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lug
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Mal(r)umore

houseL’Italia è fuori dal giro che conta. Pallonaro o musicale non importa, siamo stati tagliati via come un ramo secco e quel che è peggio è che la sega elettrica nelle mani del boia-boscaiolo ce l’abbiamo messa noi stessi con scelte drammaticamente sbagliate!!!
Il campionato così come i clubs ed i Dj del Bel Paese hanno esaurito tutto il loro appeal, non sono più capaci di inventare gioco; e mentre vetusti mettitori di dischi si limitano a fare da babysitter a ragazzi di cui potrebbero essere i padri andando dietro a mode senza senso (spiegatemi perchè uno come Ralf anziché salire in cattedra e impartire lezioni di HOUSE MUSIC butta sul piatto l’ultimo Dettmann con cui non ha niente a che vedere), i mister/promoter, incapaci di riconoscere il vero talento, non sanno far altro che affidarsi alla stella straniera di turno oppure pompando discreti mestieranti come fossero gli eroi di quella che più che ad una rivoluzione rassomiglia ad una pubblicità.
Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: i locali di fama sono dimezzati, gli ospiti internazionali considerano l’Italia alla stregua di un bancomat impazzito (siamo l’unica nazione a pagare parcelle triple), ed il pubblico straniero giustamente ci snobba perchè ormai sa bene che da noi c’è sempre la fregatura (anyone said Maximal?), danneggiando però anche situazioni di pregio come ad esempio Club to Club e Dissonanze (dai quali comunque mi piacerebbe sapere quanti clubbers foresti riescono ad attirare).
Come se non bastasse non abbiamo nemmeno una scena in cui riconoscerci, nè undreground nè mainstream, perchè certo non possiamo considerare tale il giro fidget che, al di là dell’apprezzarlo o meno (la seconda che ho detto: meno!!!), se non fosse esploso dapprima all’estero da noi non se lo sarebbe cagato nessuno. Siamo rimasti al tempo dei Comuni quando ognuno pensava per sé e per definizione odiava il borgo confinante, di collaborare per crescere insieme neanche a parlarne.
Proseguendo nel paragone col calcio anche l’Italia dei nottambuli ricicla i medesimi schemi e luoghi comuni: Cocoricò, Sonar, Ibiza, Goa, Fabric, la solita Berlino (di cui bellamente si ignora il resto), il Dj Clinic (su cui stendiamo un velo pietoso perchè infierire è crudele) e così via sono come Cannavaro & co. giganti che ormai vanno avanti per inerzia ma ai quali basta una bava di vento (o un’ordinanza sulla limitazione degli orari) per farli crollare come castelli di carte; alla fine anche in vacanza ricerchiamo la banalità come a casa, rinchiudendoci in un club/villaggio ben reclamizzato.
E intanto Germania e Inghilterra continuano la loro sfida secolare per il predominio in Europa, confrontandosi su più livelli coltivando nel sottobosco e rivendendo fuori prodotti stramaturi.
Dubstep e minimal techno erano partiti come generi di nicchia ed oggi sono sulla bocca di tutti, presenti in qualsiasi line up ma in patria già si pensa al futuro.
I rigorosi tedeschi hanno allargato la portata del sound di south London oltre i confini del post garage (paradossale il caso di Scuba che è dovuto andare a Berlino per affermarsi liberamente triangolando le proprie influenze dubstep, d’n'b e techno) trovando una nuova dimensione dub, mentre gli Inglesi, presi dal dibattito sull’hardcore continuum, sfoderano un sound scintillante che mescola Uk Funky, dubstep e 8 bit pronto per diventare la colonna sonora dei prossimi teenagers.
A noi altri non restano che gli avanzi: prima di tutto la loopy house bollita da Francoforte e dalla Romania (che motivo c’è di fare un pezzo basato principalmente su un sample house anni ‘90 ripetuto all’infinito? Perchè campionare Louie Vega quando puoi suonare l’originale che fa sempre e comunque la sua porca figura?), quindi l’ableton minimal stile M-nus per la quale c’erano un qualcosa come 12.000 ragazzi ad affollare il Palazzo dei Congressi di Roma in occasione dell’ultimo Dissonanze alla faccia del povero Moritz Von Oswald.
Infine per rispondere a coloro che (senza rendersi conto di star parlando di nomi, Villalobos e i suoi fratelli, in voga da almeno dieci anni!!!!) indicano nella scomparsa dell’underground la causa di tutti i mali moderni , vorrei riprendere una metafora cara all’indimenticabile Tony Wilson (il fondatore della Factory records scomparso nel 2007 n.d.r.): la musica Pop si muove come una doppia elica e nel momento in cui la prima compie un movimento discendente la seconda risale per poi ricadere a sua volta.
L’abilità degli adetti ai lavori sta nel passare da un trend all’altro quando le due onde si incrociano.
E’ chiaro però che non può trattarsi di un salto nel buio, ma ci si deve arrivare per gradi, magari costruendo una piccola situazione, perchè tanto velocemente l’underground diventa mainstream e conquista la top ten quanto nella sua fase calante è altrettanto rapido a portare con sé nell’abisso tutto ciò che lo circonda; vi ricordate della progressive? Non c’è rimasta nemmeno una lapide su cui lasciare i fiori!
Detto questo datemi un buon motivo per pensare che con l’housetta dei Vagabundos, dei Curly, degli Olandesi o dei Rumeni non debba accadere la stessa cosa, i presupposti ci son già tutti. Quando il nome di Luciano cominciò a circolare con una buona insistenza anche in Italia le sue performance erano circoscritte a pochi club d’avanguardia ed il suo seguito si aggirava attorno a qualche centinaio di persone. Adesso, sette anni dopo circa di scalata Pop, basta una foto di Lucien su un flyer in Times New Roman per riempire gli stadi e i dischi Cadenza si ascoltano pure al supermercato.
E’ la fine dell’underground? No, semplicemente lo si deve cercare in altri lidi e suoni, perchè lo svizzero/cileno è troppo impegnato ad accontentare le masse per trovare il tempo per far ricerca ed innovarsi; le sue produzioni attuali sono tools da pista funzionali al divertimento di una notte perfette per i migliaia di ragazzi in costume da bagno che nelle disco just wanna have fun.
Ora, dopo l’eliminazione dell’Inghilterra e con essa dell’ultimo riflesso italiano, aspetto solo qualcuno che lanci la Vuvuzelas house!

Federico Spadavecchia

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fabricCi ha messo davvero poco tempo la notizia della messa in vendita del Fabric a sconvolgere le giornate dei clubbers continentali che, in preda al panico, iniziano a chiedersi se questa sciagura non sia l’inizio dell’ultimo disco sul piatto.
Per quello che mi riguarda non penso che il destino del club inglese possa segnare anche quello della scena elettronica internazionale, quanto piuttosto mette in luce ancora una volta come il mondo dei Dj rimanga sempre vittima dei medesimi errori.
L’avevamo già visto dapprima con la progressive, poi con l’house e quindi con l’electroclash (qui meno evidente perchè la minimal stava già incalzando): quando un trend termina il suo ciclo il pubblico, rimasto privo di punti di riferimento, diserta i locali (chiaramente stiamo parlando di discoteche commerciali) ai quali, avendo speso una fortuna in cachet spropositati per accaparrarsi il nome del momento, non restano che due vie: riconvertirsi, intuendo la prossima tendenza, oppure chiudere bottega.
La crisi internazionale ha soltanto impedito il solito teatrino dei pagherò a 5 anni (e delle serate a base di ospiti internazionali + veline) perchè le banche a corto di liquidi hanno tirato i cordoni della borsa e di conseguenza messo in difficoltà un sistema che per sua natura non può basarsi sulla razionale gestione d’azienda.

Nel caso specifico il Fabric era emerso alla fine degli anni ‘90 proprio grazie al fallimento dei Superclubs stile Cream e Home (costretti a tirar giù la serranda proprio perchè doppiamente incapaci: da una parte di sostenere le spese di mantenimento e dall’altra di generare introiti sbagliando le residenze (preferendo la prog house ai grooves techno/breaks ed alla ben più mainstream trance che stava per impossessarsi delle charts britanniche)), ed alla sua programmazione all’avanguardia.

In altre parole l’organizzazione aveva capito che per imporsi come punta di diamante della scena era necessario consolidare la propria reputazione nell’underground di modo da poter sempre contare su uno zoccolo duro di fans.
Prima di pagare fior di sterline Dj dal nome altisonante sarebbe stato meglio investire in buoni residents capaci di attrarre costantemente il pubblico senza far sentire la necessità dell’ospite a tutti i costi.
Questa politica ha fatto sì che il Fabric diventasse il simbolo della Techno inglese, meta di migliaia di dance tourists, dove gli artisti di fama fanno la fila per potervi suonare.

