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plastikmanRiprendi in mano il biglietto dell’aereo, riordina i flyer raccolti e condividi su internet le foto scattate con gli amici. La settimana post festival prevede ogni volta gli stessi rituali, utilissimi a riabituarsi a dormire di notte e a trovare le parole giuste per raccontare questa nuova edizione di Dissonanze.
E dire che il weekend era incominciato nel peggiore dei modi possibili con il nostro aereo per Roma in ritardo di tre ore rischiando di farci perdere la performance del Mortiz Von Oswald trio, uno degli obiettivi principali del viaggio.
Fortunatamente alle 23 atterriamo a Fiumicino e, dopo una corsa in taxi senza nemmeno passare dall’hotel, eccoci al Palazzo dei Congressi nel futuristico quartiere dell’Eur, cuore del sistema burocratico italiano. Non so a voi, ma a me fa sempre una certa impressione pensare di andare a ballare circondato da Ministeri e dalle sedi dei maggiori enti pubblici!!!
Quando entro nella sala della cultura il concerto ha già avuto inizio e, come uno schiaffo in faccia, prendo atto della seconda brutta sorpresa della serata: il pubblico è per la maggiorparte (arrotondando per difetto) composto dai peggiori tamarri del centro sud.
Il dettaglio, purtroppo, non passa inosservato nemmeno a Herr Basic Channel che, per nulla soddisfatto di ciò che ha davanti, si limita al compitino dell’ultimo album con una gran voglia di sbrigarsi il più presto possibile.
D’altronde, analizzando i fatti, il suo comportamento è comprensibilissimo: in origine la serata di venerdì doveva essere un ritrovo per l’avanguardia e si sarebbe dovuta incentrare sul loro live act e su quello di Plastikman per chiudersi tranquillamente all’una e mezza. Invece, dopo la prima pubblicazione del programma, a causa delle proteste in massa di un pubblico incapace di distinguere la differenza tra rave e festival (per non parlare del fatto che alla fine dei conti in Italia sono le tamarrate a fornire i mezzi per le figate) gli organizzatori si son visti costretti a protrarre l’evento fino alle 5 e 30 inserendovi Barem, Troy Pierce e il djset dello stesso Hawtin (anche perchè tra le altre cose al Time Warp il suo live è stato fischiato per tutto il tempo).
Tornando quindi al povero Moritz potete immaginare come possa averla presa a passare da main event a semplice apri concerto per una schiera di ragazzi drogati e a petto nudo…
In ogni caso è il momento del djset di Troy Pierce (pare che Ritchie non voglia esibirsi live dopo qualcun’altro) e questo ci consente di andare nel foyer del cinema per il concerto dei Neon Indian con il loro ipnagogic pop da Brooklyn.
Qui la situazione è nettamente più vivibile, con una platea più matura e attenta.
I ragazzi americani propongono una miscela di suoni new wave e atmosfere psichedeliche, in cui la voce viene costantemente campionata e filtrata per poi essere percepita come un vago ricordo malinconico. Una curiosità: il chitarrista si muove uguale a Roland Orzabal dei Tears for Fears nel video di Shout.
Lo show di Palstikman si apre con la messa in funzione di un gigantesco cilindro a led al cui interno il biondo canadese può ritrovare la sua vera natura di artista sperimentale contornato di drum machines per la gioia dei suoi vecchi fans che, anche se in minoranza rispetto ai cinghiali, ora hanno il pieno controllo del dancefloor.
Le melodie di F.U.S.E. e le ritmiche schizzofreniche dei primi Plus8, unite a suggestivi giochi di visuals e luci, sono un buco nero nel quale non vediamo l’ora di cadere!!!
Certo la Tb 303 è meno accentuata e il set effettivamente non propone novità rispetto agli anni ‘90, però vedere/sentire/vivere Spastik eseguita live è un’emozione che tutti gli appassionati di musica dovrebbero provare almeno una volta nella vita!
Per me la festa finisce qui, gli altri due Dj M_nus sono artisticamente nulli cosìccome il loro Boss quando torna ad essere l’idolo delle masse italiche.
Quella di sabato è la notte che attendiamo con ansia, una grande festa per tutti i musicofili al contrario dei ragazzini orfani del nome modaiolo che son rimasti a casa a vedere la Champions. Alle 19 siamo già tutti in terrazza a goderci il tramonto con i King Midas Sound: Kevin Martin e Space Ape umanizzano un post dub industriale fatto raschiando lo zinco delle bare; lasciano davvero senza parole e senza più frequenze libere i potenti Funktion One.
A farci muovere il culetto in pista per primo è un altro Dj della scuderia Hyperdub,Darkstar, con un buffet completo di tutti i sapori che offre oggi il dubstep.
In terrazza Gil Scott-Heron ci ammalia, ci seduce, la sua voce è di quel Kind of blue che ci serve per arrivare alle soglie della notte.
Il pop cristallino di Pantha du Prince (identica performance di Elita) è l’anticamera delle migliori performance di Dissonanze.
Shackleton ormai possiede una dimensione soltanto sua oltre il dubstep o la minimal house berlinese: percussioni magrebine rimangono sospese su un flusso slegato dal 4/4. Lasciamo il foyer dopo il primo quarto d’ora di Martyn che una volta di più conferma che il talento ce l’ha unicamente nella produzione.
Dal genio inglese alla leggenda di Detroit: è il turno di Jeff Mills!
L’ex UR sta attraversando un periodo di forma sopra le righe e, mentre il suo antico rivale di Winsdor ricerca il facile consenso dei ballerini seguendo i trends del momento, lui, anzichè nascondersi nel cilindro, esce allo scoperto con una nuova impostazione del proprio suono votato alla comunicazione interplanetaria.
Il Palazzo dei Congressi diventa un’astronave, l’Arcadia di Capitan Harlock, i giradischi sono i motori per entrare nell’iperspazio mentre la fedele Tr 909 è il cannone protonico per abbattere gli incrociatori spaziali dei Klingon!!!
Dopo tre ore di battaglia senza quartiere volteggiando liberi ai confini con l’ignoto, trovo la forza di liberarmi dal controllo mentale di Jeff per andare ad ascoltare l’ultima parte del set di Marco Passarani. L’eroe capitolino smorza i toni con una neo detroit funky e deep.
A chiudere il festival Joris Voorn che forse dopo una performance come quella di Mills non sa che strada intraprendere così butta sul piatto ancora dei bei pestoni quando lo avrei preferito di più nella sua veste melodica come era avvenuto al Bloc Weekend.
L’alba segna la fine delle danze e Dissonanze ha spento la decima candelina.

