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jonsonAvere la possibilità di fare due chiacchere con uno dei pilastri della musica moderna non capita tutti i giorni e quindi dobbiamo ringraziare davvero tanto Xplosiva che non solo ha portato nel suggestivo circolo Esperia sul lungo Po a Torino Kode9, boss della Hyperdub, nonchè eroe del dubstep ma ci ha anche regalato l’opportunità di intervistarlo insieme ad un partner d’eccezione come Giorgio Valletta. Quello che ne è venuta fuori è un’interessantissima discussione sulla natura del genere, e di conseguenza sono emerse tutte le ossessioni britanniche vecchie e nuove: dal ribadire il legame del suono con la madre patria, che all’estero viene mal interpretato, al dibattito sull’hardcore continuum (detto nuum), che negli ultimi due anni sta impegnado i più fini critici, Dj e musicisti del Regno Unito, a riguardo della discendenza jungle e hardcore.
Ma eccovi l’intervista:

Nel 1997 El-B pose la prima pietra del dubstep. Oggi, passati 13 anni, la scena post garage si è sviluppata in così tante direzioni che mi chiedo se abbia ancora senso continuare ad usare il termine Dubstep per ricomprenderle tutte…

La maggior parte della musica che propongo appartiene a diverse diramazioni post garage come broken beat, Uk funky, dubstep o grime o ancora bassline. Ecco, tutti questi stili sono la conseguenza dell’evoluzione dell’Uk garage e della sua conseguente suddivisione in tante nicchie più piccole.

A proposito della varietà del tuo suono a giugno uscirà un tuo cd mix per la serie Dj Kicks, e, vista la diversità di stili che contiene, questo potrebbe sorprendere un po’ chi si aspetta un classico set dubstep. Inoltre ritieni interessante questa nuova direzione che porta il post garage ad atmosfere più luminose rispetto all’oscurità del dubstep?

L’Uk garage non era esclusivamente musica dark, ma ricomprendeva una moltitudine di emozioni e mood differenti; per questo ora sto cercando di rimetterle insieme: è vero che la musica che produco è in prevalenza oscura ma non sempre ho voglia di proporre quelle atmosfere, voglio sfruttare appieno tutto lo spettro sonoro che circonda l’Uk.

In un’intervista hai detto che all’inizio il dubstep era una scena per produttori; ora, con tutte le serate ed i festival dedicati che sono venuti fuori, possiamo dire che è una scena per Dj’s?

Io credo che la cosa più importante sia l’essere diventata una scena di ballerini! Ed è una bella differenza con i primi tempi in cui eravamo soprattutto produttori, qualche Dj ed un piccolo pubblico, che è utile a far crescere un suono soltanto in un’unica direzione. Un pubblico numeroso, invece, aiuta a servirsi di tutto lo spettro sonoro cercando sempre soluzioni nuove, e al tempo stesso spinge a fare vedere le origini del genere.

Ancora una domanda rivolta al passato: agli inizi, specie qui in Italia, il dubstep, a differenza dell’Uk garage rimasto quasi nell’ombra, ha attirato su di sé l’attenzione del pubblico del drum and bass. A tal proposito due riflessioni: la prima, se provi lo stesso senso di chiusura tra dubstep e d’n'b, e quindi come pensi che le differenze culturali esistenti nei vari Paesi influenzino l’approccio alla musica urban proveniente dall’Inghilterra?

Penso che vi sia una stretta correlazione tra il drum and bass e il dubstep e, ad essere onesto, è un problema perchè potrebbe far sembrare agli occhi di chi vive al di fuori dell’Inghilterra che il dubstep sia il fratellino minore del d’n'b. E una situazione del genere non sarebbe assolutamente buona per il futuro del dubstep.
Per me, allora, è molto più importante contaminarlo con l’house, l’hip hop, il funk e così via, di modo da esser certo che quello che è accaduto al drum and bass non capiti al dubstep.
Io voglio una scena ben conscia di sé e di dove viene, il d’n'b, invece, è stata una conseguenza della jungle che conteneva al suo interno aspetti di tutti i vari tipi di musica, reggae, soul, funk, e più veniva fuori la drum and bass e più diventava unicamente techno dalla forte componente ritmica ma soprattutto sterile.
Per me l’importante è prendere ciò che di valido possedevano jungle e Uk garage, dentro cui si sviluppavano differenti stili di musica ritmica.

Effettivamente il dubstep ha dimostrato la capacità di evolversi assimilando le caratteristiche delle correnti più disparate: dall’acid house alla minimal techno, Scuba a Berlino ne ha riscritto i canoni col suo suono improntato sul basso. D’altra parte la scena dubstep è sempre rimasta vicina alla vecchia scuola e ai suoi mostri sacri. Cosa ne pensi di questa correlazione tra passato e futuro?

Ad essere onesti non penso che quello che sta venendo fuori a Berlino sia davvero nuovo.
A mio parere i primissimi producer dubstep, quali El-B e Horsepower, erano molto coinvolti nella dub techno e ben consci del loro operato; così per me il dubstep delle origini ha molto più a che fare con il lato “bass” della dub techno berlinese rispetto alle produzioni attuali.

Possiamo dire che la Hyperdub è la label che può ulteriormente allargare i confini del dubstep? E cosa ci puoi anticipare delle nuove uscite?

Io già penso che la Hyperdub non si possa più considerare un’etichetta dubstep bensì debba esser vista come una label che pubblichi musica che possa essere descritta come house infleuenzata dalle mutazioni tipicamente britanniche che l’house stessa ha subito. Altri nostri elementi caratteristici sono il legame con l’hip hop, con i videogames, l’electro, il funk…E’ quello che è, e riguarda ciò che mi interessa.
Nei prossimi mesi abbiamo in programma parecchie release Uk funky: Cooly G, L Blue, poi un album grime ed il nuovo lp di Kode9 e Space Ape pronto per l’estate cosiccoeme il nuovo di Darkstar che non ha nulla a che fare col dubstep quanto piuttosto un incrocio di Radiohead, Air, Beatles e Junior Boys misschiati insieme.

Tu sei stato il primo a scorgere il lato funky del dubstep, cosa ne pensi di artisti come Roska ed Appleblim che stanno riscrivendo l’house con i suoni del dubstep?

No, non credo proprio. Gli aritisti che hai nominato non hanno nulla a che vedere col dubstep: Roska è un producer house, è solo un’analogia ritmica, drums and beats, non viene dal dubstep ma dall’house. La musica di Appleblim, invece, non è Uk funky ma dubstep e techno. Ok lo so che è difficile da comprendere le differenze specifiche, ma penso che la gente fuori dall’Uk enfatizzi troppo il potere del dubstep: persone provenienti da Paesi diversi magari realizzano canzoni su etichette dubstep ma che in realtà sono solo un discorso di beats, bass and drums, nulla a che vedere insomma col dubstep, quanto piuttosto con l’Uk sound; il post garage, come ho detto, ha dato vita a diversi stili (two step, Uk funky, broken beats, grime ecc…) e il dubstep è giusto solo uno di questi.

Dietro a Kode9 il Dj si cela Steve Goodman il fine ricercatore univeristario che scrive libri e partecipa a conferenze circa la storia e l’evoluzione della musica

Io non scrivo e parlo così tanto spesso della musica che propongo come Dj, bensì del suono, delle frequenze e di come queste interagiscono con il corpo. Dentro di me ci sono due persone: Kode9 e lo Steve che ricerca e scrive. Lascio che siano gli altri a pensare a quale tipo di relazione vige tra queste personalità.

E se oltre q uesto problema di personalità ci metti il tuo enorme bagaglio di suoni e musica, ci spieghi come riesci a preparare la tua borsa dei dischi?

Effettivamente è un gran bel problema!!! Devi pensare al Dj come un selector, lascia stare il mixare in sé, bisogna essere interessati a selezionare questo gigantesco database che esiste nel mondo. E poi, questo è il Dj, questo è il mio mestiere!

Dove hai trovato la reazione più sorprendente alla tua musica?

Ovviamente in Italia! Stavo suonando a Pescara insieme a Plastician in un festival sulla spiaggia. Doveva essere un festival trance e di fianco ad un tendone enorme affollato di ravers c’era la nostra sala completamente vuota quando ad un tratto è entrato un cane nero che si è diretto in mezzo al dancefloor ha fatto un giro, mi ha guardato e se ne è andato via!!! Grazie Italia!!! ahahahahahah

Dj, producer, ricercatore ma anche talent scout: hai portato alla ribalta un mito come Burial e tanti altri talenti si sono imposti grazie al tuo aiuto. Cosa deve un giovane producer per attirare la tua attenzione

E’ impossibile dare una risposta precisa e la ragione è che quello che cerco è quello che non conosco. Io sono interessato a ciò che mi può sorprendere.

Grazie mille Steve è stato davvero una bella chiaccherata!

Grazie a voi.

Federico Spadavecchia – Giorgio Valletta

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BengaProveniente da South London, Benga è un ragazzotto di appena 24 anni e nel mondo è conosciuto, insieme al suo inseparabile compagno di consolle Skream, come uno dei massimi rappresentanti del dubstep, grazie ai suoi djset scuoti-muri, ad una serie di produzioni di altissimo livello e ad un album, Diary of an afro warrior, che si è imposto a tutti i livelli come uno dei migliori 20 dischi dello scorso anno.
Dopo averlo sentito nei clubs di mezza europa lo abbiamo incontrato a Torino durante il party Xplosiva di fine aprile ed abbiamo colto al volo l’occasione per fare due chiacchere sulla scena più interessante degli ultimi anni. Ecco com’è andata

Ciao Benga è un piacere fare la conoscienza, abbiamo avuto modo di vederti all’opera molto spesso in questi ultimi due anni (su tutte ricordiamo la tua performance al BLOC Weekend a Minehead) e senza girarci troppo intorno sei uno degli artisti più interessanti dell’attuale scena elettronica ed in particolar modo, naturalmente, per quella dubstep. Ecco, cos’è per te questo genere e per quale motivo ti ha così coinvolto?

Ho iniziato a fare il Dj quando ero molto giovane e la musica che mi piaceva proporre era l’Uk Garage, così col tempo mi è venuta sempre più voglia di suonare qualcosa che fosse davvero mio e quindi ho cominciato a produrre il mio Garage. Naturalmente ho composto anche pezzi di stili differenti ma la mia grande passione restava comunque il Garage.

In giro si dice che all’inizio tu e i tuoi amici usavate la Playstation per fare musica, è vero?

Oh sì è vero, sai eravamo molto giovani e stavamo in fissa con la Play…

L’incontro con Hatcha è stato determinante affinchè tu e Skream diventaste definitivamente i padri del dubstep…

Beh, io e Skream ci limitavamo a produrre dei pezzi che poi ad Hatcha, già allora molto conosciuto, piaceva mettere durante le sue serate. Quindi grazie a lui abbiamo stampato i nostri primi 7 e 10 pollici.

Quando vi siete resti conto di essere diventati the next big sensation?

Veramente non ce siamo ancora resi conto ahahahah…In realtà devo dire che quando tre anni fa abbiamo cominciato a fare parties in giro per il mondo ci siamo accorti di quanto si fosse diffuso il dubstep e non riuscivamo davvero a crederci!!!Era incredibile!!!

Nuovi suoni, nuovi artisti e clubs, ma nonostante questa ventata d’aria fresca quello che colpisce di più del movimento dubstep è la sua attitudine, perfetta reincarnazione dello spirito della prima scena rave legata all’acid house…

Sì credo sia vero, le canzoni che facciamo vogliono essere musica per la gente, desideriamo che le persone possano divertirsi con i dischi che suoniamo

ed infatti in tutte le feste dove hai suonato abbiamo visto ragazzi saltare come matti…

eh per il Dj è la stessa cosa, ci si diverte insieme al pubblico

Nel dubstep, per ora, le superstar sono bandite…

Oh assolutamente eheheheh

Parlando di celebrità, non è raro che vi esibiate insieme a vere e proprie leggende della musica Techno e se ci si pensa può apparire strano vista la grande differenza di età. Probabilmente certi Dj’s non li avete mai sentiti dal vivo, il tuo socio Skream ad esempio ha conosciuto la drum and bass perchè suo fratello maggiore era nella crew di Grooverider…

Sì in effetti è così perchè molti Dj’s essendo molto giovani frequentavano club commerciali, mentre altrettanti seguivano artisti Garage come Hatcha, che tra l’altro era il mio eroe.

A proposito di Uk Garage, è interessante notare come il pubblico di questa corrente musicale (e della successiva 2-step) fosse completamente perso in atteggiamenti altezzosi e modaioli, in pratica tutto l’opposto dei Dubstep Boys…

Credo sia dovuto più che altro ai messaggi lanciati dagli MC, alla base della scena Garage e 2-step, mentre adesso la gente è in contatto diretto con la musica e questo penso li faccia sentire più liberi e a proprio agio, non devono dimostrare niente a nessuno.

Riprendendo il discorso dei paragoni con la vecchia scuola, salta subito all’occhio il ruolo fondamentale giocato dalle radio pirata. Cosa ne pensi?

Perfettamente d’accordo, senza le radio pirata il dubstep non si sarebbe diffuso a questi livelli e così velocemente.

Tra l’altro ora anche emittenti ufficiali sono pienamente coinvolte, basti pensare a Rinse fm e al gran lavoro portato avanti da Mary Anne Hobbs sull’ammiraglia Bbc radio 1. Possiamo ritenerlo un passo avanti?

Certo è un fatto molto significativo, diffondere nuova musica tra le persone è una cosa importantissima. Nel programma di Mary Anne puoi ascoltare musica davvero incredibile.

Beati voi da noi le radio si sono praticamente estinte…anyway quali sono per te i clubs ed i negozi di dischi migliori per il dubstep?

Oddio non saprei dirti soprattutto per i negozi, ma ritengo che bisogna approfittare di ogni grande negozio visto che a quel che vedo iniziano ad avere una buona fornitura di dischi dub. E per i clubs di validi ce ne sono davvero molti.

Bristol e Londra sono le Capitali del dubstep, come ti spieghi questo legame?

Non so esattamente, quello che posso dirti su Londra, ed in particolare sulla zona sud dove vivo io, è che c’è una continua voglia di scoprire suoni nuovi, desiderio alimentato dall’infinito meltingpolt culurale che da sempre risiede a Londra: dal reggae alla techno ad altre forme di slow beats (come quelle che ad esempio hanno influenzato Mala) c’è veramente di tutto.

Senza contare che Bristol ha dato i natali anche al Triphop…

Trip-cosa??? Di che stai parlando non ne so nulla…ma immagino che anche lì abbiano il loro sound.

E come la vedi fuori dall’Inghilterra?

Non saprei veramente visto che non suono moltissimo fuori confine, però per quello che ho avuto modo di vedere credo che le cose vadano molto bene e siano destinate a migliorare.

Beh certo che se pensiamo che addirittura Berlino, città simbolo della minimal techno, è stata messa sotto scacco grazie al lavoro dello staff Sub:Stance e dei ragazzi di Hardwax/Basic Channel non possiamo che sorridere…hai mai suonato laggiù?

Oh sì ed è stata una grande esperienza. Lì il pubblico proprio per via della minimal, che viaggia ad una velocità non troppo sostenuta, ha compreso subito il nuovo ritmo e non ha avuto difficoltà nell’apprezzarlo.

Parliamo delle produzioni: se in un primo momento erano influenzate soprattutto dalla musica giamaicana, oggi ci troviamo davanti ad un crossover universale dove si mescolano tutte le correnti passate per Londra negli ultimi 20 anni. Quindi c’è il tuo stile che rispetto agli altri appare molto più studiato, è corretto?

Sì direi che è giusto, all’inizio le atmosfere dub e reggae erano molto più presenti anche se non credo di averne subito l’infulenza più di tanto. Nel dubstep ogni producer coltiva il proprio stile senza stare a guardare troppo gli altri.

Cosa che invece avviene puntualmente negli altri generi e non solo dance…

Sì è una gran cosa davvero. Siamo molto fortunati.

Siamo arrivati alla fine di questa bella chicaccherata: quali saranno secondo te le prossime evoluzioni del dubstep che oggi compie dieci anni?

E’ chiaro che diverrà sempre più popolare ma sino a quando gli artisti continueranno a guardarsi intorno rimanendo concentrati sulla musica non ci sarà niente di cui preoccuparsi.

Federico Spadavecchia

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machineForse se il nostro sconquassato Paese ha ancora una piccola possibilità di riprendersi lo si deve a ragazzi come Tommaso alias Dj Machine che, a poco più di 20 anni, armati solo di un sano mix tra passione e incoscienza si trovano nella posizione di poter rilanciare la scena Techno nazionale.