Ma adesso, dopo il club, le famosissime compilations e la label avranno pensato, secondo una mentalità tipica degli anni ‘90, che era giunto il momento di fare il passo definitivo nel mondo dei businessmen con una nuova struttura tutta dedicata ai mega eventi senza però aver compreso che li stavano GIA’ facendo.
Il Matter è finito per essere la copia di quello che fu l’Home (ironia della sorte il primo rivale del Fabric) con gli stessi pregi (design, impianto, location) e difetti (costi, ubicazione, problemi amministrativi e di direzione artistica).
Morale della storia: siccome il Regno Unito non è l’Italia, dove le imprese indebitate continuano a vivere come zombie, ai ragazzi è toccato mettere in vendita il ramo d’azienda produttivo per sanare i puffi contratti con l’altro locale.

La prospettiva di chiusura di questi due clubs, unita ad un giro di vite sui permessi rilasciati dalle autorità cittadine, non deve però far pensare al canto del cigno per un mondo come il nostro da sempre in crisi (quando mai discografici e promoter si sono detti soddisfatti?!) e regolato da cambiamenti strutturali velocissimi.
Quello che deve far riflettere, come scritto nell’articolo del Guardian, è che a far sballare del tutto i conti siano i compensi dei Dj saliti ormai al di sopra di ogni ragionevolezza, in ragione del fatto che basta il loro nome sulla locandina per riempire una serata che a parità di proposta artistica con un Dj meno conosciuto sarebbe stata vuota.
Di qui è facile comprendere la responsabilità del pubblico, unico elemento indispensabile in un ambiente in cui si è riusciti a fare a meno persino dei dischi, cui spetta decretare il successo di un party con la propria presenza.
Lasciate perdere quindi i discorsi su vinile contro mp3, underground contro mainstream ecc…quanto piuttosto concentratevi su voi stessi per divenire consapevoli di cosa volete veramente ascoltare perchè a forza di farsi guidare dal marketing andremo incontro ad un collasso dopo l’altro fino a quello mortale: i gestori non vorranno più investire in attività poco redditizie ma molto dispendiose, i Dj venderanno direttamente via internet sia le tracce che i djset, e andare a ballare non sarà più un bisogno così importante.

Federico Spadavecchia

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Ok il 2009 è bello che andato e qui non abbiamo tirato giù uno straccio di classifica o bilancio di fine anno, quindi, come ha già fatto il nostro amico Ing. Raibaz, cercheremo anche noi di correre ai ripari.
Le charts comunque potete scordarvele lo stesso :D quelle che voglio condividere sono giusto un paio di macro-considerazioni su come gira la palla a specchi del clubbing negli ultimi tempi.
Prima fra tutte, sempre d’accordo col mio amico Baz, la piacevole constatazione della decisione dei Prodigy, o meglio di Liam Howlett, di superare la sindrome da Chinese Democracy per sfornare l’album dell’anno, a dimostrazione che non c’è ableton che possa reggere il paragone con la forza dirompente della vecchia guardia che se la spassava sotto la statale M25 a colpi di acid house, come d’altronde è stato ampiamente confermato dalle due performance superlative degli Altern8 sia in djset al Bloc Weekend che live al Bang Face.
Per quanto riguarda i suoni e le serate, invece, è interessante sottolineare come nel celeberrimo datario di Simone KK l’aumento degli appuntamenti avanguardisti (o comunque non prettamente danceble) insieme alle segnalazioni di party esteri abbia quasi superato il numero delle feste nazionali, segno che la bolla della minimal si sta oramai sgonfiando e che il treno della nuhouse è passato senza raccogliere troppi passeggeri, se non quei Dj surfisti che non han perso l’occasione di cavalcare la nuova moda del momento salvo poi, a causa della loro totale mancanza di cultura circa le basi del genere, far magre figure proponendo un sound vecchio di almeno 10 anni (ma come si fa a scoprire i MoodIISwing o Kerry Chandler soltanto oggi???!!!) oppure i peggio loop targati Mannheim senza avere idea di come servirsene. Delle electro scorreggie, poi, di Crookers e Bloodyqualcosa non voglio neanche sentir parlare.
Se pensiamo alla florida scena dubstep, fatta di atmosfere davvero nuove e non riciclate, presente in Inghilterra, Germania, Paesi Bassi e USA con tutte le sue mille diramazioni, mentre qui da noi è quasi del tutto inesistente (diciamo un grande GRAZIE a Xplosiva e al Link per averci creduto e aver proposto anche da noi dei grandi nomi), lo sconforto non può che prendere il sopravvento. Ehi giovani! Guardate che il wonky beats tra un anno finisce, cosa state aspettando??!!!
Anche sui grandi eventi il 2009 non è stato particolarmente generoso col Bel Paese: Dissonanze e Club 2 Club rappresentano l’eccellenza di quanto la scena nostrana ha da offrire ma rimangono una cattedrale nel deserto.
E’ vero che l’Italiawave ha portato sul palco i Kraftwerk (ora ridotti al solo Hutter) e Aphex Twin ma ha anche messo in scena il peggiore spettacolo di melodramma partenopeo: gli organizzatori, probabilmente temendo una scarsa affluenza di pubblico,a supportare i citati mostri sacri hanno chiamato un Dj una volta valido ma di grande richiamo, Ralf, il quale si è messo a sbraitare per tutta la rete quando gli è stato fatto notare che forse forse il suo sound non c’entrava una mazza australiana con il loro.
Del Maximal a Milano mi sono già dilungato troppo all’epoca (se volete fare un ripasso andate qui) mentre sono strafelice che sia stata messa una pietra sopra ad Amore: una vaccata commerciale spacciata per club culture quando in realtà non era altro che un happening di cinghiali. La stessa sorte è purtroppo toccata al Movement che ha visto un allbito Ricardo Villalobos ricevere in dono la bandiera cilena; ma nessuno si è mai informato che il buon Ricardo è scappato dalla sua terra a causa del regime fascista di Pinochet? E poi che cavolo rappresenta regalare ad un Dj la bandiera? Mica è un olimpionico…
Richie Hawtin, invece, era entusiasta di ricevere la bandiera canadese, d’altronde lui è inglese, viveva praticamente negli States e negli ultimi anni risiede a Berlino; al posto del passaporto usa direttamente la griglia di Ableton!!!
Non fosse per tutte le piccole situazioni gestite da appassionati gli unici club italici sarebbero solo quelli per scambisti.
Ma cosa vale veramente la pena di ricordare di questo 2009? Sicuramente la fusione definitiva tra la musica classica e la Techno sancita dall’eccelsa collaborazione tra Carl Craig, Moritz Von Oswald e Francesco Tristano, supportata tra gli altri da Jeff Mills e Jon Hopkins, senza dimenticare le sperimentazioni da fuoriclasse di Laurent Garnier. Insomma Detroit e Basic Channel vengono finalmente riconosciute non solo come Olimpo dell’elettronica ma come patrimonio dell’intera comunità musicale; speriamo solo che tutto questo non porti a discriminazioni elitarie (anche se visti certi ambienti sarebbero pure giustificabili).
Sulla terra dei comuni mortali, intanto, si muove il culetto a colpi di groove funkettoni grazie ai proudcers rumeni, alla Diynamic rec., agli amici della Exprezoo rec. e ad un graditissimo ritorno: l’andamento hardgroove napoletano.
E sempre Napoletano, ma di cognome, è Marcello, best breakthrough dell’anno appena passato con un brillante ibrido tech-jazz di matrice, manco a dirlo, Detroit.
Ma ora sotto a ballarci questo 2010!