Federico Spadavecchia

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nuits sonoresLione non dista molto dall’Italia, giusto un tre ore e mezza da Torino, un’ora in più da Milano e quasi una vita dalla mia bella Zena che mi costringe a prendere treni improbabili ad orari impossibili.
Anyway anche questa volta più di trenitalia (ed un tentativo di farci trascorrere il mercoledì sera nella sconosciuta Rivalta Scrivia) potè la passione, e così eccoci insieme a Simone KK a correre lungo i binari della stazione centrale che non sono neanche le sette del mattino, ma giusti giusti per salire a bordo del TGV, destinazione Nuits Sonores dove ci aspetta il resto della compagnia (un grande abbraccio a Gandalf, Antonella, l’architetto Z, Melkio & Yuri con relative signore, Mauro e Roby con tutta la mitica Techno INPS genovese).
Les Nuits Sonores è il festival di musica elettronica più importante di Francia e quest’anno è alla sua ottava edizione.
Come struttura ricorda molto da vicino il Club to Club: da mercoledì a domenica vengono organizzati una serie di eventi diurni e nottorni sparsi in giro per la città coinvolgendo non soltanto le discoteche ma anche warehouse e luoghi non convenzionali.
Proprio da uno di questi ultimi comincia la nostra avventura nella terra di Asterix; il palazzo della Borsa è un’elegante costruzione in pieno centro che sotto i soffitti preziosamente affrescati ospita webradio, punti informativi e workshops per case discografiche e produttori di strumenti musicali. All’esterno, invece, la piazzatta è diventata un dancefloor e tutti ballano rilassati godendosi i tenui raggi solari di un maggio travestito da novembre.
Dopo una cena frugale a base di agnolotti al burro ben innaffiata di grignolino optiamo per la serata all’Ambassade, un microscopico disco lounge che propone gratis niente di meno che Carl Craig!!
Naturalmente pur arrivando molto presto al locale c’è già una fila lunghissima, ma grazie agli agganci giusti del Gandalf (guida fondamentale di quest’avventura) riusciamo ad entrare subito.
Le prime due ore però sono una TRAGEDIA!!! Il club, ad esser genorosi da 60 persone, ne ha fatte entrare 150 e l’aria era di conseguenza irrespirabile e di ballare neanche a parlarne!
Fortuna, e tenacia, vuole che all’una e mezza quando inizia il Dj americano in molti decidono di averne abbastanza e vanno via permettondoci di fare quattro salti.
Craig, per di più, ci spiazza con due ore di scudisciate made in Detroit e donandoci perle come Gina X e la super classica Jaguar.
Il venerdì lo dedichiamo a fare i turisti. Lione con i suoi 100.000 studenti universitari è la città più giovane che abbia mai visitato e, pur essendo per estensione la seconda subito dietro a Parigi, ha un centro storico relativamente piccolo e girabile a piedi.
Finalmente siamo pronti al primo round delle Nuits Sonores nella sua sede principale ai magazzini generali, un complesso di capannoni industriali in smantellamento nella zona di Perrache.
Attrazione numero uno della festa è lo show di Laurent Garnier che insieme al fido Scan X percuote un dancefloor infuocato in un’inedita veste rave alternando dj set a performance live con tanto di synth analogici.
L’unica pausa che ci concediamo è per assistere al concerto degli UNKLE di James Lavelle, in versione Bono Vox Zooropa, oramai divenuti definitivamente una rockband dominata dalle chitarre.
Chiudiamo squadrando l’alba a colpi di cassa con i residents del Berghain: Marcell Dettmann e Ben Klock, che, lontani dal club berlinese, fatico a comprendere trovando la loro dub techno marziale troppo monotona e fuori contesto.
E’ sabato ed il giorno del Body & Soul, il grande evento per cui abbiamo affrontato questo viaggio.
Alle piscine di Lione, un complesso massiccio in cemento lungo il fiume che fa tanto Ostalgie sono stati invitati, per un evento unico in Europa, Francois Kevorkian, Joaquin Claussel e Danny Krivit.
I tre tenori della scena house della Grande Mela dalla metà degli anni ‘90 sonorizzano le domeniche pomeriggio a Tribeca con una performance corale che va ben oltre il mero back to back.
In quasi otto ore di set l’house viene sezionata ed esplorata in ogni sua parte: dalle origini funk e disco, alla gospel house (ad un certo punto mi aspettavo apparisse Sister Act…), al newyorican soul ma soprattutto strumenti suonati e non loops!!!
La formazione tipo vede Francois al comando di Tracktor a gestire la scaletta e il sound design mentre Claussel e Krivit si alternano al mixer (rigorosamente a manopole).
Se Krivit preferisce un approccio più fisico al dancefloor, Joe si pone al pubblico come un prete del ghetto che incita i fedeli alla domenica, con lo sguardo spiritato sembra che la musica passi attraverso il suo corpo prima di finire nel mixer e quindi nelle casse. Il Dj di colore, inoltre, manovra canali ed equalizzazioni con una tale precisione da rendere chiaro a tutti che lui non è che conosce a memoria le canzoni, no lui le possiede!!!
Ecco in uno show del genere Tracktor libera le sue vere potenzialità perchè tenere i dischi a tempo è solo una minima parte di un set che prevede che tutti i brani utilizzati vengano remixati sul momento creando così nuovi inediti edits.
Con Claussel al comando, sempre sotto l’attenta e severa supervisione di Messieur K, c’è spazio solo per abbracci e sorrisi a beneficio di una platea molto più adulta rispetto al rave notturno.
E a proposito di signori di una certa età la serata si apre con il concerto dei Gang of Four, storica band americana, ancora capace di fare casino.
Nella mia strada per Dixon mi imbatto in Rustie e il suo ormai solito set tra electro, dubstep e techno anni ‘90 su cui il pubblico ben si scatena.
Il boss della Innervisions, invece, ci stupisce e anzichè proporre un prevedibile set nuhouse condito di jazz e deep, la mette sul viaggioso facendoci ballare a venti centimetri da terra.
Il suo finale con uno special rmx di Kill100 degli Xpress2 ci manda definitivamente in orbita!
Prende quindi in mano le redini del gioco Seth Troxler, giovane promessa di Detroit (quando nasci nella Motor City hai già fatto metà del lavoro…) capace di mettere d’accordo mainstream ed underground, che sfodera un set in progressione partendo da suoni scarni e minimali fino a crescere sempre di più per impatto e costruzione dei pezzi. La chiosa, all’ultimo disco, The Light 3000 di Schneider TM, vale a dire la cover di There is a light that never goes out degli Smiths; a stento tratteniamo i lacrimoni.
Ultimo dj set del festival: Agoria.
All’idolo di casa il difficile compito di chiudere le danze; qualcuno lo definisce già come il delfino di Laurent Garnier ma per me siamo ancora ben lontani da quei livelli d’eccellenza mancandogli ancora tutta la parte teatrale e concettuale.
Il suo è comunque un set energico e strepitoso mostrando un’ottima tecnica coi cdj. Su Les Violons ivres scorrono i titoli di coda e sull’ultimissimo disco scatta il delirio dei ravers più navigati…è Go di Moby!!!
In conclusione queste Nuits Sonores sono state una bella novità per noi amanti della pista da ballo e ci han permesso di vedere performance, come appunto il Body & Soul, uniche nel loro genere e rarissime qui in Europa.
Tuttavia c’è da sottolineare la disparità di organizzazione tra gli eventi pomeridiani e quelli notturni, con i primi meglio impostati e gestiti a fruizione di un pubblico più maturo, mentre i secondi, chiaramente per la massa, richiamavano da vicino i festival tedeschi in stile Time Warp, ma con l’aggravante di non aver gestito bene i palchi (Garnier e UNKLE dovevano esibirsi a sale invertite vista la quantità di gente accorsa per il parigino) e gli spazi di accesso (code interminabili all’entrata che si trasformavano in un’ammucchiata generale).
Inoltre gli impianti non erano potenti come avrebbero dovuto essere, in altre parole: mettetela come volete ma senza Funktion One si fa poca strada!!!
In tutta onestà se il festival si fosse tenuto in una città poco attraente come ad esempio Eindhoven difficilmente sarei andato.
E’ l’alba di un maggio che poteva essere tranquillamente novembre e voglio solo riposare qualche ora prima di rimettermi in viaggio verso casa.

Federico Spadavecchia

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Se fosse durato anche un solo giorno in più saremmo stati tutti ricoverati in un ospedale psichiatrico, d’altronde il Bang Face, arrivato alla sua terza edizione, non è nient’altro che questo: 3 giorni di adrenalina anfetaminica, vissuti tutti d’un fiato ballando sull’immancabile moquette inglese, che ben poco concedono al riposo se non qualche ora assolata da trascorrere in spiaggia.
Altra caratteristica fondamentale del rave organizzato da James Saint Acid e dalla sua Hard Crew è la fedeltà del pubblico, degno discendente delle tribes dei primi anni ‘90, che per esserci ha sfidato addirittura le ceneri del vulcano islandese che fino all’ultimo hanno causato il blocco degli aereoporti di mezz’Europa.
Tanta tenacia è stata giustamente premiata da una line up di altissimo livello con giusto un paio di defezioni risolte con sostituzioni se possibile ancora migliori dei titolari: Bizzy B al posto di Friction ma soprattutto Mu-Ziq al posto di Mark II (comunque presente il sabato).
I padroni di casa ci danno il benvenuto con il tradizionale set hardcore di Dave Skywalker che per l’occasione propone un remix d’assalto della colonna sonora di Jurassic Park, tema scelto per la festa di quest’anno.
Musicalmente si può affermare che il Bang Face 2010 è stato soprattutto la sagra della catena con i Dj breakcore a dominare in lungo e in largo, dentro le sale e dentro gli chalet: Venetian Snares è il capo indiscusso di un plotone di zombie attaccati alla presa della 2 e 20 che arriva addirittura a lanciare una lattina di birra contro il fonico che non segue i suoi ordini. Jason Forrest aka Dj Donna Summer (copia sputata del wrestler americano Kane) ed i leggendari Human Resource from R&S rec., con uno straordinario set hardcore ‘92/’94 (ciliegina sulla torta SunbeamOutsideworld” ) sono i suoi fidati luogotenenti.
Fortuna che c’è Ceephax con un live tutto analogico a rallegrare l’atmosfera pompando l’happy acidcore dell’ultimo album così come DMX Krew che, ad un mese dal BLOC, affina il nuovo live rendendolo ancora più intenso e accattivante.
Sul versante delle nuove generazioni c’è da segnalare il talento di Loops Haunt e della giovane Doubtful Guest. Divertentissimi anche i ragazzi della Countryside Alliance Crew: contadini inglesi con tanto di mucche e pecore on E al seguito trapiantati nella Jamaica della d’n'b più spinta.
Per quanto riguarda il dubstep ormai possiamo dire con certezza che è morto, o meglio reincarnato nelle sue mille diramazioni affossando ogni tentativo di definizione: Appleblim, sempre più al vertice del djing mondiale, ha impostato il proprio sound su beats sexy e groovosi alla Strictly Rhythm con melodie dubbeggianti e mentali; Joker, invece, si serve dei potenti Funktion One per torturare la folla con i vibranti bassi del wonky beat, vero e proprio future pop.
In mezzo la sublime eleganza di Detroit: a Dj 3000 bastano solo un paio di Technics senza nemmeno gli effetti per trasformare la face room in Copacabana, mentre gli Aux 88, in divisa e synth, mettono su uno show degno dei Kraftwerk.
Spiegare poi a parole il live degli Urban Tribe è poi impresa davvero ardua: Moodymann, Antony Shake Shakir e Dj Stingray con drum machine vintage, laptop e tastiere intrappolano il funk in una prigione sotterranea dove la luce del sole non può arrivare. Immaginatevi Moroder in un solitario concerto dopo l’apocalisse nucleare, non so se rendo l’idea!
L’ultima gemma di scintillante estetica ce la regalano i Plaid: sala al buio e luci blue, giri di basso stretti dai rimandi proggy, grandi viaggi inframmezzati da risvegli schizzofrenici idm.
In tutta questa perfezione rileviamo solo un paio di delusioni, vale a dire un Mathew Herbert che non va oltre un normale, ed anonimo, djset techno/dubstep, e gli Orb a cui ormai si assiste solo per puro gusto filologico perchè per il resto il peso dell’età è troppo grande per consentire passi in avanti sia nella ricerca che sul dancefloor.
Chiude la festa il nostro ospite Saint Acid con l’ultima mitragliata acid, perfetta per la battaglia in pista a colpi di palloncini e delfini gonfiabili da spiaggia, per poi lasciare il commiato alle classiche cornamuse scozzesi.
E’ stata durissima ma siamo arrivati fino in fondo, ci rimane solo un’ultima levataccia per andare a prendere l’aereo e, una volta a casa, chiamare immediatamente il fisioterapista per un appuntamento!

