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harrisSecondo album per Quentin Harris, anello di congiunzione tra Detroit, Chicago e New York, che ritorna sulle scene a due anni da No Politics e con un titolo ancora più impegnativo ed eloquente: Sacrifice.
Il sacrificio, come spiegato nella preziosa prefazione di Frankie Knuckles (vedete che bisogna ancora comprarli i cd?), è il tempo da dedicare alla musica, la volontà di scegliere un particolare stile di vita che a volte ti porta ad isolarti lontano da amici e parenti per sfogare un tuo intimo bisogno che non coincide certo con l’avere successo a tutti i costi, aumentandone così il valore ed il peso. Per non dimenticarlo mai Quentin se l’è pure fatto tatuare!!!!
L’incipit è uno spoken words dark con archi e campane a morto, la tensione è già alle stelle!
Ma siamo pur sempre in una produzione Strictly Rhythm ed ecco allora che l’oscurità si tramuta in un beat house sensuale e felino su cui la voce di Denise Henderson inizia a smuovere il nostro basso ventre (Wait) in perfetto stile Chicago.
Lampi di luce nella notte ed erotismo sono il fil rouge di un disco sublime che rimarrà nella storia del genere.
In Baby gets high siamo in pieno Body and Soul, un’assolata domenica pomeriggio a Tribeca (NYC) con il cantato disco di Drew Vision e una 303 che ci ipnotizza nascosta dietro ad un’imponente sezione ritmica.
Paradise segna il ritorno a Detroit con un discorso sulle origini africane della musica House degna dell’orgoglio latino degli UR.
Jason Walker, quindi, viene chiamato a prestare la voce per una cover degli Atlantic Starr, Circles, in chiave New York House.
Si va avanti con The sacrifical lamb col prezioso feat di Dave Morales per due minuti di R&B ad altissimo livello, con un basso torcibudella ed una voce che è un’iniezione di puro testosterone.
A cantare la title track c’è nuovamente Drew Vision; il risultato è una sicura hit da ballare scalzi sulla sabbia con gli occhiali da sole a trasformare il sole nella luna.
Il lavoro di Quentin con i vocalist è davvero impressionante anche perchè non si limita ad usarli come meri strumenti ma li tiene al suo stesso livello, e così Why me (con Cordell al microfono) è il Pop che vorremmo sempre sentire alla radio.
Ma è quando a entrare in cabina è una diva che l’uomo si esalta e, dato un fat beat di house classica, inizia a costruire autostrade verso il mondo dei sogni. Inaya Day intona Do the right thing e i ballerini diventano devoti house soldiers.
Apologise con AAron Carl è una questione spirituale, è la magia del suono di Chicago, è la vendetta della scintillante disco music che nell’underground ha trovato una forza tale da convertire al verbo della danza tutti i sui detrattori.
Unico pezzo strumentale dell’album è Silence giocata su un sample di telefono che squilla a vuoto e che man mano diventa un raggio laser. Per quanto riguarda i cuts vocali la risata inserita potrebbe essere un’omaggio a Don’t laugh di Josh Wink, un artista che ha sempre flirtato molto sia con l’house che con la techno.
Give it 2 you entra elegantemente malinconica su un tappeto d’archi come se gli anni ‘70 non fossero mai finiti, ma sul primo rintocco di campana (stile feel it dei Jackson 5) parte un modernissimo 4/4 sul quale a regnare incontrastata è lei, Ultra Natè, unica regina dell’House!!! Quentin seguirà anche la produzione del suo album solista e qui stiamo già contando i giorni.
C’è anche un tocco di Italia nel candidato principale a disco dance dell’anno, si tratta della giovane Georgia Cee (Don’t U worry) una goccia di limpido talento soul mediterraneo.
A soffiare sulle ultime candele rimaste accese in questa notte buia ci pensa Jason Walker: Home parte lenta, il primo minuto e mezzo solo voce, pad e pianoforte, con i lacrimoni già a bagnarci il volto (and when the world just makes no sense I turn to you) e quando parte la cassa migliaia di clubbers sono ormai un’unica grande famiglia. Personalmente credo di aver trovato la traccia no, la Canzone con cui chiudere tutti i miei set per i prossimi 10 anni.
Rispetto a tutto il ciarpame che oggi si spaccia per house (o peggio deep) Quentin Harris ci ha dimostrato coi fatti qual’è la differenza tra il sesso a buon mercato e fare all’amore.