Federico Spadavecchia

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wighnomy brosCome si reagisce di fronte a un divorzio? Preciso un divorzio artistico, ma pur sempre di separazione si tratta e noi fan siamo come bimbi che perdono da un momento all’altro la certezza più importante di tutte, l’unità familiare, e adesso si ritrovano sballottati due giorni da papà e quattro dalla mamma con l’incubo di dover indossare il cappuccio del boia e rispondere alla domanda ghigliottina: “Ma tu, a chi vuoi più bene?“.
Certo nel mondo della musica gli addii sono all’ordine del giorno, e molto spesso capita che le rate del Ferrari in garage ne possano più di anni trascorsi a litigare per il proprio ruolo nella band o per la fidanzata troppo invadente spingendo gli uni fra le braccia degli altri riappacificandosi magari con un best of ed un bel tour.
Ma se questo mese era già duro a causa dell’ufficialità sullo scioglimento dei Pan Sonic, oggi è diventato un macigno: i Wighnomy Brothers dal primo gennaio 2010 prenderanno strade diverse dopo 17 anni di matrimonio.
La notizia viene data attraverso un breve comunicato sul loro sito (www.wighnomy-brothers.de/) in perfetta coerenza col loro stile senza giri di parole o scene madri da grande melodramma Pop, loro sono Dj’s non superstar.
Chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo capirà al volo, Soren e Gabor sono i Dj’s per antonomasia, sono quelli che appena è caduta la Germania Est (sono nativi di Jena n.d.r.) sono andati di corsa all’Ovest a spendere tutti i loro risparmi in vinili, sono quelli del motto non cercateci sul myspace ma sul dancefloor, e della vodka bevuta prima (e durante) ogni set per superare una sincera timidezza. La prima volta che li ho visti live, rimanendone estasiato, fu al Green and Blue ‘06, ma è stata una domenica sera del 2007 al Gasoline di Milano che li conobbi personalmente: Robag stava seduto in un angolino in disparte con un bicchiere di carta in mano mentre il fratellino studiava la situazione; scambiammo un paio di chiacchere e fui catturato da tanta simpatia e gentilezza. Quell’anno li seguii all’Awakenings, al Nature One per finire nuovamente al Green and Blue, dove si esibirono nella performance più bella dell’anno.
Monkey Maffia e Robag Wruhme quando suonano insieme non propongono un normale back to back, ma si fondono in una nuova unica personalità indipendente dalle due di partenza. Nessun ruolo predefinito o strategia, ciascuno suona solo cosa si sente e questo fa sì che i loro set siano sempre ad altissimo livello. Inutile cercare poi di rinchiuderli in una definizione da scaffale, il termine minimal è solo indicativo del numero dei bpm di un bagaglio musicale immenso: jazz, idm, techno, hiphop, house, canzoni per bambini, ritmo e melodie strappalacrime.
Come Braccio di Ferro usava gli spinaci per diventare invincibile, per i Wighnomy è la Moskovskaya la chiave per trasformarsi in scatenati party animals. Anche in questo caso tuttavia niente gioco delle parti: se dapprima ritenevo fosse Monkey il pazzoide e Robag il saggio fratello maggiore sono stato subito smentito assistendo al curioso spettacolo di quest’ultimo intento a far girare la bottiglia di vodka al posto dei dischi e venir riportato sulla retta via da Soren.
Forse la simbiosi tra i due trovava una barriera nella porta dello studio di registrazione in cui entravano rigorosamente per conto proprio e ne uscivano con risultati diametralmente opposti: Gabor pubblica nuovi dischi e tonnellate di remix, mentre Soren, anch’egli producer, non fa ascoltare i suoi lavori a nessuno.
Eppure questo bizzarro pudore pare invertirsi per quanto riguarda le gig da Dj e nel 2008 Robag si prende una pausa rinchiudendosi nella familiare Jena lontano dalla ribalta lasciando a Monkey il compito di rappresentare i WB. Tutto ciò che vogliono è fare Musica e la label, il negozio di dischi e i dj set sono solo un mezzo per condividere la loro passione e non per diventare famosi.
Sarà casuale ma fa riflettere la coincidenza per la quale l’anno di questa separazione comprenda anche la fine artistica e spirituale del Green and Blue di Francoforte, un party dove per due edizioni di fila i bros hanno dato il meglio e il ritornello dell’ultimo disco poggiato sul piatto recitava Weaks become heroes and the stars align.

Federico Spadavecchia

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In 2 anni di attività, AltaVoz è riuscita a diventare un evento di musica e cultura elettronica tra i più importanti in Italia. Una volta al mese, nelle sale del Rivolta, AltaVoz propone dj’s di fama internazionale, artisti emergenti della scena regionale ed italiana, live sperimentali, artisti visivi, workshop e laboratori. Tutto questo è possibile grazie all’impegno che AltaVoz ed il Rivolta hanno messo sin dall’inizio per realizzare un evento che è un’importante produzione indipendente ed un’occasione di divertimento e socialità per molti.
Soprattutto, AltaVoz è un evento unico nel suo genere perchè dentro gli spazi del Rivolta ognuno può esprimersi in piena libertà. La libertà per noi è tutto.

Eppure abbiamo sotto gli occhi qualcosa che ci colpisce e ci interroga. Questa libertà, che costa tanto lavoro e fatica, a volte viene confusa con l’abbandono. Succede così che molte persone si perdano in un uso di droghe e alcol che ha poco a che fare con lo stare bene insieme e tanto meno con il divertimento; succede che diverse persone non siano in grado di gestire questa loro libertà, stiano male ed abbiano bisogno di assistenza medica.

Le droghe e l’alcol fanno parte da sempre di tutte le società e non vogliamo fare la morale a nessuno, ma quello che abbiamo di fronte è qualcosa di nuovo che ci deve far pensare tutti. Quando questa libertà si trasforma in eccesso inutile e rischioso, quando anche gli amici abbandonano chi sta male, vuol dire che è il momento di fermarsi e riflettere.
Questa riflessione tocca tutti noi. Perché tutti noi, che si faccia o meno uso di sostanze, viviamo in questa società che produce il malessere che abbiamo visto sabato sera e che vediamo in molti luoghi ed eventi, che da momenti di socialità si trasformano in occasioni di sfogo, autodistruzione ed abbandono di sé stessi.

Questi fenomeni non riguardano ovviamente soltanto AltaVoz. E neanche solo gli eventi di musica elettronica, ma attraversano tutta la cultura giovanile e tutta la nostra società. Succede ogni settimana in eventi e locali e ogni giorno nelle piazze delle nostre città.
Noi però non vogliamo essere come altri e fare finta che il problema non esista. E’ un problema di tutti noi e siamo quindi tutti chiamati ad interrogarci e a cercare delle risposte. AltaVoz ha a cuore il bene comune e per questo diciamo cose che altri non dicono.

Le droghe (compreso l’alcol, che seppur legale è comunque una droga tra le più pericolose) sono dentro il nostro mondo e non fuori. Per questo abbiamo sempre un’ambulanza ed un medico durante i nostri eventi e per questo da tempo lavoriamo con un progetto che fa informazione sulle droghe e allestisce una sala chill out dove poter avere un sostegno, tutte le informazioni necessarie sulle sostanze, i loro effetti ed i loro pericoli e rilassarsi nei momenti di difficoltà.
Abbiamo fatto e continueremo a fare tutto ciò che è possibile per continuare a garantire a tutti questa libertà per noi così importante, senza criminalizzazioni e senza falsi moralismi. Ma adesso il problema è un altro.
Quello che abbiamo visto all’ultimo AltaVoz non ci è piaciuto perché dentro l’uso delle droghe leggiamo inconsapevolezza, abbandono e malessere personale e sociale. Noi invece siamo per la libertà (che è per prima cosa consapevolezza) e per il bene comune. L’indipendenza ci sembra la scelta, anche nel rapporto di ciascuno con le droghe. La persona davvero libera non si abbandona, non si lascia dominare e non vive succube delle sostanze.

Questa riflessione ci porta a dire che il 24 ottobre, data nel quale si sarebbe dovuto tenere il nostro prossimo evento, non sarà il solito AltaVoz. Sarà invece una giornata che dedicheremo a questi temi costruendo una serie di incontri, laboratori e dibattiti per parlare tutti insieme, con la collaborazione di esperti ed operatori, di questi problemi che non sono espressione di libertà, ma al contrario sono la prova della sua mancanza.

Il 24 ottobre noi ci fermeremo a riflettere su questi problemi. E vorremmo che voi vi fermaste insieme a noi.

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L’11 gennaio 1911 il compositore Francesco Balilla Pratella pubblicava, seguendo l’esempio di Marinetti, il Manifesto dei Musicisti Futuristi.
Abbiamo deciso di riproporvelo perchè a quasi 100 anni di distanza i temi affrontati ci paiono ancora validi: dalla situazione culturale italiana (guardate di cosa si parla oggi sulle pagine culturali del TIMES) allo svendere la propria arte.

Io mi rivolgo ai giovani. Essi soli mi dovranno ascoltare e mi potranno comprendere. C’è chi nasce vecchio, spettro bavoso del passato, crittogama tumida di veleni: a costoro, non parole, né idee, ma una imposizione unica: fine.
Io mi rivolgo ai giovani, necessariamente assetati di cose nuove, presenti e vive. Mi seguano dunque essi, fidenti e arditi, per le vie del futuro, dove già i miei, i nostri intrepidi fratelli, poeti e pittori futuristi, gloriosamente ci precedono,belli di violenza, audaci di ribellione e luminosi di genio animatore.
[...]
In Inghilterra, Edoardo Elgar, coll’animo di ampliare le forme sinfoniche classiche, tentando maniere di svolgimento tematico più ricche e multiformi variazioni di uno stesso soggetto, e cercando non nella varietà esuberante degli strumenti, ma nella varietà delle loro combinazioni effetti equilibrati e consoni alla nostra complessa sensibilità, coopera alla distruzione del passato.
In Russia, Modesto Mussorgski, rinnovato attraverso l’anima di Nicolò Rimsky-Korsakoff, coll’innestare l’elemento nazionale primitivo nelle formule ereditate da altri e col cercare verità drammatica e libertà armonica, abbandona e fa dimenticare la tradizione. Così procede anche Alessandro Glazounow, pur rimanendo ancora primitivo e lontano da una pura ed equilibrata concezione d’arte.
In Finlandia e nella Svezia, pure attraverso l’elemento musicale e poetico nazionale, si alimentano tendenze innovatrici, e le opere di Sibelius ne danno conferma.
E in Italia?
Insidia ai giovani e all’arte, vegetano licei, conservatori ed accademie, musicali. – In questi vivai dell’impotenza, maestri, e professori, illustri deficienze, perpetuano il tradizionalismo e combattono ogni sforzo per allargare il campo musicale.