Federico Spadavecchia

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Metti una sera a Milano, metti una sera a Milano con artisti straordinari in una cornice d’eccezione come il Teatro Parenti, metti una sera a Milano con artisti straordinari in una cornice d’eccezione come il Teatro Parenti sommerso da tanti amici che forse neanche a Natale.
Ecco quella di venerdì scorso è stata la migliore festa che si sia vista a Milano dai tempi della prima volta di Sven Vath ai Magazzini Generali nel 2004 (quella famosa notte in cui fece nevicare), e tutto questo grazie al team dell’Elita festival.
In un periodo convulso come quello del Salone del Mobile, sempre pronto a trasformarsi nella Sagra della Porchetta quando meno te lo aspetti, le brutte sorprese sono da mettere in preventivo.
I locali prettamente adibiti al clubbing del capoluogo lombardo inoltre già da parecchio tempo non garantiscono più un adeguato standard qualitativo, sia per la proposta artistica che per il pubblico, ed infatti puntalmente ecco come sono andate le cose mercoledì sera per Stacey Pullen ai Magazzini Generali secondo quanto riportato dal sempre presente Simone KK:

Il peggio Pullen mai sentito!Non era lui dritto, loopy, banale, fantasia 0, backgroud detroit 0, groove 0, blackness 0, funkytudine 0. I primi 40 min irriconoscibile. A me continuerà a piacere Pullen poichè so quanto vale.Il problema che se lo fai davanti all’asilo mariuccia della pasticca, egli come tanti altri verrà nel ns bel stivale a fare le marchette. D’altronde il peggior mills della mia vita (16 anni in 9 stati europei) è stato proprio ai magazzini. Salvo 3 dischi verso le 3/3.15 poi ho preferito andarmene. Peccato xkè al parenti i mom han suonato bene. Ma d’altronde Elita quest’anno è il parenti!
Il resto? pensate che ieri le alternative erano: dj set Klaxon al Plastic; x la serie se mi fa cagare già il live come il cantato di cotugno, ve lo immaginate il Toto dj set? Poi far uno dei Kraftwerk a Corsico in un buco + piccolo del Rocket con l’impianto chicco lascia senza parole. Elita= Franco Parenti.

E proprio a teatro pochi giorni dopo ci incontriamo per assistere ad uno spettacolo unico, a cominciare dal live di Byetone, cofondatore insieme a Carsten Nicolai della label Raster Noton. Diviso in quattro movimenti, i suoni che escono dal suo laptop sono di una perfezione inquietante, glaciali e puliti, ma, a differenza dei suoi compagni di scuderia, mantiene un’altrettanto elevata componente danceble. Una performance da mettere come esempio sul dizionario illustrato della minimal techno.
Applausi finali per Olaf ed iniziamo a ballicchiare rilassati sulle atmosfere cristalline di Pantha Du Prince. L’artista tedesco esegue per l’occasione l’ultimo acclamatissimo album Black Noise contornato da hit passate maggiormente orientate alla pista, di modo da dare quell’andamento proggy tanto caro a top Dj’s come Cattaneo e Sasha. Già immagino che al Bar25 le prossime domeniche mattina non si suonerà altro.
A completare l’opera ci pensa il geniale John Hopkins, senza pianoforte a coda questa volta ma con una carica degna dei primissimi Prodigy.
Anche per lui si tratta più che altro della riproposizione dell’ultimo disco Insides: le mani colpiscono velocemente i tre pads della Korg ed il beat si deframmenta in molteplici parti dando la sensazione di trovarsi sotto una frana.
Idm, techno e musica classica si fondono insieme, e quando sul finire la cassa si sfoga in un tradizionale 4/4 scoppia il degenero!!!! Standing ovation per John che si conferma essere uno dei profili più interessanti della scena elettronica mondiale.
E’ ancora presto quando ci ributtiamo in strada e allora decidiamo per fare una capitina all’Hundebisse nella zona nord est di Milano.
Questo locale, a metà strada tra un centro sociale e un club, si trova in un seminterrato di una fabbrica e ricorda molto da vicino il mattatoio de Le Iene di Tarantino. Anche qui comunque arrivano gli echi del Salone ma l’atmosfera più che apparire glamour è decisamente grottesca.
All’interno un misto di dark, punk fuori di testa e semplici appassionati si dimenano sul ritmo asfissiante di una band punk noise. So underground it hurts diceva il buon Abe Duque
Adesso è davvero ora di andare, magari riesco a dormire pure qualche ora prima di prendere il treno.
Grazie di tutto Elita e all’anno prossimo.

Federico Spadavecchia

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Eppure al terzo giro pensavo di esserci abituato, credevo di poter fare 3 giorni abbastanza tranquilli tra un tuffo in piscina e la sera a ballare con gli amici ma non c’è stato proprio verso di contenere l’emozione di essere di nuovo a Minehead, alla quarta edizione del BLOC Weekend, il più incredibile festival mai organizzato.
All’interno del Butlins Resort ci aspettano sei palchi assediati dai potentissimi impianti Funktion One comandati dai migliori generali del Techno esercito mondiale, presente con tutte le sue divisioni speciali.
Il Bloc non è infatti solo la casa del dubstep, ma anche dei padri fondatori della scena. Nel 2009 ci siam goduti tra gli altri Aphex Twin, Future Sound of London e Carl Craig, quest’anno Model 500, Autechre e Derrick May.
Con i miei compagni d’armi siamo passati attraverso 24 ore EFFETTIVE di musica, spalmate su tre giorni, iniziando con la giovane promessa Subeena che stampa su Planet Mu e finendo domenica notte sulle melodie di The Innovator. Ad oggi non c’è manifestazione a poter reggere il confronto con la sua line up, oltre 80 musicisti in tabellone ed è quindi ovvio operare delle, talvolta dolorose, scelte.
Il primo act di fama cui assistiamo venerdì è il back to back di Scratcha e Roska. I due ragazzi di colore scrivono una nuova pagina sul libro dell’house music mescolandola col dubstep più sporco e il 2step più sensuale. La loro attitudine interamente party oriented alterna a colpi di back spinning raffinati momenti deep ad anthem dal basso a catena, magari non troppo ricercato ma di grandissimo impatto.
Il premio di miglior performance della serata va però a Neil Landstrumm, ormai ben oltre i suoi limiti, come se i suoi tre ultimi album (caso guarda su Planet Mu) fossero dei passi necessari per avvicinarsi al dubstep prima e al wonky beats poi, per infine tornare alla techno belga degli anni ‘90 (leggi R&S rec.) in un unico flusso armoniosamente devastante.
Di Joy Orbison invece, famoso per la hit su Hotflush Hyph Mngo, possiamo dire che è meglio in veste di producer che come Dj alla stessa maniera di Martyn ma, a differenza dell’Olandese, Joy , come da tradizione Uk garage, sa guadagnarsi il favore delle signorine in pista.
Torniamo ai 4/4 con il sontuoso set di Omar S e sincermante è difficile accettare che un mostro di bravura come lui debba ancora lavorare in fabbrica per mantenersi. Detroit non è mai stata così dolce e malinconica in un bizzarro contrasto con la fama dell’artista noto per essere un discreto stronzo!
Chiudiamo l’inaugurazione con Youngsta, unico del giro a proporre dubstep old school.
Bisonga recuperare energie per sabato, e la sua maratona di 11 ore!!!
Alle 18.30 infatti siamo già a ballare con Appleblim e Peverlist, vale a dire due terzi della gloriosa Skull Disco, che oggi sono ai vertici della nostra classifica di gradimento. Louis aka Appleblim è un artista poliedrico che non si accontenta mai e a lui dobbiamo la mutazione house del new Bristol sound. Ma questa è la quiete prima del terremoto: Pinch vs Distance è una scossa da 10 grado della scala Mercalli, la profondità del suono della Tectonic rec. si fonde con la carica hardcore della Planet Mu spintonando il pubblico da una parte all’altra del dancefloor come foglie nel vento.
E, in ideale seppuku, ci autoifliggiamo il colpo di grazia andando a sentire la seconda metà del live dei 16:bit, un martello a percussione per inchiodare i ballerini al soffitto! Altro che Crookers e scoreggie simili che scimmiottano l’electro, qui si fa sul serio anche quando l’atmosfera è delle più spiritose con rimandi alla scena 8 bit, agli anni ‘80 e naturalmente alla happy breakcore.
Spetta a Tikiman il compito di rilassare le sinapsi con la sua calda voce sciamanica mentre sua maestà Mark Ernestus, co fondatore di Hardwax, oscura con una densa coltre dub ogni raggio di sole uno alla volta con una performance metà live (per i pezzi propri) e metà dj set (tutti vecchi 45 giri). L’aria ipnotica della ganja viene quindi finfrescata con il beat energico ed asciutto di Joker che rimane il miglior nome de wonky beats, originale e mai (anche quando potrebbe guadagnarsi facili consensi) tamarro. Nell’altra sala anche Flying Lotus compie al meglio il suo dovere. Il set successivo del professore Kode9 (eh sì perchè siccome i Dj sono noti per essere drogati ignoranti dovete sapere che lui è docente all’università) è pura poesia peccato solo che Martyn sia troppo prevedibile da reggergli al meglio il gioco.
Ma ecco il momento più atteso della serata, il live dei Model 500, purtroppo in contemporanea con quello degli Autechre. Decidiamo così di seguire il cuore e andare da The Creator e Mike Banks per festeggiare con loro i 25 anni della label Metroplex. Due tastiere, una batteria elettronica ed un vocoder sono gli shuttle per portarci in giro per lo spazio. Mike all’apparenza è il classico duro di periferia per poi rivelarsi un amico sincero pronto a proteggere l’indifeso Juan che è in controllo solo quando canta. Alla fine di ogni pezzo infatti il suo sguardo si perde nel vuoto per qualche secondo.
Il nuovo live di DMX Crew è un’ipnotica danza acid per la gioia dei fanatici della roland tb 303.
Sono le 03.00 e corriamo alla sala TEC per il live di T++.
Questo artista è difficilissimo da vedere all’opera al di fuori di rare volte in quel di Berlino. Forse ai più suonerà come un nome nuovo ma in realtà stiamo parlando di un Dj ben conosciuto, sia con l’alias Various Productions che come compagno di Robert Henke nel progetto Monolake.
Niente da dire sulle sue atmosfere, sulla via tracciata da Scuba T++ ha aggiornato la Techno made in Berghain al post techstep.
L’alba vede protagonista Surgeon, con la sua performance sfonda muri A/V, con tanto di show yoga sul palco per ritrovare la pace dei sensi.
Siamo quindi arrivati alla domenica, ultimo giorno di festeggiamenti, che si aprono già alle 17 col dj set di Raffertie, una giovane promessa del mixer che i vari Justice e Crookers se li mangia a colazione con contorno di ultra bassi, moderno funky groove (mica come certa gente che ha bisogno di Beyoncè) e Pop distorto.
E a proposito di Pop, ecco, vedere ai piatti una leggenda come Mix Master Mike dei Beastie Boys può davvero insegnare tante cose!!! In un’ora di set ha suonato qualsiasi genere musicale con una tecnica da brividi, scratchando senza nemmeno guardare i piatti!!! Il Dj americano è riuscito a fare ricerca suonando Pop e ci ha lasciato di sasso quando ha mostrato la sua nuova passione per il dubstep!!!!
Nemmeno le otto di sera che il pubblico vestito a festa del BLOC (il tema di quest’anno era il matrimonio) è bello sudato, ma quando entrano in scena gli idoli Skream e Benga esplode il boato!
I Ringo Boys degli iper-bassi danno una lezione di stile immensa (e se uno come Mix Master Mike è rimasto per tutto il tempo sul palco a guardarli qualcosa vorrà dire) non risparmiando ai raver nemmeno una goccia di sudore. Picchiano con classe, sono mainstream e underground insieme.
A fine set ci riposiamo un po’ con le melodie electro di The Dexorcist che per l’occasione indossa una t shirt del nostro orgoglio nazionale, la Sounds Never Seen rec. di Lory D.
Ok il momento del gran finale è sempre più vicino e Joris Voorn mi commuove buttando sul piatto Sky & Sand di Kalkbrenner (che appena uscita avevo colpevolmente snobbato ritenendola una scopiazzata) e Around the World dei Daft Punk (con la quale ho mosso i miei primi passi nel mondo della dance tanti anni fa).
BLOC Weekend ultimo atto: Derrick May is in the house!
Serve forse dirvi che The Innovator non tradisce mai? Due ore di alta tensione tra old e new school con una chiusura jazz del 3000 in cui si suona galleggiando nel cosmo resa ancora più emozionante per la visita in consolle dell’amico Juan Atkins, siamo davanti ai Creatori della Techno!!!
Si spengono le luci e, ordinati (mica siamo in Italia…), usciamo a notte fonda dritti verso il nostro chalet a farci una bella spaghettata seguita dal sonno dei giusti, domani si torna nel mondo reale.

