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Correva l’anno 1982 e la New Wave c’era, esisteva, ed era pure giusto così.
Era materia e sintomo di una sorta di nera appartenenza di chi, in un certo senso, vedeva l’oscuro vivere e il non-vivere come una scelta legata ad un sentimento d’amore pessimistico e disperato.
La New Wave faceva parte di quel “sintomatico mistero” o meglio di quella corrente, che come la storia se ne fa paravento, arriva fino ad oggi ripercuotendosi – a distanza di anni – e trovando poca credibilità, venendo spesso screditata, salvo alcuni capi saldi.

Correva l’anno 1982 e chi sentiva i New Order, per fare un esempio, e comprava un disco dove c’era incisa Temptation, e supponiamo che l’acquirente fosse italiano, ciò significava due cose fondamentali:
La prima: c’era un volere di ricerca, come una fede, anche stilistica e non modaiola, tale da venir considerato abbastanza ai margini, ma non per questo marginale per confluire in uno “sparti acque” di solleticante avanguardia, così rilevante da cambiare verosimilmente le sorti della musica rock…
La seconda è che i dischi si compravano e i concerti erano eventi di una relativa consistente importanza.
L’evento live era sostenuto, rispettato e aspettato.

new order

Nel recuperare certe estetiche, tendenza non del tutto negativa, come la teoria del termine “Post Punk” pensata da Simon Reynolds, arrivati ad oggi spesso si cade nell’errore nostalgico di rimanere abbarbicati a sentori e ricordi; come un moto perpetuo di revisionismo in note e voci distrutte da chissà quale male di vivere; di battute precise e funzionali alle percezioni sensibili – che lasciano poco, se non il voltarsi esclusivamente indietro.

Oggi negli ascolti di un certo tipo, non si parla di questo o di quel dato tempo, e va da se che il risultato spesso è quello di non lasciar niente ne di creare realmente niente- niente di nuovo. Nemmeno c’è modo di esprimere o agglomerare “esseri audiofili” in una sorta di massa fluida che segue, rincorre e ricerca con estrema devozione certe sonorità, e non più correnti, musicali.

Il “passatismo” prescinde dalla creatività.

Gli anni ‘80 sono finiti, ma non significa che un certo genere di musica possa ancora denunciare e dimostrare qualcosa.

cureDa qui si potrebbe approdare a una serie discreta di gruppi o meri gruppetti incanalati in un’angoscia sostanzialmente scopiazzata degli anni ‘80, fiocchettata grossolanamente di pasta di riso, facce emaciate, malesseri e tristezza vagamente sparsa, anfibi e pantacollant e un costante sguardo verso ciò che per la maggior parte di noi giovani dovrebbe essere obsoleto.
Questo concetto è anti-tempo, la musica di qualità deve viaggiare legata a doppio nodo con il tempo, come madre e figlia e farsi bella con il supporto di una cultura storica.
Quindi, correva l’anno 1982 e chi sentiva i New Order, nutriva e nutre ancora oggi un sentimento di ricercato e accanito romanticismo, tale da venir considerato abbastanza ai margini, di nuovo e ancora fuori dalle righe, e ricco-molto ricco di un raffinato interesse.

La storia è fatta di gesti epici, ma anche di atti violenti.

La musica, pressapoco viaggia in maniera simile, ma non uguale.

Milano-Maggio 2011.
soft moonAl TNT, probabilmente nome non a caso, i Soft Moon di San Francisco hanno infiammato il locale cercando di far tornare alla mente gruppi come Sister of Mercy, Joy Division, Cure o Suicide.

Il loro album di debutto suona già da un anno e porta con se diverse contaminazioni di vario genere. grida strazianti mescolate in un caotico ordine che solletica partendo dall’industrial e arrivando ad una sorta di esoterico, sofferente e mistico synth wave con dei retaggi anche goth.
Poi le marce sincopate, le grida a volte eteree e strette a chitarre sognanti, come perse, si apprezzano e coinvolgono il pubblico in “circles” – ritmiche precisissime e il loro sprofondare in malinconici tetri e arroganti giri di basso, matematiche partiture di chitarra, synth espressionistici del più puro post punk.

L’artefice è Louis Velasquez che, insieme al suo gruppo, dipinge e rappresenta in maniera paradossale, ma estremamente tecnica e ricercata in quanto a strumentazione e suoni, un meraviglioso quadro visionario e vagamente metafisico , potente al livello di caratteri, forme e cura anche nel tergiversare verso immagini horror e post apocalittiche come nei pezzi “when it’s over”.
Pollice verso per questi umili e coraggiosi ragazzi. 8+

Chloe Raffey

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bangfaceHard Crew sei stata messa in guardia, lo sapevi fin dall’inizio che avresti dovuto tirar fuori tutto il coraggio disponibile per questo quarto appuntamento a Camber Sands.
In giapponese l’ideogramma del numero 4 è lo stesso con cui si scrive morte, un presagio che lasciava davvero pochi dubbi d’interpretazione.
Fortunatamente nemmeno un esercito di zombies, vampiri ed assassini psicopatici può tener testa all’armata di James Saint Acid composta dai guerrieri più valorosi del mondo Rave. Che il Bang Face Weekender abbia inizio!!!

Ad aprire il vaso di Pandora dei prossimi tre giorni è stato chiamato una persona davvero speciale, da sempre in bilico tra più universi paralleli: Bez!
L’ex membro degli Happy Mondays, o meglio l’ex pusher visto che lui non suonava alcunchè, qui in veste di vocalist è puro carisma chimico, roba che al confronto il Franchino dei bei tempi era un morigerato Papa boy.
Ed a proposito degli anni ‘90 i primi artisti ad esibirsi sono tre veri prime movers della scena Uk hardcore: Bizzy B, Remarc ed Equinox.
I tre tenori mettono in scena un back to back con altrettanti mixer e sei piatti per render chiaro da subito un concetto base: la Old School è più viva che mai ed i giovani d’oggi ne hanno da mangiar panette!!!
bangface2
Siccome repetita iuvant ci pensano gli ex Altern-8, Mark II (cambio di nome per motivi legali), a dare sonore ripetizioni di stile sciorinando quel mix di beats sporchi ed emozionanti che hanno segnato un’intera generazione, ma che ancora oggi hanno la forza di conquistare nuovo pubblico. L’unica megahit proposta a mò di ciliegina sulla torta è Baby DLet me be your fantasy“, 1993 e pelle d’oca!
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Tra gli emergenti spiccano i Baconhead, due ragazzi e una ragazza, che riescono ad esprimere chiaramente la loro opinione sul post wonky beat. Da rivedere al più presto.
Torniamo alle leggende ed in cattedra sale Pierre, il padre dell’acid house.
Non avevo grandi aspettative per il Dj americano visto che negli ultimi tempi, specie quando viene a suonare in Italia, si limita schiacciare play su un Pc carico delle hits del momento. Invece lo stronzone mi spiazza alla grande sfoderando vinili ed il lato oscuro e violento del suo wild pitch. Persino French Kiss suona come uno stupro a bordo della Morte Nera.
Nella sala grande intanto è la volta di Clark, alfiere della Warp rec., sferzare la pista con spranghe intelligenti.
clark
Il coloratissimo pubblico del Bang Face è l’assoluto protagonista con i suoi banner bizzarri, i glowsticks ed i giocattoli da spiaggia gonfiabili ma soprattutto un’incredibile empatia; non è un caso che negli anni le facce degli oltre 2000 presenti siano bene o male sempre le stesse, il termine crew rappresenta perfettamente la situazione. Oltre a quelle indigene popolano l’allegro villaggio vacanze Pointins la crew degli Svedesi, che organizzano il prestigioso Norberg Festival (http://www.norbergfestival.com/), quella degli Olandesi che accompagna i devastanti Acid Junkies e la nostalgica/ecstatica 030303 Rave Team, e quindi la nostra crew italiana con tanto di pasta al pesto, soppressata calabrese e castagne al Rum (ringraziamento speciale a Mamma KK).
italian hard crew
Il main event del venerdì è sua Maestà Jeff Mills ed il suo something in the sky.
Un’ora e mezza in cui le gambe rallentano mentre la testa è già dispersa nel cosmo: The Wizard tesse un sogno collettivo manovrando il brillare delle stelle. Decks e 909, bastano questi semplici strumenti per imbastire uno show grandioso quando si ha davvero talento e qualcosa d’interessante da condividere.
Atterraggio movimentato con The Bells e si riprende a sudare con i picchiatori Limewax, bravo ma tutto sommato ordinario, e la coppia Hellfish & Bryan Fury che ci mette al tappeto a tempo record.
La buona notte, si fa per dire, ce la da Mick Harris alias Scorn.
L’ex batterista dei Napalm Death è curiosamente allegro mentre evoca scenari di deprimente alienazione. Il dubstep viene avvelenato da un tossico assenzio, i ravers detestano il sole già alto.

Sia benedetta la fatica di oltre 24 ore in piedi che ci ha permesso di dormire nonostante l’afterhour organizzato dai nostri vicini di casa!!
Il sabato si apre con un ottimo set acid house di Space Dimension Controller, che per tutto il weekend ha fatto coppia fissa con Mark Archer dimostrando una devozione nei confronti della vecchia scuola davvero ammirevole.
Con l’intermezzo di Slugabed si passa ad un altro mitico nome del passato: Adamski!!!
adamski
Peccato che non si sia presentato con le tastiere per un più pratico Macbook, ma che freschezza!!!
Un’energia ed una presa Pop che vagliela a spiegare a tutti questi pirletti dal loop facile (e banale)!!! Il climax lo si raggiunge con un remix terremoto dell’intramontabile Killer e trattenere la lacrimuccia è fatica sprecata.
Caricati come delle molle scattiamo al grido di ATARI TEENAGE RIOT con Alec Empire che non ha perso per niente lo smalto degli esordi. La Techno spinta ai suoi limiti estremi satura gli imponenti Funktion One ritrovando il suo vigore come strumento di lotta politica. Kids are united for the rave-o-lution!!!
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Ultimi giri di danze prima di tornarcene tra le lenzuola con l’istrionico Otto Von Schirach, ormai di casa al Bang Face, il tritacarne FFF ed Untold.
Tutto è ormai pronto per la grande festa di chiusura che inizia già al pomeriggio della domenica nel Queen Vic, il pub o sala 3, che ospita colui che avrebbero dovuto chiamare come Dj al ricevimento di William e Kate: Andy Ceephax Acid Crew Jenkison!!!
ceephax
Il djset è un qualcosa di oltremodo spassoso: da Maria Cochitavamos a bailar esta noche” (colonna sonora di Scarface) ai Depeche Mode, a “The Riddle” (sì quella che è stata rifatta da Gigi D’Agostino) ad ancora perle minimal synth di fine anni ‘70. Il massimo è stata una mezz’ora a base di sigle di telefilm anni ‘60 che si potrebbe interpretare come una lucida presa per il culo a tutti gli attuali Dj finto intellettuali che se la menano con trombette e loop pseudo jazz che manco dal dentista.
Finiti i giochi però si fa sul serio con il live: Tr909, Tr707, Tb303, SH101 e molto altro ancora per celebrare il suono acid e farci sudare come bestie!!
Un grosso punto interrogativo invece per Gonjasufi che anzichè proporre l’album si porta sul palco la band per 20 minuti di punk rock da assemblea musicale a scuola. Boh!
Meno male che le poche certezze rimaste nella vita ce le salva Luke Vibert con un set aggressivamente acido e mentale.
Il concerto dei risorti Leftfield va al di là di ogni più rosea aspettativa: si presentano in tre con una batteria da 10.000 pezzi e tipo 10 sintetizzatori!!!
La musica ci avvolge ma su Afro-Left e Space Shanty mi devo reggere forte alle transenne per non essere spazzato via dalla Bora dei subwoofer mentre dietro di me infuria la tempesta con ragazze che navigano su canotti e un gigantesco Smile che ci da la caccia. Se poi contiamo i visual 3D alle spalle del gruppo il trip è completo.
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Un tenore in frac intona il Nessun dorma tra gli applausi di tutti mentre il padrone di casa Saint Acid ci regala l’ultima ora di festa. L’armata delle tenebre è stata sconfitta.
Il Bang Face anche stavolta ce l’ha fatta, questi ragazzi han dimostrato che un altro clubbing è possibile lontano dalle superstar capricciose e da utenti ignoranti, riuscendo ad equilibrare intimità con professionismo, Pop e ricerca. I coraggiosi che si spingono fino a qui sulla Manica sanno che ne vale la pena, per tre giorni si vive insieme sognando le stesse cose; i nomi dei Dj’s sono importanti ma mai quanto il l’atmosfera che si respira ed infatti c’è pure qualcuno che per tutto il tempo non è mai riuscito a mettere un piede dentro le sale!