Da ciò repressione prudente e costringimento di ogni tendenza libera e audace; mortificazione costante della intelligenza impetuosa; appoggio incondizionato alla mediocrità che sa copiare e incensare; prostituzione delle grandi glorie musicali del passato, quali armi insidiose di offesa contro il genio nascente; limitazione dello studio ad un vano acrobatismo che si dibatte nella perpetua agonia di una coltura arretrata e già morta.
I giovani ingegni musicali che stagnano nei conservatori hanno fissi gli occhi sull’affascinante miraggio dell’opera teatrale sotto la tutela dei grandi editori. La maggior parte la conduce a termine male e peggio, per mancanza di basi ideali e tecniche; pochissimi arrivano a vedersela rappresentata, e di costoro i più sborsando del denaro, per conseguire successi pagati ed effimeri o tolleranza cortese.
[...]
Ma i rari fortunati che attraverso a tutte le rinunzie sono riusciti ad ottenere la protezione dei grandi editori, ai quali vengono legati da contratti-capestro, illusori ed umilianti, rappresentano la classe dei servi, degli imbelli, dei volontariamente venduti.
I grandi editori mercanti imperano; [...]
Gli editori scartano qualsiasi opera che per combinazione sorpassi la mediocrità; col monopolio diffondono e sfruttano la loro merce e ne difendono il campo d’azione da ogni temuto tentativo di ribellione.
Gli editori assumono la tutela ed il privilegio dei gusti del pubblico, e colla complicità della critica, rievocano, quali esempio o monito, tra le lagrime e la commozione generale, il preteso nostro monopolio della melodia e del bel canto e il non mai abbastanza esaltato melodramma italiano, pesante e soffocante gozzo della nazione.
[...]
L’onta e il fango che io ho denunziato in sintesi rappresentano fedelmente il passato dell’Italia nei suoi rapporti con l’arte e coi costumi dell’oggi: industria dei morti, culto dei cimiteri, inaridimento delle sorgenti vitali.
Il Futurismo, ribellione della vita della intuizione e del sentimento, primavera fremente ed impetuosa, dichiara guerra inesorabile alla dottrina, all’individuo e all’opera che ripeta, prolunghi o esalti il passato a danno del futuro. Esso proclama la conquista della libertà amorale di azione, di coscienza e di concepimento; proclama che Arte è disinteresse, eroismo, disprezzo dei facili successi.
[...]
CONCLUSIONI
1. Convincere i giovani compositori a disertare licei,conservatori e accademie musicali, e a considerare lo studio libero come unico mezzo di rigenerazione.
2. Combattere con assiduo disprezzo i critici, fatalmente venali e ignoranti, liberando il pubblico dall’influenza malefica dei loro scritti. Fondare a questo scopo una rivista musicale indipendente e risolutamente avversa ai criteri dei professori di conservatorio e a quelli avviliti del pubblico.
3. Astenersi dal partecipare a qualunque concorso con le solite buste chiuse e le relative tasse d’ammissione, denunziandone pubblicamente le mistificazioni e svelando la incompetenza delle giurie, generalmente composte di cretini e di rammolliti.
4. Tenersi lontani dagli ambienti commerciali o accademici, disprezzandoli, e preferendo vita modesta a lauti guadagni per i quali l’arte si dovesse vendere.
5. Liberare la propria sensibilità musicale da ogni imitazione o influenza del passato, sentire e cantare con l’anima rivolta all’avvenire, attingendo ispirazione ed estetica dalla natura, attraverso tutti i suoi fenomeni presenti umani ed extraumani; esaltare l’uomo-simbolo rinnovantesi perennemente nei vari aspetti della vita moderna e nelle infinite sue relazioni intime con la natura.
6. Distruggere il pregiudizio della musica “fatta bene” – retorica ed impotenza – proclamare un concetto unico di musica futurista, cioè assolutamente diversa da quella fatta finora. Formare così in Italia un gusto musicale futurista, e distruggere i valori dottrinari, accademici e soporiferi, dichiarando odiosa, stupida e vile la frase:.”Torniamo all’antico”.
7. Proclamare che il regno del cantante deve finire e che l’importanza del cantante rispetto all’opera d’arte corrisponde all’importanza di uno strumento dell’orchestra.
8. Trasformare il titolo ed il valore di “libretto d’opera” nel titolo e valore di “poema drammatico o tragico per la musica” sostituendo alle metriche il verso libero. Ogni operista d’altronde, deve assolutamente e necessariamente essere autore del proprio poema.
9. Combattere categoricamente le ricostruzioni storiche e l’allestimento scenico tradizionale e dichiarare stupido il disprezzo che si ha pel costume contemporaneo.
10. Combattere le romanze del genere Tosti e Costa, le stomachevoli canzonette napoletane e la musica sacra, che non avendo più alcuna ragione di essere, dato il fallimento della fede, è diventata monopolio esclusivo d’impotenti direttori di conservatorio e di qualche prete incompleto.
11. Provocare nei pubblici una ostilità sempre crescente contro le esumazioni di opere vecchie che vietano l’apparizione dei maestri novatori, ed appoggiare invece ed esaltare tutto ciò che in musica appaia originale e rivoluzionario, ritenendo un onore l’ingiuria e l’ironia dei moribondi e degli opportunisti.
Ed ora la reazione dei passatisti mi si riversi pure addosso con tutte le sue furie. Io serenamente rido e me ne infischio: sono asceso oltre il passato, e chiamo ad alta voce i giovani musicisti intorno alla bandiera del Futurismo che, lanciato dal poeta Marinetti nel “Figaro” di Parigi, ha conquistato in breve volgere di tempo i massimi centri intellettuali del mondo.

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Una volta quando ero ancora al liceo, luglio voleva dire vacanze al mare con la famiglia e guardare alla Tv tedesca la diretta di un evento incredibile che si teneva tutti gli anni a Berlino: la Love Parade.
Nel luglio 1989 a Berlino Ovest, lungo la strada commerciale del Kunfursterdamm, un centinaio di giovani fricchettoni ballavano seguendo un furgoncino con montato sopra un soundsystem al grido di Pace Amore e Tolleranza; meno di sei mesi dopo di allora il Muro era caduto. L’anno successivo, la parata potè attraversare la Porta di Brandeburgo donando alla risorta Germania unita il ruolo di culla della musica elettronica europea.
A partecipare alla manifestazione sono dapprima tutti i più importanti Dj tedeschi quindi, dalla seconda metà degli anni ‘90, tutti i più famosi nomi internazionali. Il pubblico non può che crescere in maniera esponenziale.
Con quella del 1998 si è giunti all’apice: un milione di ravers sotto la Siegessaeule, la statua dorata della vittoria, sono in adorazione per un ragazzo di Berlino Est che fino a pochi anni prima era costretto a comprare i dischi al mercato nero.
Paul Van Dyk in quell’anno fu inoltre imposto a furor di popolo come resident del Gatecrasher, la principale serata trance inglese tenuta all’Heaven di Londra, venendo così consacrato Superstar Dj di primo livello al pari dei miti inglesi Nick Warren e Sasha, idoli e maestri dello stesso Paul.
Con la fine degli anni ‘90 la trance in Uk divenne un mastodontico business e la deriva commerciale fu inevitabile: il mercato inavaso da una marea di produzioni cheesy collassa portando con sè tutto il sistema dei superclub: Crasher, Cream, Godskitchen, Home, cadono come pezzi del domino.
In Germania a subire il colpo più pesante è la Love Parade che perde definitivamente la sua innocenza nel 2000, quando diviene un marchio registrato per circensi parties globetrotter. Nel 2002 viene infine sospesa causa mancanza di sponsor, salvo poi essere riesumata anni dopo nella regione mineraria della Ruhr, ma non sarà mai più la stessa cosa.
Tra tutte le immagini delle feste passate questa è quella che ci piace di più: Paul Van Dyk che suona la sua For an Angel, inno della Love del ‘98 e allo stesso tempo simbolo dell’intero movimento trance tedesco.

Immagine anteprima YouTube

Federico Spadavecchia

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Eccoci di nuovo a raccontare una storia che sa di già sentito. Ci eravamo illusi di poter vedere un festival di livello europeo in Italia, ma ci siamo ritrovati con un evento che di europeo ha solo i nomi. L’intenzione c’era tutta e gli artisti erano di prima classe. Producer e dj come Derrick May, Kevin Saunderson, Scan 7, Dave Clarke, Funk D’Void e tanti tanti altri, avevano spianato la strada a quello che poteva essere un gran successo.