Federico Spadavecchia

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La fortuna aiuta gli audaci è il motto che ogni Clubber degno di questo nome dovrebbe sempre far suo, già perchè andare a Berlino mentre è in corso uno degli inverni più freddi che si ricordino potrebbe sembrare una mossa un tantino avventata.
E dire che effettivamente il weekend inaugurale della Transmediale 2010, nota rassegna di arti audio-visive, era stato dominato dal gelo polare con vento e ghiaccio a rendere quasi impossibile ogni sorta di spostamento.
A distanza di una settimana, invece, giusto in concomitanza della nostra trasferta per il gran finale del festival, la temperatura si è alzata quanto basta per rendere piacevole (anche se un pò scivoloso) passeggiare nella città resa ancora più suggestiva dalla Sprea ancora parzialmente surgelata.
La Transmediale, anche quest’anno, raccoglie le migliori proposte in campo avanguardista con i progetti di artisti come ad esempio gli ex Pan Sonic e Rioji Ikeda, o il gran concerto di Charlemagne Palestine al Franzosischer Dom nel quartiere di Mitte.
Chiaramente in una programmazione di così alto livello anche le sonorità da club non sono da meno; e così eccoci a schettinare in una lunghissima coda all’entrata del WMF Club in Alexander platz (che da quest’anno sostistuisce il Maria am Ostbahnhof come location ufficiale) per dare il via al weekend a colpi di ultra bassi e grandiose melodie.
A darci il benvenuto al primo piano del locale c’è Scuba: ormai trasferitosi stabilmente nella capitale tedesca, il Dj inglese ha portato il crossover tra dubstep e techno su nuovi inesplorati livelli.
La cassa è tornata ad essere in 4/4 ma gli echi dub metallici si trascinano pesanti come catene riportando alla memoria i fantasmi dell’antico True Spirit. E’ solo per merito del bellissimo ep di Pangea (contaminazioni house, 2 e dubstep di scuola Appleblim) che possiamo godere di un flebile spiraglio di luce.
E’ tempo però di scendere nella main room dove Kelpe sta terminando il suo live idm forse eccessivamente penalizzato dalla batteria suonata dal vivo.
Il set finisce ed è finalmente ora dell’attesissima performance di Four tet fresco di nuovo album (la cui recensione potete trovarla qui). C’è talmente tanta gente che è difficile persino respirare quindi non mi resta che buttarmi su un divanetto e lasciarmi cullare dalla musica. There is love in you non si balla con le gambe ma con il cuore.
A svegliare i muscoli ci pensa Dan Deacon anche se dopo una mezz’ora diventa troppo monotono ma d’altronde non tutti sono al livello di Otto Von Schirach.
Torniamo infine ai piani alti per l’ultimo act della serata quello che vede ai piatti l’olandese 2562, esponente della corrente techstep.
Il ragazzo parte in sordina con una ritmica dritta e stralci dubtech ma dopo la prima ora incomincia a salire e a spezzare i beats con un basso che prende le sembianze di un Tristo mietitore. Ogni tentativo di fermarlo è inutile e quando alle 6 è venuto il momento di spegnere l’impianto il pubblico è così fomentato che 2562 riaccende tutto e va avanti fino alle 7.
Per me niente after con Villalobos al Panoramabar, mi devo alzare presto per andare a comprare i dischi da Hardwax. Il prode Simone KK tornerà in ostello alle 11 e mezza.
Il sabato lo passiamo in giro tra Kreuzberg e Mitte incontrando vari esponenti di quello che il KK definisce Governo in esilio, ovverosia il gotha dei promoters italiani che, come ogni anno si da appuntamento a Berlino in occasione della Transmediale.
La notte seguente incomincia ancora prima di mezzanotte, sempre al WMF, per gli showcase Raster Noton e Wagon Repair.
La festa organizzata come le antiche terme romane prevede una sala frigidarium con i suoni glaciali della label tedesca che per l’occasione mette in scena i protagonisti della sua nuova unun series (unico assente sul palco Mika Vainio comunque tra il pubblico), ed un’altra calidarium con il progetto corale The Modern Deep Left Quartet che riunisce in un’unica live band Mathew Jonson & The Cobblestone Jazz, The Mole, Deadbeat con il prestigioso featuring di Tikiman.
Di sopra il leggendario Uwe Smith con il progetto ATOM fonde il rigore dei Kraftwerk con quello del minimalismo innalzando una barriera di ghiaccio in cui è difficile sentirsi a prorpio agio, specie dopo aver provato il calore della sala inferiore.
I ragazzi canadesi hanno tirato su quello che senza troppe storie quello che potremmo già a febbraio incoronare live act dell’anno: ben 2 tavoli pieni zeppi di synth analogici, giradischi, drum machines, vocoder, computers e persino un organo stile Hammond sono gli strumenti di uno show che andrà avanti per ben sette ore e mezza!!!
L’incredibile è che in una performance così lunga non c’è un solo momento di noia o monotonia, e la scelta di seguire lo schema adottato da Steve Reich per i suoi 18 musicisti intercambiabili è assolutemente perfetta, specie poi se puoi contare su un The Mole incontenibile.
Il gruppo tocca almeno 5 generi musicali diversi e ridisegna le geometrie del techjazz detroitiano, senza dimenticare di far gridare i clubbers con le hits W, Decompression e Marionette.
La festa si chiude in bellezza al guardaroba con tutta la fila a cantare insieme la romanticissima True degli Spandau Ballet.
La domenica è dedicata alla cerimonia di chiusura dell’evento per cui andiamo alla House der Kulturen der Welt per ammirare le ultime installazioni e per assistere ad una purtroppo deludente performance di artisti cinesi che non aggiunge nulla a quanto già visto finora.
Il nostro aereo è al mattino presto e quindi non andiamo nemmeno a dormire, vogliamo portare con noi quanta più Berlino possibile.