Federico Spadavecchia

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rotherL’assassino torna sempre sul luogo del delitto e non fa eccezione Anthony Rother, l’uomo macchina già erede designato dei Kraftwerk, che a sei anni dalla svolta Pop del fortunato album Popkiller, un contenitore quasi inesauribile di hit tra cui Father e Back home, esce nei negozi con un nuovo lp dal titolo manifesto Popkiller II.
Il produttore di Francoforte si attiene scrupolosamente alla regola fondamentale dei sequel ovvero dare al pubblico del primo episodio esattamente ciò che esso si aspetta, vale a dire i medesimi personaggi, una trama lineare che metta a dura (ma neanche troppo) prova l’eroe, e l’immancabile lieto fine.
L’apertura di Night non lascia dubbi: appena un minuto e mezzo a riassumere in toto il Rother pensiero fatto di beats electro in 4/4 e grandi melodie malinconiche suonate rigorosamente con synth analogici.
Tocca poi a Disco Light farsi carico del giro di basso e del cantato tutto buoni sentimenti a la Back Home (close your eyes and dream about the day/the day that was the best time in your life…Remember me/ remeber you/remember all the others/and think about the great moments in love) per caricare l’ipnotica electro house di Crushing da ballare all’aba con le mani al cielo e saltando sul ritornello finale.
Il consueto omaggio ai padri di Dusseldorf sta in Cinema con qualche bpm in più.
Il ruolo che fu di Punks spetta invece a Big Boys (that playin’ in the big games/that usin’ the big toys…) cantata in vocoder e melodia in crescendo.
Per sognare continuando a ballare c’è Skyline, lunga suite electro trance per gambe e sinapsi.
Ed eccoci al momento clue ovvero a quella traccia cui spetta il difficilissimo compito di confrontarsi con l’anthem Father il cui titolo beh non poteva che essere Mother, e anche nei fatti siamo davanti alla Viva la mamma della Techno che col suo ritornello You’re always there sicuramente scioglierà i cuori anche dei clubbers più duri (e non oso immaginare l’effetto per chi è calato…).
Meno male che a squoterci ci pensa l’intramezzo Gates!
Finale con l’edonismo ’80’s di Rotation e l’imperiosa Grab your life, per un album che ad un pubblico esigente non suonerà altro che come una raccolta autoreverenziale di poprie cover (senza il potenziale da hit maker del numero uno) mentre i fans più accaniti lo accoglieranno con estrema gioia.

Federico Spadavecchia

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unknown languageLa Techno, come insegna il collettivo Underground Resistance, non è solo un mezzo per la danza ma è anche il veicolo per esplorare il cosmo senza per forza salire su uno shuttle.
La Techno è la colonna sonora che avrebbe voluto Jules Verne per le sue avventure fantastiche.
La Techno è il linguaggio scelto da Fabio Battistetti, in arte Eniac, per raccontarci di un mondo alieno e lontano in sette tracce e due remix; una lingua sconosciuta sì, ma che non ha bisogno di parole nè tanto meno di melodie perchè bastano le vibrazioni, ritmiche ed armoniche, per renderla universalmente comprensibile.
La via maestra è chiaramente quella tracciata dai pionieri minimalisti tedeschi della label Raster Noton (degnamente omaggiata nell’ April’s Riga Remix di December), ma Eniac dimostra di essere capace di saper affrontare un percorso personale: suoni utilizzati a mo’ di ingranaggi di una claustrofobica navicella.
Tintinnii metallici fungono da radar sensoriale per orientarci su paranoici pad abbandonati nell’abisso siderale a vagare senza meta come asteroidi.
Gli accenni alla melodia sono quanto resta del sentimento umano infranto dall’alienazione urbana, per cui ci si può trovare nel centro della città più popolosa ma sentirsi comunque isolati, incapaci di comunicare con gli altri.
Ed allora ecco che si rivela l’importanza di una sinfonia all’apparenza astratta, in cui perfino la voce è
filtrata dalle macchine, ma in grado di entrare in sintonia con la nostra essenza più intima sincronizzandoci sulle medesime frequenze.
Il suono che emerge da questo gelido e malinconico rigore nasconde però nel profondo una flebile fiammella funky che ancora brucia e che potrebbe addirittura far ballare i neuroni in cortocircuito.
D’altronde in un mondo governato dall’algida perfezione digitale cosa c’è di più umano e caldo dell’errore?

Il disco è disponibile in download all’indirizzo http://www.chewz.net.

Federico Spadavecchia

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nuits sonoresLa scena techno (che poi, ormai una buona metà suonano house, ma vabbè) vive da sempre moltissimo su alcuni riti che si ripetono sempre uguali, e molti di essi sono merito del più grande brand manager della scena, papa Sven, che proprio grazie alla ripetizione ad libitum di questi rituali, tipo il set cazzone al Time warp o l’ultima ora revival al Green&Blue rafforza di anno in anno il proprio impero Cocoon.

Tra questi rituali, i più famosi “commercialmente” sono fuori di dubbio i cd mixati della serie “The sound of the nth season”, che annualmente raccolgono il meglio della stagione ibizenca e il paccottone annuale della Cocoon Compilation che ogni maggio/giugno consacra qualche nuovo talento e permette a qualche artista di vecchia data di fare qualcosa di diverso dal solito, non sempre con risultati validi.

Anche quest’anno, puntuale come la dichiarazione dei redditi, è arrivato il pacco made in papa Sven, con dei nomi grossi grossi grossi (Villalobos e Moritz Von Oswald che ormai è tornato stabilmente attivo, per la gioia del mondo intiero), dei nomi trendy trendy trendy (Nick Curly e Dubfire) e il solito paio di quasi-newcomer (Basti Grub e Popof), oltre a un parterre des rois che comprende, tra gli altri, il sempre valido Mathias Kaden, l’ottimo Pantha du Prince, Dice e Reboot più Koze e gli Extrawelt.

