiettivo è troppo distante.
Federico Spadavecchia
technorati tags: miti, ministry of sound, london
Ben Sims, il Signore dei Loops, una delle colonne portanti della Techno in Europa, è da annoverare tra i padri fondatori della corrente Hardgroove che scosse il nostro basso ventre all’inizio del nuovo millennio. Singoli come Manipulated e Live young die fast sono storia, così come le molteplici collaborazioni con i Dj’s e labels più importanti della scena che lo hanno portato a stringere una fortissima amicizia con un altro pilastro della cassa in quattro: Adam Beyer.
Tra i tanti meriti dell’artista svedese vi è l’aver dato vita alla Drumcode, label che in oltre dieci anni di attività ha sempre offerto ai clubbers un prodotto attuale. Certo i tempi in cui si godeva forte parlando di scuola svedese e del suo sfornare capolavori in serie sono ormai andati distrutti da quel blob fagocitante che è la minimal, stessa sorte che è toccata alla sorella/rivale napoletana di Carola e Parisio, ma oggi la rinascita della Techno è sotto gli occhi di tutti e sarebbe un bel momento per tornare ai fasti passati.
E allora in perfetto Zeitgeist ecco arrivare alle stampe l’album di Ben Sims, un disco particolare ancora prima di essere messo alla prova perchè si tratta dell’esordio su lunga distanza del Dj inglese, che in anni di onorata carriera non si era mai cimentato con questo formato.
Smoke & Mirrors esprime al 100% il Sims pensiero, nessun pericolo di brutte sorprese modaiole anche se i 140 bpm non si toccano più. D’altronde con una traccia d’apertura chiamata Riots in London non c’è molto spazio per l’immaginazione: la cassa parte dritta come un’autostrada e le macchine che ci corrono sopra si confondono tra percussioni sincopate, ballerini sudati e i riflessi del giradischi. Mete del viaggio: Detroit, Chicago, New York, Londra e Berlino.
Trasformare la rabbia in energia per continuare a muoversi nel buio, cercando l’illuminazione mistica in una strobo. Proseguendo con l’ascolto appare sempre più chiaro l’intento di Ben di voler riavvolgere il nastro del tempo per ripristinare non tanto un genere musicale (chi siamo noi per porci contro evoluzione e gusti?), quanto piuttosto quell’attitudine a considerare la Musica una cosa seria e non un artifizio per sentirsi fighi (la copertina disegnata da Alan Oldham è Stile!).
Altro titolo rivelatore: Can you feel it?, ne vogliam parlare ora che chissà per quale miracolo il grande pubblico ha scoperto il meraviglioso mondo della Chicago House? Soprattutto se nella successiva I Wanna Go Back alla voce c’è sua maestà Blake Baxter ad incitare il dancefloor ad immolarsi nel nome del groove e del funk, spiegando che loop non vuol dire necessariamente piattume!!!!
Bullet è il punto di non ritorno: non farti domande e balla come se non ci fosse domani!
The afterparty, invece, è il giusto consiglio per sopravvivere alla luce del sole già alto: melodie ipnotiche e un ritmo costante senza cali di tensione.
La titletrack poi è semplicemente devastante: il suono viene liquefatto nel dub per liberare i fantasmi delle console passate, che subito infestano la pista scuotendo le loro catene.
Il sambodromo di The calling ci porta a I Feel it Deep, con il featuring di Tyree Cooper, atterraggio morbido di questo lungo ed entusiasmante volo.
Federico Spadavecchia
Mercoledì 7 settembre 2011, alle ore 21.00, Dolomiti Contemporanee presenta la performance di Giovanni De Donà Konzert für wohltemperierte Grillen.
L’evento si svolgerà presso il Padiglione Schiara, uno degli edifici espositivi del complesso di Sass Muss, e si concluderà attorno alle ore 24.00.
Attraverso l’utilizzo di Diachronic, un software innovativo concepito dall’artista, si apre un dialogo con dei grilli selezionati e posti all’interno di uno spazio industriale deserto, mettendo in scena una visione di continuità tra Uomo e Natura, mediata dalla tecnologia.
I grilli sono macchine acustiche: la velocità di strofinamento delle loro zampe produce un suono variabile che risponde ad un’intenzione, la quale anche se non è affiorata alla coscienza individuale del grillo, quantomeno pare essere ben scritta nei geni della specie per asservire alla sua perpetrazione.
Il software permette di attuare particolari variazioni della velocità dei suoni in tempo reale, con effetti sensibili sulla loro intonazione. Tali manipolazioni vengono attuate con intento a tratti mimetico, a tratti estraniante, influenzando via via l’andamento del canto naturale dei grilli, nell’ambito di un’esplorazione empirica del loro linguaggio.
Un’interpretazione per mezzo della tecnologia, appunto, che non rimane oggetto di studi di laboratorio, ma torna a confrontarsi con la natura , uscendo dal labirinto dell’art pour l’art di un certo modo di intendere anche esteticamente la tecnica. Ci si distanzia dunque dalle pretese espressioni artistiche che si risolvono nella rappresentazione di principi di causa effetto, fisici o mediati dalla tecnologia, portando il focus sullo spazio comunicativo tra specie molto lontane.
Che cosa faranno i grilli posti di fronte al canto di un finto grillo che opera modulazioni per loro fisicamente impossibili da attuare? Dialogheranno con lui? O non lo riconosceranno come entità linguisticamente rilevante e parleranno tra loro? Rimarranno in silenzio? Cercheranno di imitarlo a loro volta?
Nell’intenzione dell’artista c’è l’esplorazione di questo spazio linguistico e dialogico, che si traduce in un concerto improvvisato per apparato tecnologico e insetti.
http://www.dolomiticontemporanee.net/
technorati tags: dolomiti contemporanee, giovanni de donà, grilli
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Come definire Frequencies.it? Webmagazine? Nightlife Agenda? Blog per reportage e recensioni? Frequencies.it è tutto questo ma anche molto di più: è lo spazio dove i clubbers possono raccontare le loro avventure in giro per il Mondo alla ricerca dell\'atmosfera perfetta... Da oscuri clubs berlinesi ai grandi festival europei passando per i locali e i trends più alla moda, ad accompagnarci in questo incredibile viaggio i Dj\'s, con la loro musica e loro storie. Allora siete pronti a partire?
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