Federico Spadavecchia

gonfio

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nycArrivato nella grande mela in un nevoso primo di aprile, sin dalla prima serata, alla faccia del jet-lag, ho provato ad inserirmi nel piano regolatore del clubbing indipendente della città.
Passando, nei vari giorni di soggiorno, dal supercool quartiere di Meatpacking, in zona Chelsea, alle Public Assembly più’ oscure di Brooklyn.
Facciamo un passo indietro.

LCD SOUNDSYSTEM decidono di dare l’addio alle scene col botto, programmando il loro ultimo concerto nientemeno che al Madison Square Garden.
THE LAST SHOW EVER” era stato preso da tutti i fan come l’evento mediatico della stagione.
I tickets erano stati polverizzati dal secondo dopo che erano stati messi on line: d’altronde sarebbe stato l’ultimo concerto di sempre, il progetto sarebbe stato chiuso.

Su Ebay i prezzi dei pochi biglietti di “seconda mano” presenti erano schizzati fino oltre i 1000 dollari.
Nonostante tutto questo ero sbarcato a NYC carico di entusiasmo e smanioso di trovarne almeno 2 di questi agognati talloncini, in un mercato nero cittadino che speravo fiorente.

La prima sera poi, l’autostima derivante da una botta di culo/valida presentazione che mi permise di partecipare al Pre Party ufficiale organizzato dalla loro etichetta DFA, al 18esimo ed ultimo
piano di un hotel completamente in vetro sull’High Line con vista su Chelsea, mi convinse che ce l’avrei fatta.

La sera di venerdì primo aprile quindi mi immersi gratis e piacevolmente, insieme con la meglio gioventù’ musicale di New York, tra i vari artisti che solitamente leggevo sul sito della DFA,
chiamati in massa a far girare vinili per celebrare l’evento dell’indomani.
Si alternarono Shit Robot, Juan Maclean, Matt Cash, ed altri vari che con l’andar dei cosmopolitan che tracannavo fatico a ricordare.
Passavano dischi come Falling Up di Theo Parrish, Cavern dei Liquid Liquid o roba dei Talking Heads alternati a cose by DFA.

Donne e uomini, ma soprattutto donne, ballavano questa mistura di funk elettronico con il sorriso sulle labbra ed il cocktail in mano.
Capii subito che a New York bere è considerata una cosa tremendamente seria.
Il bancone del bar esplodeva, nonostante i 17 dollari a bevuta, l’atmosfera era incendiaria. Si prosegui’ così in un confuso crescendo funkalcolico fino alla mattina.

Tutto era figo anzi pheeguissimo.

Il giorno dopo, sabato, era arrivato, ed io ero ancora sprovvisto dei biglietti. Sin dal tardo pomeriggio avevo cominciato cautamente ad aggirarmi nei dintorni del Madison Square Garden per
cercare l’uomo giusto.

Sulle principali riviste musicali cittadine l’avvenimento era attesissimo.

La sera prima al Madison Square Garden suonavano i celeberrimi Strokes. Ebbene su Time Out, diffusissimo e credibile magazine di nightlife e non solo, consigliavano neanche tanto ironicamente di acquistare i biglietti degli Strokes, solo per provare a nascondersi dietro al proprio seggiolino ed aspettare lo show di LCD Soundsystem del giorno dopo, i cui biglietti non erano mai stati visti da nessuno. Nulla. Fino alle 8, ora in cui il concerto stava per iniziare, non trovai niente.
Poi l’unico personaggio che mi offrì 2 biglietti era un afroamericano alto circa 2 metri e largo 70 cm.
Nel giro di 40 minuti da 200 dollari l’uno riuscimmo a contrattare a 100 cad.
lcdScucimmo i soldi e di corsa dentro, in mezzo alla marea umana che stava arrivando da Pennstation, tutta vestita uguale, completamente di bianco con il cravattino nero, ad imitare James Murphy.

Passato il primo check point, cominciavo già a sentire in sottofondo la filodiffusione che scandiva note dell’ultimo cd degli LCD’s. Ce l’avevamo fatta.

Tutto liscio.

Fino all’ultimo limite.

Un uomo con la pistola ad infrarossi bloccò la nostra euforia. Ci invitò a far controllare nella fila apposita all’ingresso se il biglietto fosse regolare.
Cinque minuti dopo sui nostri tagliandi campeggiava il timbro indelebile “fake”.
Uscendo, vidi, a poche decine di metri, il bagarino che ci aveva dato il “pacco” ancora aggirarsi placidamente nella zona, forte della sua stazza.
Li per lì lo sconforto o l’adrenalina mi fece optare per un’azzardata pacca sulla spalla ed “Hey man, sorry man, give me my money back!!!
Bhè, inverosimilmente lui si guardò intorno e mi ridiede i miei dollari. Non ci potevo credere.
La mia faccia doveva essere proprio incazzata.
Per un secondo pensai di riprovare a cercare un altro bagarino. Poi le incognite legate ad una nuova disperata ricerca prevalsero e decidemmo di spostarci salutando definitivamente la possibilità di assistere al “THE LAST SHOW EVER“.

Ci dirigemmo a Williamsburg per la cena e per avvicinarci al party, di cui, in modo avveduto, avevo comprato le prevendite su Resident Advisor (lì ero riuscito). Dalle 2 avrebbe suonato il mio ammiratissimo Caribou.

Non avevo mai visto niente di Williamsburg e l’impatto fu da non credere. Scendere a Bedford Avenue lascia a bocca aperta per l’immagine vintage di fiabesco villaggio Indie (o se preferite Hipster) su misura per music addicted.
Locali uno dietro all’altro per isolati; concerti, club ed ogni genere di espressione musicale in evidenza ad ogni angolo.
Le strade tappezzate di manifesti di live formidabili ascoltabili nei paraggi. Prezzi ragionevoli. Un viavai mostruoso e continuo di personaggi stile festival musicale.
Lontanamente potrebbe ricordare un po’ Friedrichshain a Berlino, più’ in grande; per altri versi anche alcune zone di Camden Town a Londra, ma decisamente più’ autentico e non turistico. Con un completamento come quello dello Skyline di Manhattan visto dalla parte di Brooklyn.

La serata continuò con la ricerca del locale, che facemmo fatica a scovare perché non era un locale. La festa si sarebbe tenuta al primo piano di un vecchio magazzino degli anni ‘40. Uno stanzone enorme con pavimento in parquet, bancone del bar costruito con legni improvvisati e consolle tipo altalena legata con delle cinghie ai tubi che passavano sul soffitto.

mr saturdayMister Saturday, così si chiama questo party itinerante che ogni sabato offre un ospite internazionale e si sposta di settimana in settimana in varie zone della città.
Anche qui tappeto musicale tendente ad un funk-nudisco, con la gente che continuava ad entrare e a riempire lo stanzone e ad affollare il bar.

Se la sera prima a Chelsea il pubblico era da rivista patinata, lì a Brooklyn si avvertiva un’energia più’ meticcia, colorata e sudata, ma invitante ed accogliente oltre che spontanea e schietta.
Caribou si presentò in orario, con occhialini da vista modello professore in pensione, ma con una gran voglia di divertirsi.

Il set alternava pirotecniche girandole d’elettronica aggiunte a quel ritmo un po’ ruffiano che costringeva tutti a muoversi, pur senza un groove costantemente grasso o potente.
Doverose poi le parentesi Funk, regalate a mo’ di tributo alla città che l’ha inventato e in cui ancora ama inzupparsi.
Dopo averlo sentito live con la sua band, devo dire che anche in veste di dj risulta distinto, disinvolto ed introspettivamente estroverso.
Ottimo poi l’ascolto dell’inedito Ye Ye, uscito su vinile di li a poco, sotto lo pseudonimo di Daphni.

Tutto questo ed ero arrivato solo da un giorno e mezzo.

La mia permanenza prosegui’ ottimante di giorno come di notte, vagando più’ o meno casualmente tra dj set all’interno del Moma Museum, sempre aperte ballroom nel Lower East Side o nel
Village, che potevano regalare techno di giovani sconosciuti come di Francois Kevorkian. Oppure concerti di uno delle migliaia di gruppi in gamba reperibili a New York.
Mi sono imbattuto in ordine sparso in: Le Tigre, The Drums, Wire, Holy Ghost, Metro Area, un revival del Paradise Garage di Larry Levan .. tutta roba di primissima scelta che si poteva scialare nel mucchio delle proposte.

Dire “tanta roba” non sarebbe esagerato.

unsoundPoi per il gran finale, l’ultima notte NYese, il venerdì’ seguente, rintracciai leggendolo su un giornaletto locale l’Unsound Festival, programmato nella Williamsburg Public Assembly. Organizzato
sin dal pomeriggio, in collaborazione anche con Mutek Festival.
Questo Unsound nel line up presentava nomi gravitanti attorno all’etichetta inglese Hyperdub oltre che lo stesso fondatore proprietario Kode 9.

Mi presentai giusto in tempo per gli ultimi tickets disponibili.

Le due sale erano abbastanza piccole, nere con poca luce, all’interno di quella che era la sede primi ‘900 dell’Associazione Polacca di Brooklyn.
Mentre davo un occhiata in giro, un massiccio TurboSound sversava bassi sconcertanti sul pubblico. La ressa era tale che si faticava a camminare oltre che ballare.
Tra le proposte, non male il padrone di casa Badawi (Brooklyn) ed ottimo il live fluido ed ipnotico di Lone (aka Matt Cutler).
Trascinante Kode 9 a presentare il nuovo album in uscita in quei giorni. Discretamente occupato anche a dimenare le braccia, palese sintomo di carica ed apprezzamento verso gli spettatori.

Eccezionali infine le 2 ore circa di Appleblim in intensità e persistenza, barbituriche e colpevoli di decretare il definitivo smarrimento psicologico degli astanti.

Il mood di uno sciolto pubblico pareva aver raggiunto l’apice dell’ebbrezza poco oltre le 6 del mattino, proprio l’ora in cui poi i buttafuori, lavorando duramente, hanno dovuto spedire a casa i presenti, gonfi come tacchini.

Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa sul viaggio, ma troppi erano gli stimoli, per quanto ho riportato, tanto ho dovuto tralasciare e un po’ mi dispiace.

Sintetizzerei fondatamente con una scritta vista sulla giacca di un ragazzo di colore a Brooklyn:
New York Fuckin City.