Parlaci dei tuoi inizi: quando hai scoperto la techno e cosa ti ha spinto a fare il Dj ?
Sono sempre stato interessato ed incuriosito da tutto quello che gravita attorno alla dimensione sonora: dalla musica, alla sperimentazione, alla ricerca applicata alle strumentazioni tecnologiche di supporto. Ho iniziato studiando il flauto traverso, solfeggio e storia della musica (classica)…. ora sono qui, a produrre e diffondere suoni digitali provenienti da panorami futuristici industriali post atomici! Ho cominciato la mia attivita’ di dj in ambito hiphop e jungle, influenzato moltissimo dai cd rap, trip hop e dub di mio padre. Ci ho messo circa un anno a ricercare una dimensione sonora che mi rappresentasse, anche con il supporto di amici che mi aiutarono ad indirizzarmi verso un genere di techno pura rappresentato da un lato, dalla storia e dall’anima: quindi Jeff Mills, Robert Hood, Drexciya, Derrick May, Kevin Saunderson, Scan7, Underground Resistance, Ben Sims, The Advent.. , dall’altro lato – quello emotivo, quasi di sfogo – delle sonorita’ odierne piu’ dure come Rush, Pet Duo, Arkus p., Wittekind e molti altri. In ogni set mi piace utilizzare brani o semplicemente sample provenienti da altri generi musicali come noise, ambient, folk italiano, sonorita’ indiche o arabeggianti dando cosi’ sempre voce all’essenza multiculturale del mondo di oggi.
Tu sei molto giovane però segui fedelmente le regole della old school detroitiana, come mai? Da dove nasce il tuo amore per Detroit?
Penso sia nato da un modo comune di intendere ed interpretare la vita urbana. Il credere nell’esistenza di una natura, un’anima nella meccanizzazione fredda di ogni grande citta’ fatta di cemento e fabbriche; e il volerla rappresentare musicalmente e artisticamente.
Hai avuto il piacere di dividere la console con diversi mostri sacri della scena, chi ti ha influenzato e colpito di più?
Robert Hood per la sua freddezza e professionalita’. Quello in cui viviamo e’ il tempo di “showman” e “djesse in topless”: persone per cui conta piu’ l’immagine che il valore creativo. Hood per me rappresenta un’etica professionale votata all’onesta’ intellettuale ed all’umilta’ di un artista, capace di mettersi in discussione: in antitesi a questo processo di mercificazione dell’immagine del dj.
La diatriba degli ultimi anni: vinile o mp3. Tu cosa ne pensi e quale set up preferisci? Utilizzo solo ed esclusivamente vinile. Non apprezzo un dj se non usa vinile.. mi viene spontaneo. In primo luogo per il dislivello abissale di competenze tecniche che servono tra il suonare vinile e il suonare un mp3 nei suoi vari supporti sia come traktor e simili, sia come cdjs. In secondo luogo per la facilita’ con cui ormai chiunque può formulare una propria playlist e metterla a tempo, anche non conoscendo i bpm. In terzo luogo perche’ rispetto gli strumenti della “vecchia scuola”.
Nell’ambiente elettronico sei anche conosciuto come promoter di eventi, e le tue serate Movement sono diventate un punto di riferimento per tutti gli appassionati, cosa ti ha spinto a metter su una situazione completamente tua?
Il fatto che in una citta’ come Milano non ci fosse spazio. Spazio per le mie sonorita’, spazio per rappresentare un immaginario in rapida ascesa come quello techno/noise e tecnologico. Spazio dove poter suonare e farmi ascoltare da chi voleva seguirmi: amici appassionati. Spazio dove poter ballare le sonorita’ che amo.
Quali sono state le difficoltà incontrate e le soddisfazioni ottenute?
Ho cominciato suonando in ogni posto, in ogni situazione, con ogni tipo di set up. Le difficolta’ sono sempre state molteplici ed ogni volta diverse: da quelle economiche, a quelle logistiche a quelle di disturbo della quiete pubblica. Ora posso scegliere tecnicamente cio’ che necessito per dare il meglio; ho la possibilita’ di esibirmi davanti a grandi pubblici, in diversi paesi, posso confrontarmi con i piu’ importanti artisti mondiali. La soddisfazione piu’ grande e’ che questi risultati li ho potuti raggiungere esclusivamente attraverso la mia dedizione, sostenuti da una passione vitale.
Punta di diamante del tuo lavoro è il Maximal festival che si terrà a Milano agli East End Studios il 13 giugno prossimo. Cosa puoi raccontarci a riguardo? Visti i nomi coinvolti sarà un evento storico per il nostro Paese…
Il Maximal e’ un’altra occasione. Appuntamento che – assieme a tutte le persone che ci stanno lavorando sodo – vogliamo dare all’Italia per potersi qualificare nell’evoluzione della scena musicale elettronica mondiale, coinvolgendo arte, robotica, musica, tecnologia, performance circensi biomeccaniche, tecnologie ecosostenibili: Proietteremo questo mondo dove le parole “progresso e futuro” rappresentano pace ed equilibrio tra artificializzazione, natura e percezioni sensoriali.
Come si costruisce un festival così imponente in un Paese Technologicamente arretrato come il nostro? Ne vale davvero la pena?
Ne vale assolutamente la pena. Perchè è qui che la scena va assolutamente evoluta, aggiornata e supportata; è qui che c’è necessità di musica, eventi ed iniziative intelligenti.
E’ stato un lavoro capillare, in questi 3 anni di club prima con Funk You poi come Movement ho collaborato con organizzazioni nazionali ed internazionali che, grazie anche al rapporto di amicizia , sono andato poi a coinvolgere nel progetto Maximal. 3D Roma (secondo me, booking agency di riferimento in Italia), Kne’Deep, Bullshit e Bollwerk dalla scena hardtechno mondiale, Esterni e Funk You da Milano, Basstationcrew dalla Sardegna, Altavoz e Fabbrika dal Veneto, Hardfactory da Napoli, Decibel e Dama Staff da Firenze, Mariopsx dall’Abruzzo, Electronic Community da Torino e moltissime altre. Approfitto dell’occasione concessa dallo staff di Frequencies.it per salutare e ringraziare tutte le persone per tutto il supporto e affetto.
Quali sono gli artisti da cui ti aspetti di più?
sono ansioso di ascoltare il live di Scan7 per quanti artisti amici e non che stimo e vorrei ascoltare, sara’ molto difficile non perdermene qualcuno..
Ultima domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri?
Penso che il Maximal sia solo il primo salto verso un lungo cammino. Nel frattempo sto lavorando ad un live-dj set audio/video. Ma fino alle sette di quella mattina (del 14 giugno)… non fatemi domande sul futuro.

Federico Spadavecchia

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Succedono per caso ma non senza logica, le cose. Per caso, registrando l’account su un magazine on line e scorrendo la lista degli utenti, ritrovo l’amico Orazio, in arte Ory J aka Punknown (www.oryj.it). Che oltre ai saluti mi linka alla sua nuova netlabel e m’invita ad ascoltare le releases, scaricabili gratuitamente. Sorpresa: Costreet rec si presenta in modo superbo (www.costreetrec.com), da far invidia al sito della celeberrima M-nus. E le releases? Sono tre, tutte dannatamente buone. Nasce l’esigenza di rivederci e magari fare una bella chiacchierata…

Ma prima è necessaria una piccola premessa: per gli aficionados della techno, vera e propria comunità trasversale di ravers instancabili e clubbers impenitenti che si ritrovano ovunque, e senza premeditazione, ogni qual volta ha senso esserci, in Italia, nel resto d’Europa, dal Club to Club al Sonar, da sperduti resort in Cornovaglia ai club di Berlino, Genova semplicemente non esiste. Dopo l’età d’oro, la prima metà degli anni ’90, le rotte per un buon technoparty transitano sempre più al largo dalla nostra città. Ultimamente qualche segnale di risveglio c’è, promettenti ma ancora flebili vagiti: sono orgogliosi tentativi di spezzare l’automarginalità, ma anche gli inerziali frutti di una seconda ondata di scene, esplose su scala globale sull’onda del successo della minimal, una marea di tale portata da non poter restare tagliati fuori. Qualcosa doveva muoversi per forza, insomma. Ma nonostante le increspature le nostre acque restano sempre troppo stagnanti: le ultime due stagioni di un club come lo 010 (forse giunto ad un nuovo, prematuro capolinea) sono la testa di ponte del rinnovato impulso, una situazione capace di riprendere fili interrotti per la presenza di un nome storico della techno a Genova come Roby J, e di ripristinare una politica di resident djs che abituino il pubblico a ricercare la buona musica con passione (Verrina, Foglino & Baroffio aka SMBP, lo stesso Roby J) e non solo quando a proporla è la guest di grido. Una situazione, quella dello Zerodieci, grazie alla quale la città è diventata tappa sempre meno sporadica per artisti le cui agenzie fino a due/tre anni fa nemmeno ipotizzavano un tour qui da noi: e bene o male i nomi più interessanti che stanno muovendosi underground, quelli potenzialmente capaci di dare un futuro alla techno, alla house, alla musica elettronica, sono stati testati anche da noi. Sono emerse poi giovani realtà nostrane, come Flexible, già apparsa su queste pagine, ma difficoltà impensabili si oppongono continuamente a queste realtà in fin dei conti ancora, e sempre, in emersione.

Adesso possiamo finalmente soffermarci su quanto d’interessante esce dalle teste di questi producers di talento che, pur alieni alla luce del sole, in realtà non mancano neanche qui all’ombra della Lanterna. Tanto che parlando con Ory J aka Punknown (non solo un calembour, un nick molto significativo ai fini di quanto stiamo dicendo www.myspace.com/punknown ) si fa strada una considerazione di questo tipo…
Dicevamo: Genova non esiste. Ma forse guardiamo le cose dall’angolo sbagliato: a Genova, semplicemente, le vie della visibilità sono scarsamente conosciute e frequentate.
Secondo me, rispetto ad una città come Milano, dove sembra di trovare di tutto, dove generi e trends sono presenti al completo, qui a Genova la stagnazione è vera solo in superficie: c’è un vero e proprio sottobosco di pulsioni artistiche underground, che alla fine però restano sepolte. Non emergono. Ma Genova in realtà pullula di queste cose, ed è una cosa incredibile che non ho visto da nessun’altra parte. Poi purtroppo sono sempre le situazioni meno interessanti che saltano all’occhio per prime.
Genova pullula di queste “pulsioni artistiche”, quindi. In numero superiore perfino alla succitata metropoli meneghina, ma manca la forza per consacrarle, al momento del dunque non trovano sbocchi. Altrove però paiono esserci, tra quanti operano nello stesso settore, antenne molto più concrete e attente, e non appena qualcosa di valido si agita sotto la superficie non esitano a farsi sotto. Come testimonia una serata a Londra di un anno fa al club Aquarium: party speciale con artisti del roster Cocoon, della Kompakt, della Border Community e tra questi, tra i nomi a caratteri più grandi, quello di Ory! A questo punto, urge sapere com’è andata…
E’ successo che dopo la mia release sull’etichetta di Berlino, la Autist, ho avuto un sacco di visibilità e probabilmente anche il suono particolare di quell’ep, un 4 tracce particolarmente dark, si adattava un pochino di più a quello che era l’ambient londinese, e quindi sono stato contattato dal ragazzo che organizzava questo party per andare su a suonare. Non in dj set, loro erano proprio interessati al prodotto che avevano sentito sulla release. Quindi sono andato su a fare il live e mi hanno accolto bene, nel senso che mi hanno trattato, cosa che mi ha stupito, realmente da artista: non che non lo fossi, però su la visuale è forse un po’ più professionale verso l’artista, nel senso che tu arrivi, ti vengono a prendere e ti portano in albergo, hai tutto quello che ti serve, ti portano nel locale e insomma, vieni trattato proprio da artista al 100%. Grazie soprattutto ad una release su un’etichetta che a livello europeo è tenuta abbastanza in considerazione. Successivamente a questa ovviamente ne ho fatte altre, ma da lì è nato il contatto, l’interessamento verso di me e la mia musica.
E com’è andata la serata?
La serata è andata bene. Erano due le sale, nella sala principale suonavano i local più importanti tra i quali Phil Kieran e tutti gli altri, nella mia, più piccola, c’era questa situazione di live set e la gente è rimasta contenta, e anch’io sono rimasto stupito dell’attenzione mostrata al prodotto che stavo offrendo in quel momento.
Da parte del pubblico?
Da parte del pubblico, quindi nel momento in cui tu suoni. In Italia spesso chi si avvicina in consolle, viene anche chi ti fa i complimenti ma il più delle volte viene per chiederti qsa del tipo “oh c’hai mica quel disco lì” “c’hai mica quel disco là” “puoi mettere mica questo” e magari non capiscono neanche che tu in quel momento stai suonando un live, e quindi non puoi cambiare nel senso che i pezzi sono tuoi, tu stai suonando la tua musica e il concetto è totalmente diverso. Lì invece c’è un interessamento proprio verso il prodotto che tu offri, quindi vengono lì e ti chiedono magari “ma questa musica dove la posso trovare?”, ascoltano con interesse e per questo sono anche più critici, però la cosa bella è che sono comunque interessati a quello che fai e sentono la differenza: non sanno di ascoltare un dj set x o un live set x, sanno che stanno ascoltando un live set di quell’artista e sono interessati a capire e a conoscere meglio il tuo prodotto. La cosa bella è stata quella.
Ospiti importanti ed artisti emergenti, a contatto: una consuetudine, per quel pubblico.
C’erano anche artisti sempre magari locali ma che erano collegati più a situazioni di etichette indipendenti, e magari forse neanche tanto conosciuti da noi. Sicuramente è consueto a Londra entrare in un posto del genere e trovare situazioni di questo tipo. Tra l’altro oltre a me c’era anche un’altra persona che veniva dal Portogallo, che è Zentex e ha fatto il live praticamente a cascata con il mio, anche se di un genere diverso, ed ha avuto lo stesso tipo di feedback.
Zentex è un nome che ultimamente è circolato molto nell’underground, non proprio uno sconosciuto…
Si, tra l’altro ha fatto molte releases su etichette importanti, vedi la cosa bella è stata arrivare dall’Italia e trovare artisti validi provenienti da altre parti, che so, dal Portogallo.
La Autist però non è una netlabel
No, la Autist è un’etichetta a tutti gli effetti, nel senso che ha fatto le prime sei releases esclusivamente in vinile, perché esiste ormai dal 1998 ed era nata proprio come etichetta techno, poi con l’avvento del digitale anche loro ovviamente si sono dati al digitale e praticamente ora fanno solo digitale. Però alla base di una netlabel c’è l’idea di dare la musica free, loro sono una label nel senso che la musica loro la vendono, non la regalano. Una label che a tutt’oggi ha molti consensi.
Le netlabels invece permettono di far circolare la musica fuori dalle logiche di mercato, ma soprattutto di aggirare le pastoie in cui per ragioni mai del tutto limpide si fermano le cose che non sono considerate di moda. Tra queste, Costreet!
Si, infatti il discorso netlabel che ho voluto mettere in piedi con Costreet è proprio questo, proprio perché iniziando a fare produzioni per altre etichette nel mercato digitale mi sono accorto che sì un sacco di artisti possono far trovare e vendere la propria musica, ma il mercato che si crea diventa… come dire? Perde la qualità. Questo perché, nel momento in cui tu acquisti un vinile lo paghi x e una royalty va all’artista, però ovviamente ci sono le spese di produzione e un margine perché una label le possa sostenere, facendo il digitale invece le etichette non hanno nessuna spesa di produzione, però per guadagnare devono vendere un numero abnorme di mp3, perché tu un mp3 lo puoi vendere a 1 €, 1 e 50, calcola che la media è suddivisa a 1/3, cioè un terzo va all’artista, un terzo all’etichetta e un terzo al distributore digitale, quindi più e.p. riesce a produrre e più un’etichetta, nel numero, guadagna. Solo che così il mercato si satura e perde qualità, perché a questo punto per guadagnare un’etichetta ogni settimana, ogni due settimane deve proporre un artista nuovo con un progetto nuovo, una cosa nuova: questo vuol dire che a volte devi produrre anche in modo forzato. Così non vanno tanto per il sottile, una volta producono x, che garantisce 100 download, la volta dopo y e alla fine dell’anno tirano su una cifra che gli permette di fare altre cose, o con cui comunque l’etichetta e chi la gestisce sopravvivono. Proprio per questo ho voluto fare un discorso contrario, perché questa logica va contro il prodotto stesso: uno che fa musica e magari musica techno non è che fa tutta la vita quel dato genere di techno, magari ci sono momenti della vita in cui ascolti generi più contaminati, o senti più tuo un certo genere musicale piuttosto che un altro e vuoi esprimerti in una maniera diversa, però magari a quel punto non trovi un’etichetta! Per dire, la stessa Autist se prende una certa linea musicale, una certa linea di mercato magari poi non è più interessata ad un prodotto che non corrisponde a quella linea, e il problema è proprio questo, che alla fine per le logiche di mercato tutte le etichette tendono ad accumulare un numero enorme di produzioni sostanzialmente simili.
Allora, siccome credo in questi progetti alternativi, che magari, se tu li metti su Beatport o comunque li dai ad un’etichetta, sempre che abbia l’intenzione di pubblicarli, non riscuotono tanto interesse perché… perchè magari hanno bisogno di maturare con il tempo, senza l’assillo del successo ad ogni costo. Certo, esatto, soprattutto senza questa cosa, senza l’idea che il prodotto che tu dai è valido solo perché potenzialmente può valere x download o x vendite, e allora a quel punto ho preferito creare questo canale dove l’artista potesse realmente esprimere al 100% quella che era la sua concezione di musica elettronica, di musica techno, di musica house, quello che è. E darla gratuitamente. Però il prodotto non è assolutamente contaminato da nessun tipo di situazione che possa essere economica, o comunque di propaganda di un certo tipo di situazione: è solamente la musica, fine a se stessa.

Sapresti dire quanti download hanno avuto le release della costreet? Anche a spanne, magari a giudicare dai feedback ricevuti (la domanda richiede un controllo del traffico del sito e la risposta arriverà per email, qualche giorno dopo)
Sicuramente ogni release supera o rimane poco sotto i 1000 download, per il momento, ma non avendo un dato chiaro potrebbero essere gli stessi utenti a scaricarle quindi, scremando il dato per renderlo più veritiero, direi 500-600. Ma non possono essere dati scientifici.