Di certo non si può dire che sia andato tutto bene e senza nessun tipo di problema. Partiamo dall’aspetto tecnico e dell’impianto audio. Non ci si poteva aspettare un Funktion One in tutte le sale, ma a Roma al Dissonanze è stato fatto. Sicuramente mi verrete a dire che qui c’erano il doppio delle sale, anche questo è vero, ma non si poteva benissimo averne un impianto di top class nelle due sale più importanti? La Soul e la 3d, quelle con gli artisti più rappresentativi, non potevano essere supportate da un impianto di livello? Un conto è avere un sound system come quello della sala Soul Factory, un buon impianto che non ha dato nessun problema, ma non di certo il top, un conto è un impianto sotto dimensionato e che ha creato diversi problemi ad artisti come Marco Passarani, Dave Clarke e The Hacker. Così si perde la faccia nei confronti dei dj che contano, ma le cose più assurde devono ancora arrivare.

La gestione delle consumazioni presso i bar nelle varie sale e degli stand esterni è stata gestita attraverso l’acquisto di gettoni. Un gettone per 2.50 euro, calcolando che per prendere una birra ce ne volevano due, di certo non è stato economico ma non esagerato come il Dissonanze, ma fin quì nulla da lamentarsi. Verso le tre e trenta finisco i gettoni e mi reco verso lo stand per il cambio dei soldi e mi trovo davanti a delle serrande chiuse. Morale della favola? Niente consumazioni, niente acquisti. Per fortuna che una barista ci ha gentilmente offerto un bicchiere d’acqua, una cosa veramente deprimente per un evento del genere.
Questo è solamente l’anticipazione di quello che stava per accadere. Verso le quattro e cinquantacinque della mattina Derrick May finisce di suonare. Mentre tutti chiedevano l’ultimo disco prima del prossimo dj, anche dalle altre sale non si sente più nulla. Il Maximal è avvolto da un silenzio irreale, interrotto solo dalle urla della gente. Il festival è finito contro ogni più rosea aspettativa e contro le stesse indicazioni dello staff. L’ora prevista per la chiusura era quelle delle sei e mezza (orario preso dal sito web ufficiale), ma chiudere un’ora e mezza prima non è una cosa da poco.
I mezzi fuori non c’erano, la gente è stata maleducatamente cacciata fuori dalle sale, dagli stand esterni e buttata in mezzo alla strada, con molte persone che hanno dovuto aspettare le sei per far ritorno a casa. Per stare sicuro avevo prenotato il volo del rientro a Roma alle undici e trenta, ma se fosse stata data la notizia della chiusura alle cinque, mi sarei evitato volentieri le tre ore in sala d’aspetto di Orio al Serio. E’ un fatto grave che ha creato enormi disagi alla gente, una cosa che all’estero non sarebbe mai accaduta. Una vera e propria truffa anche per tutti quelli che magari erano venuti a sentire artisti come Len Faki o Pet Duo e che non hanno neanche avuto spazio per proporre il loro sound.

Peccato, perchè il festival sotto l’aspetto musicale è stato di ottima qualità, ma come al solito l’organizzazione è sempre all’italiana e il pubblico è sempre il solito. Non ho mai visto così tanta gente sentirsi male, ma questo è un altro discorso e purtroppo nel nostro beneamato paese è la norma. Questa non vuole essere una totale bocciatura verso chi si è impegnato ad organizzare un evento così importante, carico di buone speranze, ma un dubbio ci pervade: non era meglio organizzare una cosa più piccola, ma ben fatta?

Fabrizio Gattuso

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Il 25 febbraio 2007 scrissi il mio ultimo articolo per questo sito. Non era un abbandono verso questa testata, ma un vera e propria pausa di riflessione. Dopo aver seguito la scena musicale per molti anni, passando per siti come The dance web, Technodisco e Jayculture approdai a questo nuovo progetto con tanta voglia e speranza, cosa che però fece presto a svanire.
Abbondai la scena che era praticamente finita l’ondata electro ed era già un anno che si sentivano i primi successi minimal, attenzione successi di qualità e non di pubblico. La minimal techno era un genere ancora all’inizio della sua ondata ed era molto in voga in Germania e in pochi altri paesi. Un movimento musicale portato avanti da etichette come Minus, Plus8, Cadenza, Trapez, Ovum ed erano già molti gli artisti che erano entrati nel movimento. Ormai era scontato che la minimal sarebbe diventata la nuova moda, cose che successe precedentemente come l’electro che veniva subito dopo l’hardgroove di scuola napoletana. Un normale ciclo che portava alla ribalta, a seconda delle varie annate, diverse sfumature musicali.
Tornare a scrivere dopo più di due anni e trovare ancora la minimal, priva della carica innovativa portata avanti da gente del calibro di Richie Hawtin e Ricardo Villalobos mi ha lasciato letteralmente spiazzato. Si, perchè la fine ancora non si vede e il mercato è saturo di dischi fatti in due minuti, ma che vendono tanto. Si è trasformata da un genere sperimentale ad una banalità atroce, si fa fatica a trovare dischi di classe o almeno diversi dalla massa.
Ma tutto ciò cosa ha portato? Un completo annientamento degli altri generi, escono sempre meno dischi electro, i prodotti in stile detroit o caratterizzati da una techno abbastanza movimentata si contano sulle mani e nell’ambito club come lo conosciamo noi, non si vede nulla di nuovo tranne la rinascita della deep house e la nuova tendenza nu-house, che non è altro una minimal in salsa house invece che techno. Nulla di nuovo.

Amante dei Depeche Mode, non poteva scapparmi “Sound of the universe” e mentre stavo parlando del mio ritorno al giornalismo musicale, esce fuori il nome di un certo Caspa.
Calcolate il mio vuoto temporale di due anni e giù di li ed immaginate la mia faccia. Incomincia la ricerca musicale e il mio orecchio non mi delude mai, dietro al nome di un singolo artista come quello di Caspa, si nasconde musica nuova, un mondo nuovo.
Erano anni che non sentivo un genere musicale così innovativo e che converge su sè stesso tantissime sfumature creando un prodotto fresco e assolutamente originale per il mercato.
Da li a dire che la dubstep, è la nuova tendenza musicale per il prossimo futuro, il passo è breve. L’aria è carica, un ciclo sta per terminare e ne sta iniziando un altro.
La cosa più sensazionale non è l’arrivo di un nuovo genere, ma l’arrivo di una tendenza musicale che non arriva dalla scena elettronica da club, cioè quella classica capitanata dai generi madri come techno ed house, ma da quei movimenti laterali come l’hip-hop, il reggea e dalla scena breakbeat più radicale.
Su diciamolo, questa è appropriazione indebita di locali da ballo. Scena storica del panorama techno come il panoramabar/berghain è stata la prima a crollare, la strada verso il successo è molto vicina.
Ma di che cosa stiamo parlando? Di una vera e propria fusione di generi, dentro al calderone dubstep passa il background hip-hop e break&beat, c’è di mezzo l’influenza reggea e l’acidtechno. Inoltre, in tutti i pezzi e nelle serate si respira quell’atmosfera da rave anni 90, che è sempre ben accetta.
E’ musica che al primo ascolto ti manda in paranoia, bisogna essere preparati fisicamente a reggere un trip musicale come questo. Producer come Kode 9, Benga, Scuba, Caspa, Rusko e molti altri non hanno niente da invidiare a gente ben più famosa, ma che nella propria fama ci muore.
La musica è fatta di innovazione e se per un po’ o in determinate occasioni, la nostra vecchia e cara cassa 4/4 ci abbandona, ben venga. Non rimaniamo fossilizzati su un genere e soprattutto non rimaniamo fissi sul genere che tira di più, anche perché se adesso è la minimal ad andare di moda, domani sarà un altro giorno e state pur certi che ci sarà un altro genere ad essere in voga.

Smettiamola di dare credito a miti azzoppati che vanno in giro con il pullman di bambini estasiati, cerchiamo nella musica idee, qualità e classe. Quando non ci sono più questi elementi ed è un continuo riciclare quello che si è fatto il mese prima, un genere o una tendenza è satura ed è arrivata l’ora di cambiare.

Fabrizio Gattuso

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Direttamente dalle pagine del Guardian Simon Reynolds (per qualcuno, se mai ancora ci fosse, che non lo conoscesse è il più grande critico musicale vivente) dedica un bellissimo articolo ad uno dei nostri artisti preferiti del momento (e che abbiamo seguito in giro per l’Europa): il Dj dubstep Caspa

Loved by punters, Caspa is the big man of dubstep. Yet others dismiss him as a ‘wobble yob’. So will anyone give his debut album a fair listen?

A couple of weeks ago Fabriclive hosted the launch party for Everybody’s Talking, Nobody’s Listening, the debut album by Caspa, one of dubstep’s top DJ-producers. Caspa, aka 26-year-old Gary McCann from west London, plays big rooms for reputedly big money (by dubstep standards, anyway), dropping big bassline tunes that bludgeon crowds into rowdy rapture. A measure of Caspa’s bigness is that he and partner-in-crime Rusko were the first (and so far only) dubsteppers to do a Fabriclive CD mix.