Lorenzo Teneggi

P.S.: Il concerto degli LCD’s poi l’ho visto per alcuni pezzi solamente su You Tube. Ho letto che ha fatto paura e loro hanno suonato tipo 3 ore. Peccato

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Dopo aver preso droghe molto buone c’è questo sentimento che tutto stia collimando perfettamente, stai sentendo della grande musica, stai ballando, hai questo feeling fantastico, e ti sembra che questo possa durare per sempre, ti auguri che la tua vita possa essere sempre così. Bobby Gillespie (Primal Scream)

Il giorno che mi mettero’ a fare musica pensando ai soldi….quello sara’ il giorno del mio fallimento come artista vero. Renato Figoli

Cinque edizioni sono la maggiore età per un festival, la consapevolezza di essere ormai diventati un qualcosa di più che un modo alternativo di spassarsela con gli amici nel weekend.
Il Bloc Weekend nei suoi cinque anni di vita ha rivoluzionato il concetto di rave e della sua fruizione portando per tre giorni all’interno del Butlins resort di Minehead il meglio che la scena elettronica da club possa offrire.
I ragazzi del Bloc per tutte le precedenti edizioni sono sempre riusciti a superarsi e questa volta sarebbe stata quella determinante per assurgere all’Olimpo dei festival, quindi capirete quanto il rischio di finire vittima della troppa fama fosse alto.
Ed invece tutto è andato per il meglio nonostante le troppe richieste che hanno messo ko il sito delle prenotazioni e le difficoltà di un viaggio che senza più la possibilità di atterrare a Bristol ci ha impegnato per una buona giornata.
minehead
Dalle 16 fino alle 10 mattino, è questa la durata dei party di venerdì e sabato mentre la domenica culminerà all’una e mezza con la cerimonia di chiusura.
La prima serata la dedichiamo all’Uk Bass sotto la bandiera Subloaded dove assistiamo al trionfo della vecchia scuola dubstep con un Pinch più profondo dell’Ottobre Rosso ed un Mala esplosivo. Ottimi anche la nuova leva Gemmy ed un sorprendente Loefah che messa da parte la sua caratteristica atmosfera narcolettica butta sul piatto rimandi all’acid house per una pista in delirio.
crowd
Il set di Untold ci introduce ai Magnetic Man che confermano quanto già avevamo visto: Benga, Skream ed Artwork confezionano un prodotto perfetto per le major discografiche e per chiunque sia troppo indiefighetto da non voler appannare le proprie lenti quadrate con una sana sudata sul dancefloor o farsi spettinare dai woofers. E comunque meglio soli che male accompagnati.
Stesso palco ma attitudine completamente diversa per uno dei padri del suono Techno europeo: Mark Bell alias LFO.
Dimenticatevi i suoi album su Warp, di cui viene eseguita la sola Frequencies, perchè ora il sound è granitico, aggressivo, e fa sanguinare persino i Funktion One.
Ramadanman, invece, continua la strada della contaminazione ma rimane chiuso nel loop della nuhouse che ne smorza l’entusiasmo.
Prima di andare a dormire rendiamo il giusto omaggio a Dj Pete simbolo della Basic Channel berlinese e status quo della Techno. Con lui per magia vinili all’apparenza diversissimi tra loro si fondono insieme naturalmente e sopra il klang oscuro dell’industrializzazione i riverberi originano melodie celestiali.
Il sabato è la celebrazione degli anni ‘90 a partire da quanto proposto dalla I love Acid Crew
nell’igloo Ableton. Luke Vibert scalda la Tb 303 che diventa euforica e bizzosa quando al comando sale Ceephax.
Andy ha seri problemi di sincronizzazione degli strumenti (tutto hardware analogico nemmeno un pc usato a mo di sequencer) così pur incazzato nero prende ad improvvisare con ciò che funziona in quel momento. Tanta qualità ed ironia fanno sì che la festa decolli!!
E’ quindi il turno di un’altra leggenda made in Uk, Mark Archer, costretto per motivi legali ad esibirsi sotto le mentite spoglie di Mark II anzichè con il celebere moniker di Altern8. Primo disco: Human ResourceDominator“, ultimo The ProdigyOuter Space“, indovinate l’inferno che c’è stato in mezzo!!
mark II
Calmiamo i bollenti spiriti con il poetico live dei Dopplereffekt, malinconici Kraftwerk post capitalismo.
Chissà cosa starà pensando Alva Noto nel vedere una massa di giovani scatenarsi sui suoi ritmi impossibili di norma riservati al composto pubblico delle gallerie d’avanguardia?
La bellezza del beat in sè, godere dello sfrigolio di un oscillatore, avere la sensazione di poter toccare le particelle di cui sono fatte tutte le cose. Minimale nelle frequenze ma non nel concetto.
Four Tet è ormai un’amante della pista da ballo e il suo live rasenta quasi la prog house.
Finalmente è giunto il momento del main event che tutti aspettavano con ansia: Aphex Twin is in da house!!!
Ancora una volta la old school dimostra la sua grandezza con Richard che spazia da atmosfere pestilenziali ed acide a scosse di iper basso con incursioni nella Techno.
Inchinatevi davanti a colui che può suonare e produrre qualsiasi genere!!! Se poi ci facesse la cortesia di un nuovo album gliene saremmo infinitamente grati!!!
bloc people
Il figlio preferito di Odino, Venetian Snares, ci suona la ninnanna alla velocità del suono con un djset a base dei suoi ultimi album Filth e My so called life.
Il pomeriggio della domenica lo dedichiamo ai giovani talenti. Boxcutter, che anzi ormai va considerato artista pluriaffermato, ci fa saltare con un mix di dubstep, idm ed house.
Peccato che abbian deciso di tenere aperte, oltre al main stage, soltanto le salette secondarie e la tenda di Ableton cosatringendo a lunghe code e in alcuni casi a sentire la musica da fuori come puntualmente successo per l’ottimo Global Goon ed il classic acid set di A Guy Called Gerald.
Luke Abbot fa vedere chi comanda in Border Community ben conigugando l’idm con la dimensione onirica dell’etichetta di James Holden.
Lone dal canto suo si presenta con un inaspettato djset a dimostrazione di essere ormai pronto per la Rephlex.
Tecnica grezza in stile americano e voglia di uscire dagli schemi per Kyle Hall, astro nascente from Detroit, che si cimenta con techno, house e dubstep con la folla che grida il suo nome.
La festa è quasi finita rimane ancora un’ultima pratica da archiviare: lo show L.B.S. di Laurent Garnier.
Garnier non suona musica ma infonde le emozioni che vorremmo sempre provare, quel senso di pace e di fratellanza per cui non sei più un singolo perso nell’universo ma fai parte di un qualcosa di più comoplesso con un grande cuore pulsante.
In un ibrido di live e djset l’artista francese passa dal fare il Dj a fare il direttore d’orchestra e quando il pubblico lo implora per un ultimo disco esegue dal vivo una traccia di ben mezz’ora, in cui per i primi venticinque accumula tutta la tensione per poi risfogarla sul dancefloor come una cascata emozionale.
Mesi di preparazione all’evento e poi tre giorni che bruciano intensi e veloci come un fiammifero che per pochi attimi ha illuminato la strada da seguire.

Federico Spadavecchia

Bloc Video by Sunny Das:

BLOC. 2011 from Sunny Das on Vimeo.

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ctmIn un momento di forte transizione come questo, in cui ci si domanda se e quando usciranno nuovi generi musicali capaci di rapirci come fu per ultimo il dubstep sei anni fà, recarsi a Berlino in occasione dell’ultima edizione della Transmediale appare come un viaggio obbligato, una sorta di visita all’Oracolo di Delfi per conoscere la volontà degli Dei.
Tuttavia fin dall’inizio si sono manifestati sinistri presagi che avremmo dovuto interepretare come un segnale d’allarme ma che allora non avevamo colto.
Innanzitutto il programma relativo alla sezione Club era stato pubblicato con molto meno anticipo rispetto al solito, quindi la riduzione del Festival ad una sola settimana (con un sostazioso abbattimento della parte danceble) ed infine un caldo quasi surreale, che ci ha concesso di girare per la prima volta senza sciarpa e guanti in pieno febbraio.
Un altro elemento su cui riflettere è il motto scelto per quest’anno: Live?!.
Va interpretato nel senso performativo del termine, oppure come un’espressione sorpresa di chi si trova davanti ad un qualcosa che dovrebbe essere morto?
Per quanto ci si possa preparare al fatto che le cose possano andare storte mai ci saremmo potuti immaginare di trovarci in una situazione simile.
Uno dei festival di maggior tradizione europea sempre attento ai particolari e dall’organizzazione impeccabile è vittima in una sola volta di tutti gli errori mai commessi in passato, manco fosse un Mugello Festival qualunque.
Ma andiamo con ordine, al sole che trovo al mio arrivo a Kreuzberg, il tempo necessario per poggiare i bagagli e siamo già in giro per dischi: oggi Staalplat, domani Hardwax.
Insen di Alva Noto e Sakamoto è in tasca e si può dar via alle danze con il live di Deadbeat alla Hau 2 fissato per l’ora dell’aperitivo.
hau2
La prima brutta sorpresa della trasferta non tarda ad arrivare: i costosissimi abbonamenti (che per fortuna non avevo preso) da 80 Euro non comprendono tutti i concerti che perciò vanno acquistati a parte!!! Inoltre ogni location ignora il programma delle altre per cui le sovrapposizioni sono inevitabili.
Siccome poi le disgrazie non vengono mai da sole, succede che il media artist Lillevan non può esibirsi e di conseguenza lo show vedrà all’opera il solo Deadbeat, il quale si limita al compitino di premere play su Ableton con l’aria annoiata di chi aggiorna il profilo su Facebook.
Meno male che la serata prevede lo showcase della Hyperdub al mitico Berghain, può forse capitare qualcosa anche lì?
Ma ovvio che sì, i live in programma iniziano alle 21 circa e prima di mezzanotte il ticket (anche questo non compreso nell’abbonamento) costa ben 24 Euro, una cifra normale per noi Italiani ma che a Berlino in dieci anni di onorata presenza non ho mai visto manco a Capodanno. Risultato? Di Berlinesi non ce ne sono, è un party della Lonely Planet. E a proposito di pubblico, va sottolineato come gli unici Italiani presenti fossero quasi unicamente addetti ai lavori.
Salgo le imponenti scale della ex centrale termica e i Darkstar stanno finendo la loro performance: rispetto a quanto visto a Club To Club mantengono la stessa impostazione ma grazie alla location e al potentissimo impianto ne guadagnano in solennità.
Tocca poi ai King Midas Sound di Kevin Martin che sfruttano appieno il Funktion One a loro disposizione: i bassi da oltretomba misti alla voce nebbiosa di Roger Robinson danno vita ad un rito voodoo tra i gargoyles di Notre Dame.
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Intanto nei cambi palco Kode9 plays Burial, per poi chiudere le sessions con il proprio act in coppia con Spaceape. L’uscita del nuovo album Black Sun è imminente.
Ma mentre noi ci perdiamo in un sogno oscuro, fuori dal locale qualcuno sta vivendo un incubo: molti ragazzi che avevano acquistato il salato biglietto in prevendita si vedono respinti dalla rigida selezione di Sven e compagni come in qualsiasi altra serata. Rimborseranno loro i soldi? E chi?
Quanto ai ballerini nella sala grande ai controlli c’è Cooly G che mixa Uk funky attuale con pezzi house stile Rej di Ame per un set senza troppo senso; un pò meglio di lei fa Ikonika che presenta uno stile più asciutto rispetto alle sue produzioni, ma che comunque non riesce a esaltarmi.
Meglio allora salire al Panoramabar per la Get Perlonized night con Zip (ovvero il Dandi nano) a fare gli onori di casa.
Niente introduzioni jazzate a sto giro, i colpi di cassa in 4 impongono il ritmo di marcia mentre sudatissime atmosfere house old school fomentano la pista.
La punta di diamante della festa è il dj set di Kode9, solo vinili per lui, un turbine di colori
che ben rappresenta il melting pot post garage (ed ormai post dubstep). Tecnicamente poi è un Mostro.
Terror Danjah e Scratcha sono quello che si ascolterrebbe a Miami se non andasse di moda l’hip hop.
Di sopra, dopo un incolore live di Half Hawaii, c’è Sammy Dee (ovvero il Libanese nerd) che sinceramente non ci ha mai comunicato molto.
Il gran finale verso le sette e mezza vede un set jungle squarcia budella con Kode9 in b2b con Ikonika e Cooly G.
berghain
Ci concediamo appena quattro ore di sonno che sono pure troppe quando Hardwax chiama, senza contare che poco più tardi c’è Edwin van der Heide.
Come per Deadbeat anche stavolta la performance non è delle più illuminanti: l’artista olandese lascia a casa gli scanner laser visti a Dissonanze in favore di una più tradizionale proiezione minimalista in cui luci colorate si sincronizzano con le ultra frequenze riprodotte. Niente di inedito insomma. Onestamente se fosse stato gratuito non ci sarebbe stata aluna lamentela, ma anche qui la sensazione di essere presi per i polli che devono pagare la crisi tedesca è abbastanza forte.
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Berlino è una città straordinaria con una combinazione incredibilmente favorevole di servizi, bassi costi ed alta qualità della vita, scelta come casa dai migliori artisti mondiali e allora perchè non c’è quasi nulla per cui stupirsi? Come dice Simone KKè come allenare il Real Madrid e puntare alla salvezza“.
Al di fuori della suprema Basic Channel che ha benedetto la via del dubstep a la Scuba, e della scena Berghain/Ostgut Ton, capace di rilanciare la Techno quando era data per spacciata, non esiste infatti nessuna nuova scuola nata direttamente sotto la Siegessäule degna di nota, tante cose discrete ma pochissime fanno la differenza.
Anche tra i locali si fa davvero fatica a trovare eventi interessanti sul serio, un paio di feste al mese e non di più, e di mezzo c’è sempre il Panoramabar.
A mezzanotte ci raduniamo puntuali nel tempio di Friedrichshain con lo showcase della Stroboscopic Artefacts.
Lucy manovra energie oscure fino alle quattro e le mie gambe implorano pietà.
Dormita, doccia e via nuovamente al Berghain per Norman Nodge che mette su musica così potente da ricaricare le antiche turbine rimaste in sala, una techno moderna e classica al tempo stesso la cui forza sta nella ricerca dei suoni.
Non so dove sono non so se è giorno o notte, voglio solo ballare. Ritrovare tutti gli amici su questo dancefloor senza essersi dati appuntamento è un’emozione magica che a parole non si può descrivere.
Al piano superiore scopriamo la classe di Mark du Mosch: un set vario ma coerente perfetto per l’after, si va dai viaggioni prog house all’acid a momenti soulfull e wave. Grande!!!
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Gli ultimi concerti in programma sono i tre act sperimentali alla Technische Universität (due dei quali non pervenuti mentre ottima performance di Robert Henke con il suo studio sui tuoni) ed il live di Scion feat. Tikiman alla Hau 2.
Il trio simbolo della Basic Channel non delude e tutto il pubblico vorrebbe di più che una misera ora!!!
Per cercare di accontentare la sala (e riparare ai problemi dello show di martedì sera) viene promessa la performance di Signal, che in realtà si rivela essere soltanto la proiezione in anteprima del suo nuovo lavoro (in pratica ciò a cui anela Richie Hawtin da anni) senza l’artista presente.
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Si chiude così questa undicesima edizione della Club Transmediale con un gran senso di amarezza, perchè se pure qui dopo anni di onorato servizio si inizia a cedere alle lusinghe del facile guadagno la sopravvivenza della musica elettronica è a serio rischio.