Fin qui, limitandosi ai nomi, niente da dire, as always, ma all’orecchio come si presenta la Cocoon Compilation di quest’anno?

Sempre as always, su 12 tracce almeno 7-8 sono scarti di magazzino prodotti in 10 minuti giusto per avere il nome sul prezioso scatolone di vinili colorati e che verranno dimenticati da tutto il mondo nel giro di qualche ora, ma quel poco che si salva ha un suo perchè: la traccia di Kaden, ad esempio, ha lo stesso basso della traccia migliore del suo splendido album su Vakant ma un pochino di groove in più che la rende un gran bel tool, mentre quella di Pantha du prince ha un’atmosfera splendida come i suoi live anche se da suonare è piuttosto ostica.

Senza alcun dubbio le due hittone del lotto sono la traccia di Villalobos, semplice ma efficacissima e, come tutte le tracce di Ricardo, in grado di crepare i muri se usata al momento giusto e di farsi tirare i pomodori se usata a quello sbagliato, ma soprattutto quella di Nick Curly, che non si capisce come faccia a fare sempre lo stesso piccheppacche con due sample houseggianti banalotti eppure a tirar fuori roba che comunque ha un suo perchè; su queste due tracce io mi giocherei un venti centesimi come possibili hittoni estivi, da tenere d’occhio.

Oltre a queste quattro tracce, l’unica altra bella è quella degli Extrawelt, che è davvero bella bella: melodica e ipnotica come loro solito, ma a sto giro un po’ più sbilenca nella metrica delle percussioni, salvo qualche momento dritto e senza compromessi, il che la rende molto più interessante.

Tolte le tracce citate fin qui, poi, il resto è paccottiglia, tra Reboot col bassaccio electreggiante, Dice e Koze che fanno a gara a chi fa la traccia più anonima (ma quella di Koze è imbecille abbastanza perchè Sven la infili in qualcuno dei suoi set lunghissimi, anche solo per dovere di etichetta), Dubfire che si conferma il capo mondiale dei maranza col braccio fuori dal finestrino nonostante Popof le provi tutte per rubargli lo scettro e Basti Grub che probabilmente avanzava dello spazio nella scatola e l’hanno infilato così a caso, visto che in un mondo normale roba così non la stampano neanche sotto tortura.

Ah e poi c’è Maurizio, ma a Maurizio che gli vuoi dire, è una leggenda e ha avuto i suoi problemi, ormai non è che si possa pretendere chissà che.

(E cmq la sua traccia giusto per fare della tappetistica ha il suo fottutissimo perchè, eh, averne di tracce così…poi penso che a suonarla in un orario diverso dalle 10 di mattina son pomodori garantiti, ma questo è un’altro discorso).

Raibaz

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jonsonChi era presente al WMF Club di Berlino lo scorso febbraio sarà già con la bava alla bocca dopo aver letto il titolo del disco. Quella notte per oltre 7 ore siamo rimasti abbagliati dalla classe infinita di Mathew Jonson e compagni, quindi ora che il cd è finalmente disponibile nei negozi non vediamo l’ora di ripetere la magica esperienza nel nostro salotto.
Cominciamo col precisare che il titolo non è altro che il nome del progetto allargato dei Cobblestone Jazz che da trio passano, appunto, a quartetto con la partecipazione di quel The Mole, veterano della scena house canadese, che già da tempo si esibiva coi ragazzi della Wagon Repair.
L’album rispecchia fedelmente l’andamento della performance dal vivo (e forse perciò non ci sarebbe stato male un secondo cd mixato) dimostrandosi una preziosa miniatura di quel suono che oggi dovrebbe essere definito nu house.
In effetti non siamo davanti ad un’opera rivoluzionaria ma ad una fine lavorazione artigianale.
Al momento è finito, o quanto meno sospeso, il tempo delle intuizioni semplici ma geniali dei non musicisti, ed il ritorno alle sonorità di Chicago rischia seriamente di diventare un monotono copia/incolla di samples vecchi di 10 anni su basi ritmiche preparate con ableton tutte uguali.
Ben vengano allora produttori dalla cultura “classica” usciti dal conservatorio e capaci di affrontare a mente aperta le sfide alla tecnologia e all’esaurimento dei generi musicali.
The Modern Deep Left Quartet è esattamente questo: dance moderna riveduta e corretta da parte di musicisti preparati, che sanno miscelare con perizia mezzi analogici e digitali ricavandone un sound caldo e contemporaneamente moderno.
Facile ricondurre il loro approccio al futurista Hi Tech Jazz detroitiano dove stili e strumenti diversi si incontrano per dar vita ad un qualcosa di nuovo ma intimamente classico.
Il battito vellutato di Chance Dub in apertura è un sensuale movimento ipnotico che rimanda tanto a fumosi jazz club quanto a luminosi dancefloor anni ‘80. E il gioco dei doppi continua con il vocoder e le tastiere di Sun Child tra l’house e il charleston, tra il djset e la jam session.
La voce filtrta è il filo conduttore che ci porta alle oscure e technoidi Mr Polite e Cromagnon Man, per poi tornare all’aria aperta con Fiesta, tutta basso slappato e Roland Tb 303.
Children, invece, ha le potenziali dell’anthem: cassa dritta senza tregua ma non invasiva, melodia ossessivamente grave e cantato naturalmente in vocoder. Chance rallenta la corsa, lasciando il campo alle note malinconiche di un hammond e ai sogni dei ballerini.
Sotto il Midnight Sun si consuma l’ultima danza, davanti ad un’indistinta alba che potrebbe essere in realtà un tramonto.