Invece, il nome? Costreet per assonanza mi ha dato l’idea di qualcosa che era ormai costretto ad uscir fuori, e mi ha anche dato l’idea per intitolare questa serie di chiacchierate… ma dimmi, se ho mancato il bersaglio…
No no, infatti: Costreet è un po’ l’italianizzazione di quello che voleva essere, un nome nato per gioco. Avevo in mente da tantissimi anni l’idea di fare quest’etichetta. Ovviamente 10 anni fa non era pensabile poter tirare su un discorso di questo tipo, anche per i costi, invece oggi grazie a internet, grazie a cose tipo le licenze creative commons che si sono costituite uno può tirarsi su un’etichetta e dare la sua musica tranquillamente, ed essendo anche tutelato, no? Costreet nasce appunto con un mio amico, stavamo scherzando proprio sul fatto di essere costretti, è un po’ anche l’immagine di una gioventù che abbiamo passato e che probabilmente tanti giovani ancora adesso passano a Genova, no? E’ una città che ti costringe a vivere una certa realtà, dalla quale vorresti fuggire ma nella quale sei costretto a rimanere, dove provi un odio-amore, qualcosa che ti mantiene legato a questa realtà. E, senza italianizzare, il nome Co-street richiama comunque l’idea di una street company, no? Una compagnia nata nella strada, vivendo proprio la strada, Genova, con tutte le realtà che potevano esserci underground, nel territorio genovese o ligure, e che sono rimaste vive. Ed è nata Costreet. Una cosa dal basso. Il senso è quello, sì.
La prima release è a tuo nome giusto?
La prima release è a mia nome, ho fatto un e.p. di tracce che paradossalmente erano state tutte scartate da altre etichette ma sulle quali volevo puntare, in cui credevo tantissimo, mi dispiaceva proprio tenerle lì. Allora ho voluto fare questa release strana, fondamentalmente strana, strana nel senso che non era adatta come prodotto esclusivamente per il dancefloor, no? Era sicuramente un prodotto dance, però arricchito, più contaminato, diciamo tra virgolette “intelligent”. E infatti l’ho voluta chiamare Tribute proprio per questo motivo, intanto un tributo che facevo a quello che era il mio background, alla musica che ascolto che non è per forza esclusivamente techno, e poi perché credevo tantissimo in alcuni pezzi che avevo fatto e volevo dar loro comunque visibilità.
Si, suona come un biglietto da visita, traccia quelle che sono le tue coordinate sonore
Si, esattamente, a me piace pensare come quando compravo i dischi, non che oggi non li compri più, però quando li compravo come una volta, passando le giornate nei negozi di dischi, mi piaceva pensare che ogni vinile avesse una storia alle spalle, un suo concetto, e nel momento in cui ne prendevi uno, pensandolo come un momento particolare, esclusivo, di una storia più articolata, costruivi mentalmente anche il dj set: mi piaceva pensare subito come sarei riuscito ad incastrare i vari generi che poi, alla fine, nel momento in cui tu suoni, quando crei questa colonna sonora per le persone che vivono il club, danno la sensazione di ascoltare non un suono sempre uguale a se stesso, omogeneo, ma come tante piccole perle tutte collegate da un filo. E come Costreet ho voluto fare esattamente questo, sono voluto partire con questo tipo di prodotto che sicuramente era un prodotto che intanto non si trovava sul mercato, almeno per quanto riguarda il digitale, perché era un prodotto in cui credevo, e da lì ho voluto applicare la stessa logica alle altre releases che sono state fatte poi su Costreet, e se tu ascolti ogni release ti accorgi che ognuna ha la propria identità ma allo stesso tempo si può trovare un legame tra di loro e costruire magari un set, mixandole.
Dici che non sono strettamente orientate al dancefloor, ma mi sembra evidente la ricerca di un equilibrio tra la ricercatezza sonora e la ballabilità, perché poi ballare è il modo in cui alla fine il pubblico viene a contatto con una proposta musicale
Si, sicuramente c’è un buon compromesso tra le due cose. Poi, sai, dire adatto al dancefloor dipende sempre dal contesto, perché tanto tu lo saprai sicuramente meglio di me che altrove il dancefloor è concepito in maniera differente da quello che potrebbe essere il dancefloor concepito qua, quindi magari dire che non sono adatte al dancefloor è…sicuramente non sono adatte ad un certo tipo di dancefloor.
Sembrano anche concepite come tracce da live, più che bombe isolate per un dj set fatto di hit
Si sono sicuramente tracce da eseguire live.
Ascoltandole, mi sono appuntato un po’ di cose sparse riguardo gli autori delle release. Correggimi se sbaglio: Seba Kiodin (http://www.myspace.com/sebakiodin) mi sembra quello che cerca di più la fuga dall’orecchiabilità, dall’immediatezza sia del ritmo sia anche della melodia, Masta e Faktor (http://www.myspace.com/mastafaktor) quelli proprio devoti ai suoni del passato, fondanti, che so Detroit o prima Warp, ma sempre comunque attualizzati, Molex (http://www.myspace.com/molex82) quello che invece agisce più sottopelle, il più acido del team.
Allora, Seba è un ragazzo di PD che ho conosciuto la scorsa estate quando sono andato a suonare a Bologna. A me piace molto il suo perché è un prodotto di matrice house ma completamente fuori dagli standard in questo momento, in un dj set sentire suonare roba del genere, soprattutto qua, è difficile. Lui stesso ha difficoltà nel proporsi. Tieni presente che questa release è l’unica che ha fatto nella sua vita, ho ascoltato molte cose sue e sono veramente valide, e per me questa cosa ha dell’incredibile. Un po’ andrà anche a fortuna, forse, però mi sembra strano che nessun’etichetta trovi interesse in questo tipo di suoni.
Molex invece è il più giovane…
Immaginavo
Esatto, è uno di quelli che probabilmente ha subito di più tutta questa ondata di nuova musica techno degli ultimi anni. Secondo me vale anche lui, tra l’altro ha fatto un’uscita in vinile su Leftuum, l’etichetta di Marc Ashken, un pezzo inserito in una compilation di vari artisti, voglio dire, lui, un ligure.
Di Genova
Sì, di Genova e comunque nel suo essere contemporaneo secondo me ha un tocco originale nelle cose che fa, anche lui è uno che da qui a breve troverà sicuramente una collocazione tra gli artisti emergenti della musica techno contemporanea, minimal o quel genere lì. Mastafaktor invece…
Li conosciamo
Sì, li conosciamo da tempo, loro hanno sicuramente un tocco più maturo nel produrre musica elettronica, tra l’altro è uscito un loro vinile su Mina records, etichetta svizzera, e un loro pezzo è stato appena remixato da gente come Agnes, Dave DK, se cerchi in rete lo trovi (appena avvistato, infatti, tra le novità su juno.co.uk, un terzo remixer è Drei Farben). E’ uscito il 20 agosto. Voglio dire, sono artisti che nel loro genere hanno visibilità anche all’estero, producendo come nel caso di Mastafaktor e Molex anche vinile, tutti e tre fanno parte di Costreet e, come ti dicevo, al’interno di Costreet hanno una loro logica.
Vi siete trovati seguendo la stessa direzione
Esatto, è stato bello collaborare, perché comunque la release di Mastafaktor è stata fatta in collaborazione, lavorando tutti quanti insieme per cercare di tirar fuori un buon prodotto, poi è subentrata anche Bellotta, che è una ragazza di vent’anni, argentina (http://www.myspace.com/belusalinas), che ha fatto un remix per noi, secondo me bellissimo, e questo link con l’Argentina per noi è stato anche motivo d’orgoglio.
Si torna all’abusato discorso per cui, soprattutto a Genova, nemo propheta in patria ma poi quando le cose circolano, magari in rete e a disposizione di tutti, le affinità con altre scene vengono fuori e forse si scorge meglio anche la propria, di identità…
La cosa strana è che all’estero non si ha la percezione della vera realtà, di come vivono la loro cosa gli artisti di qua: qua chi fa musica di questo tipo, magari per hobby, riceve come me un sacco di email dall’estero e si rende conto che là hanno un’idea completamente diversa, siccome là ci campano: questi ragazzi che mi hanno chiamato da Londra ci vivono con queste cose, organizzando le serate, vivendo nei club, come scelta di vita. Qua, è molto difficile. E’ molto difficile fare una scelta di questo tipo, quindi quando tu vai lì, e magari hai anche delle release all’attivo, sei un artista che bene o male ha una determinata visibilità, per loro è scontato che tu faccia questo nella vita. Quindi io dall’estero ricevo un sacco di email di gente che, a parte farmi i complimenti per questa o quella release, mi tratta come se fossi non dico come uno arrivato, ma uno che comunque con queste cose ci campa. Da una parte mi spinge a continuare ad andare avanti, dall’altra dico però, possibile che…
Un’arma a doppio taglio: da una parte, dici, strappando tempo di qua e di là sono riuscito a creare qsa di competitivo con quello che esce nel resto del mondo, l’altra faccia della medaglia è dire cazzo se potessi dedicarmici a tempo pieno, eliminerei tanti sacrifici supplementari, a volte possibili ma altre volte no…
Infatti anche la release con Mastafaktor ha richiesto molto impegno da parte di tutti, comunque, in base agli impegni di tutti, lavoro, cazzi e tutto il resto, vedersi magari la sera, fare, sai, poi pesa la stanchezza, subentra un po’ di svogliatezza, magari c’è gente che comunque ha fatto delle release e vede che non ha ancora dei feedback. Il problema non è all’estero, è in casa tua, fuori io vedo gente che mi manda un sacco di promo pensando di darmi la loro musica perché io la possa suonare e dargli un feedback. Arrivano non solo da ragazzi, anche da etichette, all’estero scatta un meccanismo per cui se vedono che sei un artista di un certo tipo danno per scontato che tu faccia questo nella vita e automaticamente ti arrivano feedback, automaticamente ti arrivano promo, vogliono sapere il tuo parere, ti chiedono di collaborare, ci sono agenzie che curano la distribuzione dei promo di diverse etichette e monetizzano quest’attività in base ai feedback, a quanto se ne parla. In Italia questo non succede. Mi è arrivato un ultimo promo dalla Tuning Spork, di Minimono che è anche un amico mio, remixato da Jay Haze.. mentre il disco che esce di x, y, di un’italiano su etichetta italiana mica te lo mandano, magari ti arriva il comunicato che dice è uscito questo disco e se vuoi te lo vai a comprare, al di là del fatto che tu puoi decidere se suonarlo o no, e se ti piace o no. All’estero ragionano diversamente, se tu fai queste cose sei visto come un professionista: lo fai di mestiere. E ti trattano come tale.
Mi hai accennato del clima che si è venuto a creare in occasione della collaborazione con Mastafaktor, ci vuoi svelare qualche segreto su come realizzate i pezzi, se collaborate spesso o lavorate autonomamente, o se ogni disco fa storia a sé…
Questo disco in particolare è stato creato in team perché abbiamo voluto che tutto uscisse dallo stesso banco. Ognuno poi fa i dischi a casa propria col proprio studio, la mia release l’ho fatta a casa mia, Molex a casa sua, per quanto riguarda Mastafaktor invece ognuno di noi ha lavorato a casa propria ma poi abbiamo portato le produzioni per fare il master finale da loro, per dargli un suono omogeneo. Quindi abbiamo seguito le stesse regole, diciamo, di suono, per tutta la release. Però di solito ognuno lavora per i cavoli suoi, ognuno ha i propri trucchetti per far uscire il proprio suono.
Bolle qualcos’altro in pentola?
Intanto uscirà un’altra release su un’etichetta argentina: mi piace sempre collaborare (per la discografia: http://www.discogs.com/artist/ory+j). Per quanto riguarda Costreet sto ancora decidendo quale sarà la prossima, sto valutando un po’ di cose ma ce ne sarà sicuramente una. Devo ancora decidere, capire di chi. Per quanto riguarda il mio progetto personale è continuare con costreet, mi piacerebbe farla diventare un’etichetta a tutti gli effetti.
Io so (lo so perché me l’hai detto tu, in un’altre occasione..) che il tuo cruccio è la stampa in vinile
Sì, vorrei fare in modo che diventasse un’etichetta a tutti gli effetti e quindi mantenere la netlabel, con i prodotti magari non adatti al vinile ma pur sempre di qualità, e stampare vinili, produrre la nostra musica, fondamentalmente. Personalmente mi piace collaborare quindi più contatti ricevo, più collaborazioni ho meglio è per me, quindi in questo caso ci sarà appunto una release sempre in digitale per la Miniatura che è una label argentina, poi altri progetti, con altre etichette.
Notavo la cura con cui è stato realizzato il sito, pur nella sua essenzialità. Si sente quasi la ricerca di un sentire comune non solo tra chi produce la musica, ma anche nello scegliere i collaboratori, magari gli amici, che seguono tutti gli altri aspetti cui voi non potete star dietro direttamente
Sì la cosa bella è che ovviamente essendo un’etichetta il cui unico scopo fondamentalmente è quello di autopromuoversi non ci sono fini lucrosi, di conseguenza la gente che ne fa parte lavora per passione, per la voglia di comunicare. Tu non hai visto la prima versione del sito. Ora è stato completamente rifatto da un ragazzo di Imperia, e devo dire che il risultato ci ha soddisfatti enormemente, siamo certi che l’aspetto così curato dal punto di vista grafico predispone molto meglio chi finisce a spulciare le nostre produzioni. Il ragazzo che cura il sito, Dimitri, si fa chiamare DMY ( http://www.myspace.com/welovedimi ) e si occupa fondamentalmente di visuals, e il sito è nato in una sera: lo conosce bene Sergio dei Mastafaktor, ci siamo visti ed è nato tutto così, praticamente ascoltando in sottofondo la nostra musica che andava, e lui ha dato sfogo, seguendo l’idea che volevamo trasmettere, diciamo che è nato tutto in modo molto naturale. Il logo è stato creato così, non come un lavoro commissionato, lui è comunque coinvolto nella musica elettronica e il lavoro è nato dalla condivisione delle nostre idee, facendogli capire quello che ci interessava, perché ci interessava anche avere un buon biglietto da visita. Nel senso che un sito di buon livello grafico cattura di più l’attenzione e soprattutto se i contenuti sono di buona fattura, non vanno sprecati.
Visto che si è parlato di sintonia con le persone, su suggerimento di un amico bolognese vorrei allargare il discorso ad esperienze diverse dalla musica che possono influire su quello che fai: un libro, un film, un’abitudine, un vizio…
Libro, ti direi Il piccolo Principe. Non è la prima volta che sento questo titolo in cima alle preferenze di qualcuno che conosco, mi sa che prima o poi dovrò deporre la mia storica diffidenza e leggerlo… Non è un libro pesante, te lo leggi in un pomeriggio e ogni volta che lo leggo svela comunque una visione differente di quello che è il mio essere in quel momento. Film, un film che mi piace e che potrebbe essere anche scontato, ma te lo dico lo stesso è Matrix, perché.. quando era uscito mi ricordo che sono andato a vederlo quattro volte. Al cinema. All’epoca mi aveva proprio flashato, al di là di come è costruito il film e del concetto che lo tiene su, l’avevo sentito un film molto mio e come me probabilmente tante persone. Matrix, il primo episodio, perché poi la trilogia, le cagate uscite dopo mi avevano deluso. Però il concetto dell’essere inconsapevole di vivere una realtà, coincideva un po’ con un mio non dico malessere, ma quella sensazione di essere sempre fuori posto, oppure cose che uno prova, no? Da ragazzo, come tanti. Poi a parlare di musica ci sono tanti movimenti che hanno toccato questa sensazione. Poi, hai detto… vizio, abitudine? A parte fare musica e ascoltarla, direi niente di particolare.. secondo me però tutto il contesto conta, una persona deve trarre ispirazione da ogni cosa, a me non è mai piaciuto essere catalogato in un genere, o in una matrice particolare, quindi è per quello che le cose che faccio sono sempre differenti, rielaborazioni di quello che assorbo, ed ogni cosa può influenzarti in determinati periodi.
Torniamo in tema, visto che, anche se non lo ammetterai mai, sei pure un grande dj: spesso chi produce come dj non è molto aperto, viceversa ci sono grandi dj’s che magari non hanno la stessa sensibilità in uno studio però hanno la capacità rara di cogliere al momento giusto quello che si muove in giro, e valorizzarlo
Sono cose che ho sempre fatto e ho sempre sentito mie, anzi non sono nemmeno del tutto soddisfatto delle cose che faccio e di come sto dietro alla ricerca, figurati… ho sempre pensato una cosa, forse te l’ho anche già detta: una volta, quando ho iniziato io, la differenza la faceva la borsa dei dischi, nel senso che una volta non c’era internet, non c’era il download, non c’erano i computer portatili da portarsi dietro con mille mp3 dentro e la differenza la facevi tu, la tua voglia di spendere, buttare anche via dei soldi perché molto spesso, e questo dipendeva dalle politiche dei vari negozi di dischi, tu ti trovavi ad ascoltare magari 100 dischi ma comunque 100 dischi che ti davano loro a prescindere, a meno che tu già non sapevi cosa acquistare e allora andavi e chiedevi proprio quel prodotto tale, ma una volta la differenza la faceva questo, io son sempre stato uno che crede che il dj non sia uno che mette della musica così, a caso, ma sia uno che costruisce una colonna sonora, che per quella serata costruisce un’emozione, no? suonando anche dischi che non sono tuoi, alla fine: tu suoni la musica degli altri. E in base a questo io mi sono dedicato totalmente alla ricerca ma perché era qualcosa che a me piaceva proprio, io passavo pomeriggi interi da un negozio all’altro ad ascoltare maree di dischi, e la cosa di cui mi son reso conto e questa probabilmente è sempre stata la costante, è che molto spesso in quest’attività è sempre stato molto difficile riuscire poi a proporre dei set di un certo tipo, però una volta ti ripeto la differenza la faceva la borsa dei dischi, e in base a questo uno suonava. Però il concetto secondo me è che uno dj lo deve essere, non è che lo fa: quindi, essere dj è una cosa che devi avere dentro, è l’espressione di un talento ma prima ancora di un interesse che hai verso la musica. Perché sai, poi è sempre relativo, nel senso che alla fine uno segue un proprio gusto, una ricerca che è sua personale: può anche non essere condivisa da chi sta a sentire, ma non è che per forza chi ascolta deve capire, certo nel momento in cui vai a suonare in un posto e magari sei pagato per fare una cosa il tuo dovere è far ballare le persone, non è che devi andare lì a mettere.. chiaro. Però sotto questo punto di vista io sono uno che crede che il dj, chi fa il dj di professione è il cuscinetto che sta tra l’underground e la massa, io ho sempre pensato questo. Cioè, tu sei colui che mette a conoscenza. Anche se ormai comunque si è molto allargato anche il concetto di underground, vedo che ci sono persone in giro che magari non fanno i disc jockey e conoscono un sacco di musica elettronica, che conoscono un sacco di artisti e dj, questo sempre per l’esplosione delle comunicazioni e tutto il resto quindi tutto è molto più fruibile da parte di tutti, però c’è ancora una fascia di underground secondo me che è sempre lavoro del dj, in base alla propria sensibilità e ai propri gusti, mettere a contatto con le persone che vanno a ballare. Cioè quando vai a sentire uno bravo è perché ti fa sentire qualcosa che in quel momento lì, per come la mette, per come la miscela, per come cazzo ne so ti sta comunicando un qualcosa di diverso, lo senti proprio diverso.
Un classico è sentire un pezzo incredibile da un dj, fare carte false per trovarlo e quando finalmente lo metti tu non fa più lo stesso effetto
Questo purtroppo dipende anche dal dancefloor che trovi… comunque è sempre l’incastro che conta, è sempre trovare l’armonia, la linea armonica che sia originale e fatta con raziocinio, con spirito.
Tu da dj genovese stai trovando qualcosa di valido nell’underground di questa città?
Non voglio fare nomi perché non vorrei pigliarmi dei vaffa, da qualcuno… che non nomini? Da chi non nomino, da chi nomino, guarda… a Genova manca tutto, soprattutto la cultura da parte del pubblico, però i primi anni che ho cominciato a fare il dj alla fine tutti i dj che andavano a suonare nei club più importanti in quel periodo, dal centro al sud, erano quasi tutti genovesi, nel senso: ce n’erano un sacco.
Cos’è successo allora?
Eh, è successo che comunque questo è un ambiente difficile, tra gli stessi artisti purtroppo non vive un ambiente di solidarietà, non vive un ambiente di rispetto, probabilmente sarà anche tipico del ligure che in linea di massima è una persona un po’ chiusa…
no, te lo dico perché se vai in giro per parties, ti chiedono di dove sei e rispondi di Genova, produci lo stesso effetto di nominare una città fantasma…
Ma siamo una città fantasma! Però vedi secondo me è qualcosa che non ha tanto a che fare con l’essere genovese, piuttosto… lì ci sono un sacco di aspetti che bisognerebbe mettere in fila, al di là dell’artista emergente ligure o genovese o che ne so, poi sai è importante anche il background. Perché secondo me i ragazzi più giovani devono comunque farsi, ascoltare tanta musica, mettersi lì e conoscere, il problema è che la cultura non te la fai in due giorni, io vedo molti ragazzi che oggi sono un po’ più grandi quando gli parlavi di house dicevano no, house, i cantati, che schifo, e oggi si sono rotti le scatole di ascoltare i martelloni e invece apprezzano magari le produzioni che uscivano 15 anni fa di Todd Terry, Frankie Knuckles, di tutta sta gente qua e oggi magari han voglia di suonare quella roba lì. Però tu che l’hai vissuta 15 anni fa oggi tu vedi il contrasto nel proporre quella musica lì, perché dici cazzo io l’ascoltavo 10 anni fa, semmai oggi mi piacerebbe suonare qualcosa che fa riferimento a quel periodo ma magari non tutta quella musica lì. Questo per dirti che se non ascoltano, non fanno conoscenza e non si informano e non si comprano anche dei dischi 70, 80, non so, quelli che sono stati i grandi movimenti musicali, uno deve conoscere per poter anche a un certo punto far bella figura. Non so, oggi nessuno sa chi è Giorgio Moroder, ma tutti suonano I feel love senza sapere che c’è un italiano dietro, che seppure a fatica si è visto riconoscere il suo ruolo nella storia della musica, oggi tutti sanno chi è Richie Hawtin, stanno tutti dietro la Minus e la Plus 8 ma se 10 anni fa te ne uscivi con un disco di Plastikman rischiavi i pomodori. La cultura, uno non se la improvvisa.