Federico Spadavecchia

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Primo reportage del 2011, iniziamo l’anno con un’altra storia di vita notturna e parallela, lasciamo Genova e la luce del sole per una luminosa serata torinese.
gandalfAll’ombra della Mole il senso di familiarità è molto forte, pochi passi sovrappensiero in San Salvario e ci becchiamo con Gandalf, master mind dei parties Stereo e Secret Mood, nonché per questa notte nostro padrone di casa.
L’occasione della trasferta è davvero speciale perché si festeggia il compleanno di Federico Gandin, un Dj che non ci stancheremo mai di supportare vista la sua cultura e abilità: responsabile del settore musica di Fnac (come un certo Laurent Garnier) da oltre dieci anni diffonde il verbo di Detroit per un pubblico sempre più vasto senza mai cedere a facili scorciatoie commerciali.
Ed è proprio lui che ci accoglie alla porta del suggestivo Club Gamma, il Watergate italiano incastonato tra il parco del Valentino e il lungo Po.
L’incontro sarà il fil rouge della serata visto il numero di amici presenti.
Con Federico parliamo della situazione attuale del clubbing nostrano e internazionale ma anche dei suoi nuovi progetti discografici di cui più tardi potremmo sentire un assaggio in anteprima.
Ai resident Rob & Tsura spetta il compito degli onori di casa, e loro non si tirano indietro scaldando l’ambiente con un sound bello energico perfetto per spianare la strada all’ospite Mike Dehnert, rappresentante della nuova techno made in Berlin.
Dopo l’indigestione minimal e il ritorno all’house sembra ormai giunta l’ora di reincontrare la techno e vedere quanto è cambiata. Certo i bpm sono più sostenuti rispetto alla nu house ma non corrono più come a fine anni 90, mentre il loop fine a sè stesso pare un virus letale per tutta l’elettronica da club immune a qualsiasi cura. Il patron della Fachwerk Rec ci sorprende con un lungo set a colpi di vinile e cd interamente di sue produzioni.

gamma

Oscurità ed echi industriali stridono un pò con l’allegro clima da festa in famiglia del Gamma.
Mike porta avanti un set altalenante, coerente per storytelling ma che, come un documentario scientifico, è impietoso nel mostrare i difetti della techno post True Spirit tutta muscoli e chimica.
Fortunatamente il ragazzo ben conosce le proprie radici, e di conseguenza è irresistibile quando ritorna alle origini e sfoggia uno stile Chain Reaction.
Intanto in pista si balla e si commenta perché a Stereo la Musica è protagonista come dovrebbe essere ovunque si voglia parlare di Club Culture.
C’è a chi, come l’House Hero Stefano K Soul, il set non piace poiché privo del soul di Detroit, e ci sono altri veterani come Franco Matley e Simone Kk che se la ballano sorridenti apprezzandone i riflessi old school; l’importante è il confronto, poter imparare qualcosa di nuovo ascoltando diversi punti di vista.
Il party è davvero riuscito, si registra il record stagionale d’ingressi nonostante la concorrenza di un mostro sacro quale Robert Hood.
I ragazzi di Stereo hanno dimostrato che fare clubbing di qualità senza mega ospiti per la massa non solo è possibile ma è anche premiante, a patto però di conoscere la materia perchè un vero art director deve sempre sapere quando è il momento migliore per guardare avanti lasciando gli altri a scannarsi per un limone già spremuto.
Tra una caraffa e l’altra di gin tonic nel frattempo Federico Gandin ha preso posto in plancia e l’ordine per il salto nell’iper spazio è già stato impartito.
Bastano un paio di dischi per avvertire il cambio di stile, molto più stratificato e armoniosamente complesso.
La ritmica è sempre importante naturalmente dato l’impostazione della serata, ma i dettagli melodici fanno la differenza. Dì che vieni da Berlino Fede e chiedi cachet milionari, almeno tu li meriti!!!
Manca poco all’alba e il mio treno già fischia, vado via davvero contro voglia ma, visto i prossimi appuntamenti con Stereo, non avrò il tempo per soffrire di nostalgia.

Federico Spadavecchia

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kollektivEra più di un anno che volevo ascoltare questo duo originario di Amburgo, scoperto per caso un paio di anni fa. Esplorando il loro operato, ero stato subito conquistato dalle loro produzioni e poi, come sempre più spesso accade, un set trovato in rete aveva fomentato la mia curiosità (che è questo qua: http://soundcloud.com/electro-mix-memory/kollektiv-turmstrasse-2009-08-29-live-at-laguna-frankfurt-germany#new-timed-comment-at-3639972)

Niente di particolarmente innovativo nel loro sfruttare suoni morbidi e rilassati, sicuramente molto orecchiabili, ma mi colpì subito quel velo malinconico che sentivo aleggiare su tutti i loro dischi, capace di farti immergere in una fredda e grigia giornata tedesca prettamente autunnale.
Non “roba da dancefloor”, ma sonorità di cui godere tramite cuffia, in un ambiente quieto di egoistica solitudine.
Queste le mie prime impressioni e, anche se ascolto dopo ascolto sono riusciti ad acquisire, alle mie orecchie, una dimensione più da pista, restavo comunque dubbioso immaginando il loro impatto su un pubblico desideroso di ballare, piuttosto che di astrarsi nelle sinuosità fumose della propria mente.
Mea culpa, lo scorso anno al Classic mancai all’appuntamento e, cosciente che non sarebbe stato affatto facile ribeccarli, mi sono mangiato le mani e ho in seguito trascurato di tenere d’occhio i loro spostamenti.
Qualche giorno fa, però, un messaggio privato da Facebook ha avuto il potere di rallegrarmi la giornata: 03 dicembre 2010, Privat Party, special guest (indovinaunpo’): Kollektiv Turmstrasse. Tempo trascorso dall’apertura del messaggio alla decisione di non mancare: 15 secondi. Non potevo perderli di nuovo, a maggior ragione data la recente uscita del nuovo album su Connaiseur: Rebellion Der Träumer, la ribellione dei sognatori.

Il Privat è un party milanese che è sempre stato itinerante. Da quest’anno, però, si è trasferito in pianta stabile al Codice A Barre, zona Porta Genova, un locale come tanti a Milano.
(NdR: credo che mantenerlo itinerante avrebbe avuto il suo perché, ma di certo non spetta a me disquisire su questo tipo di scelte.)
Inoltre sapevo che non avrei certo trovato una clientela spregevole, era gente che sapeva organizzare dei bei party e questo mi rassicurava più di qualsiasi location.

03 dicembre = venerdì = dopo una settimana stressante, la stanchezza quel giorno ha iniziato a bussare già dal tardo pomeriggio e, sommata al programma di andare a bere in compagnia per festeggiare un compleanno, il tutto poteva agilmente tradursi in un K.O. tecnico prima ancora di arrivare in quel di Porta Genova.
Come volevasi dimostrare, esco di casa già con le gambe molli (mollissime) ma mi è capitato di uscire in condizioni anche meno promettenti e poi è venerdì e, di venerdì, non ce n’è nemmeno per il papa.
E’ l’una e mezza quando le due macchinate che ho messo insieme si avviano verso i Navigli. Di solito i guest attaccano intorno alle 2 (in Italia, chiaramente) e io non voglio perdere niente del set dei Kollektiv. Per fortuna all’entrata mi tranquillizzo subito, scoprendo che ho ancora una ventina di minuti da sfruttare per un minimo di ambientamento prima del loro inizio.
Entrando sento suoni abbastanza in linea con quello che mi aspetta, trovo Zagor e la Ju e scopro che Nico & Christian suoneranno nella saletta più piccola, più raccolta e, soprattutto, ancora chiusa.
Non faccio in tempo nemmeno ad appoggiarmi al bancone della sala principale che la seconda si apre e la gente inizia a prendere posizione.
I Kollektiv non sfruttano la consolle già presente, sono spostati a destra di quella fissa. Equipaggiamento in dotazione: espressione tipicamente tedesca e vagamente bohemien (sguardo imperturbabile e chiome immobili, ma che lacca usano in Kartofelnlandia?!), Mac, drum machine, X-one 92 e X-one 1D.
La sala si riempie subito, ma il pubblico è positivo e coordinato e si sta comunque bene. Mi aspetto un inizio abbastanza lento, graduale, ma devo subito ricredermi: il passo è già discreto e io ho decisamente azzeccato la serata, yessa!
Certo non suonano Techno, la loro è elettronica di stampo tedesco, inconfondibile, sebbene Beatport li consideri tra House e Chill Out.
I due ragazzotti sanno decisamente come far muovere una pista, sono contento di poter mandare al diavolo i miei pregiudizi. La selezione scatena una reazione decisamente positiva: i synth avvolgono e impacchettano la mente, la cassa secca e piccola fa muovere il corpo in modo pacato e mai violento.
Balli quasi inconsciamente, i Kollektiv riescono a essere a tratti ipnotici.

Mi si libera la mente, protagonista assoluta e target finale del loro set.
I cinque giorni passati in ufficio sono ormai un lontano ricordo, le gambe hanno riacquistato vigore. Feelin’ good and totally relaxed, mi lascio trasportare dolcemente.
Fanno divertire, e tanto anche: passano i loro dischi nuovi e vecchi, incontro di nuovo quelli che mi avevano fatto tanto interessare a loro: Tristesse, Eskapade.
Passano i minuti ma non mi interessa controllare l’orario. La pista è cotta a puntino e si diverte, i synth da lacrimoni hanno un effetto veramente devastante, qualcuno sotto additivi se ne rende conto e apprezza più di tutti
L’apice della serata arriva, per me, con Luchtoorn, il mio pezzo perferito. La folla sembra lì-lì per esplodere e, guarda un po’, proprio in quel momento i Kollektiv sono davanti alla consolle. Pura coincidenza certo, ma che ciliegina sulla torta!
The show goes on, disco su disco, ma quanto sentito finora è bastato a convincermi pienamente. Mi hanno fatto divertire, mi hanno fatto scordare l’ora, le sigarette da fumare, tutto quello che c’era al di fuori: mi hanno isolato per un paio d’ore dal mondo esterno al Privat, mi hanno ripulito.
Tributar loro un applauso a fine set mi sembra più che dovuto, bravi, la mia memoria conta pochi casi in cui sono stato così preso e coinvolto.