Federico Spadavecchia

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Spada “Happiness EP” (Manual rec.)

Chi l’ha detto che inseguire i propri i miti porta solo a inutili scopiazzature? Il padovano Spada è sempre stato un devoto del verbo Border Community sotto la cui guida è cresciuto un poco alla volta, assimilandone i principi cardine (in primis la ricerca melodica) e nel contempo maturando il proprio gusto, che lo ha portato a varcare il limite della neotrance. L’idea di fondo è quella di realizzare canzoni da ascoltare in ogni momento della giornata e non per forza ballando in un club. Un fine del genere negli anni ‘90 aveva portato alla nascita della idm, oggi, si spera, possa rivitalizzare una scena Pop dance banalizzata a morte.
Questo nuovo ep edito dalla Manual mette finalmente Spada in condizione di dimostrare quanto ha appreso direttamente ed indirettamente in questi anni. Le parole d’ordine sono crossover e sentimento, il 4/4 non è più l’unica via. Le cinque ritmiche presenti pur con stili tra loro diversi sono electro-portaaerei al servizio della melodia, ogni dancefloor avrà così la sua hit su cui sudare e sognare.

UES “Thoughts of a ride” (Exprezoo rec.)

Comincia la primavera e quale modo migliore di celebrarla se non con la nuova uscita targata Exprezoo? Ormai dopo un 2009 ricco di qualità non possiamo più considerarli come semplici emergenti ma come una delle più belle realtà italiane degli ultimi anni in grado di lanciare giovani talenti e riscrivere i trends musicali del momento secondo il loro personalissimo stile.
Accade quindi che Ues butti sul piatto due vinili polverosi, fruscianti, che sanno quasi di tempi passati, quando si ballava lo swing con donne bionde vestite di piume e paillettes chiusi in un seminterrato bevendo champagne di contrabbando.
Il remix di Joss Moog su Where is that song ci riporta ai giorni nostri con un tiro deciso e moderno ma non per questo meno suggestivo.

Dj Gio Mc-505 “Gaucho (Bullet 1 of 2)” (DVR rec.)

Il suo nome oramai lo conosciamo bene, Giosuè Impellizzeri aka Dj Gio Mc-505 è l’estremo difensore dei suoni 80’s italo disco e synth-pop.
Sempre con Moroder nel cuore il Dj pugliese realizza una traccia luminosa e trascinante, quasi fosse una colonna sonora, senza comunque scadere nel revival.
A dargli man forte ci sono Bangkok Impact con un mix dal sapore disco, Gabe Catanzaro che preferisce, invece, metterla sull’acid dipingendo paesaggi lisergici, ed infine Midnight Express che ingrana la quarta e spinge con un potente sound electro-tech.

Monaque “Butterfly” (Highway Records)

Dalla Russia con amore, una calda scena deep balla attualmente sulla piazza Rossa sotto un insieme di influenze che vanno dalla proghouse inglese degli anni ‘90 alla neotrance di casa Kompakt degli anni zero. Monaque vola leggero creando il giusto sottofondo per un’assolato ed ipnotico afterhour dove la musica va percepita più che ascoltata.
Completano il vinile i remix firmati da Sei A, per lui una versione maggiormente fisica e drammatica, e da Jim Rivers che rimescola del tutto il mazzo per passare all’incasso con un poker di liquid funk e acid house.

SCB “SCB 01″ (SCB rec./Hotflush)

Scuba è colui che esplorando la galassia del dubstep ha ridato nuova linfa alla Techno.
Non basta un secondo album appena uscito (Triangolation) e che sta conquistando critica e dancefloor di mezz’Europa, per far sentire soddisfatto uno come Paul, che persino quando è davanti ad una folla di ballerini adoranti non abbozza che un tenue sorriso, no lui si spinge ancora in avanti e rivitalizza addirittura la Techno.
Le basi naturalmente sono quelle insegnate da mamma Basic Channel ma lo sviluppo è un percorso magico dove è facile perdersi rimanendo a fissare le meraviglie che vi si incontrano.
Sul lato A del disco c’è una profonda e malinconica traccia dub techno, il cuore pulsante della pista, mentre sul lato B trova spazio un jazz futuristico proveniente da chissà quale galassia lontana.

3 Good Doctors aka Agaric, Ed Davenport & Beaner “The Marvellously Medicinal Travelling Revue” (We Are rec.)

E concludiamo questa puntata con una produzione corale che fa del sound design il suo punto di forza, un 4/4 classico senza troppi fronzoli progettato unicamente per far pestare forte i piedi.
Su tutte spiccano le versioni di Agaric e Ed Davenport che, pur mantenendo il carattere da Dj tool che caratterizza l’ep, shakerano il dancefloor a colpi di phunky.
Starà poi a voi decidere se utilizzarlo per dare un chiaro segnale di via alle danze oppure come turbo per varcare la soglia dell’after.