Emiliano Russo
http://compost.disorderdrama.org/

Technorati technorati tags: ,

shakeCi fanno saltare la coda all’ingresso, ci tempestano di pubblicità su cellulare, myspace e facebook, ed alla fine qualcuno ci offre anche da bere.
C’è chi lo fa solo per i soldi, chi per avere la possibilità di suonare al di fuori della propria cameretta, e chi semplicemente per sentirsi parte del gioco.
In Italia più che in qualsiasi altro paese il ruolo del P.R. è sempre stato legato a doppio filo col mondo delle discoteche, impossibile da ignorare.
Ma si può parlare di una P.R. Culture?
Per questa ragione abbiamo deciso di scambiare due chiacchere con Luca “Shakespeare” Casalucci, personaggio ben noto nell’ambiente danzereccio del nord est, attivo da anni con il suo servizio di pubbliche relazioni per locali come il vecchio TNT, Aida, Muretto ed ora amministratore della Sharada booking.
Ma ecco com’è andata:

Ciao Shake che ne dici di partire dall’inizio: quando hai incominciato ad andare a ballare e perchè tra tutte le figure che girano intorno al mondo delle disco proprio il pr?
Ho iniziato a frequentare i locali da ballo nel lontano 1994, la mia prima discoteca fu l’Asylum di Jesolo lido, ci capitai per sbaglio visto che dovevo andare alle capannine, ma i ragazzi più grandi mi parlavano talmente tanto di questo DJ MOKA che mi misero curiosità, e fu così che la mia prima disco fu uno dei locali techno più famosi d’Italia. Perchè ho scelto di fare il pr? Bè, nacque per caso un giovedì di aprile del lontano 2001, guardando il mio, ahimè vuoto, portafogli e il biglietto dell’ apertura del Movida… Volevo andarci il sabato dopo… Cazzo se volevo andarci! E si sa, la necessità aguzza l’ ingegno, quindi cellulare alla mano, giro il flyer sul retro e chiamo l’ infoline. “Si pronto?” “Si ciao volevo fare il pr, è il numero giusto?” “mmm… Si ma… Da dove sei?” “Da Ca’ Savio, qua vicino Jesolo” “Ok, mercoledi alle 16 vieni qua che parliamo” E fu così che diventai pr. All’ inizio credevo che l’ avrei fatto solo per quei 4 mesi… Invece dopo arrivò la chiamata in quello che era il locale culto per i giovani technomani del veneto, il TnT. L’ esperienza fu molto costruttiva dal lato professionale, e servì a farmi conoscere al grande pubblico! Poi venne l’Aida, uno dei miei primi locali come cliente… Non volevo crederci, ora ci lavoravo dentro! E poi tutti i locali qua sotto elencati, fino all’anno della svolta, il 2004, quando con 3 amici creai l’ ETOILE… Il mio primo locale! A dire la verità era un privè, ma totalmente autogestito e senza imposizioni di nessun carattere ai dj x quel che riguardava la musica. Il sogno di qualsiasi dj/cliente insomma! Poi il ritorno all’ Aida, il Toys, in seguito il passaggio all’ Area city e al Muretto, ora come ora i templi della musica qua in Veneto, senza scordare il Fresh’n'Fruit di padova. Ma la storia, ovviamente, continua…
Quali sono le caratteristiche che deve avere un buon pr?
Bè ovviamente deve avere una faccia da culo (e mi sa che ci siamo) una buona parlantina ma soprattutto deve essere sempre un della sua situazione, i pr mercenari che non credono in quello che fanno hanno vita breve, molto molto breve, perchè quando la situazione non ti piace non dai il meglio di te.
Quanto conta la cultura musicale per un pr da discoteca?
La cultura conta moltissimo, anche se purtroppo non ce l’ha nessuno e la cosa che conta di più è il riempirsi la bocca dei nomi di moda, col risultato di far figure barbine non appena ti trovi a parlare con qualcuno che ne sa più di te. Prova a parlare a qualche pr di Future Sound of London, prova a chiedere che genere suona Miss Kittin, nel primo caso ti sentirai rispondere “vieni che ti offro da bere” e nel secondo caso “spacca!” ma questo ad essere fortunati, la situazione purtroppo è ben più grave.
Generi e dj preferiti:
Amo la techno in tutte le sue forme da sempre, la techno è l’unica musica che mi fa ballare per 8 ore di seguito senza soste (e senza additivi, sia chiaro) dj preferiti al momento direi che Donato Dozzy e Paul Ritch sono gli artisti che più mi danno soddisfazione all’opera, per il resto sento solo set fotocopia, 3 suoni messi in croce, leva e metti il basso, insomma cose che faccio benissimo anche io.
Il fenomeno delle pubbliche relazioni nel nostro paese è molto importante, tanto che a volte è meglio per un club investire su questi che non addirittura sui dj proposti. Come te lo spieghi?
Me lo spiego col fatto che senza pr un locale non funziona. C’è crisi nei locali, è innegabile la cosa, quindi senza un qualcuno che convinca la gente a frequentare determinati posti piuttosto che altri sarebbe la fine. Se io parto di casa con l’idea di andare all’Amnesia non sarà un pr a farmi cambiare idea e a farmi andare al De sade, però può influire molto e magari al de sade ci vado venerdi prossimo per curiosità, e li sta al pr trattare bene il cliente per farlo sentire a suo agio e far si che ritorni.
Una brutta abitudine delle disco italiane è quella legata ai c.d. dj pullman ovvero quei ragazzi che pur di suonare dedicano più tempo a curare i propri contatti e a convincere gli amici ad andare a ballare piuttosto che ai dischi. Cosa ne pensi? Ritieni che siano necessari o che sarebbe meglio che ognuno facesse il proprio mestiere?
Non sono contrario a questa pratica. Il problema non è nel dj pullman, il problema è dell’art director che non sa scegliere un dj pullman come si deve. Sinceramente ora come ora ci sono più dj che clienti, è normale che ognuno tiri acqua al suo mulino e debba far bella figura in primis col boss poi col resto della clientela. Ci sono dj molto validi che hanno iniziato così, ripeto, tutto sta nel saperli scegliere preoccupandosi di capire se la musica è consona all’ambiente e se il ragazzo ha una buona tecnica.
Underground vs mainstream, siccome in Italia non si è mai d’accordo su nulla come ti rapporti rispetto questa rivalità? Solitamente si accusano i pr di guardare solo ai soldi offerti dal “bel mondo”, sei d’accordo? E tra gli stessi pr quanta competizione c’è? Negli anni 90 ricordo una vera e propria guerra tra staff..
Underground e mainstream sono paragonabili come Zoff è paragonabile a Maldini, tutti e due grandi campioni ma non c’entrano niente uno con l’altro. La cosa bella è che ora ci sono feste falso underground che spopolano ma che di underground non hanno proprio niente, ormai è tutto un vendere fumo e chi lo vende meglio vince. I pr sono moooooolto attratti dai soldi, ma sinceramente neanche il cane mena la coda per niente, non credi? Per quel che riguarda la rivalità devo dire che va a persone, ormai non c’è più perchè il mondo è talmente tanto piccolo che o ti crei un tuo giro di clienti affezionati oppure mi basta aprire internet e trovo tutti i contatti che mi pare e piace per una serata.
Solitamente il primo guadagno per un giovane pr agli inizi consiste nell’entrata gratuita nella disco per cui lavora e una freedrink. Quali sono i passi successivi della carriera? Può diventare un lavoro a tempo pieno?
Ora come ora il pr non può divenire un lavoro a tempo pieno perchè le paghe sono moooooolto diminuite rispetto ai primi tempi. Oddio, impegnandosi e dedicando 24 ore al giorno al proprio locale e magari lavorando in 3 locali ce la puoi anche fare, però devi avere sempre risultati costanti ed aspettare parecchi anni prima di avere un guadagno, per dirti io ho iniziato ad andare in pari al secondo anno di attività ma sono un caso a parte, c’è gente che dopo 5 anni ancora non vede una lira.
Tu ora stai iniziando una nuova avventura come agente/promoter, in che modo ti sarà utile l’esperienza fatta come pr?
L’esperienza di pr mi sarà utile perchè saprò sempre proporre il dj giusto alla festa giusta conoscendo a menadito le varie situazioni alla quale proporrò i mie artisti, grazie anche alle conoscenze che ho in tutta italia vista la mia assidua presenza sul web da ormai 8 anni… vero Fede =D
Che cos’è il Silencio Festival? Ce ne vuoi parlare?
Silencio è la mia prima one night totalmente autogestita. Il progetto si propone si portare in Veneto, nella splendida cornice offerta dallo Zion club di Conegliano, le atmosfere di sperimentazione musicale e visiva tipiche dei club berlinesi: un luogo non luogo inteso come punto di condivisione di esperienze nel quale, oltre all’ascoltare una ricercata selezione sonora del tutto estranea alla corrente odierna, si potranno svolgere eventi di arte contemporanea quali mostre, visual arts e allestimenti per trasformare l’essenza del locale lasciando scoprire ai clienti una sfaccettatura diversa del nostro life style ad ogni appuntamento.
Grazie per il tuo tempo e a presto (anzi se ti avanzano un paio di freedrink…:D)
Grazie a voi dello spazio dedicatomi, a prestissimo!

Federico Spadavecchia

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Passione allo stato puro, stile, ricercatezza musicale unita all’esperienza e all’innovazione; la cura maniacale nella scelta dei dischi più underground, la capacità di scovare artisti che solo dopo anni verranno acclamati dal pubblico…potrei continuare a sbriciolare all’infinito le qualità e le doti di un artista che rappresenta la realtà sicuramente più attraente del panorama musicale elettronico italiano.
Dario Bedin non è soltanto un dj che ha condiviso la consolle con più di 50 artisti di calibro internazionale fra cui Swayzak, Larry Heard e Alex Smoke; non è solo uno stimato produttore la cui ultima traccia (prodotta insieme al socio Mog) è stata selezionata nella compilation etichettata Fabric mixata da Steve Bug; non è soltanto uno degli artisti più richiesti dalle maggiori label della scena elettronica… Se questo per alcuni, anzi per molti, è già troppo, per lui è troppo poco… Infatti questo ragazzo di Vicenza ha dato prova di essere anche un ottimo art director, p.r. ed organizzatore; uno che ci sa fare proprio alla grande: ha creato un festival denominato Jazz Not Dead in cui ospita un mix di artisti veramente affascinante: da quelli più in voga del momento (per esempio Jona della Get Physical, Tractile della Minus e Skat della Karat), ai mostri sacri (come Daniel Wang, pilastro della musica disco), alle realtà emergenti (Ra.H della Morphine), il tutto in una location tanto classica quanto innovativa: un bar storico di Vicenza. Insomma se il Martedì sera siete a Vicenza, volete bere uno spritz o una birra dopo cena e capitate al Sartea… non vi dovete impressionare se ragazzi che vanno dai 25 ai 40 anni ballano ammaliati da un vortice di musica disco attorno ad una consolle presidiata da Dax e Daniel Wang, Dax e Prosumer, Dax e Mike Huckaby; insomma questo dipende da chi sarà l’ospite quella sera…lui, Dax, ci sarà sicuro e il divertimento è assicurato. Ulteriori informazioni: www.myspace.com/daxdj e www.family-house.net

Parliamo di Disco: come è nata la tua passione per questo straordinario genere musicale?
La Disco music è tutto, non ci sarebbe l’house music e tutto il resto, senza! Mi son avvicinato a questo genere da un percorso musicale un po’ contorto. Fin da piccolino ero appassionato di Kraftwerk e musica elettronica, seguivo settimanalmente e sapevo a memoria la classifica dei singoli Pop più venduti di Stereo Rai 2, inoltre mio padre mi regalava un vinile al mese.. Poi verso i 16 anni cominciai a frequentare il Music Power (il negozio di dischi Import più importante e unico della zona di Vicenza) e con i pochi soldi a disposizione settimanalmente, mi compravo un disco ogni week (la scelta era assai impegnativa).. Praticamente andavo ogni giorno in quel negozio e la passione era tanta che mi presero per lavorarci nei fine settimana. I titolari di quel negozio: Ciso e Renzo erano per me dei maestri. Son stati loro ad introdurmi nel mondo delle etichette discografiche e a farmi scoprire la Disco music! Inizialmente acquistavo house, acid, solo un po’ più tardi cominciai l’avventura funk, boogie, a suonar i re-edits (Harvey, Idjut Boys: Dan Tyler & Conrad McDonnell, Steve “Fella” Kotey) e poi a collezionare vinili 70, 80 originali, prendendo spunto dagli “iniziatori”: Mancuso, Levan e il mio mito: Ron Hardy! Direi “it’s all about House music…”.
Com’è attualmente considerata la musica disco in Italia e quale potrebbe essere il suo futuro?
In Italia negli anni 70, 80 si son sviluppati vari stili musicali di matrice Disco che ancora oggi nutrono ed ispirano gli artisti e dj di mezzo mondo. Va ricordato tra l’altro un DJ “mito” Daniele Baldelli, e la schiera di “metti dischi” sviluppatasi da quella scia, filone chiamato Afro! Pensa che la prima musica da discoteca che ho ascoltato era proprio questa. Cosmic sound: miscela di: funk, brasil, disco, elettronica suonata lenta ed effettata/equalizzata da paura. I ragazzi al mio paese ascoltavano nelle loro macchine (dagli impianti hi-fi tamarrissimi) proprio questa musica.. mentre nelle radio si suonavan i primi pezzi house, dance. A quell’epoca, non avrei mai immaginato e conosciuto l’importanza di quella musica… al giorno d’oggi si campiona, saccheggia e manipola tutto.
Quali sono, secondo te, i produttori e le etichette più interessanti in questo momento per quanto riguarda la musica disco?
Sinceramente in questo periodo seguo poco le produzioni Disco “nuove” in quanto non sento nulla di buono per le mie erecchie: continuo ad aquistare Disco music originale nei mercatini, fiere del disco, e-bay, discogs e puntualmente ogni settimana acquisto e suono di tutto: dalla deep house, detroit, alla modernissima musica elettronica, minimal ecc. Amo tutta la musica: quella underground. Gli artisti e le labels che han qualcosa da dire! Prediligo le piccole case discografiche e quella gente che si sbatte tanto per “venir fuori allo scoperto”. Basta seguire la mia chart mensile per assaporare e scoprire le nuove frontiere sonore.. dove sta andando la musica “alternativa” e naturalmente il mio gusto musicale, in continua evoluzione!
Parliamo della realtà italiana. Chi consideri i maggiori artisti italiani in questo momento?
La scena italiana sta crescendo, sebbene ha bisogno di maggior collaborazione, coesione e valorizzazione! Ammiro tantissimo la scena minimal techno della Sardegna: Renato Figoli, Dusty Kid, Ferlin.. La scuola Napoletana (ho i vinili di tutti), la scena Romana (Lory D, Passarani, Francisco, Guglielmo Mascio, Cocco); gli amici della nu-disco: Mammarella, Capone, Giordani, Rocca; Bologna: Unzip, Tommaso, Pasta Boys; poi gli Italo Boys, Massi DL, la scena torinese (xplosiva), la scena milanese (Lele Sacchi), la scena genovese (010 Club e Djs) .. Manca qualcuno? Ah sì .. La scena veneta: Mog, Mogdax, Shadow Sync, Chronic Flakes, Paolo Tamoni, Seba Kiodin, Stephan Krus, Laverna, Spiller, Mawkish e tutti gli artisti della Nano Records, Ra.H (Morphine Records), Madteo (Lanquid). Come puoi notare il panorama musicale è vasto, suggestivo e pieno di energia… la lista è ancora lunga e perdonatemi se non ho ricordato tutti!
Credi che sia una cosa giusta che oramai “suona solo chi produce” o puoi smentire questa voce così insistente negli ultimi tempi?
Direi: chi produce, suona? E che suona? Il computer? Dove suona? Credo che “chi suona” (mette i dischi o cd o mp3), deve per forza amare la musica in primis… conoscere la musica (intendo le note musicali, armonie ecc.), poi può pure produrre o provarci, ma al giorno d’oggi è una cosa normale e pure facile: chiamiamola software music!?
Com’è la realtà clubbing italiana e quale consiglio ti sentiresti di dare ad un direttore artistico di club underground?
Son poche e rare le vere situazioni “underground” qua in italia. Tutto fa moda e tutto diventa moda! Passa in secondo piano la musica, la qualità, la ricerca, la cultura e se vuoi anche la naturalezza e libertà artistica, musicale. Ai direttori artistici dico: pensate meno alle vostre tasche e ogni tanto andate a farvi un viaggetto a Berlino, Londra, Parigi ecc. Se la scena italiana è quella che è (figlia un po’ anche del Grande Fratello, Corona e Lucignolo) ..stendiamo un velo pietoso..
Meno male che dal basso stanno nascendo festival, raduni, raves e nuove situazioni Club valide!
Con la nascita di software (anche facilissimi da usare) ognuno può mixare senza sbagliare le battute…insomma crescono i dj a vista d’occhio grazie alle nuove tecnologie e inoltre tutti possono acquistare in formato mp3 (tramite i digital stores) quasi qualunque traccia underground, che appena 5-6 anni fa sarebbe uscita solo in vinile. Che ne pensi?
E’ vera la diffusione dei DJs: spuntano da tutte le parti! Tutti fanno i DJ, una volta era cosa più rara! Nella realtà dei fatti, pochissimi comprano gli mp3, perchè li puoi benissimo scaricare gratuitamente dalla rete da vari blog specializzati; scaricar coi software.. Risultato: tutti hanno e suonano la stessa musica; alla qualità sonora vien data poca importanza (hai presente un mp3 a 128?) .. di conseguenza si vendono pochissimi vinili, gran parte dei distributori di musica a livello mondiale stanno chiudendo .. e nascono una decina di labels digitali ogni settimana! Beatport = McDonalds globalized! Di questo passo dove andremo a finire? Ognuno di noi avrà una label personale… diventerà così ridicolo “comporre musica”, che suoneremo tutti con lo stesso software, preset, suoni (solo i più bravi avranno un “suono proprio”).. Bella schifezza! Al contrario esistono etichette discografiche che continuano a stampare vinile, distribuendolo in maniera indipendente.. edizioni limitate (NO mp3). Attualmente ammiro e supporto questa scena.. “into the underground”.
Se dovessi descrivere le caratteristiche di un tuo dj set che cosa diresti? Qualè la componente che ritieni sia più importante?
Premesso che “I love music”, dipende molto da dove suono: dal rave, club, after, bar, festival e con chi suono.. Mi piaccion le componenti ritmiche, la sperimentazione, le atmosfere deep, i vortici disco. Ogni situazione può avere le sue sonorità caratterizzanti, quindi la scelta dei vinili da portare via varia… e vi assicuro che avendo più di 10.000 vinili, diventa difficile. Mi piace esser eclettico, spaziare.. come maestri e riferimenti per tecnica e stile: Ron Hardy (programmazione/playlist eccellente e sorprendente), Villalobos (la tecnica, selezione e follia), Hawtin (tecnica e tecnologia/effettistica), Jeff Mills (vortice e atmosfere). Vi basta?
Quali sono i 5 vinili che porti sempre con te?
Lil’ Louis & The World – Nyce & Slo (Epic)
Adonis – We’re Rocking Down The House (Trax Records)
Mr. Fingers – Amnesia (Jack Trax)
Ricardo Villalobos – Thé Au Harem D’Archimède (Perlon)
Bobby Konders – House Rhythms (Nu Groove Records)
Quali sono i tuoi nuovi progetti musicali?
Attualmente deve uscire Mogdax – Phonola EP sull’etichetta inglese Deep Freeze; il progetto Mawkish su Nano Records, e altre collaborazioni e remix. La traccia Mogdax nella compilation Fabric 37 è andata molto bene ed abbiam raccolto molti consensi, nonché nuove collaborazioni. Ultimamente mi sto concentrando molto sulle produzioni: sia elettroniche, disco e deep house. Come è noto, non riesco a focalizzarmi su un solo genere, lo trovo riduttivo! Adoro la sperimentazione di software nuovi (Max msp / Processing), i sintetizzatori analogici, drum machines e i nuovi gadgets elettronici (ultimo: Kaossilator). Ci tengo a dire: non son un “animale” da studio di registrazione (passare ore e ore davanti al sequencer).. dopo un po’ devo staccare la spina e scappare via! Consiglio: cercate di far musica con il minimo indispensabile: troppi software, vst ecc. creano solo che confusione.. Altra cosa: prima di sottopormi all’ascolto un Vs. demo, ascoltatelo e riascoltatelo bene. Ho dei gusti un po’ difficili, ma.. decisivi! May the funk be with you*