Il dj che segue è un mezzo assassino, veloce, 130-133 sparati, troppo diverso dal duo tedesco: ma chi se ne frega. E’ un venerdì che sta ormai volgendo al termine, la sala è semivuota, io sono soddisfatto, contento di andare a letto con il sorriso, sapendo che Milano stasera non poteva offrirmi di meglio. Il meglio me lo ero cercato ed ero stato pienamente ripagato.
Kollektiv Turmstrasse mi siete piaciuti, non riesco a darvi un voto perché non è mio interesse, ma chissà se la prossima volta riuscirete a coinvolgermi e a farmi divertire e svagare così.
Una menzione dovuta va al locale. Note di demerito e appunti vari: l’impianto suonava in modo pulito, forse mancava di un po’ di potenza. La forma del soffitto della sala è un’incognita per la logica: la parte vicino la consolle rimane bassissima mentre in piena pista il soffitto diventa molto alto (la sala 2 dello Studio 80 di Amsterdam può dare una mezza idea, anche se è l’esatto opposto). E poi le bevute, rese deludenti dall’utilizzo di prodotti di qualità evidentemente non poco scadente.
Un’ottima serata, tutto sommato.
Musicalmente il Privat si conferma un punto fermo delle friday nights meneghine, anche per le prossime date: 17 dicembre Jamie Jones su tutte.

Dimitri Quintini

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c2cDieci anni, così come Dissonanze anche Club To Club arriva alla doppia cifra sulla torta e scherza sull’età perchè, a detta dello stesso Sergio Ricciardone (Deus ex machina di Xplosiva) i dieci anni segnano il passaggio al mondo adulto dei festival mettendo fine al periodo dei giochi.
Il sottotitolo The X superstition è quindi lo strumento usato dall’organizzazione per esorcizzare la paura del futuro (leggere alla voce Dissonanze non sarà più quello di prima) e delle sempre maggiori responsabilità che una manifestazione di questo calibro comporta.

E così eccoci giovedì sera a Torino davanti ad un teatro Carignano strapieno di gente accorsa in massa per la grande inaugurazione con lo show di Plaid & Gamelan Orchestra.
Memori dell’esaltante spettacolo offerto lo scorso anno da Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald pregustiamo le delizie sonore che il duo inglese ci offrirà stasera.
Il destino è però beffardo e il concerto non è all’altezza delle aspettative: la Gamelan con tutta la sua batteria di xilofoni, gong e altri strumenti etnici assume l’assetto dei 18 musicisti di Steve Reich, ma più che un’orchestra ricorda un progetto di ricerca universitaria sulla cultura dell’estremo oriente, dove la musica ha più una valenza di dimostrazione scientifica che non una parte da protagonista. Inoltre l’apporto dei Plaid si limita a loop ambientali e ritmici, riuscendo soltanto in alcuni movimenti a dar vita ad un corpo organico. Nemmeno una cover di Aphex Twin fomenta l’entusiasmo in sala. Sala che, dopo appena un quarto d’ora, si rivela popolata di presenzialisti della prima ora intervenuti solo per farsi notare e che, una volta spente le luci, spariscono meglio di Mandrake.

c2c

La festa continua al Motor Village di Mirafiori con il funky di Floatin Points che, a dire il vero, non mi ha impressionato più di tanto, e Joy Orbison che, quando lascia stare i classici house anni ‘90 per dedicarsi alla dubstep che l’ha reso celebre, non teme rivali.
Degno di nota è il buttafuori che si avvicina a Joy per chiedergli, rigorosamente in Italiano, se può avvertire il pubblico che è stato trovato un mazzo di chiavi. Succede solo in Italia.

c2c

Il venerdì inizia nuovamente sulle balconate dorate del Carignano per l’attesissima Hyperdub night.
Portare su uno stage così prestigioso l’ultimo grande genere moderno è una bella sfida che per la crew di Club To Club, e la missione può considerarsi superata a metà.
Il primo a salire in scena è il patron della label inglese, Kode9, che apre il concerto con un semplice djset basato per intero sui brani del pupillo dalle uova d’oro Burial.
Il pezzo forte dell’esibizione è però il suo live insieme a Spaceape: la cassa si fa consistente e apoplettica, il basso si srotola sugli ascoltatori mentre il vocalist quasi ci ipnotizza. Vorremmo essere tutti a ballare e ci viene il dubbio che forse la ricerca ostinata dell’aulicità del teatro (e della conseguente consacrazione culturale dell’elettronica) non sempre è da preferire alla polvere di uno scantinato.
Tocca adesso ad uno degli act con più hype dell’anno, quei Darkstar cui sembra sia stato affidato il compito di coniugare il pop rock dei Radiohead con il dubstep.
Beh per esser gentili diciamo che i ragazzi di strada ne hanno ancora da fare parecchia!
Si presentano in tre e per un’ora assistiamo al live degli Alphaville de no artri, con il cantante che vorrebbe essere lo Ian Brown di Wanna be adored ma che alla fine risulta solo odioso a scapito della sua bella voce.

Darkstar @ Club To Club 2010

Bastan due canzoni a far scappare il pubblico. D’altronde la notte è lunga e al Supermarket c’è Jeff Mills mentre all’Hiroshima mon amour, nostra meta, Kevin Martin, Caribou e Four Tet.
Arrivati al locale in zona Lingotto la sfiga ha dato un’altra zampata!
A sorpresa il party è andato sold out ed un black out ha abortito il live dei King Midas Sound dopo pochi minuti causando la sospensione della serata.
Fortunatamente la macchina si rimette in moto, anche se con quel di ritardo sufficiente per farci saltare il finale da The Wizard, e un muro umano si pone innanzi al suono zincato dei KMS.
Il gruppo guidato da Martin è ferocemente poetico ma il soundsystem dell’Hiroshima non è in grado di sopportarne l’impeto.

King Midas Sound @ Club To Club 2010

Il secondo live in scaletta è quello di Caribou, fresco di svolta dance per la gioia di tutti gli indie boys repressi che finalmente possono consumare le loro All Stars ed appannare le enormi lenti quadrate che hanno perennemente sul naso.
La struttura del set è quella da concerto rock con chitarra, basso, batteria e synth, fatto di melodie ecstatiche e pulsazioni wave di pregevole fattura (il riferimento è il monumentale Technique dei New Order), che alle orecchie dei ragazzini coi baffetti e Rayban suonano come la carica rave di Venetian Snares facendogli scoprire la gioia di una bella sudata sul dancefloor!!

Caribou @ Club To Club 2010

I titoli di coda scorrono subito dopo l’esibizione di Four Tet, che riscrive il suo ultimo album in chiave cassa dritta e basso proggy di modo da far ondeggiare i clubbers in un oblio zuccherato tutto sorrisi e volemose bbene.

four tet

Sabato. Il Gran Finale del Club To Club 2010 comincia già dopo pranzo con un convegno al Museo di Scienze Naturali sull’economia dei festival per proseguire, nella stessa suggestiva location, con un piccolo showcase della Border Community.
In apertura l’ottimo live del local hero Vaghe Stelle a base di IDM. L’artista torinese dimostra di essere ormai pronto per un ruolo di primo piano su di un palco importante e personalmente, a conti fatti, l’avrei preferito di gran lunga al posto dei sopravvalutati Darkstar.
Kate Wax mi piace, è una bella figliola, ha una voce interessante ed ama gli anni ‘80, però bisognerebbe informarla che l’electroclash è finito da almeno 7 anni!!!
Carissima Kate ti inviteri volentierissimo a bere qualcosa ma facciamo che per quel tuo concerto avrei degli impegni che non posso proprio rimandare…
Luke Abbott ha, invece, il fascino di una stampante ma cavolo se ha talento!!!
Ciò che esce dal suo Pc è tra le cose più interessanti di questi tre giorni: le tipiche melodie eteree dell’etichetta di James Holden (presente in sala assieme alla sua assistente/generalessa) si annodano a nevrotici giri di basso, le mani di Luke non danno pace al controller nemmeno per un secondo, e si avvertono derive warpiane. Che peccato non averlo visto all’opera all’Hiroshima al fianco di Four Tet!!
Non finirò mai di ringraziare il buon Max Car per avermi salvato da un digiuno sicuro e per avermi fatto arrivare in tempo al Lingotto per il set di Shackleton.
Il produttore inglese si esibisce nella sala rossa dove una strobo illumina a intermittenza il rito voodoo dell’ex Skull Disco.
L’atmosfera è lugubre e incendiaria: su di un groove che chiude ogni via di fuga sale un basso cavernoso lento e inesorabile come la morte! E il popol de morti sorse a chieder la guerra!!!
Non fosse che Sammy nella vita di tutti i giorni è uno spensierato cazzone potrebbe essere a ragione il Ian Curtis del mondo moderno.
By the way il premio siamo persone intelligenti ma ci divertiamo molto di più a fare i tamarri va dritto senza gara alcuna ai Modeselektor.
Cassa dritta, spranghe, urletti e saltimbanco(del mixer) sono la sostanza di uno show esaltante che però mette in difficoltà Holden cui spetta il diffcilissimo compito di esibirsi dopo il duo berlinese.
Il set inizia quindi all’insegna del ritmo lasciando intendere che per le melodie ci sarà tempo.

holden

Intanto si son fatte le 3 ed è ora di Shed che, sebbene l’avevamo già visto in dj set all’Amsterdam Dance Event appena 2 settimane fa, oggi ci potremo gustare live.
L’uomo più serio del mondo si presenta in consolle con la solita camicia a quadretti da ragioniere e uno stuolo infinito di attrezzature analogico/digitali per una performance steam-dub.
Shed racconta la storia di una città funzionante ma disabitata, in cui il vociare umano è sostituito dal Klang delle fabbriche e la felicità è il riflettersi del sole nei grattaceli a specchio. All’interno di questa cyber utopia anche le emozioni sono meccaniche.
In chiusura l’altro resident del Berghain, Marcel Dettmann, devasta i ballerini con la sua Techno squadrata che però, mentre ormai sto andando via, mi pare più groovosa del solito e la cosa mi fa davvero piacere.
In definitiva Club To Club in questi dieci anni è stato uno dei motori che han traghettato la scena italiana, attraverso tutti i trends che si sono succeduti, portandola ad un buon livello di considerazione internazionale e allo stesso tempo fornendole nuove prospettive di sviluppo al di fuori degli ambienti commerciali.
La prova del nove è stata la serata del sabato di quest’ultima edizione, dove a fronte di un cartellone ricco ma privo di nomi for the masses il coinvolgimento del pubblico non si è fatto attendere dimostrando la totale fiducia della gente nei confronti di Club To Club.

Federico Spadavecchia

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adeQuale migliore momento se non adesso col socio Raibaz ai piatti ad ordinare le fotografie sonore di questo Amesterdam Dance Event 2010, per buttare giù il report dell’evento?
Ormai lo sapete benissimo dove trovarci la penultima settimana di ottobre, il rigido clima autunnale nord europeo non ci spaventa mica, specie se ad attenderci ci sono line up così ghiotte!!!
Certo a sto giro ci sono stati un paio di piccoli intoppi nella macchina altrimenti perfetta dell’ADE, che sostanzialmente si risolvono nell’aver proposto una festa inaugurale con mezza città di Detroit al mercoledì, quasi a voler tagliare fuori i non addetti ai lavori, nell’aver sacrificato la Oi! Dubstep night al Paradiso chiamando come guests i soli Magnetic Men (il cui ultimo album è a dir poco discutibile) per un live di massimo due ore quando, volendo i medesimi nomi, sarebbe stato di gran lunga più efficace fare esibire Benga, Skream e Artwork singolarmente, e, in ultima analisi nel concedere ben poco spazio alla sperimentazione.