Federico Spadavecchia

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vexdSono passati 5 anni dall’uscita di Degenerate, uno dei primi album dubstep di successo, che contribuì ad imporre definitivamente la scena degli ultra bassi a livello internazionale.
Oggi quel dubstep è un lontano ricordo perso nelle sue mille mutazioni genetiche così come Jamie e Roly da molto tempo non incrociano più le loro strade.
Cloud Seed è quindi un album postumo, un requiem fatto di tracce realizzate tra il 2006 e il 2007, pubblicato di forza dalla Planet Mu ma col fermo rifiuto da parte dei due producers di toccare alcunchè in quanto impossibile intervenire sullo stato d’animo di quel periodo.
Allo stesso tempo però questa release è una risposta alle tante domande dei fans circa i singoli ed i remix post Degenerate, ed è sorprendente come le sonorità risultino comunque fresche, non legate al passato.
Con il poster gigante di Kevin Martin appeso al muro, il tema portante resta Blade Runner (la straziante fuga crepuscolare di Remains of the day) e gli scenari da day after guerre atomiche, dove le cheerleader si esibiscono sullo sfondo di una scuola ancora in fiamme (Take time out col featuring di Warrior Queen, la vocalist preferita, neanche a chiederselo, di The Bug).
La nebbia tossica non ha però oscurato del tutto gli esseri umani ed i loro sentimenti, che riescono comunque a conservare dolcezza e tentare slanci verso il futuro (Heart space interpretata da una soulfull Anneka). Se il fascino per il buio del duo è dovuto all’influenza di Kevin Martin, i lampi di luce sono diretta responsabilità di quell’Untrue firmato Burial.
Tra i remix presenti spiccano quello ai Plaid, Bar Kimura restrutturato in una casa degli spiriti completa di catene cigolanti, e a Fallen di Distance che viene asciugata e resa ancora più spigolosa.
Il muro di suono eretto dai Vex’d è invalicabile e, quella che appare come una crepa di silenzio da usare come appiglio per tentare la scalata, è in realtà una trappola ancora più dolorosa.
Peccato che Jamie e Roly non lavorino più insieme, ora non sapremo mai come andrà a finire questo film.

Federico Spadavecchia

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lux nigraInutile stare a girarci intorno, la dub tech è rimasta l’unica navicella disponibile per scappare nell’oscurità, per perdersi nella profondità del suono.
Il beat regola il respiro e, quando s’interrompe, puoi sentire chiramamente il sudore raffreddarsi sulla pelle. Non è la fatica di un’altra notte insonne, ma la tensione adrenalinica della consapevolezza di essere ad un passo dal baratro; gli echi ed i riverberi non mentono mai, pur gettandovi un sasso non si riesce a percepire quanto va giù il pozzo.
No Movement No Sound No Memories, ovvero la condizione dell’astronauta che da tempo si è visto il filo tagliato e che ora si trova a fluttuare verso l’ignoto con una scorta limitata di ossigeno, è anche il progetto che raccoglie su cd le uscite viniliche della lux nigra records (www.luxnigra.de) dal 1999 al 2006 (più un singolo inedito) e masterizzato presso i leggendari d&m studios facenti capo ad Hardwax, grande tempio del dub sound tecnologico. Basic Channel ora pro nobis.
Gli artisti coinvolti sono nomi tutti più o meno noti nella scena. Ci sono le neo stars Claro Intelecto, dal passo idm, e Modeselektor (in una veste inusalmente seria/futuristicamente malinconica) cui si deve una bella fetta del riscoperto interesse che il genere ha risvegliato recentemente al di fuori di Berlino. E c’è chi come Pole si è sempre mosso nell’ombra curando il missaggio ed il mastering di decine di produttori dal nome altisonante, e che solo ora ha deciso di esporsi in prima persona; il suo mix è affidato alla melodia del vento. Something J e Bill Youngman sono gli unici a tirar fuori la voce: un esorcismo in chiave hip hop di epoca pre Skull Disco.
Arovane, invece, è il più soft della compagnia: il ritmo, costruito seguendo fedelmente il verbo mauriziano, si sottrae poco alla volta lasciando sempre più spazio ad un landscape onirico che porta nostalgia di casa.
Gli altri autori, infine, tengono ben salda al viso la maschera sciamanica e quando il buio ricoprirà ogni cosa il rituale avrà finalmente inizio.