You’d expect the debut album by such a prominent, if polarising, figure in the scene to get loads of attention. Yet strangely the impression I get is of blanket non-coverage. All the obvious places, from FACT to The Wire (dubstep-besotted to the point of having Kode 9 on its cover this month) appear to be giving it the cold shoulder. Online discussion is equally muted. In these circumstances the title Everybody’s Talking, Nobody’s Listening looks like a chronic case of delusions of grandeur, with a tinge of paranoia. But it isn’t. Over the last nine months, people have been talking a lot about Caspa and the style of oscillator-bass tunes he’s associated with, what people in the scene refer to as wobble.

And few have anything nice to say. Here’s a medley of typical abuse: “Dumb macho wobblers with no sense of soul or subtlety”, “numbskull bass drops”, “mid-range chainsaw bass bollocks”, “aggressive soulless white-boy shit … that has NOTHING TO DO WITH DUBSTEP AS IT WAS.” There’s been handwringing about how “the mainstream of dubstep is becoming such an abortion”, complaints about “a whole aesthetic/gross behaviour … tied to that kind of dubstep” with “every pissed middle-class student wanker acting like geezer and geezerette on dancefloors across the country”. This is just a fraction of the negative commentary stirred up by Caspa and the nu skool of “copycat cockstep”. Most bizarre of all are the descriptions of wobble’s hard-riffing blare in terms of “someone jizzing in my face” and “bukkakestep”!

I had to do a double-take when I first encountered all this anti-Caspa/death-to-wobble chat. This is dubstep we’re talking about, right? A scene I’d always thought of as a bit blokey but essentially affable, and perhaps restrained by scholarly reverence for its various roots. When exactly did it become a lumpen, lairy racket, a soundtrack for lads and ladettes to have it large? (Two of Caspa’s EPs were titled ‘Ave It Vol 1 and Vol 2, and the album Marmite features a hoarse, booze-bleary MC yelling “all the people out to have a FUCKIN’ good time, say YEAH!”).

But how bad can it actually be on the scene’s big-room floors to have the original dubstep headz and scene custodians in such a lather? If it’s just a certain element getting boisterous, taking a shirt or two off, bumping up against you and leaving some sweat on your nice shirt, well … that’s a rave, innit? Something to be taken in stride. Or are we talking guys literally skanking with their cocks out?!

Another thing that initially surprised me was this idea that dubstep now contains a mainstream that is opposed to, and by, its experimental peripheries. Caspa and the wobble yobs are commonly attacked as “commercial crap” (bizarre, given that B-line brutalism of this ilk is unlikely to be troubling the UK top 40 any time soon). Then I remembered I’d noticed this emerging divide myself at New York’s Dub War club a good 18 months back. The weirder, more rhythmically complex dubstep was played early in the night, but the peak hours were dominated by formulaic bangers.

Headlining DJs Mala and Loefah dropped tune after tune that hewed to a rigid template: a loping half-step beat, a juddering bass-riff, and running almost at right angles across the riddim a grating synth-riff that quacked like some kind of robo-duck. The effect was samey but vibey, for these dirge-bass anthems drove the crowd apeshit, they were yelling for rewinds and leaping about even though the music’s tempo was incredibly sluggish. Blogging about the night I used the old jungle term “jump up” to describe all these crass crowd-pleaser anthems. And apparently that’s what people on the scene have been calling the wobble style purveyed by Caspa, Rusko and similar leading DJs like Plastician.

Why does “macho” always come up with Caspa’s music? Well, he has talked in interviews about how his ideal night-out is “to get on the lash, get smashed off my tits, and get in a fight with someone”. He nominated The Football Factory, a film about soccer hooliganism starring Danny Dyer, as his favourite film. On Everybody’s Talking, Riot Powder is named after a nickname used by Feynoord fans for cocaine, which they take to whip themselves into a berserker frenzy and numb them to the pain of close combat. Watch the Holland episode of the documentary The Real Football Factories (also fronted by Dyer) to hear DJ Paul Elstak describe Rotterdam hooligans going to gabba raves, partying all night and then heading straight to the terraces still buzzing on drugs.

While he’s clearly cosmopolitan and internationalist when it comes to soccer violence, Caspa talks about being obsessed with “British culture”. “Marmite”, on the album, is probably not a paean to the yeast-flavoured ointment we Brits rub on our toast, however, but Cockney rhyming slang for “rubbish” (via “talking shite”). Rusko and Caspa are well into their London gangster mythology: the former made the big tune Cockney Thug while Caspa’s Well ‘Ard featured a movie sample that goes “Geezer was so hard even his fucking nightmares were scared of him”.

Factor in the source of his alias (homage to Casper, one of the least wholesome characters in Larry Clark’s film Kids) and the early track Custard Chucker (suggesting there’s a kernel of psychosexual truth to the association of wobble riffage and flying jizz) and you’d have to conclude that McCann does have an unsavory preoccupation with masculinity. His music is so over the top it’s almost butch. Still, there’s a bit of a double standard here, I think. When grime artists act gangsta (Terror Danjah’s Cock Back, D Double E rapping about how bullets will make your face cave in), that’s usually justified as reflecting street realities, or made allowances for as teenage boy-man overcompensation. But when Caspa does it, he’s the Guy Ritchie of dubstep.

No doubt he could afford to work on his sexual politics. Victoria’s Secret, on the album, appears to be a stab at making “something for the ladies”, all cheesy sax and a feminine voice cooing a lovey-dovey phone message. Maybe it’s just the song title, but it makes me think of a guy whose idea of a birthday present for his girlfriend is sexy lingerie (a present for himself, in other words). Also a bit cringy but sonically far more compelling is the oddly addictive Disco Jaws, which features MC Beezy out-geezering Mike Skinner with a lyric written from Caspa’s viewpoint and detailing the tribulations of the dubstep superstar DJ lifestyle, which range from sycophantic nerd-boy fans to groupies who won’t take no for an answer.

Overall, Everybody’s Talking, Nobody’s Listening is a mixed bag. Rather than sticking to wobble, Caspa tries to showcase his range and make it clear he knows his history too. Hence the clumsy opening gambit of an intro voiced by legendary soundsystem selector/radio DJ David Rodigan: “From King Tubby’s echo chamber in western Kingston to the dubstep phenomenon out of London … dark rooms with heavy basslines full of fans who are only there for the music and selectors who not only play it but create it … Are you listening? Because Caspa’s playing.” This genuflection before roots’n'culcha is blown to the winds immediately by Low Blow, along with Marmite the killer example here of Caspa’s bass-blast style. With these tracks it’s as though both halves of the word “dubstep” have been crossed out: the rhythm, void of all traces of Jamaica or UK garage, is neither skanking nor skippy but a slow stampede, like gabba on cough syrup.

Caspa’s debut is bookended with another gesture to the ancestral, Back to 93, a pleasing jungle roller harking back to the DJ’s induction into London’s rave continuum at the tender age of 11. Everybody’s Talking is traditional in another sense: it belongs to a lineage of single-artist albums made by hardcore/jungle/garage artists that are suffused in the pathos of belatedness. By the time the album comes out the style with which the producer made his name has been left behind. These albums – Altern-8, Eon, Liquid, Alex Reece, too many to list – sometimes have lost gems or stray oddities secreted on them, semi-successful gestures towards diversity and expanded musical horizons. But all in vain; the scene has moved on. Neither pandering fully to the punters nor sufficiently “progressive” to placate the pundits, Caspa’s debut may well achieve negative crossover.

Is Everybody’s Talking a tombstone for wobble, then? Probably. But not necessarily. See, the curious thing about the anti-wobble backlash is that whatever you might say about the style –crude, concussive, an instant cliché – it’s the one time that dubstep has actually sounded like nothing else around. In its early years, the genre seemed to have no centre or edges, to be forever bleeding back into other, earlier styles: digidub, the more minimal strands of UK garage, techstep. Then dubstep definitively arrived at itself with the half-step riddim and the oscillator bass-riff. Only for the cognoscenti to recoil almost immediately. Yet the exits they’re currently hurrying towards seem to be less distinctive, whether it’s the Dilla’n'bass sound of the Genre Formerly Known as W****y, or assimilating ideas from funky house, or merging with Basic Channel-style dub-techno.

Caspa might not be able to move on even if he wanted to. The massive’s demand for wobble is unlikely to fade, coming as it does from dubstep’s new contingent (those dreaded students, refugees from drum’n'bass, even free-party ravers). The money might simply be too good to quit. I’d wager that it’s the children of Caspa, producers whose world started with tunes like Coki’s Spongebob as opposed to obscure Noughties prototypes by El-B and Horsepower, who will decide the genre’s future. Meanwhile, if I was Caspa I’d make a Put a Donk On It-style video to go with Disco Jaws and really go for it.

Simon Reynolds

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mar
20

Questions

Avrei ben più di dieci domande da rivogere a Marco Carola, il Dj napoletano più conosciuto del Mondo. Un artista dall’immenso talento, tra i primi a gettare un ponte tra l’house, la techno e il dub, creando un sound rivoluzionario come l’hardgroove.