Detto questo la convention è andata alla grande e al momento di andare via domenica mattina avrei più che volentieri imboccato la strada per un after hour anzichè per l’aeroporto.
Il primo giro di danze inizia a neanche tre ore dall’atterraggio, infatti, al Pure-Liner, una barcone da 600 posti allestito come un lussuosissimo club, Sasha lancia la sua nuova agenzia di booking, la Excession Luggage, chiamando a raccolta alfieri della progressive house quali Nick Warren, Danny Howells, 16 Bit Lolitas, James Zabiela e la new entry Robert Babicz.
Val la pena di sottolineare la bravura del Dj che ha costruito il warm up a base di armonie nu disco a precipitare leggere nel pozzo oscuro della prog. Solo pochi minuti fa ho scoperto che quel bravo giovine altri non era che Desyn Masiello, big respect!!
Buona prova anche per 16 Bit Lolitas che da corpo alla cassa ed introduce lievi melodie, di quelle che ti stampano un sorrisone in faccia e ti fanno sentire amico di tutti; d’altronde visto lo splendido pubblico presente (appassionati, uomini e donne in egual misura, che hanno comprato tutti i tickets già al 17 di agosto!!!) non c’è da meravigliarsi più di tanto.
A livello musicale ogni artista spiega chiaramente il proprio punto di vista su cosa voglia dire progressive, e Danny Howells ha una sola parola: groove!
E finalmente nella suggestiva cornice del canale sotto all’auditorium del Bimhuis tocca al Maestro, il titolare della miglior compilation che la Global Underground abbia mai realizzato (Gu#24 Reykjavik): Nick Warren.
La mente dei Way Out West non si pone nemmeno il problema di mixare, preferendo alla futuristica consolle Pioneer (4 cdj 2000, djm 2000 ed efx 1000) un semplice controller per Ableton dimostrando di fatto che è la sensibilità musicale a fare il Dj.
Basta un disco per esser in preda ad un forte misticismo e come adepti nel tempio alziamo le mani per rendere omaggio al Grande Sacerdote. Nel giro di un’ora siamo abbracciati con le lacrime agli occhi…
Nel frattempo la barca è salpata per una piccola crociera di un paio d’ore nei canali, probabilmente comandata da una delle mille diavolerie con cui ci intrattiene James Zabiela, un mostro di tecnica per la nostra anima nerd, che se avesse un quarto del gusto di Warren sarebbe il Dj perfetto.
Unico live del party è quello del tedesco Robert Babicz, il quale, da buon tedesco, rimane più vicino ad atmosfere trance e mi fa sgolare quando suona un suo edit di Self Control cantata dalla mai troppo compianta Laura Branigan.
A chiudere la festa è naturalmente il padrone di casa, the son of God (definizione che fruttò all’allora capo redazione di Mixmag una papagna sul grugno), Sasha.
Anticipato dal suo schiavo/valletto a preparargli il setup, i drinks e a ripulire il pubblico ante consolle da groupies e fotografi invadenti, il Superstar Dj per antonomasia si presenta in scena con maglietta della salute sotto un maglioncino da domeniche sul divano, come fosse un ragazzino qualsiasi nella sua cameretta.
Inoltre l’atteggiamento è proprio quello: Sasha suona per sè più che per chi ha di fronte, ed è il primo a fomentarsi quando sul cdj gira certa musica. La sua selezione è una gita in un osservatorio: una stanza buia con in alto tanti puntini luminosi. La progressive house dopo il crollo causato dalla corrente electro è tornata con tutta la sua forza ed è qui per restare!

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Il venerdì pomeriggio è all’insegna dello shopping da Concerto e Rush Hour (cui anche sabato ho lasciato buona parte dei miei averi) mentre la sera ci vede dapprima al Paradiso per la sola nota stonata della trasferta: il nuovo live di Mark Pritchard si rivela intulimente dispersivo tra mille generi diversi e sostanzialmente noioso.
Meno male che a tirarci sul il morale ci pensa la cara e vecchia Techno!

Al Westerunie, in una fabbrica in mattoni rossi, c’è il party Click e a darci il ben venuto troviamo il redivivo Heiko Laux, già boss della leggendaria Kanzleramt, che dice la sua sulla minimalizzazione della Techno a forza di schiaffi in faccia, cosa avrà voluto dire??
Anche Mandy nell’altra sala è bello carico sebbene più Pop e si fan due salti davvero con piacere per tornare poi a sudare sotto le mitragliate di un Joel Mull per cui pare che il tempo si sia fermato all’era dell’Hardgroove, devastante!!!
Steve Rachmad non è certo da meno e, messi per una volta da parte gli orpelli detroitiani, ci da dentro con martello e scalpello.
Prima della buona notte con curiosità ascoltiamo gli Slam, un gruppo che abbiamo sempre amato tantissimo, peccato solo che non siano più quelli della Soma ma quelli della Paragraph: al posto di suoni grassi ed emozionanti ci sono beats scintillanti e funzionali, da ballare con piedi e culetto ma non col cuore.

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Per il Gran Finale di sabato la scelta è caduta sul Trouw, miglior club d’Europa subito dietro al Berghain ricavato nella ex sede di un quotidiano, con il versus tra la Delsin rec. e giust’appunto la Ostgut Ton.
All’ingresso ci viene pure regalata una cassettina (sì avete letto bene) in edizione limitata (1000 copie) per celebrare i primi 5 anni della label berlinese.
Subito nella saletta al piano terra c’è un solitario Nick Hoppener con una dolce ed elegante dub house dal sapore malinconico visto che ancora non c’è nessuno.Nell’immenso piano di sopra, invece, il gigantesco Funktion One gode forte con la dubtech di Quince che setta il mood per la performance di Shed.
L’artista tedesco è uno di quei Dj che potrebbe suonare e produrre qualsiasi cosa e questa sera svela il suo lato più sensibile: pianoforti riverberati e ampie melodie su ritmi squadrati sono una miscela irresistibile.
Faccio perfino fatica a scendere per vedere parte del set di un producer che ammiro tantissimo quale NewWorldAquarium che comunque sta portando avanti un discorso di una raffinatezza unica. Al mio ritorno Shed ha spezzato la cassa e introdotto cantati, dopo gambe e cuore ora tocca al cervello!
Ma ecco che ora si ridiscende in sala 2 per quella che a sorpresa si è rivelata una delle migliori esibizioni dell’anno, un set vinilico in chiave chicago house di Prosumer fatto di: Fast Eddie, Photek e Robert Owens, per tutto quello che sta alla base della casa di Jack.
A Delta Functionen spetta l’ingrato compito di suonar dopo questo capolavoro ed infatti la differenza si sente, però il ragazzo è bravo sul serio.
Mancan poche ore prima del nostro rientro in Patria e per il commiato andiamo da Marcel Dettmann che prende il posto di un anfetaminico Redshape. Devo dir la verità a me il resident del Berghain non ha mai colpito più di tanto e stavolta è uguale: battito marziale e claps imperiose per andare avanti fino a tarda mattina.
Nota non da poco sul locale, in generale ad Amsterdam le belle ragazze non mancano ma al Trouw ce ne erano in quantità talmente esagerata da rischiare di far la fine di George Micheal che negli anni ‘80 ne ha vista troppa!!!
Con la lacrimuccia che inumida gli occhi saliamo sul primo taxi per l’hotel quindi valigie e aeroporto, ma tanto l’anno prossimo si torna!

Federico Spadavecchia

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rephlexFa un certo effetto pensare che siano già passati praticamente 20 anni da quando Richard D. James, mefistofelico Aphex Twin, lasciò la natia Warp per fondare insieme a Grant Wilson Claridge la sua label personale, la Rephlex recordings.
In quel periodo, 1991, in Inghilterra stava prendendo forma la scena hardcore (al famoso motto di hardcore, you know the score) che avrebbe poi lottato a lungo col Belgio per il predominio sul Rave. I suoni alieni della Roland Tb 303, eredità della prima generazione acid house, erano le spade impugnate dai cavalieri di San Giorgio, e si parlava di Northern Bleep and Bass con riferimento alle produzioni di case discografiche come Warp e Unique 3.
Ma mentre appena un anno dopo l’etichetta di Sheffield bandiva ritmiche spezzate e melodie anthemiche in favore di un bene più grande definito elettronica da ascolto (ricordate la serie di album Artificial Intelligence?), per cui la musica doveva poter essere fruita anche rimanendo comodi sulla propria poltrona preferita piuttosto che sudando al buio di un magazzino abbandonato, Aphex battezzò una nuova via a quella forma post rave che spocchiosamente si autocelebrava come IDM, Intelligent Dance Music.
La Rephlex avrebbe riunito sotto le sue insegne tutti gli artisti vogliosi di sperimentare senza alcun limite di provenienza (non solo nomi locali ma da tutto il globo pagando il giusto tributo a leggende old school di Detroit come Drexciya e Urban Tribe, e coinvolgendo miti nostrani del calibro di Lory D, Leo Annibaldi, D’Arcangelo e Bochum Welt) o di intento (pista o ascolto casalingo, cassa in 4 o breakbeats ecc…).
Insieme ad una rielaborazione dell’acid, spesso frainteso dalle masse, Aphex affermava il concetto di Braindance, il genere che ingloba in sè il meglio di tutti gli stili.
Per rendere omaggio a tutto questo sabato scorso eravamo a Londra, zona Elephant and Castle a pochi passi dal lussuoso Ministry of Sound, in uno scantinato conosciuto come Corsica Studios, il miglior locale underground della capitale.
A livello di struttura più che un club ricorda un centro sociale: niente arredi se non un paio di divani, niente intonaco sui muri e luci colorate ma solo due stanze allestite con il solito potentissimo Funktion One. Qui la la Musica viene prima di ogni altra cosa!!!
Come da tradizione britannica la festa apre già alle 22 e appena un’ora più tardi si parte col primo live (questa infatti sarà la forma di tutte le performance) che vede ai comandi di macchine e computer Aleksi Perälä altrimenti detto Astrobotnia.
Diventato famoso per le sue melodie mental/ambientali qui decide di dare brio ai ballerini con un’intricata soluzione di beats che ricordano la sua collaborazione con Cylob (l’album Cylobotnia del 2003).
L’atmosfera è davvero incredibile, i Corsica sono già foderati, e sembra di essere tornati indietro nel tempo quando non c’erano divismi e si andava a ballare per il semplice gusto di stare insieme.
Capita così di andare a prendere da bere durante lo show del buon Jodey Kendrick, partito morbido per poi salire a colpi breaks intrippati, e trovarsi vicino ad un sempre più cazzone Andy Jenkison vestito con un’improbabile camicia a scacchi anni ‘80 e la solita catenazza da rapper al collo.
La sua esibizione è sempre spettacolare! Due tavoli di attrezzature rigorosamente analogiche sono la portaerei su cui far decollare le rIffiche ‘ardkore acid dell’esaltante United Acid Emirates lp uscito a marzo su Planet Mu. Il live di Ceephax è un esempio perfetto di quanto sostenuto da Simon Reynolds sulle similitudini tra dance e rock e sulla fondamentale importanza dei riff, a livello sia ritmico che melodico, tanto bistrattati dalla critica.
Piccolo break a prendere aria in cortile e sul palco c’è Dmx Krew che rivedo per la terza volta quest’anno e con un set ancora diverso.
A sto giro il nostro spazia tra new beat belga e le prime cose electro tech europee dando inaspettatamente più spazio al 4/4.
The Criminal Minds sono invece l’ossessione britannica per l’hip hop a la Beastie Boys e che come al solito non convince più di tanto. Come diceva quindi il mitico Dan Peterson quando commentava il wrestling (proprio nel ‘91 guarda caso…): “Pausa per noi!“.
Si riprendono le danze con Monolith, vero purista del genere IDM e forse per questo risulta un pò troppo statico e ordinario.
Ma ora è giunto il momento che ho atteso da due anni a questa parte, mi godrò finalmente dal vivo Bogdan Raczynski!!!
Il suo è un live digitale che si apre addirittura con un cantato (tra le altre cose l’amico qui è stato il produttore di una tipetta come Bjork) e quindi si sviluppa in un’onda ipnotica che per quasi un’ora ci tiene sospesi, in trance, senza comprendere dove voglia arrivare davvero.
E proprio quando sento ormai le forze venirmi meno ecco che Bogdan svela il suo gioco e per poco non fa esplodere un intero quartiere eseguendo la commovente Untitled #8 dell’album Alright! (2007).
Come un fiume in piena che rompe gli argini prendiamo tutti a saltare cantando quelle melanconiche melodie breakcore fino ai meritatissimi applausi finali.
Tocca a Wisp il difficilissimo compito di chiudere la serata facendoci tornare sulla terra sani e salvi, e lui non si tira indietro.
Il basso vibra così tanto che se ne può avvertire la consistenza, assomiglia al Maestrale che col suo soffio rende terso il cielo su cui le melodie scintillano cristalline suonando la più dolce delle ninna nanne.

Federico Spadavecchia

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berghainMai trovato così caldo a Berlino, e dire che questo sarà stato il mio sedicesimo viaggio nella capitale tedesca negli ultimi dieci anni, ma un’afa talmente pesante da togliere il respiro e il termometro costantemente sopra la tacca dei 30 gradi non si era davvero mai vista.