Federico Spadavecchia

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Direi che alla fine ne avevo proprio bisogno: una bella serata tra amici di quelle che ti fanno riconciliare col mondo all’insegna della musica di qualità, e tutto questo grazie al team Secret Mood di Torino.
Reduci dal grande successo di fine 2009 con Theo Parrish, Gandalf e Fotis, tornano al The Beach con un’altra colonna dell’house: Moodymann!
Forse i lettori più giovani sono entrati in contatto con questo nome perchè due estati fa i ben più mainstream Luciano e Villalobos hanno trasformato la sua shade of jae in una hit mondiale contribuendo così al ritorno in massa alla madre House degli esuli della minimal.
Kenny Dixon Junior, vero nome dell’artista di Detroit, è l’anello di collegamento tra il suono di Chicago e il raffinato Techno Jazz della Motor City e chiaramente aspettarsi da un personaggio del genere un normalissimo set di maniera è fuori discussione!!!
Ora va comunque detto che, viste le sue capacità compositive, per farsi un’idea completa di Moodymann andrebbe sentito live, ma l’atmosfera che ha saputo ricreare attraverso la propria collezione di dischi era la stessa della prima scena newyorkese che vedeva ai piatti gente come Dave Mancuso, Francis Grasso e Lerry Levan.
Come tutti i Maestri Kenny non ha bisogno di giurare fedeltà a nessun genere suonando per tre ore un’onda di disco music che non scimmiotta la disco music, synth pop europeo alla Yazoo, hip hop old school e l’house di Lil Louis. Tu chiamale se vuoi emozioni.
Tutti, anche i più scettici tradizionalisti della cassa-che-spakka, ballano a pieno sorriso mentre noi nerd da dancefloor ci spremiamo invano le meningi per capire cosa gli frulli per la testa ma è inutile, il pesante cappuccio pellicciato è una barriera che nemmeno il professor Xavier può penetrare!
In tutto questo zucchero però vorrei buttare una piccola nota polemica e chiedere dove fossero tutti quegli pseudo Dj che nei loro profili su myspace mettono tra i top friends Moodymann perchè oh se lo passa Luciano vuol dire che è uno Zio! ma che alla fine giunti al dunque si tengono lontani kilometri.
Ciliegina sulla torta servita dallo staff Secret Mood è stato affidare l’oneroso compito del resident a Federico Gandin (che su queste pagine gode già di una bella fama!!!).
Il Dj torinese conferma una volta di più, se mai ce fosse ancora bisogno, di essere uno dei primissimi talenti italiani: tanto abile nel costruire un’apertura in crescendo ad inizio serata, servendosi di sonorità detroitiane con quella giusta melodia per far da ponte naturale al set del prestigioso guest, quanto in grado di riprendere le redini della pista portando a termine una transizione difficilissima, permettendosi il lusso di poggiare sul piatto anche musica classica e quindi dare sfogo, grazie anche ad una tecnica da manuale (che ci ha letteralmente lasciato a bocca aperta), a tutta l’energia sopita del pubblico. Il tempo del cuore è finito adesso è l’ora delle gambe.
Manca poco alle cinque e, salutati i davvero tanti amici che s’incontrano ormai solo all’ombra della Mole, non ci resta che correre al gelo verso il nostro treno: bisogna andare a casa ad appendere sopra al letto una nuova locandina.

Federico Spadavecchia

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Serata elettronica quella di ieri presso la sala Claque del Teatro della Tosse di Genova. Lo staff DisorderDrama (www.disorderdrama.org) ha portato in città due autentiche chicche a cominciare dal genovese Smider con un live in perfetto stile Raster Noton fatto di beats sincopati a deflagrazione multipla e visuals minimali, tutto generato da programmi di sua invenzione. Ci fosse stato un impianto Funktion One saremmo stati squoiati vivi.
La seconda grande sorpresa è stato l’istrionico live di Max Tundra (Domino rec.), un’omino mezzo calvo con la pancetta che salta sul palco come una molla suonando svariati synth, uno xilophono, una chitarra elettrica e due diamonica. Ma a stupire il pubblico è la sua voce così Pop, dolce ed intonata, che, su qulla ritmica rigorosamente idm, sembra Alice nel paese delle meraviglie .
Sul finale, dopo un omaggio all’inno rave dei KLF What time is Love?, si concede persino una sua versione del Musical Tutti insieme appassionatamente…sì Max Tundra è l’Otto Von Schirach dei bambini!

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Federico Spadavecchia

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Dovessi rubare due qualità agli Olandesi sceglieri senza dubbio la loro capacità di organizzare eventi perfetti, curati nei minimi dettagli, e l’abilità nel preparare quei belin di biscotti al miele/caramella mou cui mi sono dovuto arrendere dopo due anni di estrema resistenza vedendo la mia forza di volontà sbriciolarsi ad ogni boccone di quel wafer così maledettamente dolce e croccante.
L’Amsterdam Dance Event è la punta di diamante delle convention musicali: qui si dibatte di arte, tecnologia e normative legate al copyright, si presentano gli showcase delle labels più prestigiose ma soprattutto si gode della gran Musica!
Il programma è davvero ricco e scegliere gli appuntamenti non è semplice perchè c’è sempre la sensazione di perdersi qualcosa di importante, anche se d’altra parte è inutile ostinarsi a seguire tutto sprecando soltanto energia e attenzione.
Il nostro primo giorno a Dam lo trascorriamo gironzolando per i canali del centro e spendendo un bel pò di soldi da Concerto, il miglior negozio di cd della capitale olandese.
Nella borsa della spesa finiscono l’ultimo album di Shackleton su Perlon, un emozionante doppio cd di Ulrich Schnauss e la compilation per i 5 anni della Hyperdub di Kode9.
La cena si consuma al volo perchè il party di stasera comincia molto presto verso le 20: all’avveneristico auditorium Bimhuis si esibiscono Oren Ambarchi e John Hopkins.
La location è elegantissima e grazie ad un’ampia vetrata è possibile ammirare dall’alto le luci della città.
La suggestione, però, aumenta esponenzialmente quando inizia la la performance dell’artista sperimentale israeliano accompagnato per l’occasione da un percussionista ai comandi di una batteria distesa su quattro gran casse e meccanizzata. I drones della chitarra di Ambarchi combinati alla ritmica deep ed ipnotica giocano strani scherzi ai sensi (già provati per il viaggio alle prime luci dell’alba) e basta chiudere gli occhi per un attimo per ritrovarsi in un mondo lontano.
Tocca a Jan Jelinek, con un live di derivazione Raster Noton, a riportarci indietro con lo stargate.
Ma la vera rampa di lancio per l’ignoto è il live del pianista John Hopkins accompagnato per l’occasione dal nostro Davide Rossi (uno dei nomi più interessanti della scena italiana).
Due Kaospad, un Mac, un mircokorg ed un pianoforte a coda, l’artista inglese passa da soffici notturni conteporanei a potenti martellate IDM breakcore come se fosse la cosa più naturale del mondo. Immenso!
All’una il concerto è finito e siccome la serata Innervisions al Trouw è andata sold out ce ne torniamo in hotel a recuperare le forze per il venerdì.
Venerdì che vuol dire una sola cosa: Laurent Garnier!
Garnier, Nadaud e Scan X si esibiscono nel nuovissimo live stage del Melkweg club.
Lasciata quindi un’altra bella cifra nelle tasche di Rush Hour (e in particolare della Delsin records), andiamo a goderci per la terza volta quest’anno il sound del Dj/producer numero uno al Mondo.
Se appena nel maggio scorso, al Dissonanze, Moessieur Garnier aveva presentato la versione dal vivo del suo ultimo album Tales of Kleptomaniac, ora sono già pronte le variazioni sul tema con il piede ben saldo sull’acceleratore.
Gnanmankoudji diventa una tempesta acid house e quando a seguirla c’è l’intramontabile Crispy Bacon beh la fine del mondo sarebbe stata sicuramente più pacata.
Gran finale con The man with the red face e tutti al Paradiso per la Oi! Dubstep night.
Caspa, Emilkay e tutta la crew Dub Police danno vita ad un raduno punk e le ragazze (tutte o quasi strafighe da Billionaire) pogano scatenate e bevono birra come hooligans!!!
Musicalmente a dominare è il wonky beat e la qualità di ricerca non è molto alta ma il pubblico è così fomentato da catalizzare su di sè l’attenzione lasciando ai Dj il ruolo di comprimari.
Chiudiamo quindi con la giornata di sabato non prima però di aver visto la premiere del film Speaking in Code allo spazio Smart (un altro luogo che merita assolutamente una visita). Il film dedicato al mondo dei Dj si sofferma in particolare su nomi a noi molto cari come i Wighnomy Brothers e i Modeselktor, in un misto di vita privata e performance ai piatti. Il risultato finale si può sintetizzare nella formula Slices meets True Life.
Questa notte si torna al Melkweg, nella old room infatti si esibiscono i protagonisti della Sub:stance dubstep night del Berghian di Berlino.
Il primo guest ad esibirsi è il giovanissimo Boxcutter, talento di casa Planet Mu, sempre in bilico tra gli iperbassi e l’IDM più classica. Assolutamente da tenere d’occhio!
Il dancefloor però ha bisogno di sudare e finalmente tocca a Scuba, il miglior rappresentante della corrente Techstep in cui il dubstep riscopre il 4/4 e rievoca le sue memorie Detroit in un’atemosfera fumosa e dubbeggiante. Il ritmo incalza sempre di più e quando parte The Bells di Jeff Mills lo shuttle per Marte è in orbita!
Rivelazione del party è Jamie Vex’d con un laptop live oscuro e intenso che ci regala due remix bomba di The Bug (Poison dart e Jah is war).
A calare il sipario su questa edizione dell’ADE è Louis Osborne meglio noto come Appleblim, a mio avviso al momento inferiore solo a Garnier.
Il set inizia con un’atmosfera funebre pe poi aprirsi un poco alla volta facendo penterare tenui raggi solari. Appleblim sa servirsi di ogni genere musicale a sua disposizione e il pubblico non può che applaudirlo fino alla fine.
Su facciamoci coraggio e andiamo a prendere l’aereo tanto al prossimo ADE mancan solo 12 mesi.