Federico Spadavecchia

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tobias rappSpiegare ai Berlinesi perchè ogni weekend migliaia di ragazzi provenienti da tutta Europa invadono la loro città e al tempo stesso raccontare la storia della musica elettronica degli anni zero appena conclusi. Questa è in estrema sintesi la volonta del saggio firmato dal giornalista tedesco Tobias Rapp, che, dopo il grandissimo successo della prima edizione, finalmente viene tradotto in Inglese dalla Innervisions.
Il fatto che sia una casa discografica locale (protagonista dell’ultima evoluzione Techno di questi 10 anni: dalla minimal alla nuhouse) a distribuire un libro ci mette già sull’avviso di quanto sia particolare l’argomento in questione.
I capitoli seguono il corso dei lunghi weekend berlinesi in estate quando si incomincia a ballare il mercoledì sera al Watergate e si finisce al martedì tra Bar25 e Club der Visionnaire sulle rive della Spree.
Non pensiate però di ritrovarvi di fronte ad una serie di anedotti o di consigli su come farvi benvolere dai buttafuori del Berghain, l’analisi dello sviluppo della scena musicale è molto seria e le prime 60 pagine, almeno, sono dedicate al piano regolatore della città, spiegando nei dettagli sia il funzionamento dell’occupazione degli immenasi spazi vuoti lasciati dalla ex DDR, oggi nel mirino di investitori immobiliari, e sia le ragioni economiche che stanno dietro alla capacità attrattiva di Berlino nei confronti di artisti di tutti i tipi. La capitale tedesca infatti, essendo priva di industrie e di imprese di servizi finanziari, ha dovuto cercare le proprie risorse nel settore della cultura.
Tema centrale nella trattazione di Rapp è, come da titolo, l’espandersi delle compagnie aeree low cost che hanno letteralmente riscritto la geografia europea permettendo da un lato ai clubbers di andare a sentire i loro artisti preferiti in un altro stato come fosse un’altra città vicno casa e allo stesso tempo favorendo la circolazione dei Dj che possono accettare date all’estero senza dover alzare troppo il cachet.
Berlino, per la sua posizione centrale e per i suoi due aeroporti low cost, a pochi Km dal centro, è di conseguenza diventata la città ideale per Dj e produttori che vogliono vivere della propria arte e, se poi si aggiunge una politica sociale molto permissiva e a supporto dei giovani, non è difficile capire come mai qui vi siano i migliori locali notturni del Mondo.
Affianco alle descrizioni di club di culto come Berghain, Bar25, Tresor, Watergate, Weekend e WMF l’unico Dj a meritarsi un intero capitolo è Ricardo Villalobos, perfetto esempio di come le correnti musicali possano nascere ovunque (lui cileno ma cresciuto nella storica rivale Francoforte) ma finiscano necessariamente per traslocare a Berlino per svilupparsi e acquisire nuove prospettive.

Federico Spadavecchia

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ceephaxIl lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili. Dopo finisce...oppure no, da qualche parte esistono eroi che si aggrappano con forza alla purezza dell’adolescenza catapultandosi fuori dalle pagine di Irvine Welsh.
Andy è lo smart cunt della nostra storia, non è come suo fratello (Squarepusher n.d.r.), a lui di finire nei libri di scuola non gliene frega niente. Fanculo anche ai top dj’s che girano il mondo in business class con al fianco laptop e cocaina, meglio buttare giù l’ennesima lager della serata e far muovere per bene il culo ai ragazzi giù in pista che non aspettano altro di farsi una bella sudata.
La Tb 303 inizia ad aggrovigliarsi sopra un’irrequieta Tr 909.
Il battito acid happy hardcore di Castilian, alla soglia delle 88 miglia orarie, attiva il flusso canalizzatore e, da lì in avanti, diventa difficile non credere di essere tornati nel 1992, specie se consideriamo il marchio Planet Mu, label simbolo del movimento rave dei primi anni ‘90.
Nel regno di Andy Ceephax Acid Crew Jenkison non ci sono hits da classifica ma le melodie, riff semplici ed evocativi come da antica tradizione Uk Rave (e migliore ricetta per l’MDMA), disegnano paesaggi lisergici color pastello. Il synth pop anni ‘80 è infatti un pozzo praticamente infinito da cui attingere ispirazione.
L’andamento del disco riflette fedelmente quello del party dove a momenti di esaltazione di massa se ne alternano altri più riflessivi e malinconici da passare abbracciati con quelli che, per almeno una notte, saranno i nostri amici più cari.
United Acid Emirates col suo stile all’apparenza semplice (solo synth analogici senza particolari diavolerie digitali) riporta in auge il grande messaggio della Techno old school, sincero amore per la musica e voglia di stare insieme, il tutto detto con una spontaneità e genuinità che solo i ragazzini possono avere.
Ceephax in definitva è il Peter Pan dell’acid sound e noi non vediamo l’ora di seguirlo sull’isola che non c’è.