E’ in questo luglio torrido e asfissiante che al Berghain, locale che ormai non ha più bisogno di alcuna presentazione, si tiene il secondo compleanno della Sub:stance night, il ciclo di serate organizzate da Paul Spymania e Paul Rose (in arte Scuba) che ha elevato il dubstep da genere di nicchia a colonna portante della scena elettronica europea. Per un’occasione del genere non ci sono scuse di sorta bisogna esserci punto e basta!!!

Arrivati alla mattina di venerdì, insieme agli immancabili Simone KK e Melkio, dopo una breve sosta al solito ostello a Schlesisches Strasse (Kreuzberg), è tempo di negozi dischi: Hardwax, Spacehall, Dense e perfino il reparto cd del Saturn ad Alexander platz (con le migliori offerte speciali della città) sono felici vittime della nostra razzia.

Sempre nel rispetto delle tradizioni prima di mezzanotte e mezza siamo già in coda, rimessi all’inappellabile giudizio di Sven, ma senza attendere troppo saliamo al Panormabar per gustarci l’apertura di John Osborn.
Il Dj tedesco, ormai nel roster dei Sub:stance residents, mescola atmosfere di derivazione tech-house a più squadrati ritmi dub techno risultando però molto più trippy e sensuale rispetto all’idolo locale Marcel Dettmann.

La situazione si scalda e all’entrata c’è una fila lunghissima a dimostrazione del proselitismo creato dal new english sound. Il pubblico accorso è differente dall’usuale clientela: ragazzi e ragazze, eterosessuali, di età media più bassa, sui 25 anni, provenienti da tutt’Europa che conoscono vita morte e miracoli degli artisti in consolle e più interessati alla musica piuttosto che alla droga. Un ragazzo siciliano mi urla all’orecchio che è lì per Monolake e non sta nella pelle per la sua esibizione.

Nel frattempo gli speakers della sala grande sono sotto il controllo del mio Dj preferito: Appleblim.
Alta scuola quella del buon Laurie, un caleidoscopio cui basta una rotazione per passare dall’house più femminile a profonde notti senza luna con una naturalezza unica, senza inchinarsi a nessuna definizione di genere. La cassa può essere dritta o spezzata ma non ci interessa, quello che conta è il ballare e sentire qualcosa di nuovo ed estremamente accattivante. D’altronde se a ballarselo tutto contento c’è uno come Jimmy Edgar un motivo ci sarà!

A salire sul palco adesso sono i Mount Kimbie, duo inglese a metà strada tra indipop ecstatico/psichedelico e dubstep, che si presentano con tanto di synth, chitarre e batteria.
Il loro live vede proporre l’album Crooks & Lovers uscito su Hotflush (la label di Scuba n.d.r.), con una maggiore attenzione alle dinamiche da club ottenendo un risultato assai gradevole.

Di sopra scatta il turno del padrone di casa e del suo alter ego techno/house SCB, frutto, come ammesso dallo stesso Paul, delle lunghe mattine trascorse nella penombra del Panorama.
Metrica in quarti, klang metallici e una ritrovata verve per le melodie di Detroit e Chicago segnano la definitiva consacrazione di Scuba tra gli artisti elettronici più talentuosi degli ultimi dieci anni: andando via da Londra ha teorizzato la Techstep (rilasciando un candidato ad album dell’anno quale Triangulation) e convertito al suo verbo la Cattedrale della minimal techno, quindi si permette il lusso di dare lezioni di pura techno ai professori del genere.

A fine set con gli applausi ancora forti riscendiamo al piano inferiore per rimanere a bocca aperta davanti ad un Mala devastante che, messo per una volta da parte il dubstep tradizionale con influenze reggae, picchia selvaggiamente sul dancefloor perquotendolo con un basso che pare uscito dagli inferi!!!

Inutile illudersi poi che uno come Robert Henke alias Monolake possa allentare la presa, specie se a fargli compagnia in consolle c’è un pazzo fanatico della breakcore come Jason Forrest (Dj Donna Summer)!!!
Anche in questo caso il punto di partenza della performance è l’ultimo lp, l’apprezzatissimo Silence, per proseguire successivamente verso lidi cosmici inesplorati facendoci oscillare tra riverberi e asteroidi.

Il cerchio si chiude quando torna ai comandi Scuba ma stavolta nelle sue classiche vesti dubstep.

Sono circa le sette quando imbocco l’uscita augurando la buona notte ai buttafuori. Il sole, già alto sulla città, scalda la mia passeggiata attraverso Friedrichshain e l’Oberbaumbrucke, da cui cerco di scorgere gli amici rimasti al Watergate, mentre scambio sguardi complici con altri clubbers incrociati poc’anzi sulla pista come fossimo reduci della medesima avventura; d’altronde abbiamo vissuto una notte che voi umani potete solo immaginare.

Federico Spadavecchia

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scubaPer i clubbers abituati a varcare i confini del nostro paese la sigla ID&T non indica solo una stazione radio, ma anche una delle organizzazioni di party open air più famose d’Olanda.
Responsabile del Mysteryland, un fenomenale baraccone della house e della techno dagli evidenti risvolti commerciali, da qualche anno a questo parte il suo gigantismo sconfina anche in Belgio per allestire, in un parco a pochi chilometri da Anversa, Tomorrowland, un party strutturato in due giornate che fa della varietà di stili un punto di forza. Senza contare la solita organizzazione perfetta, in ogni dettaglio, caratteristica del clubbing made in Holland. E le diverse consolle forse non brillano per ricerca sonora, ma presentano senz’altro il top dei djs in circolazione e, quel che più conta, nelle condizioni ideali per dare il meglio di sé: ed è per questa ragione che sul Belgio è caduta la nostra scelta per una breve technovacanza estiva… oltre che per i nomi di cui la line up era letteralmente costellata, lungo i due giorni del festival.

Day 1.

Splende il sole e su tutti i palchi le danze sono aperte già per l’ora di pranzo. Alla tenda del Cafè d’Anvers, la più raccolta, davanti a semplici assi ed una spianata di sabbia sulla riva di un laghetto, oggi sono in programma artisti del giro Cocoon come Karotte, Extrawelt e Joris Voorn e alle 14 è già il turno di Villalobos, per un 3 hours set tenuto segreto fino ad un paio di settimane prima (il più classico dei segreti di Pulcinella, chi altri poteva esserci al suo posto?). Ambientarsi, un falso problema, quindi. Anche se l’ultima ora di Ricardo è fin troppo housey e più avanti, varcati crinali alberati e ponti di legno, fin oltre il mainstage dalla scenografie spettacolari e cangianti, ci aspetta una consolle francamente mostruosa: tipo che alle 16:30 Robert Hood sta già incendiando la tenda Kozzmozz, dove per tutto il giorno scorrazzeranno indisturbati gli altri alieni del pianeta Detroit, veri e propri predators di ultima generazione che sfruttano il dancefloor come riserva di caccia, forti della loro tecnica ad infrarossi e di dischi che sono lame. Come producer era già leggendario, ma da quando l’autore di storiche pagine musicali come Minimal Nation e Internal Exile si è messo a battere le rotte europee con regolarità impressiona anche la sua costante crescita come dj, e il suo set resterà tra i migliori dell’intera due giorni.
Ci ritagliamo poi un po’ di tempo seduti sul prato, con ancora migliaia di persone sotto la linea dei nostri piedi, tra noi e il mixer, per salutare idealmente un Dennis Ferrer quasi invisibile al centro del Mainstage, e quando scattano i prodromi di quello che forse è l’anthem vocale del 2010, Hey Hey, ci sembra di essere accorsi inconsciamente apposta. Ma il nostro uomo vira quasi subito verso una house molto commerciale, quasi per non distaccarsi troppo dal registro dei vari Dada Life, Afrojack, che l’hanno preceduto e che lo seguiranno, così diventa impossibile resistere al richiamo della Kozzmozz, dove Robert Hood ha già passato il testimone a Carl Craig e Radio Slave. Colti in flagranza di un set altalenante, per la verità. Quasi che dal vivo Radio Slave fatichi a trovare un flow all’altezza delle superbe prove in studio, che licenzia sotto forma di remix e originali tra i migliori che possano toccare orecchio umano in questo momento. E la presenza di Carl Craig assume suo malgrado una funzione quasi tutoriale, non smentendo la fama che vede djs e produttori di Detroit diventare, da culti assoluti che sono per noi europei, veri e propri fans, acritici, sfegatati, di colleghi del vecchio mondo loro idoli, a volte senza farsi sfiorare dal dubbio che la felice combinazione di un beat e una linea di basso con una frase di piano o una traccia vocale possa essere qualcosa che trascende le reali capacità in the mix di chi l’abbia scoperta (ricordo al riguardo presenze quasi imbarazzanti scorrendo il prestigioso cartellone del DEMF, per esempio, o le dichiarazioni di stima totale per italo-house e nomi tipo Ramirez da parte di Jeff Mills). I due si annullano un po’ a vicenda, quindi, ma a gioco lungo regalano anche diverse aperture da ricordare.
Ben più collaudata è la coppia formata da Marcel Dettmann e Ben Klock, non trascendono la somma dei rispettivi sforzi ma hanno il merito di creare un vuoto pneumatico fatto di suoni minimali, forse fin troppo mentale, ma che non concede tregua alle gambe e costringe le teste ad oscillare beatamente, senza sosta. Solo i morsi della fame ci spingono fuori e transitando davanti alla Ghost-style abbiamo l’occasione di saggiare di che pasta sono fatti i djs in seno ad essa. Casualmente intercettiamo proprio Ghost, all’opera, che non conoscevamo assolutamente: le coordinate sono hardcore, ma senza certi eccessi macchiettistici di cui soffre il genere. Appurato che esiste una valida alternativa anche in ambito hardcore al monopolio del Q-Dance, che comunque qui ha uno stage tutto suo, una specie di infernale mulino meccanico che si staglia al di là di un boschetto, per entrambe le giornate, saremmo perfino tentati di restare ma alle 21 spaccate torniamo sotto il cosmo: nel buio, che ormai si fa strada ovunque, Jeff Mills sta già facendo girare il primo disco. La cassa riecheggia imperturbabile ma intorno è tutto un diluvio di pulsazioni dubbate e i dischi non sembrano neanche in battuta, ma si distaccano l’uno dall’altro come gli stadi di uno shuttle, sospingendo il set nella più pura assenza di gravità. Il materiale selezionato ricorda certe sue produzioni su Axis, come 4 Art, forse la mia fase preferita del Mills produttore.
Quando nel finale le tempeste sonore si attenuano, condensandosi in un crepitante nocciolo di 909 e ritmici schiocchi di silenzio, l’eccitazione di un pubblico fino a quel momento perso negli anfratti del cosmo, preso a rincorrersi a colpi di raggi laser tra un asteroide e l’altro, si fa incontrollabile, e i picchi di esultanza soffocano l’eco di certe penne in differita dall’ultimo Dissonanze per cui “Jeff mills è francamente arrugginito” e “i 50 anni dietro l’angolo cominciano a farsi sentire”, parole che suonano lontane anni luce e fuori luogo (della serie “cosa fai recensire l’elettronica a quelli dell’indie rock”). L’affetto che nutriamo per l’ottima rivista fonte di simili giudizi ci induce non a citarla esplicitamente, ma a limitarci in questa piccola, speriamo costruttiva, stoccata.
Nel segno della continuità stilistica l’entrata in scena di Derrick May, che dimostra ancora una volta cosa significa essere un dj: non solo bravo nell’arte di costruire una storia ma anche nel saper chiosare i racconti che l’hanno preceduto grazie ad una profonda conoscenza del proprio repertorio, da cui selezionare le sfumature di volta in volta più adatte, mixando variazioni sul tema e note a piè pagina. E senza paura, poi, di spezzare l’ortodossia sonora con le vocals.
Insomma, May prende il posto di Mills senza sconvolgere il climax e inizia un set che rappresenta la naturale decompressione dopo la risalita (o ridiscesa): personalmente mai negli ultimi 4/5 anni gli ho sentito fare un set uguale all’altro, ha sempre creato l’atmosfera giusta a seconda della collocazione oraria, dell’ambiente, degli artisti in line up. E sempre con una classe unica. Un altro mostro. Verso la fine usciamo, bypassiamo le code house di Joris Voorn e ci spingiamo fino alla tenda Minus, dove è in programma ancora per un’ora abbondante Richie Hawtin, la grande sorpresa del festival: lontano dalle ripetitive prove degli ultimi tempi, sta letteralmente facendo a gara con Robert Hood per la palma del set più adrenalinico, sotto una tenda dall’allestimento sontuoso, dove centinaia di mirrorballs infilate come perle su gigantesche collane dai riflessi laser, scendono dalle volte della tenda. Alcuni clichées minimal affiorano sul finale ma a questo punto ci stanno, anzi lasciano un gradito retrogusto come Gauchito Gil di Daria, la traccia su Cadenza che riconosciamo solo ora che scriviamo, grazie ad un recentissimo post di Raibaz. E che ci scorta dolcemente all’uscita da questa wonderland sonora, programmati per un po’ di riposo in vista del secondo giorno.