Giacomo Ridella

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Il 2007 per il mondo dei Clubs e dei Dj’s sarà ricordato soprattutto per essere stato l’anno della supremazia del suono Minimale, ormai diventato mainstream al cento per cento.
Tuttavia c’è chi ritiene tutto questo una totale perdita di tempo, ed inneggia ad una maggiore consapevolezza circa ciò che la Musica Elettronica può realmente offrire.
Il mio incontro con Beppe Loda un paio di settimane fà allo Zerodieci di Genova è stata una delle esperienze più spiazzanti della mia vita, ed ha sicuramente aggiunto nuovi significati all’espressione fare i conti con le proprie radici.
Beppe, la cui carriera da Dj inizia agli albori degli anni ’70, insieme a Daniele Baldelli può considerarsi a tutti gli effetti uno dei padri del Djing moderno: resident Dj al leggendario Cosmic Club sul lago di Garda, oggi Beppe suona regolarmente in Germania, Grecia, Svezia e Stati Uniti, dove si è esibito al prestigioso MoMa di New York.
Di fronte ad un personaggio del genere era impossibile fare una classica intervista, quindi da bravo scolaro accendo il registratore e ascolto la lezione:

Allora tu ti occupi di musica elettronica eh? Ma lo sai che la musica elettronica è nata ai primi del ‘900? Allora c’erano dei grossi macchinari a bobina chiamati “intona rumore”, proprio perché manovrandoli producevano nuovi suoni. Poi col tempo, anche grazie a personaggi come Luciano Berio e al centro sperimentale RAI di Torino, si è arrivati alla Musica Elettronica moderna, la cui massima evozluzione è giunta con anni ’80 quando prende un forte sviluppo in Germania. Gente come Ash Ra Tempel, Manuel Gottschieng e Klaus Schulze che furono i fondatori di quella che a quei tempi chiamavano Cosmic Music…
Il Krautrock…
No, non era Krautrock qualcuno erroneamente li definisce tali ma loro lo avevano già superato. Erano tra il Krautrock e quella che sarebbe diventata la Musica Elettronica.
Ah ok, è la differenza tra i primi due album dei Kraftwerk e il successivo rivoluzionario Autobahn…
Però i Kraftwerk erano della scuola di Dusseldorf. In Germania ci sono due scuole classiche, anche se io dico che ce ne sono tre ma quelli che ne sanno più di me e che scrivono i libri insistono che sono solo due…ma in effetti sono tre, te lo dico io perché io ho i dischi, le cose le vedo e le leggo sui dischi…Loro dicono che ci sono la scuola di Berlino e la scuola di Dusseldorf, dove tra l’altro vado a suonare ogni due, tre mesi e dove ho fatto dei dischi coi Propaganda, e comunque è l’area che produce il suono che preferisco.
L’anno scorso ho incontrato un giovane talento della scena attuale di nome Oliver Hacke che essendo anche lui di Dusseldorf ci ha tenuto molto a distinguere la differenza di questo suono da tutti gli altri…
Eh sì, comunque tutti gli altri suoni non è che esitono tanto, le scuole te l’ho detto, anche se chi scrive i libri ne conta solo due, sono tre, e ribadisco che io ho i dischi per affermarlo: la scuola di Berlino, la scuola di Dusseldorf e quella inferiore di Monaco, dove c’erano artisti ed etichette che producevano Musica Elettronica.
Monaco? Avrei pensato più Francoforte o Colonia…
A Colonia c’era l’altro istituto di sperimentazione di Musica Elettronica. Il primo era appunto a Torino.
Oggi invece queste due città sono il centro di praticamente tutto il movimento attuale…
Non lo so, il movimento attuale per me non esiste specie se ti riferisci alla Techno e alla Minimal.
Il perché te l’ho appena spiegato: la Musica Elettronica è una musica come tutte le altre solo che viene eseguita con strumenti elettronici e per questo ha più colore, più fantasia, perché con questi strumenti l’utilizzatore stesso può creare il proprio suono, plasmarlo di modo da descrivere bene ciò che ha in mente. Nella minimal tutto ciò non avviene, non scambiamo l’oro con l’ottone…
Parlando invece della figura del Dj, tu l’hai vista nascere…
Sono stato uno dei promotori, ho iniziato nel 1973….
Da quando il Dj era il cameriere aggiunto a superstar del nuovo millennio…
Ora superstar non lo so perché io l’ho sempre fatto principalmente per passione. Per il resto sono 15 anni che suono all’estero. Sai quando con altri Dj suonavamo quel genere definito Afro perché mettavamo musica anche africana o brasiliana con percussioni che richiamavano appunto la musica africana. Con una parola sola “Afro” riassumevamo tutto quanto. Noi suonando questo genere musicale siamo stati promotori di quello che è diventato dopo il lavoro del Dj, non più inteso come semplice resident ma divenuto ospite itinerante.
E tu come hai iniziato?
Beh come hai iniziato tu e come inziano tutti anche adesso…
Insomma..ora i ragazzini vogliono fare i Dj solo perché fa figo e perché ormai basta un Pc, nessuno compra più i vinili…
A dir la verità i dischi non li compra più nessuno, grosse aziende chiudono ed il mercato è in crisi. Però all’inizio è uguale per tutti: si viene attratti dal mondo della discoteca e dalla figura del Dj che sta al centro dell’attenzione del pubblico, poi andando avanti viene fuori la passione per suonare e il resto finisce in secondo piano…Fare il Dj non è un lavoro così facile, certo molti Dj lo intendo nel modo più semplice per cui comprano le hit da classifica appena uscite e poi suonano solo quelle, però per me non è così: io sono un collezionista, un ricercatore di musica, per cui quando vado all’estero mi fermo sempre un paio di giorni per scoprire i negozi di dischi e trovare cose nuove. Tutto il mio lavoro è basato sulla ricerca di dischi, e domani spero di fare lo stesso anche qui a Genova.
Eh qui a Genova ci sono un paio di posti interessanti…
Sai negli anni ’80 avevo quasi 20.000 vinili, oggi invece un po’ perché ne ho venduto qualcuno e soprattutto a casusa di un’inondazione me ne sono rimasti 15.000. Ma ora ne sto reccuperando.
Cerchi qualcosa in particolare?
Ma no, io cerco quello che non conosco.
Ma allora (ed indico un ragazzo affianco a noi n.d.r.) quella maglia “Techno Detroit” non ti piace?
No, no non è il mio tipo..mi piacciono bionde con gli occhi azzurri ahaha piuttosto quando arriva la gente che ho voglia di suonare…
Qui la gente arriva tardi verso l’una e poi non vuole più andare via…ma quando hai iniziato a che ora si andava a ballare?
Alle nove e un quarto, nove e mezza la gente già a ballava. Io uscivo dalla palestra, facevo karate, e andavo a suonare. All’epoca c’era un entusiasmo intorno ai locali, alla musica. Dal funky, il soul e adesso quel aphex twin lì…Son conscio che i tempi son cambiati però penso che avere 50 anni non sia una così negativa ma anzi mi permette di esprimere un giudizio…I tempi di adesso non reggono il paragone con i ’70, gli ’80 e parte dei ’90… è tutta una parabola discendente…
Cosa pensi della new wave?
Eh cosa penso, penso che la suono ancora adesso e sto cercando di impostare il suo ritorno.
Ad ottobre al Tunnel di Milano ho avuto il piacere di sentire Alan Oldham e pure lui si è servito di sonorità rock 80’s….
Eh sì in America sta tornando il disco rock. Ci son stato da poco e l’anno prossimo ci tornerò per un tour coast to coast.
Ti sei trovato bene negli USA?
Gli Americani son diversi da noi, hanno molto più entusiasmo…Pensa che al museo d’arte moderna di New York lo scorso maggio c’era un caldo terribile, ed io alzai le braccia per scrollarmi il sudore di dosso e il pubblico in delirio prese ad imitarmi e a urlare ahahahah
Ripeto hanno molto più entusiasmo per la musica, mentre da noi ormai la situzione è insostenibile e non soltanto musicalmente parlando…
C’è un disco che piace particolarmente suonare?
Ma sai quando ne hai 15.000 è difficile sceglierne uno, te ne posso citare 1000…
E come produzioni?
Devono uscire quattro dischi nuovi e una compilation su Typhoon per il mercato giapponese. Il Giappone è un bel mercato perché son gli unici che comprano ancora dischi. In Italia invece si ha troppo la tendenza a mettere “le mani sulla città”: a mettere le mani su un genere e poi ancora su un altro; questo succede perché la gente non ha le capacità per portare avanti il discorso…Sarò più chiaro: tutti i Dj radiofonici dovrebbero essere autorizzati da un commissione di cui io vorrei essere a capo così vai tranquillo che almeno il 90 per cento di loro se ne starebbe a casa…
Anche le riviste ormai latitano e non solo in Italia dove salvo rari casi non sono praticamente mai esistite..
Ma è anche la scena musicale che non è più così prolifica, dimmi tu cosa puoi dire della musica di Aphex Twin…no spiegami…o di quell’altro che c’era una volta…come si chiamava? Ah sì, Sven Vath…prendeva un sacco di soldi ai tempi…
Veramente li prende ancora, Sven oggi è il Dj più influente della scena Techno nonché uno dei più grandi imprenditori del settore…
Và và! Facciam la commissione e solo i diplomati al conservatorio posson lavorare…basta basta non farmi dire più niente…La musica la deve fare chi sa suonare, chi si è ammazzato di studio sullo strumento…Ti dico su 100 Dj’s scommetto che nessuno di loro sa quante sono le note…dai facciamo la commissione d’esame: io presidente e tu segretario, va bene?
Ma per l’Italia non c’è proprio speranza?
In Italia mancano due cose fondamentali: la gente competente in radio capace di fare conoscere e tramandare la cultura musicale, e i negozi di dischi dove impari a conoscere la musica…senza questi elementi come e dove la impari la musica? Ad un concerto di Aphex Twin?

Federico Spadavecchia

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violettQuella di venerdì scorso è stata una serata che allo Zerodieci di Genova si ricorderanno per un bel pezzo, e non soltanto perché ne sono successe di tutti i colori (roba da rievocare i fantasmi della prima serata al Cocoricò dei Daft Punk…), ma anche e soprattutto per la bravura della Dj ospite: Violett.
Violett al secolo Violeta Torres è una giovane di Buenos Aires dotata di grande talento che, grazie al suo sound carico e mentale, vanta collaborazioni con tutti i protagonisti della new wave minimal latino americana ed europea. Ragazza incredibilemente dolce, simpatica e lontana da qualsiasi atteggiamento divistico, passiamo una bella serata a parlare di tutto prima della sua esibizione. Tra le tante cose che ci siamo raccontati mi spiega come da quando tornerà in Argentina per Natale si trasformerà da Dj pronta alla festa a mamma premurosa del suo bimbo di quattro anni; mostra poi un grande interesse quando le dico che uno dei Resident Dj’s dello Zerodieci è Roby J, uno dei padri del Djing italiano moderno e del movimento progressive degli anni ‘90, ed allora ci tiene a raccontarmi di quando divise la consolle col nostro Francesco Farfa a Buenos Aires: “E’ stato incredibile muoveva le mani velocissime, una tecnica superlativa! Io quasi mi vergognavo quando è venuto il mio turno…”
Ma ecco com’è andata:

Ciao Violeta, intanto benvenuta, che ne dici se parliamo un po’ dei tuoi inizi? Quando nasce la tua passione per la musica elettronica?
Ho comprato i miei primi vinili nel 1998 e ho iniziato a provare a mixarli insieme; ma in realtà ascoltavo musica elettronica fin da quando avevo 12 anni: Depeche Mode, New Order e in generale tutto il nuovo synth pop europeo.
Quando si pensa alla musica argentina solitamente si fa riferimento a generi più tradizionali e classici come ad esempio il tango, tuttavia anche la scena elettronica locale è molto forte e ben consciuta anche in Europa, come te lo spieghi?
In Argentina la musica elettronica ha sempre avuto un buon seguito e così è stato naturale sviluppare una nostra situazione. Io ero già amica di Dilo, Funzion, Gurtz e gli altrib ragazzi della Igloo ed insieme siamo riusciti a creare un qualcosa che creasse interesse intorno al movimento.
Come hai iniziato a produrre le tue tracce?
Ahah…è stata una cosa molto divertente perché la prima volta che ho aperto un programma per fare musica mi ci sono voluti due mesi per finire la traccia, e quando l’ho fatta sentire al mio amico Barem ha subito esclamato:” Oh mio Dio! E’ troppo forte! Devo farla assolutamente ascoltare a Someone Else!” e anche lo stesso Someone Else fu così entusiasta della mia produzione da insistere per inserirla nella sua compilation…era incredibile perché io non avevo la minima idea di quello che avevo fatto…così ho preso un bel respiro e ho pensato “okey, sta succedendo qualcosa…” e ho continuato facendo una seconda e poi una terza traccia. Più avanti sono stata contattata da Bruno Pronsato che aveva ascoltato il mio primo lavoro e così con lui ho pubblicato le nuove tracce realizzate, finendo poi nella compilation dell’ottima telegraph records (Post Office vol.1 n.d.r.). E’stato davvero figo…ho anche chiesto a Ryan Crosson un remix e lui ha accettato e la release fu veramente buona, e quindi con gli altri amici realizzammo la seconda comopilation su telegraph (Post Office From Argentina Madness n.d.r.).
Cosa ci puoi raccontare del tuo lavoro in studio: usi software o hardware?
Principalmente uso software, ma come ti dicevo quando feci il mio primo disco questo suonava davvero male, troppo amatoriale, e non ne ero per nulla contenta…ora invece suonano già un pò meglio, anche se c’è sempre tantissimo da imparare. All’inizio usavo giusto il mio laptop mentre adesso mi sono comprata una tastiera midi della Alesis ed il controller, e appena una settimana fa son riuscita ad acquistare la mia prima drum machine della Elektron. Per il momento questo è tutto..
Cambiamo argomento, ti piace andare a ballare?
Oh sì mi piace moltissimo, adoro ballare.
Qual è il tuo Dj preferito?
Ah (sospira profondamente)…direi Ricardo (Villalobos n.d.r.), ma mi piace molto anche Cassy.
E il tuo club?
Uhm c’è il Cocolichee a Buenos Aires che è molto bello: piccolo, underground stile basament con un ottimo sound e frequentato da gente grande e appassionata di buona musica. Anche il Panorama Bar di Berlino è un club incredibile, ma è sompletamente un’altra storia..ha un impianto davvero super…
Eh sì e poi tutto quel buio dove succede di tutto..pensa che quando ci sono stato per Capodanno ad un tratto un mio amico era letteralmente sparito…
Ahahahah..comunque io cerco di non far caso a quello che succede intorno, più che altro cerco di non vedere quello che non voglio, non so se mi spiego…
E quando suoni allora? Guardi la pista o ti isoli seguendo il tuo viaggio?
Oh no assolutamente, io sì propongo le mie cose ma ho comunque bisogno di vedere la gente per sapere cosa sta succedendo nel club: il suono, i dichi, la reazione della gente, me stessa…Io potrei andar matta mettendo delle cose che piacciono solo a me ma ritengo che sia un atteggiamento molto egoista…
Stasera quindi cosa dobbiamo aspettarci dal tuo set?
Ah proprio non lo so…devo scendere in pista e vedere la gente e solo dopo inizare a pensare ai dischi da proporre.
Segui l’istinto del momento, non prepari il set prima…
Oh assolutamente non potrei mai mettermi a studiare il set da fare stando a casa…forse la primissima volta che ho fatto un dj set è stato così ma già da allora al momento di suonare mi è venuto naturale seguire altre strade cambiando l’ordine delle tracce.
Un’ultima domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho un disco in uscita in questi giorni, un dieci pollici in edizione limitata con due tracce totalmente deep e molto lunghe. Poi la prossima uscita sarà sulla nuova label di Dario Zenker, quindi un remix e un ep su einmaleins recordings. Ma ho bisogno di tempo di modo da far le cose con calma.
Continuerai anche il tour come Dj…
Sì riprenderò Marzo.
Torni a Buenos Aires a breve quindi..
Eh già tornerò a casa per il 10 di Dicembre.
E quando sei qui in Europa dove vivi a Monaco (dove risiede il suo compagno Dario Zenker n.d.r) o a Berlino?
Vivo a Monaco, a Berlino ci sono più Dj’s che taxi ahahhahahha Berlino è una città molto grande con moltissime opzioni. Monaco, invece, è una città molto più piccola e familiare.
Grazie per la disponibilità Violeta è stato davvero un piacere conoscerti meglio.
Oh no grazie a voi.