Federico Spadavecchia

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four tetC’era davvero tanta, troppa gente al Wmf Club di Alexander platz per poter saltare e ballare. L’artista era così lontano e nascosto dietro i suoi due Mac che non l’abbiamo nemmeno visto e così al posto del report di un live sul dancefloor mi trovo a scrivere la recensione di un disco ascoltato sdraiato su un divanetto.
Kieran Hebden, famoso nel mondo della musica elettronica col nome di Four Tet, mette infatti in scena il suo ultimo album di studio, “There is love in you“, roba che se non fossimo solo a febbraio potremmo definire già come disco dell’anno.
Basta un flash della strobo per far sì che la musica mi riporti indietro nel tempo, a quegli adolescenziali pomeriggi primaverili trascorsi ad inseguire con la mente le note provenienti dalla finestra aperta invece di concentrarsi sui libri di scuola. Ad un certo punto mi pare quasi di essere disteso su un prato col sole in faccia, pervaso da un piacevole senso di benessere e pace interiore.
Certo, forse sarebbe più professionale da parte mia se mi soffermassi a parlare di come Four Tet, finalmente libero dall’obbligo della ricerca forzata, sia riuscito a portare il sound neotrance teorizzato da James Holden ad un livello superiore, schiarendo l’eclissi di Burial senza comunque rinunciare ad un groove danzerino così mielosamente Pop. Come nel minimalismo di Steve Reich, la sua formula è essenziale ma al tempo stesso stratificata in cui al centro vi è una melodia dolce, trascinante ma mai invadente.
I discorsi, però, qui servono a poco, queste canzoni sono fatte per essere percepite direttamente con il cuore, sono un lungo mantra purificatore della merda che puntualmente ingoiamo ogni giorno, per le quali ogni tentativo di descriverle razionalmente è un atto di violenza verso le nostre anime già ampiamente lacerate.
Un pò come quando esci dalla discoteca col sole già alto e non ti interessa fare la critica della set appena ascoltato perchè con l’ultimo pezzo che ancora ti gira nelle orecchie tutto ti sembra più bello.

Federico Spadavecchia

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garnierCon la fine dell’anno inizia, come se ce ne fosse bisogno, lo stress delle classifiche di quali artisti, clubs, dischi e quant’altro (e per la categoria miglior buttafuori the winner is……Sven Marquadt!!!) abbiano segnato in maniera rilevante questi ultimi 365 giorni, ma siccome a me le charts non interessano le evito allegramente.
C’è però un album del 2009 di cui è obbligatorio scrivere qualcosa anche se per gli appassionati sembrerà quasi superfluo visto la sua grandezza.
Tales Of A Kleptomaniac” non solo riporta sul mercato una leggenda del mixer del calibro di Laurent Garnier ma è la prova che anche dentro un piccolo disco luccicante può celarsi un intero universo.
Per comprendere a fondo il prodigio cui siamo di fronte non basta l’ascolto seduti comodi sulla poltrona di casa, personalmente quest’anno ho sentito Laurent quattro volte in tre Paesi diversi: Germania, Italia (a Roma e a Torino) e Olanda.
E solo adesso mi sono fatto un’idea sul suo album.
Intanto la prima cosa che salta subito all’orecchio è che live l’impatto sonoro è totalmente diverso che a casa; certo gli impianti di un club hanno un ruolo importante nella faccenda, così come i remix studiati appositamente per il live, ma non si tratta solo di questo.
L’artista più amato di Francia ha infatti messo su uno spettacolo nello spettacolo: atmosfere che dal nostro stereo fanno da sfondo ad una cena tra amici diventano colonne portanti delle nostre notti insonni e danzerecce (a dimostrazione che per scatenarsi non è unicamente necessaria la cassa in 4).
Se poi ci aggiungiamo l’ulteriore livello della seconda parte del disco, scaricabile attraverso Internet, all’insegna della pura avanguardia e sonorizzazione teatrale il cerchio si chiude: ecco la ninna nanna adatta per riaccompagnarci sotto le coperte.
Dal punto di vista stilistico Laurent ha deciso di dare libero sfogo al proprio talento e di non farsi mancare nulla: ci sono gli house anthems Gnanmankoudji (tributo alla sempre sua The man with the red face) e Back To My Roots (Back To My Technodiziak Roots) (il singolo che ha ridato a Garnier la voglia di suonare nei clubs), c’è l’omaggio a Detroit e allo storico club Yellow di Tokyo (Last Dance @ Yellow), i riferimeti al dubstep, di cui è un grande fan, al rap (da cui è attratto come tutti i Francesi), alla drum and bass, altra sua grande passione, e ai Velvet Underground.
Ogni categoria di fan sarà quindi contenta di ascoltare la propria fiaba preferita in cameretta, salvo poi ritrovarsi negli spettacoli dal vivo a ballare tutti insieme uniti dalla magia della musica.

Federico Spadavecchia

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perlonSammy Shackleton ovvero the darkside of the dubstep, ovvero colui che ha avuto il coraggio di mandare all’aria una label di successo come la Skulldisco perchè non più in linea con la propria idea sonora. Oggi per definire la sua dimensione, e quella del suo ex socio Appleblim, bisogna ricorrere al termine post-skulldisco rimarcando quindi con forza l’originalità che li contraddistingue (anche se seguono percorsi diversi) dagli esordi e che non può essere appiccicato ad altri pur meritevoli discendenti.
Dopo aver flirtato con diverse etichette Shackleton decide di pubblicare una raccolta di singoli inediti su Perlon, chiarendo subito che non si tratta di un album vero e proprio.
La scelta della label berlinese, che già in passato l’aveva visto protagonista con un remix all’amico/fan Ricardo Villalobos, suona come la carica definitiva del dubstep alla conquista della Terra Santa della minimal techno, con la differenza che però i conquistatori non cospargono di sale il suolo su cui cavalcano, quanto piuttosto ne assimilano la cultura e le tecniche di produzione.
Come nella minimale del Dj cileno più famoso del mondo le tracce sono lunghe suite dove, su un basso meditato e profondo, succede di tutto per dare l’ipnotica sensazione che non sia mutato nulla.
Si galleggia alla deriva sospinti da una corrente di percussioni mediorientali (da sempre marchio di fabbrica di Shackleton) e micro structures, mentre il canto delle sirene ci sibila nelle orecchie sottoforma di echi e riverberi richiamando la tradizione locale Basic Channel/Chain Reaction.
Un disco da assaporare stando seduti in poltrona in una fredda notte d’inverno coccolati dai suoi mille dettagli o da ballare con energia saltando sugli iperbassi enfatizzati dai potentissimi Funktion One. D’altronde con Sammy è così, inutile cercare di appioppargli una definizione bisogna soltanto goderselo.