Federico Spadavecchia

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D’altronde poi lo dicono pure i giapponesi che il numero 4 porta sfiga (l’ideogramma che lo rappresenta è lo stesso usato per la parola morte n.d.r.) quindi non posso dire che non ero stato avvisato, ma tant’è eccoci per la quarta volta consecutiva sul volo Ryan delle 22.00, che in meno di due ore ci porta da Bergamo a Francoforte per il Green and Blue numero 7.
Il festival made in Cocoon quest’anno è a un punto di svolta dovuto principalmente al cambio di location che dal Waldschwimmbad, ora destinato ad ospitare un grande albergo, è stato trasferito al Birkengrund rimanendo comunque in di Oberthausen.
Lo staff di Herr Vath ce l’ha messa tutta per rassicurare il pubblico sulla qualità della nuova sistemazione e, proprio per questo, la delusione è stata ancora più grande:
dove erano stati promessi verdi prati ci sono asfalto e sterpaglie, dove ci si era illusi di sguazzare allegramente in un placido laghetto blue ci sono enormi hangar para militari.
Insomma più che lo splendido ed intimo party cui eravamo abituati ci siamo trovati nel bel mezzo della versione estiva del Time Warp, evento ormai da anni votato al marketing e alle masse.
Il disappunto impiega pochi minuti a diffondersi tra gli habituè del G&B, per la maggior parte ragazzi del posto, che vedono la loro festa preferita, da sempre intima e rilassata, diventare un carnaio turistico dove non c’è nemmeno lo spazio per stendere i plaid per il classico picnic di fine estate.
A farci ritrovare parzialmente il buon umore ci pensa però Cassy. La Dj (ormai) berlinese, prima ad esibirsi sul palco blue dalle 10 all’una, ci vuole bene e capisce la nostra amarezza così, col suo immancabile sorriso, ci abbraccia dolcemente con un set house morbido, allegro, dove il funk è protagonista ed ogni nota dipinge l’aria di un colore diverso.
Puntuale arriva il cambio di consolle con il live dei rientranti Swayzak. Arrivati al successo grazie a produzioni minimal house ed electro, il duo inglese dopo una lunga carriera iniziata nei primi anni ‘90 negli ultimi tempi si era preso una pausa di riflessione da dedicare ai rispettivi progetti solisti, per poi ritornare insieme quest’anno ripubblicando il loro album d’esordio Snowboarding in Argentina in versione remastered.
In pochi minuti i grigi nuvoloni che coprono Oberthausen diventano granitici e soffocanti, il dub assorbe ogni cosa che incontra mentre un basso meccanico ara l’asfalto.
Nel frattempo sul main stage Radio Slave is in da house propinando una performance tanto anonima quanto lucida fotografia dell’attuale Dj trendy che ha scoperto ieri l’House Music e butta sul piatto qualche bonghetto a caso infarcito di hit vecchie di almeno un anno quale La Mezcla, il tutto naturalmente in formato mp3.
Fortuna che dopo c’è Jacek Sienkiewicz un artista vero che ha sempre dimostrato uno stile unico: il metallo viene fuso per creare lingotti di groove e le scintille che fuoriescono dagli stampi solleticano i tweeter con una firizzante distorsione. Si chiude con un bel pezzo anni ‘70 a base di chitarre acide ed inni all’amore universale, assist perfetto per papà Sven Vath che per l’occasione (probabilmente intuendoil malumore generale) ha optato per atmosfere baleariche tutto chitarrine e buoni sentimenti.
Flashback: alle 14 davanti al palco blue si raduna la curva della nazionale italiota sventolando tricolori ed il loro bisogno di droghe. Comincia il set di Marco Carola.
Marco è uno di quei Dj che ho amato fin dall’inizio, una guida nell’universo della musica Techno, ed è per questo che adesso sono spietato nei suoi confronti (come per Richie “I want the money” Hawtin). Questa era la sua prova del nove, l’appello finale in cui dimostrare che lui la classe non l’ha mai persa, ed invece dopo un inizio incoraggiante dal gusto funkettone eccolo ricadere nella banalità di questi anni: tre ore di ritmiche ottenute facendo rimbalzare alternativamente un Tango e un Supertele, al posto dei mitici tre piatti un pc col solito mortale delay che ormai pompano pure sui treni di Tozeur.
Eppure va detto che ad un tratto succede qualcosa, un brivido sale lungo la schiena e gli infiamma il volto, dalle casse risorgono i suoni della Zenit che per 20 minuti provano a svegliare quel branco di zombie senza colpo ferire. L’incantesimo finisce, la noia ci condanna a migrare all’ombra del terzo palco, il solo ad essere in-door.
L’uomo delle trombette, Sis, sta letteralmente incendiando il dancefloor con un groove tiratissimo su cui decollano loop di fiati, senza comunque cadere nell’autocelebrazione suonando le sue hits più famose. Perfomance sicuramente di ottimo livello ma c’è un pò di amaro in bocca per quella sensazione da live p.a. per cui basta schiacciare play sul computer e quindi potersi scaricare la posta in pace.
Tobi Neumann e Onur “sorcino” Ozer col progetto Sensitiva mettono in piedi un show colorato ed energetico non male anche se forse troppo ripetitivo.
Il tempo di una raffinata cena con bratwurst und pommes frittes a la carte e ci godiamo il miglior dj set della serata, serio candidato a djset of the year (e non vi dico le bestemmie sul fatto di essere in un parcheggio anzichè in mezzo ai salici…).
Ricardo Villalobos ha preso possesso del suo blue floor dando vita ad una performance al di là di ogni definizione: ecco dove si vede l’Estro dell’Artista, la capacità di plasmare suoni diversi in una scultura armonicamente uniforme ma che a seconda dell’angolazione da cui la si ammira offre differenti riflessi.
E così gorgoglii di Tb-303 ipnotizzano i ballerini, chitarre gitane li scuotono ed eteree sinfonie li cullano.
Ormai non si può più parlare di minimal techno, Ricardo è andato ben oltre gli schemi del genere, la Musica viene messa davanti a qualsiasi sforzo di catalogazione, ricercando suoni nuovi e strutturati sulla via tracciata molto tempo prima dalla magica Triade veneta; peccato che da noi nessuno recepì il prezioso insegnamento.
Per il gran finale con fuochi d’artificio torniamo da Sven che saluta tutti con alcuni classici acid house anni ‘90 abbracciato dall’immancabile mamma raver.
L’after al Cocoon Club, però, è l’ennesima delusione della giornata: Cassy e Villalobos pur essendo ottimi Dj’s non si completano a vicenda (come invece avviene quando affianco al pennellone c’è Raresh) ed il back to back è un lungo loop house che sebbene di buona fattura non ci permette di superare la stanchezza accumulata per cui alle 03.00 prendiamo la strada di casa.
La definitiva commercializzazione di un evento come il G&B segna la momentanea fine creativa della scena di Francoforte che, al contrario di quella berlinese (dove non a caso si è trasferito il Villa), è troppo piccola e monopolistica per godere di rinnovamenti costanti, ed anche se si dovesse riprendere non avrei comunque più il mio bel prato su cui poter festeggiare.

Federico Spadavecchia

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Quando si è piccoli è facile immaginare cose, estraniarsi in mondi fantastici dove vivere avventure incredibili condividendo con gli amici gli stessi sogni ad occhi aperti. Poi, crescendo, la fantasia viene strozzata da una cravatta e ci si ritrova cristallizzati in giornate fotocopia casa-ufficio-aperitivodelvenerdìsera senza via di scampo…a meno che…a meno che non si abbiano dei compari dalla stessa lunghezza d’onda, che non appena hanno davanti la line up del compleanno della Sub:stance night al Berghain di Berlino lanciano la chiamata alle armi per bloccare il primo volo disponibile.
Questo luglio si festeggia un anno di dubstep nel cuore pulsante della scena Techno berlinese, chiara dimostrazione di come la capitale tedesca non sia territorio esclusivo della minimal quanto piuttosto un libero spazio per ogni forma d’arte e ricerca sonora.
Grazie all’iniziale sostegno da parte di Pete e del resto della crew di Hardwax (tra cui ricordiamo T++) questi parties dubstep hanno da subito ottenuto un forte riscontro di pubblico e critica, riuscendo inoltre col tempo a crescere portando il sound di Bristol ad un livello successivo.
Ormai è infatti riduttivo parlare esclusivamente di dubstep, negli ultimi due anni le contaminazioni con gli altri generi sono diventate sempre più pesanti, e se poi contiamo gli esperimenti di artisti apparentemente estranei al genere come Micheal Pritchard e Kevin Martin, ecco che siamo davanti ad un nuovo suono.
Tra l’altro dall’incontro tra i Dj’s della Sub:stance night ed i resident del Panoramabar (due coppie di nomi a caso Scuba e Marcel Dettmann, Shackleton e Villalobos) è nata quella corrente che la rivista Groove ha battezzato Techstep. In realtà non si tratta di una definizione del tutto nuova perchè già era stata tirata fuori ai tempi della drum ‘n’ bass quando iniziava a farsi sentire il crossover con la Techno più oscura e sporca, e anche adesso la situazione è più o meno la stessa con gli iperbassi a sorreggere una struttura ritmica che non disdegna il 4/4, con melodie dure e meccaniche.
Ad aprire le danze tocca però, tanto per rimescolare ancora le carte, ad un Dj che con le suddette atmosfere non sembra averci niente a che vedere: John Osborn della Ghostly/Spectral.
Il suo set è una sorta di deep house ibrida con le basse frequenze esasperate all’estremo mantenendo però un carattere happy e rilassato da ballarsi tranquilli con in mano i primi vodkashot della serata.
Sembrano passati pochi minuti da quando eravamo in coda sotto una pioggia battente rimessi all’insindacabile giudizio di Sven, ma sono trascorse già due ore e sulle note del classico anthem di Robin SShow me love”, cantato a squarciagola da tutti, sale in consolle l’altro Osborne, vale a dire Louis Appleblim che butta sul piatto l’ultimo ep della Delsin rec. spezzando così il beat e sollevando una fitta coltre di dub.
L’ex Skull Disco va avanti fino alle quattro usando le melodie a mò di torcie elettriche per facilitare la nostra visione collettiva. Come negli antichi riti indiani danziamo in trance (grazie soprattutto ai sempre comodissimi orari di zia Ryan) alla ricerca del Grande Spirito. E’ incredibile come in queste serate il Berghain perda la sua fortissima carica sessuale per ritrovarsi abbracciato alla sola Musica.
La performance del ragazzo inglese termina tra gli applausi ed è il turno della leggenda di Detroit Stacey Pullen, che come John Osborn non ha alcun legame col dubstep, ma che tra tutti i Dj della Motor City è sicuramente il migliore in fatto di mentalism.
Le sue sono tre ore e mezza di progressioni tribali e raggi laser; quasi esclusivamente materiale nuovo senza lasciare spazio a nessuna hit del passato.
Intanto al piano inferiore dapprima Loefah somministra un’overdose di morfina al dancefloor con un passo lento e al tempo stesso abissale, e successivamente Mala, suo compare nel progetto DMZ, riporta tutti alla vita con un dubstep classico ragga oriented.
E’ la calma prima della tempesta…Scuba è ai comandi e tanto tranquilla e silenziosa è la sua figura tanto violento e dark è il suo set.
Dalla sua valigia (eh sì qui si suonano vinili altro che mp3) si rizzano catene ed il superbo Funktion One si china a loro servizio.
Ormai sono allo stremo la stanchezza del viaggio sta avendo la meglio e la musica mi trascina nell’oblio, gli occhi si spengono ma il corpo continua ad ondeggiare…chissà dove sarei finito se Remarc (Planet Mu rec) non avesse dato la sveglia a colpi di breakcore, facendomi notare uno scalmanato Shackleton a ballarsela allegramente attaccato a un woofer.
Il sole è alto da un pezzo a Berlino, e alle 7 passate per me è davvero l’ora di uscire prima di perdere definitivamente ogni contatto con quello che mi appare sempre meno come il mondo reale.