I suoi set a tre piatti hanno segnato la storia del clubbing di fine anni ‘90 inizio 2000…

Ma soprattutto mi chiedo dove sia finito oggi, Marco.

Di certo non è a selezionare la nuova compilation celebrativa del Time Warp di Mannheim, perchè una tracklist così banale e insignificante non voglio credere sia opera sua.

Il Carola dalla tecnica aliena, che mentre suona non guarda mai la pista perchè troppo concentrato sulla Musica, è ritornato nella sua galassia lontana ormai da anni, lasciando a noi terrestri un freddo automa buono giusto per imbambolare le nuove generazioni: non più clubbers ma carne da macello per assordanti campagne di marketing ultra patinate, che si esaltano per dischi (se si possono chiamare tali) e proclami deliranti (vinyl is a pain in the ass, il vinile inquina) che hanno affossato pezzi di Storia del Movimento. Di un patrimonio di TUTTI NOI APPASSIONATI come la Plus 8 ormai si stanno vendendo pure i bei ricordi.

Per la cronaca ecco la compilation che mi ha fatto salire il sangue al cervello:

Tracklist

CD 1 (Hotel Session)
01. Jamy Wing – Luanda
02. Robert Dietz – Fym
03. Ernesteo Ferreyra – Hunted
04. Super Flu – Lyla Sucks Lemon
05. Uto Karem – Trentatre
06. Slubox – Backseat Driver
07. Jamy Wing – Port Au Prince
08. Souki – Hausmeister Gordon (Lazy Mouth Remix)
09. Kate Simko – She Said (Barem Remix)
10. Damian Schwartz – 20
11. Solimano – De Rosa (Franco Cinelli Remix)
12. Robert Dietz – Kanban
13. Marco Carola – Drumming
14. Fritz Zander – Ulrich
15. Marco Carola – Plaster
16. Minicoolboyz – The Melody
17. System Of Survival – Snaturelle

CD 2 (Night Session)
01. Marco Carola – The Tribe
02. Mathias Kaden – Shetani
03. Masomenos – On Fait La Java
04. Azid Child, Karlos Phazer & Soulrack – Go Hamilton
05. Paco Osuna – It Wasn’t True
06. Josh Wink – Everybody To The Sun
07. Dop – Mambo Jumbo (Guy Gerber Remix)
08. Super Flu – Shine
09. Livio & Roby – Roata Unu
10. Ray Okpara – Loving Moonbuah (Nekes Remix)
11. Thodoris Triantafillou – Suspicious Behaviour (Nick Curly Remix)
12. Broombeck – Mono Turn
13. Julien Chaptal feat. Daniel “Mumbling” Sanchez – Rounda
14. Marco Carola – Pampero
15. DZI aka Luke Dzierzek – The Beast (Broken & Dan Doran Remix)
16. Audio Dependent – Toenail
17. Null.Eins – La Gente Menuda (Markus Fix Remix)

Si parla di hotel e di night, ma la Musica è ridotta a mero accompagnamento di quello che una volta era un Rave (aree industriali abbandonate, sudore, suoni oscuri ecc…ve li ricordate sì ?) ed oggi strumento promozionale di una multinazionale.

Se non fosse per Laurent Garnier e Ricardo Villalobos sarebbe da non stare neanche a perderci il tempo per leggerne la line up.

La selezione del doppio cd è un guazzabuglio autoreverenziale in cui appaiono giovani che inseguono il successo a tutti i costi percorrendo le strade più ovvie (Skream e Benga salvateci voi!!!), mentre la nu house è diventata un pretesto per riproporre la pochezza di idee dell’odierna minimale hawtiniana: al ricercato suono di Francoforte si preferiscono trombette e bonghi illudendosi di essere innovativi, mentre l’unico risultato cui possono aspirare è la famosa colonna sonora da ascensore.

A questo punto resta un’ultima domanda: A quando un bel live con Fausto Papetti?

Federico Spadavecchia

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Ai signori che attualmente si occupano di etichette storiche come Plus 8 e Drumcode, che dovrebbero essere rispettivamente Paco Osuna e Adam Beyer anche se non si può mai sapere.

Avete in mano due etichette che negli ultimi quasi quindici anni (quasi venti, nel caso della +8) hanno fatto parte dello stato dell’arte della techno, i cui nomi resteranno per sempre indissolubilmente legati a capolavori come, rispettivamente, i primi Plastikman o la serie Gainlane di Hardcell e Grindvik: è una responsabilità importante.

Ora, io capisco perfettamente che c’è la crisi e il mercato dei 12” non era proprio in ottima forma già da prima, per cui appoggiarsi ad un marchio forte preesistente fa comodo, ma vedere la discografia di etichette storiche rovinata da autentiche merde come questa o questa (e potrei allungare la lista a oltranza, visto il livello delle uscite di entrambe le etichette nell’ultimo anno) è veramente un colpo al cuore.

Capisco perfettamente anche che ci si debba evolvere e che sia sbagliato restare focalizzati sempre sugli stessi artisti, ma se sono più di dieci anni che hai l’etichetta simbolo della techno svedese e solo occasionalmente hai ospitato altri nomi di assoluta eccellenza in ambito techno come Marco Carola, Oliver Ho e Gaetano Parisio, c’è davvero bisogno di stampare un disco di Steve Lawler che col resto delle uscite c’entra come i cavoli a merenda? E uno di Tony Rohr che probabilmente è stato comprato solo dai gestori degli autoscontri?

E ancora, se hai in mano un’etichetta che per quasi vent’anni ha ospitato le manifestazioni della malattia mentale di un genio come Richie Hawtin, devi per forza stamparci la techno fatta coi suoni dei Teletubbies dagli spagnoli come se fosse una CMYK qualunque?

E’ una supplica che mi viene dal profondo del cuore e che covavo già da un po’: per favore, la dignità di queste due etichette è già irrimediabilmente compromessa, almeno inventatevi qualcosa per distinguere questo terrificante nuovo corso da quello vero.

Chessò, si potrebbero chiamarle Plus Hate e Shitcode, che sono anche due nomi incazzosi e tamarri come le ultime uscite e quindi non stonerebbero troppo, oppure si potrebbe cambiare la veste grafica aggiungendo una bella visiera fucsia che si intoni al mood attuale delle due etichette…basta che sia chiaro che le uscite recenti non sono Plus 8 e non sono Drumcode, che sennò mi sento preso per il culo.

Raibaz

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Se c’è una cosa che mi mette davvero ansia è il bilancio di fine anno: quali sono stati i 10 migliori album? E i club? E i rave? Ma indoor o open air? E cosa diciamo delle label?
Scusate ma io non ce la faccio proprio, anche perchè sono sicuro di scordarmi sempre qualcosa, per non parlare poi di tutti i dischi meravigliosi usciti e che per qualsivoglia motivo non ho ascoltato per i quali il senso di colpa diventerebbe insostenibile.
A limite posso proporvi un pizzino da nascondere nella calcolatrice come nei compiti in classe, una sorta di memorandum di ciò che il mondo del clubbing e della musica elettronica ricorderà di questo 2008.
Beh, innnanzitutto, il 2008 è stato l’anno del revival ‘98 con il ritorno dell’house grazie in particolar modo a Raresh e i suoi fratelli, delle sonorità inglesi con la scena dubstep (ed un punkissimo Shackleton che prima crea l’etichetta più figa del momento e poi la distrugge); per finire in bellezza abbiamo avuto il terzo, meraviglioso, album dei Portishead. In ambito Pop, invece, è straripato l’emo (ed il marchio di fabbrica emo ‘98), Madonna ha fatto l’ennesimo disco (ma lei ne sforna uno all’anno quindi non conta, però ha divorziato), ed una ridicola nostalgia da parte dei ragazzini italiani verso la commerciale di fine anni ‘90 con tanto di riesumazione del DeeJay Time.
Poi ci sarebbero pure gli indieboys di sponda electro francese ma loro sono snob e celebrano il 1988…
Comunque tra coloro che da bravi si sono dedicati a scrivere qualcosa di serio a riguardo segnalo il nostro amico Raibaz, e Resident Advisor, altro grande protagonista dell’anno.
Il sito del Paese degli orologi a cucù, infatti, si è imposto come punto di riferimento per il clubbing mondiale arrivando ad insidiare magazine cartacei del calibro di Mixmag e DJ.
Il loro punto di forza sta certamente in un’informazione precisa e puntuale, e nel gran numero di notizie riportate. Anche per le classifiche presentate si può sostanzialmente approvare il loro operato, avendo scelto correnti musicali di primo piano e relativi artisti.
Però, a ben guardare ci sono delle posizioni che non mi covincono.
Una delle ultime charts pubblicate è quella degli album dove al 19° posto si trova Metanarrative di Claro Intelecto mentre al primo Shedding the past. Per carità due produzioni splendide, veri manifesti della nuova dub techno post Basic Channel, ma tra le due la differenza di posizione doveva essere minima con preferibilmente davanti l’artista inglese, che è arrivato a certi suoni ben prima di Shed e con un taglio molto più personale (il primo posto per me appartiene di diritto a Carl Craig e Moritz von Oswald con Recomposed).
In realtà osservando le altre classifiche del sito appare chiaro come la redazione di RA abbia voluto rendere omaggio al Berghain/Panoramabar di Berlino attribuendogli la prima posizione in diverse categorie: miglior club, Ostgut Ton (la casa discorgrafica che lo gestisce) miglior label, Berghain 02 mixed by Marcel Dettmann miglior compilation, il suddetto miglior album stampato su Ostgut Ton, il remix di Shackleton a Villalobos uscito su Perlon come miglior remix dove tutti i nomi coinvolti sono di casa al Panorama.
Per come il club di Friedrischain si è comportato negli anni è palese che questi riconoscimenti se li sia meritati tutti, tuttavia ad esclusione dell’award come best club su gli altri ci sarebbe parecchio da discutere.
Prendiamo come esempio la Ostgut Ton: quanti dischi ha sfornato nel 2008 davvero significativi, album di Shed a parte? Stesso discorso per i remix e le compilation, ottimi prodotti ma sicuramente non i migliori in assoluto.
Resident Advisor fa l’errore di ammiccare troppo al trend dubtech/dubstep (promosso dalla serata Sub:stance guarda caso al Berghain) dando l’impressione (ma non credo ci sia malizia) di voler fare vedere quanto sono avanti…peccato che poi inciampino sui loro stessi piedi dimenticandosi di citare tra gli album quelli di Benga (a cui poco tempo prima avevano fatto una bella intervista) e Kevin Martin aka The Bug.
Morale della favola il caro vecchio Sven Marquadt, severo guardiano del Panorama, deve aver chiuso le porte in faccia troppe volte a quelli di RA che poverini ora si stanno impegnando al massimo pur di rientrarte nelle sue grazie…peccato che al Turselector del club berlinese i giornalisti stiano più antipatici degli Italiani col videofonino; per conferma chiedetelo ai ragazzi di Mixmag: per realizzare il servizio furono costretti ad intervistare Luciano quasi di nascosto e ad ingaggiare un disegnatore…