Federico Spadavecchia

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Sicuramente l’avrete incontrato anche voi con i suoi capelli biondi pettinati a cresta, vestiti neri d’ordinanza, marsaupio a tracolla e parlantina velocissima; come uno dei protagonisti di Heroes possiede una capacità straordinaria: è presente in ogni club e party sulla Terra senza che alcuna distanza lo possa fermare.
Non stiamo parlando di un Dj o di qualche stravagante Superstar ma di Simone KK Deambrogi, un ragazzo che per la sua passione per la musica elettronica non esita a prendere la macchina e fare 700 Km no stop in cerca del party perfetto vivendo secondo il credo dei ravers inglesi dei primi anni ‘90, o far diventare una semplice mail per passare le date agli amici uno dei datari più completi e diffusi della rete.
Ad intervistarlo, Pippi Langstrumpf, la dj che ha rubato il nome alla celebre eroina scandinava, ed ha passato la sua gioventù tra fumetti, fanzine e punk/noise, ma un giorno ha rinnegato tutto in nome del pianeta Drexciya. Ispirata dal lato horror della Clone Records di Rotterdam, dal maximalismo finlandese e dall’ironia dei romani Jollymusic, crea missaggi di nostalgie italo e space disco alternate ai lati più sporchi e oscuri dell’elettro-techno contemporanea.

Ed ecco cosa si sono detti:

Quanti anni hai?
33,quasi 34
Qual è stato il tema della tua tesi di laurea?
Quello che avrei voluto fare”infanticidio,feticidio ed aborto nella casisistica dei gemelli siamesi”.
Secondo te, un assicuratore vestito da becchino non porta jella?
Amando vestirmi di nero anche sul lavoro,ho sempre ironizzato io per primo ed esorcizzato il tutto;anche coi clienti non ho mai avuto problemi, difatti il feedback in termini d’introiti è stato positivo.
Suoni ancora la batteria?
no purtroppo
Chi altro, nella tua famiglia, possiede il dono dell’ubiquità?
Solo io fidati.
Di quanti volumi Buffetti è composta la tua collezione di flyer dal 1992 a oggi?
Almeno 5, con flyers e materiale attinente ma devi calcolare anche 2 grossi scomparti di una cassettiera!
Chi è il dj italiano che ci consigli di non perdere almeno una volta e perchè?
Ad oggi direi che puoi scegliere tra la scuola c.d. della techno”de Roma”,Passarani,Benedetti,Durante o tra “la scuola di Napoli”Parisio(Gaetek),Squllace, per tecnica e sonorita’proposte.
Se la stessa sera Aphex Twin suona a Bologna, Dr Lektroluv a Roma, gli Underground Resistance a Napoli e i Depeche (indovina) a Milano, cosa fai, ti spari?
Visti tutti non temere!Ma per distanza/costi/spessore artistico direi Aphex.
Come hai iniziato a scrivere la tua newsletter e perchè non l’hai mai trasformata in un sito?
Due urgenze: la prima era, ed è, informare gli amici fruitori amanti della musica elettronica che non sapevano/sanno come avere notizie. La seconda, aiutare i promoters e gli organizzatori delle serate ed eventi ad avere uno strumento in piu’ per pubblicizzarsi.In definitiva supportare la scena. Penserò anche al sito data la grandezza che il progetto ha assunto.
Perchè nella tua newsletter inserisci anche le serate di artisti che non ti piacciono come, ad esempio, Tiga?
Non è tanto quel minimo di rispetto del gusto altrui quanto soprattutto cercare di dar un informazione il piu’ampia, globale e completa sulla scena elettronica e quindi sugli eventi”sotterranei” in Italia. Detto ciò cmq non ci troverai la goa-trance.
Quante ragazze hai conquistato con la tua newsletter?
In Italia l’elettronica non paga..Sigh.
Ti è mai capitato di sbagliare a scrivere una data e accorgertene troppo tardi, cioè quando i tuoi lettori erano già usciti? In quel caso, non si è mai arrabbiato nessuno?
Si certo ma rimedio quasi sempre. Infatti viene apprezzato il fatto che il mio operato sia frutto solo di passione. Anche qui pero’ non mi stancherò mai di consigliare di informarsi anche attraverso altri canali prima di avventurarsi sul posto di un evento.
A quanti festival italiani e esteri hai partecipato dal 1992 a oggi? (luoghi e date)
Estero:Sonar 99 00 01 07, Monegros 05,06( ediz. estiva ed invernale),07 ,Moving city 05, Fib(Benicassim) 03 04,Popkomm 02,Nature one 06 07,Elettromind 05 06,Mayday 06,Ars E.(Linz)01,Awakenings 06 07,Cocoon green&blue 05,Energy 95 96,Transmediale 06 07,Valcana beach 01 02,Meet me 01 04, I love techno 02 04 05, Loveparade 98 00,Goliath 98,Timewarp 98 99 03 04 05 07,Rave city 4 96, EPS(Primaverasound) ediz. Invernale 06,Territories E.06,Montreux jazz festival 07,Lethargy 07.
Italia:Tutte le edizioni di:Distorsonie(Bo-link),Dissonanze(Roma),C2C (To) tranne 05’,Toshare(to),Netmage(Bo) tranne 07 ,Roma Europa Festival(Auditorium parco della musica) tranne 07,i TDK events,Reset(Re-Maffia).Inoltre tutte le nites legate alle edizioni del Salone del mobile di Milano tranne 07.
Basta? Per fortuna che non mi hai chiesto anche il resoconto del nightclubbing italo-europeo!
Il dj / produttore che hai sentito più volte? (segnala anche dove e quando)
Utilizzando un criterio crono-topografico, Richie Hawtin perché dal 96 al 07 l’ho visto in Spagna,Francia,Germania,Svizzera,Italia,Slovenia,Croazia,Olanda,Belgio.
Quali serate (o festival) rimpiangi maggiormente di aver saltato e perchè?
Tutti i fuse in Detroit/Detroit music movement,i Mutek in Canada, i Bresaola party a Roma nei primi 90,i primissimi Mayday,i Tribal Gathering a Londra,le rephlex o warp nites a Londra o in Uk,la mia assenza dal clubbing partenopeo. I motivi? La musica e le console.
Quale locale ci consigli per la sua programmazione in questo momento ai nostri lettori?
Panorama bar/Bergheim Berlino
Cosa hai fatto lo scorso week end? (se non sei andato da nessuna parte raccontane uno precedente abbastanza movimentato!)
E’ un’intervista o la mia biografia con vita, morte e miracoli prima di esalare l’ultimo respiro?
Raccontaci di quando hai conosciuto Carsten Nicolaj.
Beh non è stata una conoscenza ne letterale ne biblica,si tratta di un aneddoto scherzoso. Nel 01 vidi 5 sue performances in un lasso di tempo relativamente breve,3 in Italia,1 in Spagna, l’ultima in Austria.Qui ero all’Ars elettronica e passai per errore attraverso una sorta di entrata secondaria che immetteva negli spazi dell’esibizione.Cosi senza saperlo mi ritrovai nel backstage io lui ed R.ikeda. Appena mi vide,rise penso per il fatto di essermi fatto notare in tutti in quei luoghi,sai quando seguo un artista mi sento come una groupie che porge mille domande e non un passivo spettatore.
Una leggenda metropolitana racconta che un noto promoter emiliano, recatosi all’aeroporto per accogliere Jeff Mills, ti abbia telefonato in preda al panico per sapere se Sua Maestà era bianca o nera. Allora… ci vuoi dire chi è??
Facciamo chiarezza!Trattasi di una richiesta avvenuta realmente 10 anni fa circa da un promoter noto nel circuito underground della musica elettronica, non emiliano di origine anche se opera in questa regione prevalentemente, nel concretizzare la decisione di portare J.Mills in Italia.Il nome?Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Hai mai fatto l’autostop per non perdere una serata? Di chi?
Mi è capitato spesso, prevalentemente in Italia non tanto per recarmi in da place quanto per tornare a casa,facendomi portare in stazioni od aeroporti ma con una frequenza tale che mi è impossibile specificarti di volta in volta chi andassi a vedere.
Sapresti dirci in quale puntata di Porta a Porta Lory-D affrontava Albertino e gli diceva ‘aò ma te stai affà er karaoke pei ragazzini’? L’hai videoregistrata?
Attenzione!!!Era una puntata di Mixer speciale condotta da Gianni Minoli, a metà degli anni 90,praticamente un tentativo fallito e maldestro di far luce come al solito sul”fenomeno-problema discoteca ed i giovani”.A confronto per il popolo del rock della “musica vera”(oddio!) Enzo Persuader,per quello “della disco” Faber Cucchetti,pensa che pena. Il fatto che citi avvenne perché Lory D ed Albertino eran presenti come pseudo-pubblico in quell’arena mediatica.Non l’ho videoregistrata.
Raccontaci di quella volta in cui gli Adult sono rimasti a piedi a Milano e tu hai attraversato la città con la neve, per farli suonare in tempo. In quanti eravate in macchina?
26 Gennaio 2006. Milano era pervasa da una nevicata intensa che andava ad aggravare la già compromessa situazione viabilistica.Sospensione dei mezzi pubblici di superficie e taxi.
Con un amico impiegai mezz’ora da Sesto S.G. a Piazzale Loreto. Giunti là, arrivò la telefonata dell’agente in italia degli Adult che mi chiese di predere lui e gli ospiti e portar tutti al Plastic. Viaggio da Malboro Winter Country su un auto omologata per 4 persone mentre noi eravamo in 5 con pennellone Adam lee Miller che stava dentro a mala pena! E per farci coraggio? Kevin Saunderson a palla dall’autoradio! Detroit Alliance naturalmente.

Pippi Langstrumpf

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akufenMark Leclair, meglio conosciuto come Akufen, è uno dei nomi di spicco della scena minimal a livello mondiale. Canadese come Richie Hawtin, paragonato spesso a Philip Glass, ha dato nuove prospettive alla via del minimale e ha girato i clubs più importanti del Globo: da Detroit a Berlino, a Zurigo e a Londra (dove il prestigioso Fabric gli ha commissionato una delle sue compilation).
Questo venerdì si è esibito all’Unwound di Padova e naturalmente non abbiamo perso l’occasione di incontrarlo per fare due chiacchere.
Il nostro inviato per questa speciale occasione è Spada: giovane talento della Boxer rec. il cui primo singolo “Luce”, realizzato in collaborazione con Luca Morris, è già un successo.
Ecco com’è andato l’incontro:
Ciao Mark che ne dici se parliamo un po’ dei tuoi inizi? Qual è stato il tuo primo contatto con la musica?
Il primo contatto con la musica? Oh mio Dio! Direi quando sono appena nato e mi sono sentito piangere ahahah
E quali sono state invece le prime canzoni che hai ascoltato?
Diciamo che sentivo i dischi dei miei genitori, in generale musica pop degli anni ’60 e ‘70
Quali sono stati i suoni che ti hanno maggiormente influenzato?
Sicuramente all’inizio il suono dell’house music. E’ stato il primo tipo di suono a cui mi sono interessato attivamente. Certo anche prima m’interessava la musica ma non così in particolare.
Da dove deriva il tuo “suono”?
Ma direi che proviene generalmente dalle cose che ho intorno. Non mi piace mai provare suoni cercando di capire se sono buoni o no, preferisco invece ottenere i suoni da fonti casuli da ogni parte che posso, come la radio o la televisione, e quindi provo a tirarne fuori il meglio possibile.
Non è una questione di qualità del suono in sé, che preso da solo è alquanto insignificante, quanto piuttosto di come questo riesca a stare in armonia con gli altri elementi della traccia, come in un rapporto di simbiosi.
Come molti artisti elettronici canadesi anche tu ti sei trasferito in Europa. Questa scelta ha in qualche modo influenzato il tuo approccio alla musica?
In realtà questo è avvenuto ben prima del mio reale trasferimento. Devi sapere che la musica che ascoltavo da ragazzo era soprattutto di origine europea, cose appunto come i Kraftwerk e altra musica provienente dalla Germania, dall’Inghilterra e dalla Francia. In definitiva la musica europea e americana mi hanno condizionato in egual misura.
E adesso dove vivi?
A Montreal.
E dove preferisci suonare la tua musica?
Mah direi principalmente a Berlino e a Zurigo.
Cosa ne pensi dell’attuale scena elettronica?
Vedo un sacco di offerta. C’è molta gente che sta cercando di ottenere qualcosa. Sfortunatamente però vedo sempre più collettivi dedicarsi allo sviluppo di sintetizzatori virtuali. Io penso che in futuro la musica elettronica non suonerà propriamente tale: si parlerà solo di musica dimenticando il fatto che si tratta di musica elettronica; anche se fatta elettronicamente il risulatato sarà completamente diverso.
Cosa ci puoi raccontare del tuo processo creativo in studio?
Oh mio Dio!!! Beh tutto il mio processo consiste, come ti ho già detto, nel registrare suoni di ogni tipo provenienti da ogni parte e assemblarli insieme cercando di trovare una solida armonia che leghi. Non so che direzione prenderà tutto questo ma per ora non voglio nient’altro che lavorare per migliorare i suoni rendendoli più organici e naturali.
Un’ultima domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri?
Beh intanto suonare qui tra pochi minuti e poi non riesco a programmare oltre. Io non credo nel futuro preferisco di più dedicarmi al presente.
Grazie di tutto Mark
Grazie a voi.

Ermanno Spadati aka Spada
Traduzione:Federico Spadavecchia

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Questo venerdì era presente al Circolo Culturale 010 di Genova (club che settimana dopo settimana sta conquistando sempre di più il pubblico e la critica) una delle leggende del panorama techno-elettronico italiano. Stiamo parlando di Lory D, un artista vero a 360 gradi, che dalla fine degli anni ‘80 ad oggi ha contribuito, e continua tuttora a farlo, all’evoluzione della scena nel nostro Paese. Parlando di Lory D nella sua veste di Dj/producer mi limito a ricordarvi che è stato uno dei fondatori della prima label techno della Penisola, la Sounds Never Seen ed uno dei primissimi Dj a fare un album per una major come la BMG. Lory ha inoltre musicato i film Scarlett Diva di Asia Argento e Almost Blue di Alex Infascelli. In queste righe che precedono la nostra bella chiaccherata (non ho mai riso tanto) vi voglio però parlare della persona Lory D, un ragazzo molto cordiale che, all’età di 38 anni, praticamente un adulto, ancora prova piacere a suonare e a vedere la gente che si diverte senza mai rincorrere il successo a tutti i costi.
Ecco com’è andato l’incontro:

Ciao Lory che ne dici di raccontarci dei tuoi inizi?
Non si può ( ride )…è una storia troppo lunga…
Ve bene allora visto che sei stato uno dei primi Dj Techno italiani dicci in che modo hai scoperto la questo genere musicale e come questo è arrivato nel nostro Paese…
Ma tanto prima o poi sarebbe comunque arrivata….
Sicuro?
Assolutamente
Quando hai iniziato a fare il Dj?
A 17 anni.
E suonavi?
A casa..ahhahahahah
Ok, ma cosa proponevi?
Guarda, fino al 1987 suonavo rap nelle feste della scuola, poi nell’88 ho iniziato a mettere la prima house, quella più deep però, perché la Garage non mi piaceva tanto. E comunque prima di arrivare alla Techno mi piaceva la New Beat belga, subito dopo l’Acid e tutta la Chigago Trax.
In definitiva sei riuscito a seguire tutta l’evolzione musicale statunitense restando a Roma…
Sostanzialmente sì, poi comunque nel 1988 abbiamo iniziato ad organizzare le prime feste con l’influenza dei Warehouse inglesi proponendo appunto Acid, Deep e New Beat.
Insieme ad AndreaBenedetti hai fondato una delle primissime etichette Techno del panorama italiano, la Sounds Never Seen. Ci puoi raccontare come è nata questa avventura?
Mah, così….sentivo il bisogno di provare a comporre qualcosa di mio e mi sono appoggiato al loro studio per i primi due dischi. In seguito con escamotage con la BMG sono riuscito ad avere un po’ di soldi per mettere su il mio studio personale.
Ah ti riferisci al tuo primo album Antisystem che oggi è un oggetto di culto tra i collezionisti?
Ahah sì esattamente, pensa che non ne ho neanche una copia per me.
Ecco parlaci del tuo esordio da produttore, come sei entrato in conatatto con i vari macchiari da studio?
Sin dagli anni ’80 a Roma c’è sempre stato un mercato di sintetizzatori analogici quindi è stato un passaggio abbastanza naturale. Pian piano mi sono procurato tutti gli struimenti di cui avevo bisogno.
Torniamo allora ad Antisystem: come ti ha scovato la BMG?
Eh, è tutta una storia…meglio che te la racconto un’altra volta ahahah
L’incontro con Aphex Twin:
Ciao ciao ( ridiamo tutti )
Ok, ma ci piacerebbe sapere qualche dettaglio in più: quando vi siete incontrati per la prima volta?
Aphex è venuto a Roma la prima volta nel 1992 e siamo stati nel mio studio. Poi non so perché ci siamo rivisti solo dopo dieci anni, anche se più che altro con Grant ( il socio di Aphex n.d.g.) piuttosto che con Richard che sta sempre chiuso in studio. Come tutti sanno è un personaggio un po’ strano. Sono seguiti alcuni contatti via mail ed infine si è giunti a stanpare il disco su Rephlex.
Farai altre collaborazioni con la scuderia di Aphex?
Per il momento sono fermo con le produzioni discografiche e mi limito a fare live in giro. Quando finirò il mio nuovo studio allora vedremo.
Tu hai musicato anche dei film ( Scarlett Diva di Asia Argento e Almost Blue di Alex Infascelli), come ti sei trovato in questa nuova veste?
No comment, dico solo: Un grosso bacio e saluto ad Asia!!
Ma come! Non è stata forse un’esperienza positiva?
Sìsì, è stata positiva ma ripeto: no comment
E rispetto a fare musica da club come ti sei trovato?
Bene perché è stato divertente. Certo fare musica da suonare nei clubs è diverso: lo stimolo sta appunto nel fare dei dischi che poi ti metti in borsa per suonarli in giro.
Da un paio d’anni, dopo un periodo di “appannamento”, il tuo nome è tornato ad essere sulla bocca di tutti come ti trovi a stare nuovamente davanti al grande pubblico?
Beh qui c’è da fare un po’ di chiarezza: inizialmente a Roma con tutti i parties che organizzavamo la nostra fama ha raggiunto un apice per cui ci conoscevano ovunque, poi dopo quella fase c’è stato un naturale calo di popolarità. Ma non sono scomparso, ho passato un anno e mezzo in Veneto ed in Svizzera, dove con degli amici mettevamo su delle feste incredibili. Ti dico roba da grandi numeri ma senza mai una deriva commerciale. Le organizzavamo giusto per il gusto di suonare.
Sai si tratta del classico problema di suonare nei posti giusti. Come sai, c’è stato un periodo di ritorno alla Techno e all’Acid, che inizialmente però era troppo scolastico per i miei gusti. Questo mi ha spinto a cercare luoghi più stimolanti. A Roma comunque abbiamo aperto un sacco di clubs di successo, regitrando punte di 1500 persone ogni venerdì. Nel 1997 abbiamo dato vita ad una situazione chiamata Electro Acustic Music agli ex Magazzini, e proponevamo appunto Electro Techno andando avanti fino al ’98…
Quando nel resto d’Italia e d’Europa l’Electro avrebbe conquistato i dancefloors soltanto dal 2003…
Esattamente, ma sai se ti piace suonare te ne freghi di certi meccanismi, e poi c’è sempre tempo per fare le feste grosse…anche perché questo attuale è uno dei periodi migliori degli ultimi dieci anni.
Davvero?
Sì, perché finalmente che è diventato un fenomeno, non ti dico di massa, ma accettato dalla massa…ricercato evoluto…I “pischelli” stanno totalmente in fissa sia con le cose nuove che con le vecchie storiacce di ‘sta musicaccia e vogliono sapere tutto di tutto. Continuiamo quindi a divertirci molto.
Da dove continui a prendere ispirazione per i tuoi set?
Beh, io viaggio molto e quello che sento che mi piace poi lo propongo.
E a Roma com’è adesso lo scenario del clubbing?
Devi sapere che Roma è sempre stata una città molto attiva sin dal lontano 1988. Poi ci sono tanti Dj’s, alcuni dei quali sono diventati organizzatori di serate, per fare un esempio gente come Giankarlino e Coccoluto che hanno fornito con il Goa un contributo importante a tutto il movimento. Inoltre c’è pure tutto il discorso attorno ai centri sociali: c’era la Filtek, situazione un po’ estrema, poi il Brancaleone. Insomma a Roma ci sta un po’ di tutto, cosa abbastanza naturale essendo la Capitale.
Attualmente c’è un Dj che ti piace particolarmente?
Guarda ora come ora ci sono due Dj’s che mi piacciono molto che però sono ancora sconosciuti. Il primo si chiama Jack ed è scozzese di Glasgow, il secondo invece si chiama Dan. Questi ragazzi sono iper forti!!
Parliamo della serata che stai per affrontare. Come è strutturato il tuo live act?
Guarda uso ableton sul mio Mac con l’aiuto di un controller. Sostanzialmente suono le tracce che produco in studio.
In studio invece cosa usi di più? Software o Hardware?
Tutti e due indistintamente, sia singolarmente che gli uni insieme agli altri.
Un’ultima domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti?
Intanto voglio finire di allestire il mio nuovo studio, quindi produrre e stampare dei dischi nuovi.
Su quale etichetta?
Ci sono molti amici a cui mi piacerebbe dare una mano con i miei pezzi quindi vedremo.
E’ arrivato il momento di salutarci. Lory, credimi, è stato davvero un piacere grazie!
Grazie a voi.

Federico Spadavecchia

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Oliver HackeApprofittando dello Showcase della Trapez rec. tenutosi in provincia di Vicenza in occasione del compleanno del circolo culturale Fabbrika, abbiamo incontrato uno dei Dj’s più promettenti del momento: Oliver Hacke.
Originario di Dusseldorf Oliver è un ragazzo dalle mille sfaccettature, raffinato produttore per labels come le prestigiose Trapez e Traum con le quali ha pubblicato diversi singoli ed un album, ma anche studente di Economia e Dj giramondo. Eccovi qui di seguito la bella chiaccherata che abbiamo avuto il piacere di fare con lui.
Ciao Oliver che ne dici se per cominciare ci racconti in che modo è nata la tua passione per la musica elettronica?
Sostanzialmente è nato tutto quasi alla fine degli anni novanta quando ho smesso di ascoltare hip hop e in generale di seguire la cultura hip hop perché non mi dava più emozioni ed ho iniziato a cercare qualcosa di diverso. In questo modo mi sono imbattutto in sosftware shareware per produrre musica col Pc, e ho quindi deciso di usarli per suonare in giro. Successivamente ho conosciuto un ragazzo molto esperto di questi programmi che mi ha insegnato come servirmi di Cubase e simili. Una volta diventato più abile nel loro utilizzo, ho quindi guadagnato un belpo’ di soldi e ho potuto comprare qualche strumento hardware.
E’ molto interessante che il tuo sia un background hip hop visto che i Dj’s elettronici della nuova generazione solitamente provengono dall’indie-rock oppure dalla techno anni novanta…
Effettivamente, quando ho iniziato ad interessarmi alla musica nessuno della mia età seguiva la scena elettronica. Questo perché sostanzialmente erano spaventati dalla generazione precedente che ascoltava la techno, così preferivano dedicarsi alla trance o alla progressive e frequentare “white clubs” più tranquilli ed eleganti..
La trance infatti è sempre stata molto popolare in Germania…
Esatto ci piaceva davvero molto. Guardavamo alla techno sempre attraverso lo stereotipo della trance e questo ci portava a collegare al termine techno tutta una serie di caratteristiche negative. A quel tempo però era riemersa la minimale anche se basilarmente altro non era che musica techno definita con una diversa etichetta, questo sempre perché la parola techno era collegata a valori e situazioni tutt’altro che buoni. Inoltre tutte le persone che conosco non avevano colto l’effettivo significato del minimalismo.
Come definisci il tuo sound?
Sicuramente non minimal, non è per niente mia intenzione dedicarmi a produzioni minimali. I miei lavori sono più complessi…
E c’è anche una forte componente melodica…
Sì esattamente, c’è una componente melodica ma anche una componente di sound design…c’è il tentativo di provare ad inserirvi sensazioni, momenti, emozioni e qualsiasi altra cosa difficilmente trasferibile ad un’altra persona o suscitare stati d’animo completamente nuovi…
Insomma un modo personale per esprimere i tuoi pensieri e sensazioni…
Sì un modo per esprimere il mio stile di vita i miei pensieri e cose del genere, ogni cosa definibile attraverso la musica esplorando i sintetizzatori e la tecnologia. Tento di esprimere me stesso…
A proposito di sintetizzatori parliamo un po’ del tuo studio. Cosa usi di più: hardware o software?
Oh per la maggior parte hardware.
Interessante in un momento in cui i programmi per Pc la fanno da padroni…
Sì i ragazzi più giovani li usano molto e questo è ok. Ci sono un sacco di ottimi produttori di questo tipo che realizzano pezzi davvero favolosi. Ma tutto ciò non va bene per me che sono cresciuto facendo musica con strumentazioni hardware e quindi le preferisco.
Possiamo parlare di un approccio più fisico alla musica…
Sì è certamente così.
Come è nato il tuo rapporto con la Trapez records?
Un giorno mandai un promo cd ad un’altra label, la Karma Rouge, ma a quel tempo per qualche motivo loro non potevano pubblicarlo, così mi presentarono un’altra persona dicendomi che era un giovane di Colonia appartenente ad una etichetta piccola ma molto buona. Entrai quindi in contatto con i ragazzi della Trapez, ai quali le produzioni piaquero molto, e quindi diventai parte della famiglia. Conobbi Riley (Triple R il boss della Trapez rec. n.d.g.) e nel frattempo la label cresceva: le uscite, tra cui le mie, aumentavano ed il nostro rapporto si consolidava. Sono molto felice di far parte della Trapez.
Qualche tempo fa ho incontrato Matias Aguayo della Kompakt records, il quale mi ha raccontato di quanto la città di Colonia sia importante per la musica elettronica e di come lo abbia influenzato. E’ lo stesso per te che pur essendo di Dusseldorf lavori a Colonia?
Ma guarda io ho subito l’influenza sia di Dusseldorf che di Colonia. Se vogliamo trovare delle differenze tra questi due approcci possiamo dire che mentre la techno di Dusseldorf è più melodica, più rilassata, e non così orientata alla pista o alle hits preferendo esplorare le profondità del genere techno, il suono di Colonia, invece, è più espressivo, adatto all’ora di punta della serata, e dotato in alcune sue parti di un alone assai glamour. Io comprendo entrambi questi stili e li apprezzo.
L’imporsi di questa attuale ondata minimal ha reso la techno, ed alcuni clubs, molto di moda. Cosa ne pensi? Sei interessato a questa dimensione più trendy della musica?
No non mi interessa molto, però credo che questo possa portare nuove persone a conoscere la techno e nuovi talenti emergenti. Ma come uscirà tanta musica interessante ritengo che verrà fuori anche molta merda in egual misura. Poi certo potrei andare a suonare dall’altra parte del mondo in cambio di un sacco di soldi però non è questo che intendo fare, io al momento cerco solo di suonare in giro ed esprimere me stesso. Chiaramente se ci guadagno qualcosa non è male.
Vai spesso a ballare?
Non più così spesso…
Ci vai più per motivi di lavoro…
Sì, sto così tanto nei clubs che quando stacco preferisco stare coi miei amici al bar a chiaccherare. Non esco molto spesso. Ma frequentemente mi piace ballare: good music I dance, bad music I don’t dance!!!
Qual è il tuo Dj preferito?
Ci sono un sacco di bravi Dj’s. Se parli di bravi Dj’s in generale io credo che i migliori siano quelli ancora sconosciuti. Sono davvero tanti, quando vado in un club in una piccola città trovo spesso dei resident Dj’s che propongono ottima musica con un’ottima tecnica. Mi piace molto anche essere sorpreso quindi ascolto differenti Dj’s di correnti musicali completamente opposte. Apprezzo tanto Ricardo Villalobos col suo personalissimo stile, allo stesso tempo mi piacciono le cose proposte da Michael Mayer; Jeff Milligan, tecnicamente bravissimo, che riesce a suonare con non so quanti piatti, quattro o addirittura cinque…suona contemporaneamente quattro o cinque pezzi ed è davvero incredibile.
Parliamo un po’ della serata: questa è la tua prima volta in Italia?
Sì è proprio così. In Italia però ci sono venuto altre due volte in passato: la prima coi miei genitori quando avevo quattro anni, la seconda a diciotto anni in gita a Firenze con la scuola.
Suono quasi ogni mese in Spagna e questa è la prima volta che mi esibisco in Italia e non sarà l’ultima.
A parte il tuo amico Renato Figoli conosci qualche artista italiano?
Conosco gli artisti italiani soltanto per nome attraverso i dischi. Non frequentando i clubs non so quali siano i più in voga.
Cosa puoi dirci riguardo i tuoi progetti futuri?
Attualmente sto lavorando ad un nuovo disco sempre su Trapez e a Gennaio/Febbario uscirà un remix per Andy Vaz, e poi un altro remix per Marzo, quindi delle collaborazioni per una compilation in uscita sulla label spagnola Minuendo.
Uscirà anche un nuovo album?
Sicuramente, la domanda è: Quando?. Realizzare un album è molto diverso dal fare un ep perché lo puoi produrre essenzialmente per due ragioni: la prima è per promuovere i tuoi lavori mettendovi dentro delle tracce a caso già pubblicate come singoli; la seconda, invece, è più complessa riguarda il voler pubblicare qualcosa di completamente nuovo, e questo lo puoi fare solo quando hai qualcosa da dire. Quindi quando ci saranno le dovute condizioni stai certo che ne farò uno nuovo.
Grazie per il tuo tempo Oliver non vedo l’ora di gustarmi il tuo set stasera.
Grazie a voi.

Federico Spadavecchia

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Solitamente sulle pagine di un qualsiasi magazine musicale è raro trovare spazi dedicati alle questioni organizzative degli eventi perché si preferisce concentrarsi sugli artisti, la loro musica e soprattutto l’alone di glamour che li circonda. Noi di frequencies.it abbiamo invece deciso di parlarvi anche di questo aspetto della club culture, perché è bene sapere che uno staff con solide basi e progetti seri sta alla base della riuscita di ogni serata.
L’occasione per affrontare un argomento così delicato ci viene data dal circolo culturale Fabbrika di Vicenza, che festeggia il suo primo compleanno portando in Italia lo showcase dell’importante label tedesca Trapez. Il locale contrariamente alla fredda regione in cui è situato è molto caldo con un’atmosfera davvero familiare, e tutti i membri dello staff si danno un gran da fare per praparare la festa. A parlare con noi è Samuele Dalla Ave, meglio conosciuto come Samba, vice presidente del Club ma cosa più importante uno dei papà del progetto Fabbrika.