Federico Spadavecchia

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Fai la valigia. Prendi i documenti. Non dimenticare i soldi. Check-in online. Corri alla navetta. Carta d’imbarco. Gate 9. Decollo. Turbolenza. Atterraggio.
Il ritmo è frenetico nell’era del low cost. Le antiche trasferte in cinque su una Panda scassata hanno ceduto il passo alle più appetibili tratte aeree economiche, tra una capitale europea e un’isola balearica, da un club berlinese a un concerto nel cuore di Londra.
Vercelli è una città accogliente, situata a metà strada tra Torino e Milano, con i suoi quarantasettemila abitanti, le abbondanti coltivazioni di riso e le acque del Sesia a segnare il limite con la provincia novarese. Non ci sono voli Ryan Air, non spuntano grattacieli, non esistono metropolitane. Eppure anche questo scorcio di pianura padana sa regalare meravigliose sorprese.

Jazz:Re:Found è un festival di musica d’avanguardia giunto quest’anno alla seconda edizione; la rassegna dimostra di avere un ampio respiro internazionale, pur rimanendo profondamente radicata sul territorio vercellese.

Descrivere un’esperienza è sempre qualcosa di impervio. Non si tratta semplicemente di sensazioni visive o uditive. Talvolta è qualcosa di più profondo, qualcosa che tocca le corde dell’anima e rimane a lungo impresso nella mente.

Potrei scrivere qualche parola sul luogo, un’ampia area in centro città, a metà strada tra il panorama industriale e quello agricolo. Vi potrei spiegare in che modo le ciminiere di una fabbrica sono state utilizzate come sfondo per i giochi visuali, oppure potrei raccontarvi dei mille murales sulle pareti del capannone e dei maxischermi a LED giunti apposta dall’America.

Potrei parlarvi di Stephanie McKay e della sua voce intrisa di soul. I leggings verdi erano un pugno in un occhio, ma fate attenzione a ciò che le dite… la fanciulla arriva dal Bronx!
E che dire degli Sweet Vandals? Coinvolgente e divertente band di Madrid, che se fosse di New York sarebbe già esplosa da un pezzo, ma siccome è di Madrid ci mette un po’ a carburare.
Potrei commentare lo show dei Jazzanova, dilungandomi in noiose digressioni musical-filosofiche e spiegandovi perchè non mi sono piaciuti, troppo freddi, troppo accademici… (E poi diciamocelo, la camicia di Paul Randolph era inguardabile!)
O potrei smetterla di scrivere e rimettermi a ballare al ritmo degli Hot 8 Brass Band, quegli otto omoni neri venuti da New Orleans con un imponente armamento di trombe, tromboni e sassofoni.
E poi i Casino Royale, con la loro retrospettiva in chiave reggae su vent’anni di onorata carriera. Not my cup of tea, come direbbero oltremanica, ma anche questo fa parte del gioco.
Potrei consigliarvi i Flowriders e Colonel Red, abili miscelatori di suoni funk, hip hop e broken beat, o parlarvi dei tanti giovani che hanno partecipato al contest, dimostrando grinta e qualità da vendere.
Oppure, ancor di più, potrei raccontarvi di Josè James, ragazzo di Minneapolis dalla voce calda e dal carisma innato. Un MC prestato al jazz, talento indiscutibile, vera rivelazione del festival.

In ultimo, infine, potrei dedicare righe su righe agli artisti più attesi del festival: i Lamb, duo storico del trip hop di fine anni Novanta, scioltisi nel 2004 e ritornati quest’anno a calcare i palchi di mezzo pianeta. Potrei fermarmi un secondo e rivivere quel momento in cui la splendida Lou ci ha guardato negli occhi, uno per uno, sinceramente commossa per quell’affetto che nessuna Glastonbury ti può dare, ma che trovi solo in un «compact bijoux festival» (parole sue!) come Jazz:Re:Found.
E potrei descrivervi gli occhi lucidi di Denis Longhi, anima, cuore e direttore artistico della rassegna, che nel consegnarle un mazzo di fiori si emoziona come un bambino la notte di Natale. Potrei raccontarvi degli sforzi e della passione che decine di ragazze e ragazzi hanno dedicato alla realizzazione di un piccolo grande sogno, mettendo in moto una macchina immensa, di gran lunga superiore in qualità e quantità a tanti inutili festival che abbondano in quest’estate italiana.

Potrei parlarvi di questo e di molto altro, ma so che siete di fretta.
Voli low cost, carte d’imbarco, check in online e valigie da fare. Spesso fuggiamo lontano inseguendo il mito della terra straniera: grandi nomi, dj superstar, music business e folle oceaniche.
Se una volta soltanto ci fermassimo un istante guardandoci intorno, ci accorgeremmo, forse, che il bello è a due passi da noi.
This could be heaven…

Andrea Pregel

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Eccoci di nuovo a raccontare una storia che sa di già sentito. Ci eravamo illusi di poter vedere un festival di livello europeo in Italia, ma ci siamo ritrovati con un evento che di europeo ha solo i nomi. L’intenzione c’era tutta e gli artisti erano di prima classe. Producer e dj come Derrick May, Kevin Saunderson, Scan 7, Dave Clarke, Funk D’Void e tanti tanti altri, avevano spianato la strada a quello che poteva essere un gran successo.

Di certo non si può dire che sia andato tutto bene e senza nessun tipo di problema. Partiamo dall’aspetto tecnico e dell’impianto audio. Non ci si poteva aspettare un Funktion One in tutte le sale, ma a Roma al Dissonanze è stato fatto. Sicuramente mi verrete a dire che qui c’erano il doppio delle sale, anche questo è vero, ma non si poteva benissimo averne un impianto di top class nelle due sale più importanti? La Soul e la 3d, quelle con gli artisti più rappresentativi, non potevano essere supportate da un impianto di livello? Un conto è avere un sound system come quello della sala Soul Factory, un buon impianto che non ha dato nessun problema, ma non di certo il top, un conto è un impianto sotto dimensionato e che ha creato diversi problemi ad artisti come Marco Passarani, Dave Clarke e The Hacker. Così si perde la faccia nei confronti dei dj che contano, ma le cose più assurde devono ancora arrivare.

La gestione delle consumazioni presso i bar nelle varie sale e degli stand esterni è stata gestita attraverso l’acquisto di gettoni. Un gettone per 2.50 euro, calcolando che per prendere una birra ce ne volevano due, di certo non è stato economico ma non esagerato come il Dissonanze, ma fin quì nulla da lamentarsi. Verso le tre e trenta finisco i gettoni e mi reco verso lo stand per il cambio dei soldi e mi trovo davanti a delle serrande chiuse. Morale della favola? Niente consumazioni, niente acquisti. Per fortuna che una barista ci ha gentilmente offerto un bicchiere d’acqua, una cosa veramente deprimente per un evento del genere.
Questo è solamente l’anticipazione di quello che stava per accadere. Verso le quattro e cinquantacinque della mattina Derrick May finisce di suonare. Mentre tutti chiedevano l’ultimo disco prima del prossimo dj, anche dalle altre sale non si sente più nulla. Il Maximal è avvolto da un silenzio irreale, interrotto solo dalle urla della gente. Il festival è finito contro ogni più rosea aspettativa e contro le stesse indicazioni dello staff. L’ora prevista per la chiusura era quelle delle sei e mezza (orario preso dal sito web ufficiale), ma chiudere un’ora e mezza prima non è una cosa da poco.
I mezzi fuori non c’erano, la gente è stata maleducatamente cacciata fuori dalle sale, dagli stand esterni e buttata in mezzo alla strada, con molte persone che hanno dovuto aspettare le sei per far ritorno a casa. Per stare sicuro avevo prenotato il volo del rientro a Roma alle undici e trenta, ma se fosse stata data la notizia della chiusura alle cinque, mi sarei evitato volentieri le tre ore in sala d’aspetto di Orio al Serio. E’ un fatto grave che ha creato enormi disagi alla gente, una cosa che all’estero non sarebbe mai accaduta. Una vera e propria truffa anche per tutti quelli che magari erano venuti a sentire artisti come Len Faki o Pet Duo e che non hanno neanche avuto spazio per proporre il loro sound.

Peccato, perchè il festival sotto l’aspetto musicale è stato di ottima qualità, ma come al solito l’organizzazione è sempre all’italiana e il pubblico è sempre il solito. Non ho mai visto così tanta gente sentirsi male, ma questo è un altro discorso e purtroppo nel nostro beneamato paese è la norma. Questa non vuole essere una totale bocciatura verso chi si è impegnato ad organizzare un evento così importante, carico di buone speranze, ma un dubbio ci pervade: non era meglio organizzare una cosa più piccola, ma ben fatta?