Federico Spadavecchia

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Nuovo spot socialmente utile della birra low cost da festival più famosa al mondo, ovvero la Heineken (chi sano di mente la beve in altre circostanze???), che continua sulla scia del magnanimo imprenditore che si cura della salute del proprio pubblico : “affezionati al nostro brand perchè noi ci preoccupiamo per te” o meglio per il tuo portafoglio (roba che se bevi troppo e fai un incidente non solo per un paio di mesi avremo un cliente di meno ma soprattutto danneggi l’immagine dei produttori della sacra bevanda).
Questa volta dopo il cane guida ubriacone abbiamo una scena da tipico club italiano:
Un pò di musica, un pò di ragazze e il solito tipo alticcio che per un futile motivo, come ad esempio il rovesciare il bicchiere per uno scontro involontario, inizia a menare le mani manco dovesse difendere l’onore dei suoi avi.
Ora sì lo spot è divertente e tutto però vorrei sapere se all’estero lo trasmettono tale e quale…Se penso ai vari party in Germania, Olanda e Inghilterra degli ultimi due anni sì che mi ritornano in mente fiumi di birra e personaggi bizzarri ma di atteggiamenti violenti nemmeno l’ombra.
Quindi in conclusione di questo moralistico ed esterofilo intervento mi chiedo: ma non sarà che noi Italici più che bere meno dovremmo semplicemente imparare a stare al mondo?

http://www.knowthesigns.com/

Federico Spadavecchia

PS: Piccola divagazione di marketing: il modello di campagna pubblicitaria in questione non è proprio originale, infatti già 40 anni fa Michele Ferrero per far comprare le barrette Kinder alle mamme italiane, che per ogni cagata esigono un valore più “profondo” rispetto a quello puramente ludico/epicureo, si inventò il motto del “più latte e meno cacao”.

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Archiviato il Time Warp, passato da tre settimane abbondanti, ora come ora il nostro problema principale è quello di scegliere una meta per quella che si preannuncia essere una delle estati più calde di sempre.
E come tutti gli anni non si può non pensare alla bella stagione senza farci venire alla mente Ibiza, la piccola isola delle Baleari che fu patria del popolo freak negli anni ’70 e’80, e che oggi ospita i pezzi da novanta del nightclubbing mondiale.
Sarà che nell’ambiente della musica house e techno lo scorrere del tempo è di gran lunga più veloce rispetto ad altre realtà artistiche, ma sembra davvero passato un secolo da quando la Isla Blanca del Mediterraneo era famosa per l’assoluta libertà di cui godevano i suoi abitanti e vi si rifugiavano giovani tedeschi e italiani scappati di casa in cerca di stimoli e ispirazione, oppure inglesi alla ricerca di un qualcosa di nuovo che potesse svecchiare la loro scena nazionale.
Sono passati 20 anni da quel periodo incredibile noto come Summer of Love, un movimento assolutamente edonistico, che è stato capace però di varcare i confini spagnoli andando ad infiammare Londra assumendo allo stesso tempo un fortissimo valore politico.
Da allora quei giovani sono tornati sull’isola delle meraviglie molte volte, ma non erano più semplici party-people no, adesso Sven, Danny, Paul e tutti gli altri sono Star internazionali del Djing, anzi mega imprenditori della consolle, creatori di marchi milionari che ogni anno attirano un numero spropositato di ragazzi e ragazze di ogni credo e colore alle loro feste organizzate in tutto il mondo.
Ed ecco quindi che l’idea di mettere su un baretto in riva al mare per godersi il tramonto in compagnia respirando a pieni polmoni l’ossigeno diffuso da un musicista sperimetale francese, si trasforma in un sonstuoso piano d’investimento con tanto di consulenti di marketing, campagne promozionali sui giornali, e grandi discoteche in grado di ospitare comodamente un esercito costose quanto un albergo di lusso.
Niente di nuovo sul fronte occidentale allora, mi direte voi pazientissimi lettori, è chiaramente tutto in linea col moderno business del divertimento, quindi dove sta, sempre che ci sia, il problema?
Il problema, cari amici, sta nella semplicissima e altrettanto banale constatazione che la Musica, elemento che in luoghi denominati “discoteche” dovrebbe essere sempre in primo piano, ormai è considertata al pari di un qualsiasi altro arredo del locale, utile giusto a far capire alla clientela che tipo di servizio le viene offerto, o in quale modo preferisce essere catalogata: ” Ehi sei un tipo electro chic? Vieni all’Amnesia!, Ehi amico preferisci la dirty latin minimal? Allora sei sicuramente un tipo da DC10!, Aho sei un coatto che va a ballare con la bandiera italiana, collanina di perle kilometrica con taglio di capelli e scarpe improponibili? Al Privilege aspettiamo solo te!, Maniaco sessuale? Prego il Manumission è da quella parte!!
Proprio in questi giorni stanno uscendo i line up dei pricipali staff, leggeteli con attenzione e vedrete come assomigliano sempre di più ai volantini dei parchi divertimento in stile Gardaland…meglio: enormi gelaterie dove ciascuno può scegliere il gusto che più gli fa gola …è davvero emblematico il nome scelto per le serate Cocoon: Freakshow…termine che potremmo liberamente tradurre con “circo”, anche grazie ad una straordinaria parodia dello stesso Sven illustrato come appunto uno strambo impresario circense.
Ma siamo davvero ridotti ad una sorta di grande circo Barnum? Beh, ammetto che osservare come i novelli frequentatori ibizenchi sfruttino una merce rara e preziosa come la libertà di fare ciò che si vuole ( o quasi ) per comportarsi tutti nella stessa identica maniera e seguendo tutte le volte i medesimi rituali con le loro uniformi d’ordinanza mi lascia quanto mai perplesso.
Mi fa venire davvero la nausea constatare che l’armata estiva del clubbing scelga i propri ritrovi unicamente sulla base del grado di celebrità dei Dj, addirittura arrivando ad incazzarsi se qualcuno osa muovere appunti verso i loro idoli pagani, come se bastasse avere un grosso nome per avere il divin privilegio di essere immune da ogni critica.
Bon, ora che rileggo queste righe non vorrei che pensaste a me come un radical chic con la puzza sotto al naso, o come un barbuto integralista che non sa spassarsela.
Ibiza rimane comunque uno dei posti più incantevoli d’Europa, ed è sicuramente un’esperienza che prima o poi merita di essere vissuta, magari, tra una ragazza e l’altra, scoverete nuovi party su qualche caletta nascosta.
Per quanto mi riguarda non so ancora dove andrò quest’estate, l’ipotesi più probabile è che girerò qualche festival riposandomi poi su un’altra isola, molto più tranquilla, del Mediterraneo, dove trascorrerò giornate intere galleggiando a morto nel mare e, immerso nel più totale silenzio, sognerò quanto sarà speciale la mia prima volta a Ibiza.

Federico Spadavecchia

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