Ciao Samuele, allora per cominciare puoi spiegarci come nasce l’idea del Fabbrika?
Il progetto Fabbrika nasce nel 2000, quando Lele (Electro Rider, uno dei resident Dj) ed io abbiamo aperto la prima versione del Fabbrika sempre qui in provincia di Vicenza a Caldogno. Anche allora eravamo in un circolo culturale ma non avevamo la gestione del locale quindi, organizzavamo soltanto il sabato sera. In quel locale proponevamo Tech-house, Minimal, Hardgroove, Detroit.. e tutte quelle cose che si suonano anche adesso…la prima Schranz in Veneto per intenderci molto probabilmente l’abbiamo fatta lì …insomma, cose abbastanza inedite per quel periodo. La situazione però purtroppo è durata solo una stagione perché era ancora il tempo delle grandi mafie Venete, e i concorrenti ci hanno tagliato le gambe nonostante il buon inizio. In seguito abbiamo mantenuto il marchio perché nonostante tutti i guai la situazione ci era cmq piaciuta molto… Fabbrika è diventato poi un marchio itinerante che dava il nome sia al nostro staff sia alle one night che sempre io e Lele organizzavamo in giro prendendo in gestione artistica altri locali. Successivamente, grazie ad una collaborazione nata su Technobar per un party chiamato Overclock (ora riproposto una volta l’anno nel nuovo Fabbrika) con la partecipazione Peter Dundov, abbiamo conosciuto Max Vu e i ragazzi della sua crew (Kroda) con i quali abbiamo scoperto di avere gusti ed esperienze comuni e quindi è stato naturale domandarsi come sarebbe stato avere una situazione tutta nostra. Da lì è nato il progetto per questo locale che una volta realizzato ha adottato il marchio Fabbrika.
Da quello che ci hai raccontato il Fabbrika ha una visione della musica elettronica a 360°, ma dicci in un momento come questo dove tutti inseguono l’ultima tendenza qual è la linea che seguite nel proporre gli artisti?
Una linea che “purtroppo” non ha niente di imprenditoriale…ahahahha…andiamo semplicemente per gusto, poi certo magari ogni tanto per tirare avanti organizziamo una serata “commerciale” e buttiamo anche dentro il nome conosciuto, anche se chiaramente la “commerciale” come la intendiamo noi è considerata di tendenza da altre parti. Non ci svendiamo insomma….il metodo che usiamo fondamentalmente è quello della ricerca, proponendo nomi storici, (essendo grandi appassionati ci piace proporre artisti che han fatto la storia, come nel caso di Lory D che da 15 non veniva in Veneto, oppure di Mr Fingers che abbiamo portato per la prima volta in Italia,) affiancati a nomi inediti per l’Italia che riusciamo ad avere a prezzi sostenibili e che sarebbero impensabili da proporre una volta “esplosi”.
Ecco, voi riprendete artisti storici come Lory D, il cui pubblico originale ormai è bello che adulto. Come reagisce di fronte a questi mostri sacri l’attuale pubblico techno?
Guarda Lory D come sonorità è avanti vent’anni, e fa fatica ad essere capito persino dai ragazzini più proiettati al futuro. Comunque noi non ci poniamo alcun problema, semplicemente proponiamo l’artista…abbiamo il nostro pubblico che per fortuna è ricettivo…
Interessante, quindi non fate da filtro tra l’artista e il pubblico?
No assolutamente, noi lo presentiamo e l’artista viene buttato nell’arena… Il pubblico che frequenta il Fabbrika non ha idoli particolari, o almeno non lo dimostra, (giusto Fasano, che tra l’altro ha fatto un’ottima performance, quando è venuto si è portato dietro un po’ fans “effetti collaterali” dell’idolatria degli artisti tipico delle discoteche della scena “commerciale” italiana) quindi più semplicemente se la musica piace il pubblico balla se no non balla…Fortunatamente abbiamo avuto sempre artisti che han fatto ballare…
Parlando di discoteche abbiamo visto come l’esperienza dei megaclubs sia all’estero che in Italia sia fallita, come te lo spieghi queto ritorno al piccolo club?
Fondamentalmente il grande club una volta funzionava perché andare a ballare era di moda…
Ah dici che andare a ballare non piace più?
Probabilmente andare a ballare per un motivo o per l’altro non è più il passatempo preferito dei giovani, e quindi la crisi si avverte ovunque anche nei locali prettamente commerciali come per i latino americani, è un problema che riguarda tutta la musica dance non solo l’elettronica anzi riguarda il concetto stesso di discoteca che ritengo comunque superato inteso semplicmente come luogo di divertimento, visto che ormai ce ne sono tanti altri nuovi…
Ti riferisci ai lounge bar per trentenni?
Sì ecco, questo nuovo fenomeno dei discopubs, soprattutto in riferimento alla scena commerciale, ha influito moltissimo sulla chiusura delle discoteche. Una persona che va a ballare solo per le ragazze o giusto per divertirsi giustamente si chiede perché spendere 20 Euro per entrare in una discoteca quando può sentire la stessa musica gratis in un discopub….
Rimanendo sempre sulle discoteche, sappiamo bene come nel nostro Paese esse vengano sempre associate a fenomeni di disordine pubblico e al commercio di sostanze stupefacenti. Voi che siete un piccolo club come siete visti dalla gente? Come un circolo culturale o come una discoteca?
Purtroppo siamo visti come un grave problema…è il solito discorso della gente prevenuta, ora non nego che nei locali di questo tipo giri la droga ma questa c’è come in qualsiasi altro posto, soltanto che l’opinione pubblica ha sempre bisogno di trovare un capro espiatorio…
E perché sempre le discoteche?
Perché non è una lobby forte probabilmente, perché non se la prendono coi bar, le parrocchie o le società calcistiche visto che per esempio gli stadi sono ormai un luogo dove violenza e droga sono di casa?..le discoteche invece sono rimaste poche e con poche forze quindi sono la vittima ideale di politici e forze dell’ordine che devono sempre dimostrare qualcosa ad una popolazione sempre più impaurita. Un circolo come il nostro è poi il capro espiatorio per antonomasia: siamo associati all’ARCI e quindi, anche se non facciamo politica diretta , siamo comunque legati ad un contesto politico di sinistra in una regione come la nostra dove domina la destra, facciamo techno, che nell’immaginario collettivo è la musica degli sballati… cosa c’è di più perfetto come capro espiatorio?
Allora cos’è che vi fa andare avanti? I soldi che guadagnate sono pure pochi…
No no, nemmeno “pochi” noi siamo un ente non profit, personalmente non guadagnamo nulla se non il rifarsi delle spese sostenute, e se ci sono serate in attivo il ricavato va a finanziare i nuovi progetti oppure viene dato in beneficenza.Andiamo avanti solo per passione.
Ma ne vale la pena?
Mah, guarda siamo in un momento difficilissimo..ho mille dubbi: quando vedi che fan di tutto per farti impazzire, hai la polizia fuori ogni giorno, i vicini vogliono farti mandare via, l’opinione pubblica ti è contro, quando tu che ti muovi solo per passione non essendo quella la tua attività principale ti trovi a correre rischi non solo economici ma anche legali… diventa tutto estremamente pesante. Sul discorso stupefacenti, se mi permetti di fare un appunto, con la legge Fini-Giovanardi sulle droghe se la polizia trova sostanze all’interno del locale non importa se le hanno portate i clienti, il getsore risulta comunque responsabile e viene accusato di favoreggiamento. Uno può anche controllare all’ingresso (a parte che la legge impedisce di perquisire le persone), ma di fatto è impossibile denudare tutti…immaginati 300, 400, anche 2000 persone da spogliare completamente senza tenere conto del disagio che questo comporterebbe.
Comunque, quando la serata va bene ti passa tutto, ti diverti e la mattina c’è voglia di continuare, la passione e tutto. Quando però per tutta la settimana hai 1000 problemi tante volte ti viene voglia di mollare, ed è un sentimento terribile perchè contrastante: da un lato non vedi l’ora che sia sabato con la tua serata e dall’altro lato non vedi l’ora che il sabato finisca perché hai paura.
Cambiamo argomento e paraliamo di cose più felici. Qual’è stato il tuo momento di maggior soddisfazione al Fabbrika?
Ne ho diversi, sicuramente tra questi l’aver portato per la prima volta in Italia Mr Fingers, papà dell’acid house, e Chris Liberator, papà dell’acid techno. Vedere queste leggende che sono nel tuo locale fa uno stranissimo effetto.. è difficile alle volte rendersi conto che le hai portate tu e che il locale è il tuo. Gente che magari fino a qualche tempo fà vedevo come miti e che adesso sono qui a lavorare per noi…però le soddisfazioni migliori le abbiamo successivamente, quando per esempio un artista che noi abbiamo proposto per primi viene chiamato poi da tutti gli altri clubs.
E per il 2007 cosa ci dobbiamo aspettarci dal Fabbrika?
Intanto speriamo di proseguire l’attività ahahahahah
Seriamente, allora il 6 di Gennaio avremo Markantonio mentre il resto del mese lo stiamo ancora programmando. Forse ad Aprile ci sarà una grandissima sorpresa, ma il sogno rimane sempre Aphex Twin anche se magari andrebbe proposto in un’altra location molto più capiente…Ecco se portassi lui allora avrei raggiunto tutti i miei obiettivi.

Grazie di tutto Samba adesso andiamo a goderci la festa.

Federico Spadavecchia

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Renato FigoliNormalmente ricevo tutti i promo dal gruppo Traumschallplatten, ovvero l’etichette Traum, Trapez, Trapez Ltd e MyBestFriend, ma quando davanti ai miei comparve il nome di un italiano, non ci volevo credere. Dopo il primo italiano in Gigolo, si era abbattuto un altro muro. Successivamente vidi che lo stesso artista era ospite del Fabbrika, mi chiesi se fossi solamente io a non conoscerlo. Il suo nome è Renato Figoli, producer italiano, che si è reso noto al pubblico mondiale con i dischi usciti prima sulla Lo-Fi e sulla Gumption, in seguito sulle già nominate, Trapez e Traum. Proprio per la Traum, ha realizzato il remix di “Blueten sind dem grossen schillerfalter fremd”, del carismatico Dominik Eulberg.
Basta con le presentazioni, è ora di farlo parlare.

Ciao Renato, è la prima intervista che fai?? Che rapporto hai con l’informazione musicale via web?

Anzitutto ciao…. Si e’ la mia prima intervista… Diciamo che il web per me e’ tutto…. musicalmente parlando ancora di piu’ se possibile…. sul web sento le tracce nuove leggo le interviste degli altri artisti, vedo le serate che ci sono in giro e mi faccio un’idea di cosa succede la fuori (dalla mia stanza e dalla mia isola felice)…

A proposito della tua isola felice… in Sardegna com’è il panorama musicale?

Guarda….secondo me non siamo messi male…Il merito va sicuramente al mio amico Andrea Ferlin ( Duoteque)… Negli anni scorsi quando in Italia la techno e la minimale non erano ancora arrivate, i suoi dj set erano avanti anni luce e tutti gli artisti piu’ famosi (Richie Hawtin ,Magda, Carola per citarne alcuni) venivano qui a suonare grazie a lui…. Cosi’ tutti noi avevamo l’opportunità di sentire in anteprima cio’ che nello stivale sarebbe arrivato anni dopo… Adesso ci sono dei produttori tra i quali, Duoteque e Matteo Spedicati che sono affermati e anche delle organizzazioni che stanno lavorando bene tipo Minimal Hospital e Basstation… Ovviamente io parlo di un gruppo abbastanza ristretto di persone perché la massa va alle serate commerciali (come nel resto del mondo)…

Il tema mi interessa particolarmente.. in Italia siamo sempre portati ad invitare gli artisti stranieri e non guardiamo mai in casa nostra.. secondo te da che cosa è dovuto? Sempre dal tasto dolente delle serate commerciali?

E’ un discorso lungo…..ma cerco di sintetizzare…..Questo genere e’ arrivato adesso qui…diamo il tempo agli Italiani di capirlo bene e non avremo più bisogno di chiamare solo gli stranieri… Anzi saranno gli italiani ad andare all’estero (come i ragazzi di Napoli e Picotto fanno da anni ormai…. respect) . Per quanto riguarda me, finora in Italia ho fatto 2 serate …al Fabbrika a Vicenza e al Kindergarten a Bologna.. Li ho conosciuto dei ragazzi che si stanno impegnando a creare delle nuove situazioni e che stanno lavorando molto bene .. L’11 gennaio suonerò alla serata ultrabeat al Goa… Ma la maggiorparte delle richieste continuano ad arrivarmi dalla Germania…cosa che mi fa comunque piacere perché il centro rimane sempre quello…. mi piace “rubare in casa dei ladri”…..

Rubare in case dei ladri? Cosa intendi? Noto una vena polemica nei confronti della Germania!

Assolutamente no…. Rubare in casa dei ladri e’ un modo di dire…Come dire insegnare ai maestri….oppure insegnare al padre a fare i figli….Altro che vena polemica nei confronti della Germania (tra l’altro io sono tedesco al 50% essendo mia madre Amburghese). Amo la Germania!

Date le tue origini non potevi che stampare sulla Trapez! Ci vuoi raccontare come sei entrato in contatto con questa prestigiosa label? Magari può essere utile a quei giovani producer che vorrebbero proporre qualcosa :)

E’ stato grazie a Dominik Eulberg… Lui ha voluto un mio remix per una sua release su Traum e allora Riley (boss di Traum/Trapez) mi contattò… Poi una volta ascoltato il remix hanno voluto anche la solo-release per Trapez…che sicuramente sara’ l’ultima che faccio con loro..non chiedermi perché! (una cosa te la dico …non sono questioni di soldi)

Qui ci scappa lo scoop e non ci riveli nulla? Ma se proprio non ce lo vuoi dire, proseguiamo sempre nel tema delle produzioni.. usi solamente software o anche hardware? Ho visto delle foto dove suoni con un macbook.. fai anche dei live-set?
Per produrre uso Logic Pro con qualche plugin Native (Reaktor e Battery soprattutto), poi uso la Machinedrum e la Monomachine della Elektron. Nelle serate faccio i live-set con Ableton, un controller e la Machinedrum… Ormai ho appeso i piatti al chiodo da un paio d’anni…ma non escludo di riesumarli prima o poi e di integrare un po’ di vinili nel mio live….

Sei un piccolo Riccardo Ferri! :) In questo momento la scena minimal è arrivata a un bivio.. quale pensi sia il suo futuro?
In Germania molti si sono stancati di certi suoni…C’e’ fame di groove…. e ultimamente, non disdegnano i bassi funky.. Comunque e’ difficile da dire…io ora come ora sento il bisogno di tracce più piene, con un bel groove, ma soprattutto ipnotiche….senza quei giri di synth electro anni 80…che non mi sono mai piaciuti piu’ di tanto..

Quindi in stile Alex Under e l’ultima compilation della Drumcode? Saranno su quello stile le tue prossime uscite discografiche? Ce le vuoi anticipare?

Anzitutto non sono una “macchina da tracce”….Diciamo che faccio 4/5 tracce all’anno perché non ho molto tempo tra serate in giro e lavoro (quello vero….vendo automobili), pero’ la percentuale prodotte/uscite e’ abbastanza alta.. Per quanto riguarda lo stile delle mie prossime uscite (sempre che ne faccia)….hai presente il mio trapez che e’ uscito ad ottobre?….ecco c’erano 2 tracce: una “Le stelle sono tante”, l’ho prodotta 2 anni fa e rappresenta il passato mentre l’altra, “Milioni di milioni”, l’ho fatta poco prima dell’estate e penso che le prossime saranno più simili alla seconda.. Comunque a gennaio e febbraio usciranno 2 remix: uno su un’etichetta inglese, di cui ora non ricordo il nome, per una traccia del mio amico Matteo Spedicati e un altro che ho fatto insieme ad Alberto Andreoni aka Signor Andreoni (che e’ di Cagliari ma vive a Berlino e ha fatto un paio di uscite sull’etichetta Tuning Spork di Jay Haze) su Lofi-Stereo (la prima label con cui sono uscito e probabilmente quella a cui sono maggiormente affezionato) per una traccia di Motorcitysoul…

Perdonami la domanda ma questa te la devo proprio fare. Come ti passa per la mente di chiamare delle tracce con nomi al quanto strambi come “E’ arrivato l’arrotino”, “Tanto quanto” o “Ocho al puma”?

Ehhh ogni titolo ha la sua storia….L’arrotino ad esempio lo sentivo sotto casa mentre producevo la traccia….il puma e’ il gatto di un mio amico ecc ecc….

L’arrotino è universale, lo trovi in qualsiasi località d’Italia. Da quanto ho capito sei un producer part-time, se così ti si può chiamare. Com’è che hai fatto questa scelta? Eppure non mi vorrei sbagliare, ma sotto il punto di vista musicale, il lavoro non ti manca.

Ora come ora con la musica non ci campo e poi a 50 anni che faccio? Dormo sotto un ponte? ….senza contare che non mi piace fare troppe serate….il numero giusto per me e’ una o due serate al mese….mi piace anche stare nella mia città il fine settimana e uscire con i miei amici ….poi ho molta paura dell’aereo , meno ci vado e meglio sto!! E poi e’ bello che la musica sia un hobby….così lo faccio anche più volentieri, se fosse un lavoro forse mi avrebbe già stancato!!

Beh Sven Vath suonerà almeno fino a novant’anni! Caro Renato, siamo arrivati alla fine di questa intervista. Grazie del tempo che hai dedicato a me e a tutti gli appassionati che leggeranno l’articolo. Vuoi salutarli?

Eehehehe lui si….di sicuro….Mi ha fatto molto piacere…Un saluto a tutti gli appassionati, produttori e dj…..

Fabrizio Gattuso

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Paul KalkbrennerE’ da un po’ che nella mia testa è presente un pensiero forte, che mi perseguita, ancora non mi è noto come ragionino le masse. In particolar modo non riesco a comprendere come il calcio, amato e odiato sport, influenzi con così tanta forza la mentalità della gente. Esso può portare dell’astio fra due nazioni? Già astio, parola che non vorrei mai usare, ma che purtroppo in questo caso sembra così radicato. Vi ricordate come i più grandi settimanali tedeschi ci perseguitarono, prima e dopo, la semifinale fra Germania e Italia? Si disse che erano solamente i boss delle riviste a fomentare lo scontro e che la ruggine non era radicata nella gente. Ne siamo così sicuri?
La Germania è anche la patria della musica techno e di tutte le sue derivazioni, tra esse annoveriamo numerosi artisti come Paul Kalkbrenner.
I suoi più grandi successi sono tutti firmati BPitch Control, etichetta anch’essa tedesca che lo ha accolto e lanciato nel mondo della musica che conta. Recentemente uno dei suoi migliori ep come “Tatu-Tata” e in particolar modo la traccia omonima è stata inserita nella compilation “Avalon” firmata da Sasha.

Ciao Paul..questa è la tua prima intervista italiana?

Si, è la prima.

Parlaci delle tue origini musicali, quando hai scoperto la musica elettronica e successivamente quando hai cominciato a produrla?

Ho cominciato a fare il dj quando avevo quindici anni, suonavo al Berlino youth club insieme a Sascha Funke. Quando avevo diciotto anni cominciai a lavorare alla televisione tedesca come cutter e producer. Con i soldi ricavati da quell’esperienza ho cominciato a comprare l’attrezzatura e nel 1998 iniziai a produrre musica. Nel 1999 ho stampato il mio primo disco.

Sei conosciuto come un produttore eclettico, che non si abbassa mai ai compromessi del mercato.. nel 2004 quando l’electro andava di moda, tu hai pubblicato un album minimal e molto soft come l’ottimo “Self”. Adesso che la minimal techno ha preso piede hai rilasciato un disco come “Keule”, perché gli altri produttori preferisco seguire le regole del mercato? E’ così difficile produrre musica che piace allo stesso artista?

Io non sono un dj e quindi non ho quegli input, in un certo senso sono come un artista “autistic”. Ecco perché non seguo nessuna ondata musicale, non le conosco quasi per niente.

Ora possiamo parlare del presente. A Ottobre uscirai con “Reworks”, una raccolta di alcune hit del passato, remixate da producer come Joris Voorn, Ellen Allien & Apparat, Michael Mayer e molti altri. Hai scelto tu i remixer? Ci vuoi raccontare come è nato questo progetto?

Si, ho scelto io tutti i remixer. Questa idea mi è venuta un anno fa, ho chiesto a tutti i miei amici producer che stimo molto, di scegliere la loro traccia preferita e di remixarla. Il risultato è fantastico! Almeno io penso così!

Presto produrrai la colonna sonora per un film di Hannes Stoehr…secondo te la musica elettronica può aprirsi ai grandi media?

Sicuramente. Il film in questione è più un lavoro indipendente che un grande successo. Però penso che ci sia tanta gente che ascolta musica elettronica ed essa in un certo senso è già diventata tradizionale, aperta al grande pubblico.

Hai altri progetti a cui stai lavorando? E progetti per il futuro?

No, il film mi porterà via molto tempo e sarò concentrato solamente su esso. Inoltre suono ogni fine settimana.

Cambiamo argomento e parliamo di Paul Kaklbrenner nelle vesti di dj…tu vivi a Berlino, ci vuoi parlare della scena musicale della capitale tedesca?

La scena musicale di Berlino per adesso mi ha scocciato. Sono di questa città e sono stato coinvolto nella scena per un lungo periodo. Ho bisogno di un po’ di tempo da trascorrere fuori, infatti mi trasferirò per alcuni mesi in Francia e precisamente a Aix-en-Provence. Ma naturalmente qui ci sono delle serate che vanno avanti per tutto il periodo.

In questo momento hai degli artisti preferiti? Qualcuno italiano?

Adesso non ho nessun artista preferito e per com’è andata la Coppa del Mondo di Calcio non mi possono piacere artisti italiani :)

Parlando d’Italia, ho letto che ad ottobre suonerai al Goa di Roma, sei stato altre volte in Italia? Che ne pensi del nostro paese?

Capiscimi, non posso rispondere alla domanda. Nella mia testa c’è ancora la semifinale della Coppa del mondo.

Prima di lasciarci, vuoi lasciare scritto qualcosa ai lettori italiani? Grazie per il tuo tempo.

Venite al Goa!

Fabrizio Gattuso


(Si ringrazia la collaborazione di Krios)

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