Fabrizio Gattuso

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Abbiamo tutti perso un’occasione, e per digerire questa sconfitta mi ci è voluta quasi una settimana intera durante la quale ho cercato in tutti i modi di truccare il bilancio (ironia della sorte è così che mi guadagno il pane nella vita reale…) per arrivare ad un risultato positivo, ma non c’è stato verso, il passivo era troppo alto…
Ma forse per rendere più chiari i fatti è meglio cominciare dall’inizio, da quel pomeriggio caldissimo passato tra la stazione Centrale di Milano e Lambrate a radunare l’armata Brancaleone delle grandi occasioni, amici da tutta Italia accorsi all’ombra della Madunina per il primo grande Techno Evento internazionale made in Italy.
Ai cancelli ci presentiamo per le dieci, puntualissimi per l’esibizione di Funk D’Void, peccato che per qualche motivo la timetable fosse completamente andata a farsi benedire con conseguente confusione generale senza che venisse posto alcun rimedio.
Il nostro caro Lars inizia quindi soltanto intorno alle undici e riesco ad ascoltarlo una mezz’ora scarsa prima di chiudermi in sala Detroit, dove passerò comunque tutta la sera, per il live degli Scan 7 (anche se in realtà ce ne era solo uno).
Così mentre il povero FDV suonava per quattro gatti più Raibaz, io ero a godermi uno degli esponenti più rigorosi dello stile della Motor City.
Tuta nera, passamontagna e cappellino calcato bene in testa, l’uniforme d’ordinanza della second Techno Generation guidata dal collettivo Underground Resistance, ai loro comandi synth e drum machine pronti all’assalto!
Il battito duro e marziale è mitigato solo da schegge d’archi, ballare non è una possibilità ma un ordine perentorio.
Sudore e birra scorrono che è un piacere ed è già venuto il momento del cambio console con Mr Elevator Kevin Saunderson!!!
Rispetto al Bang Face dove per tutta la prima ora aveva proposto un set a salire qui Kevin va dritto al sodo con le sue atmosfere festose, picchia forte ma rimanendo sempre funky.
La sua performance, anche se purtroppo tutta al pc, è un universo di colori e calore, di dischi classici (Good life e The bells) e appena usciti. Mani al cielo in adorazione.
E’ però a questo punto che iniziano i dolori: quando usciamo pochi minuti dal nostro nido meccanico per andare a vedere come se la cava Dave Clarke ci aspetta un’amara sorpresa: il Dj inglese, come Marco Passarani e The Advent prima di lui (e come successivamente The Hacker), è abbandonato al suo destino con un impianto che fa le bizze e che lo costringerà a suonare appena un’ora.
Intanto il pubblico si è ricordato di essere in Italia ed ha dimostrato una volta di più quanto INCIVILE possa essere: stands rapinati, qualche pugno (fortunatamente pochi) e tanti ragazzi collassati e ricoverati per l’eccessiva droga assunta.
Ora è chiaro che da un festival alla prima edizione non si possa pretendere una precisione svizzera, considerando anche il fatto che l’ambiente è quanto di più ostile possibile, però da uno staff che si è sempre distinto per la propria preparazione tecnica non si può accettare che i dj ospiti siano lasciati nel totale abbandono e le parole di Passarani il giorno dopo bruciano parecchio (una cagata cosmica).
Nel mentre noi si è tornati nella soul room e dimentichiamo ogni dispiacere trovandoci davanti a Derrick May e Saunderson che per agevolare il cambio ai comandi si esibiscono in un breve ma esaltante back to back.
Il set di Innovator è un turbine, più orientato al nuovo rispetto al suo compare, un groove che si arresta solo per dar spazio ad archi e melodie oniriche e quindi riprendere da dove aveva lasciato.
Siamo quasi arrivati all’orgasmo collettivo quando alle ore 4 e mezza circa qualcuno stacca la spina e ci rompe le ossa con l’atroce verità: i permessi ufficiali per stare aperti fino alle 6.45 non ci sono mai stati e gli East End Studios, come tutti i locali milanesi, non sono mai andati oltre le quattro e stasera non si farà eccezione, anche se informalmente era stato promesso il contrario.
Al peggio non c’è mai limite e se i Dj’s non stati avvertiti e quindi si trovano a chiudere di punto e in bianco senza che alcuni, come Pet Duo ed Len Faki, riescano neppure ad affacciarsi sul palco, i ballerini vengono fatti sloggiare addirittura dalla Digos!!!! Manco fosse l’ultimo dei rave illegali con punkabbestia e non un evento perfettamente in regola per di più patrocinato dalla Provincia di Milano!!!!! Ragazzi apprezzo moltissimo il vostro impegno ma ricordatevi che non ci si può basare su accordi informali, tutto va per iscritto specie le questioni su licenza ed orari!!!!
Come si diceva all’inizio si tratta di un’occasione persa per tutti: per lo staff di organizzare un evento sontuoso e riuscire dove nessuno aveva mai avuto successo, per la scena Techno di affermrsi definitivamente, per il pubblico italiano di smentire la sua pessima fama e per le istituzioni che avrebbero potuto dimostrare la loro saggezza supportando giovani capaci unire business e cultura in un modo inedito per il nostro vecchio Paese.
Il fallimento di questa prova del nove ci condanna ancora una volta a fare le valigie e prenotare il primo volo per l’estero.

Federico Spadavecchia

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Immaginate di fare un viaggio temporale, immaginate di ritrovarvi nel pieno degli anni ‘80 e poi ritornare ai giorni d’oggi, immaginate di essere negli anni ‘90 e di nuovo al presente, immaginate un susseguirsi tra passato, presente e futuro. Tutto questo sono i Depeche Mode e non c’è cornice migliore di quella dell’Olimpico.

E’ vero, Roma ha uno stadio piuttosto infelice sia per il calcio che per questi eventi musicali, la pista di atletica tende a separare in maniera netta palco e spettatori sugli spalti, ma l’impatto che suscita la salita delle scalette e la vista delle cinquantamila persone presenti allo stadio, è qualcosa di incredibile e sempre emozionante.
Ad aprire il concerto non ci sono i Motor, duo che seguirà solamente alcune date della tour dei Depeche Mode, fra cui Milano, l’altra data italiana, ma gli M83 che, tra sintetizzatori e campionatori, danno ai momenti precedenti il concerto, un tono molto affine alle nostre frequenze sonore. Si susseguono dischi minimal e techno più spinta che in un impianto come quello presente all’Olimpico, cominciano a dare l’idea di cosa potrà essere la potenza del sound inglese dei Depeche Mode.

Molta gente è ancora alle prese con i tornelli dello stadio, ma puntuali come un orologio svizzero, il palco si illumina: è stato dato il via alle danze.
Il concerto inizia con la stessa canzone scelta per aprire il nuovo album, ovvero “In chains”. Il clima si scalda subito e pezzi come “Wrong” e “Walking in my shoes” mandano in disibilio la folla. Le esibizioni live di tutte le tracce presentano una batteria insolitamente cattiva che, con impianti del genere, fa tremare lo stomaco anche a cento metri di distanza dai diffusori principali, delle vere e proprie frustrate musicali.
Nella prima parte, come del resto in tutti i tour canonici, danno spazio alle nuove canzoni, farcite con classici un po’ meno famosi come “A Question of Time” e “It’s no good”, ma che sanno trasportare il pubblico in un vortice fatto di ritmo, emozione e di allegria generale.
E’ tempo di cambiare la guardia e di dare spazio almeno per due pezzi, all’estro personale e molto particolare di colui che è la mente di questo gruppo: Martin Gore. La sua voce è messa in risalto nelle versioni acustiche di “Little Soul” e “Home”, perle di qualità, apprezzate da tutto lo stadio.
Il bello deve ancora venire, infatti, dopo un’ora di concerto comincia la parte remember dello spettacolo. L’atmosfera è sempre più carica grazie a pezzi come “I feel you”, “Policy of Truth” e la sempre attuale “Never let me down again” tratta dall’album “Music for the masses”, ma anche pezzi come “Master and servant”, “Stripped” e “Strange love” non sono da meno.
Il delirio scoppia su “Enjoy the silence” riproposta nell’ormai conosciutissima versione live. Non ho mai visto così tanta gente cantare, abbracciarsi, ballare al ritmo di una canzone, stiamo parlando di storia. Dall’alto degli spalti si vede la gigantesca marea di gente sul prato, sembra che siano tutti abbracciati con un accendino in mano, questo è il potere della musica.
Ma la festa non è finita, c’è sempre spazio per il classico dei più classici che con il suo ritmo travolgente trasforma lo stadio romano in una discoteca. Di che pezzo sto parlando? Potrei andare avantri per ore parlando di “Personal Jesus”. Il battito inquieto è quasi assordante.
Come tutte le storie più belle anche questa si sta concludendo e con “Waiting for the night”, cantata in calorosissimo abbraccio tra Dave Gahan e Martin Gore, il concerto termina lasciandoci ancora bramanti di piacere.

Due ore sono nulla per affrontare tutta la loro epopea musicale, ma di certo non vogliamo stressare ancora di più il corpo di Gahan, che dopo un tentato suicidio, un’overdose e per ultimo un tumore alla vescica, mantengono in vita un cantante entrato nella storia insieme ai suoi colleghi Freddie Mercury, Ian Curtis, Kurt Cobain, Jim Morrison e John Lennon, purtroppo tutti morti tragicamente.

Fabrizio Gattuso

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Frequencies

Come definire Frequencies.it? Webmagazine? Nightlife Agenda? Blog per reportage e recensioni? Frequencies.it è tutto questo ma anche molto di più: è lo spazio dove i clubbers possono raccontare le loro avventure in giro per il Mondo alla ricerca dell\'atmosfera perfetta... Da oscuri clubs berlinesi ai grandi festival europei passando per i locali e i trends più alla moda, ad accompagnarci in questo incredibile viaggio i Dj\'s, con la loro musica e loro storie. Allora siete pronti a partire?

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