Federico Spadavecchia

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Chiara Fumai, meglio conosciuta come Pippi Langstrumpf, è tornata e questa volta in compagnia; sotto la bandiera della Dischi Bellini records, etichetta della stessa Djette, si sono riuniti infatti i migliori rappresentanti della nuova scena Disco italiana realizzando la compilation The Church of Pippi Langstrumpf.
Artisti, in prevalenza del Bel Paese, rimasti fedeli al verbo della tr 808 e al calore analogico dei sintetizzatori anni ‘80 che hanno ridato vita a un movimento da sempre al centro dell’attenzione internazionale ma che in patria non è mai riuscito ad imporsi definitivamente come fenomeno Pop oltre le puntate del Festivalbar.
La compilation è una vivace collezione di sfumature electroniche che vanno dal rinnovamento del suono italo disco più classico, sulla scia della scuola olandese di IF e Legowelt, dei Fratelli Riviera e Gio Mc 505 (che per l’occasione indossa parrucca afro e baffoni posticci per dirigere un film porno), alle moderne contaminazioni con l’house e la techno di Pippi e Club Silencio, senza dimenticare le divagazioni cosmico-8bit del giovane Motorcycle Boy, soluzione adottata anche dai genietti wonky beats Zomby e Joker che stanno facendo sballare l’Inghilterra.
Troppe le influenze per poterle elencare tutte, però, il filo conduttore della selezione si può individuare in quell’attitudine tipica degli 80’s così edonosticamente attratta dai particolari che porta a realizzare melodie scintillanti ed immediate in grado di dare anche al party più oscuro il galmour di una sfilata di alta moda.

Tracklist:

1: CLUB SILENCIO & PIPPI LANGSTRUMPF “Sister Midnight”
2: BOTTIN & ROPIE “Theme From St. Mark 30124″
3: SYD “Jupiter’s Deelight”
4: PIPPI LANGSTRUMPF “Thank You Mr Taylor”
5: FRATELLI RIVIERA “Kameo”
6: SYD featuring NANCY FORTUNE “Discomanic”
7: NAKION “Arkadia”
8: MOTORCYCLE BOY “Breast-fed Robot”
9: ULTRON “Wandering Stars”
10: CLUB SILENCIO “Black Is The Ultimate”
11: DJ GIO MC-505 “Porn Music Movie”

Federico Spadavecchia

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Continuano le uscite legate all’ormai famoso film “Berlin Calling” dove un dj/attore come Kalkbrenner, cerca di rappresentare quello che è il sogno berlinese tra eventi, locali e after nel segno della musica e dello spirito libero.

Seconda uscita, che lascia da parte le melodie sentite nel primo capitolo, riproponendoci della sonorità techno ed house derivate direttamente dal suo background e da quello della label tedesca Bpitch Control.
Il lato A, contiene “Bengang”, traccia dalle sonorità houseggianti che richiamano molto i suoni della casa madre di Ellen Allien, dove un bassline non di altissima fattura, si unisce a un groove ricco di percussioni e sample house. Di certo un brano che farà ribaltare il dancefloor ma che non sorprendere per la sua ricercatezza.
Di tutt’altra pasta è il pezzo sul lato opposto. “Torted”, mostra il vero lato di Kalkbrenner, dimostrando che un artista non perde improvvisamente il proprio talento. La traccia mostra un linea di puro stampo techno, con un synth che in pompa magna scandisce il tempo di quella che sembra essere una vera e propria marcia. Unica pecca è la ripetitività del pezzo che fa perde un po’ del fascino che riesce a trasferire.

Disco che mostra al mercato le due facce di questo producer e di tutta la Bpitch Control. I talenti ci sono e le basi sono solide, se si tornasse un po’ più indietro verso delle sonorità un pelo più ricercate, se ne vedrebbero delle belle.

Fabrizio Gattuso

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Frequencies

Come definire Frequencies.it? Webmagazine? Nightlife Agenda? Blog per reportage e recensioni? Frequencies.it è tutto questo ma anche molto di più: è lo spazio dove i clubbers possono raccontare le loro avventure in giro per il Mondo alla ricerca dell\'atmosfera perfetta... Da oscuri clubs berlinesi ai grandi festival europei passando per i locali e i trends più alla moda, ad accompagnarci in questo incredibile viaggio i Dj\'s, con la loro musica e loro storie. Allora siete pronti a partire?

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