Emiliano Russo

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plastikmanRiprendi in mano il biglietto dell’aereo, riordina i flyer raccolti e condividi su internet le foto scattate con gli amici. La settimana post festival prevede ogni volta gli stessi rituali, utilissimi a riabituarsi a dormire di notte e a trovare le parole giuste per raccontare questa nuova edizione di Dissonanze.
E dire che il weekend era incominciato nel peggiore dei modi possibili con il nostro aereo per Roma in ritardo di tre ore rischiando di farci perdere la performance del Mortiz Von Oswald trio, uno degli obiettivi principali del viaggio.
Fortunatamente alle 23 atterriamo a Fiumicino e, dopo una corsa in taxi senza nemmeno passare dall’hotel, eccoci al Palazzo dei Congressi nel futuristico quartiere dell’Eur, cuore del sistema burocratico italiano. Non so a voi, ma a me fa sempre una certa impressione pensare di andare a ballare circondato da Ministeri e dalle sedi dei maggiori enti pubblici!!!
Quando entro nella sala della cultura il concerto ha già avuto inizio e, come uno schiaffo in faccia, prendo atto della seconda brutta sorpresa della serata: il pubblico è per la maggiorparte (arrotondando per difetto) composto dai peggiori tamarri del centro sud.
Il dettaglio, purtroppo, non passa inosservato nemmeno a Herr Basic Channel che, per nulla soddisfatto di ciò che ha davanti, si limita al compitino dell’ultimo album con una gran voglia di sbrigarsi il più presto possibile.
D’altronde, analizzando i fatti, il suo comportamento è comprensibilissimo: in origine la serata di venerdì doveva essere un ritrovo per l’avanguardia e si sarebbe dovuta incentrare sul loro live act e su quello di Plastikman per chiudersi tranquillamente all’una e mezza. Invece, dopo la prima pubblicazione del programma, a causa delle proteste in massa di un pubblico incapace di distinguere la differenza tra rave e festival (per non parlare del fatto che alla fine dei conti in Italia sono le tamarrate a fornire i mezzi per le figate) gli organizzatori si son visti costretti a protrarre l’evento fino alle 5 e 30 inserendovi Barem, Troy Pierce e il djset dello stesso Hawtin (anche perchè tra le altre cose al Time Warp il suo live è stato fischiato per tutto il tempo).
Tornando quindi al povero Moritz potete immaginare come possa averla presa a passare da main event a semplice apri concerto per una schiera di ragazzi drogati e a petto nudo…
In ogni caso è il momento del djset di Troy Pierce (pare che Ritchie non voglia esibirsi live dopo qualcun’altro) e questo ci consente di andare nel foyer del cinema per il concerto dei Neon Indian con il loro ipnagogic pop da Brooklyn.
Qui la situazione è nettamente più vivibile, con una platea più matura e attenta.
I ragazzi americani propongono una miscela di suoni new wave e atmosfere psichedeliche, in cui la voce viene costantemente campionata e filtrata per poi essere percepita come un vago ricordo malinconico. Una curiosità: il chitarrista si muove uguale a Roland Orzabal dei Tears for Fears nel video di Shout.
Lo show di Palstikman si apre con la messa in funzione di un gigantesco cilindro a led al cui interno il biondo canadese può ritrovare la sua vera natura di artista sperimentale contornato di drum machines per la gioia dei suoi vecchi fans che, anche se in minoranza rispetto ai cinghiali, ora hanno il pieno controllo del dancefloor.
Le melodie di F.U.S.E. e le ritmiche schizzofreniche dei primi Plus8, unite a suggestivi giochi di visuals e luci, sono un buco nero nel quale non vediamo l’ora di cadere!!!
Certo la Tb 303 è meno accentuata e il set effettivamente non propone novità rispetto agli anni ‘90, però vedere/sentire/vivere Spastik eseguita live è un’emozione che tutti gli appassionati di musica dovrebbero provare almeno una volta nella vita!
Per me la festa finisce qui, gli altri due Dj M_nus sono artisticamente nulli cosìccome il loro Boss quando torna ad essere l’idolo delle masse italiche.
Quella di sabato è la notte che attendiamo con ansia, una grande festa per tutti i musicofili al contrario dei ragazzini orfani del nome modaiolo che son rimasti a casa a vedere la Champions. Alle 19 siamo già tutti in terrazza a goderci il tramonto con i King Midas Sound: Kevin Martin e Space Ape umanizzano un post dub industriale fatto raschiando lo zinco delle bare; lasciano davvero senza parole e senza più frequenze libere i potenti Funktion One.
A farci muovere il culetto in pista per primo è un altro Dj della scuderia Hyperdub,Darkstar, con un buffet completo di tutti i sapori che offre oggi il dubstep.
In terrazza Gil Scott-Heron ci ammalia, ci seduce, la sua voce è di quel Kind of blue che ci serve per arrivare alle soglie della notte.
Il pop cristallino di Pantha du Prince (identica performance di Elita) è l’anticamera delle migliori performance di Dissonanze.
Shackleton ormai possiede una dimensione soltanto sua oltre il dubstep o la minimal house berlinese: percussioni magrebine rimangono sospese su un flusso slegato dal 4/4. Lasciamo il foyer dopo il primo quarto d’ora di Martyn che una volta di più conferma che il talento ce l’ha unicamente nella produzione.
Dal genio inglese alla leggenda di Detroit: è il turno di Jeff Mills!
L’ex UR sta attraversando un periodo di forma sopra le righe e, mentre il suo antico rivale di Winsdor ricerca il facile consenso dei ballerini seguendo i trends del momento, lui, anzichè nascondersi nel cilindro, esce allo scoperto con una nuova impostazione del proprio suono votato alla comunicazione interplanetaria.
Il Palazzo dei Congressi diventa un’astronave, l’Arcadia di Capitan Harlock, i giradischi sono i motori per entrare nell’iperspazio mentre la fedele Tr 909 è il cannone protonico per abbattere gli incrociatori spaziali dei Klingon!!!
Dopo tre ore di battaglia senza quartiere volteggiando liberi ai confini con l’ignoto, trovo la forza di liberarmi dal controllo mentale di Jeff per andare ad ascoltare l’ultima parte del set di Marco Passarani. L’eroe capitolino smorza i toni con una neo detroit funky e deep.
A chiudere il festival Joris Voorn che forse dopo una performance come quella di Mills non sa che strada intraprendere così butta sul piatto ancora dei bei pestoni quando lo avrei preferito di più nella sua veste melodica come era avvenuto al Bloc Weekend.
L’alba segna la fine delle danze e Dissonanze ha spento la decima candelina.

Federico Spadavecchia

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nuits sonoresLione non dista molto dall’Italia, giusto un tre ore e mezza da Torino, un’ora in più da Milano e quasi una vita dalla mia bella Zena che mi costringe a prendere treni improbabili ad orari impossibili.
Anyway anche questa volta più di trenitalia (ed un tentativo di farci trascorrere il mercoledì sera nella sconosciuta Rivalta Scrivia) potè la passione, e così eccoci insieme a Simone KK a correre lungo i binari della stazione centrale che non sono neanche le sette del mattino, ma giusti giusti per salire a bordo del TGV, destinazione Nuits Sonores dove ci aspetta il resto della compagnia (un grande abbraccio a Gandalf, Antonella, l’architetto Z, Melkio & Yuri con relative signore, Mauro e Roby con tutta la mitica Techno INPS genovese).
Les Nuits Sonores è il festival di musica elettronica più importante di Francia e quest’anno è alla sua ottava edizione.
Come struttura ricorda molto da vicino il Club to Club: da mercoledì a domenica vengono organizzati una serie di eventi diurni e nottorni sparsi in giro per la città coinvolgendo non soltanto le discoteche ma anche warehouse e luoghi non convenzionali.
Proprio da uno di questi ultimi comincia la nostra avventura nella terra di Asterix; il palazzo della Borsa è un’elegante costruzione in pieno centro che sotto i soffitti preziosamente affrescati ospita webradio, punti informativi e workshops per case discografiche e produttori di strumenti musicali. All’esterno, invece, la piazzatta è diventata un dancefloor e tutti ballano rilassati godendosi i tenui raggi solari di un maggio travestito da novembre.
Dopo una cena frugale a base di agnolotti al burro ben innaffiata di grignolino optiamo per la serata all’Ambassade, un microscopico disco lounge che propone gratis niente di meno che Carl Craig!!
Naturalmente pur arrivando molto presto al locale c’è già una fila lunghissima, ma grazie agli agganci giusti del Gandalf (guida fondamentale di quest’avventura) riusciamo ad entrare subito.
Le prime due ore però sono una TRAGEDIA!!! Il club, ad esser genorosi da 60 persone, ne ha fatte entrare 150 e l’aria era di conseguenza irrespirabile e di ballare neanche a parlarne!
Fortuna, e tenacia, vuole che all’una e mezza quando inizia il Dj americano in molti decidono di averne abbastanza e vanno via permettondoci di fare quattro salti.
Craig, per di più, ci spiazza con due ore di scudisciate made in Detroit e donandoci perle come Gina X e la super classica Jaguar.
Il venerdì lo dedichiamo a fare i turisti. Lione con i suoi 100.000 studenti universitari è la città più giovane che abbia mai visitato e, pur essendo per estensione la seconda subito dietro a Parigi, ha un centro storico relativamente piccolo e girabile a piedi.
Finalmente siamo pronti al primo round delle Nuits Sonores nella sua sede principale ai magazzini generali, un complesso di capannoni industriali in smantellamento nella zona di Perrache.
Attrazione numero uno della festa è lo show di Laurent Garnier che insieme al fido Scan X percuote un dancefloor infuocato in un’inedita veste rave alternando dj set a performance live con tanto di synth analogici.
L’unica pausa che ci concediamo è per assistere al concerto degli UNKLE di James Lavelle, in versione Bono Vox Zooropa, oramai divenuti definitivamente una rockband dominata dalle chitarre.
Chiudiamo squadrando l’alba a colpi di cassa con i residents del Berghain: Marcell Dettmann e Ben Klock, che, lontani dal club berlinese, fatico a comprendere trovando la loro dub techno marziale troppo monotona e fuori contesto.
E’ sabato ed il giorno del Body & Soul, il grande evento per cui abbiamo affrontato questo viaggio.
Alle piscine di Lione, un complesso massiccio in cemento lungo il fiume che fa tanto Ostalgie sono stati invitati, per un evento unico in Europa, Francois Kevorkian, Joaquin Claussel e Danny Krivit.
I tre tenori della scena house della Grande Mela dalla metà degli anni ‘90 sonorizzano le domeniche pomeriggio a Tribeca con una performance corale che va ben oltre il mero back to back.
In quasi otto ore di set l’house viene sezionata ed esplorata in ogni sua parte: dalle origini funk e disco, alla gospel house (ad un certo punto mi aspettavo apparisse Sister Act…), al newyorican soul ma soprattutto strumenti suonati e non loops!!!
La formazione tipo vede Francois al comando di Tracktor a gestire la scaletta e il sound design mentre Claussel e Krivit si alternano al mixer (rigorosamente a manopole).
Se Krivit preferisce un approccio più fisico al dancefloor, Joe si pone al pubblico come un prete del ghetto che incita i fedeli alla domenica, con lo sguardo spiritato sembra che la musica passi attraverso il suo corpo prima di finire nel mixer e quindi nelle casse. Il Dj di colore, inoltre, manovra canali ed equalizzazioni con una tale precisione da rendere chiaro a tutti che lui non è che conosce a memoria le canzoni, no lui le possiede!!!
Ecco in uno show del genere Tracktor libera le sue vere potenzialità perchè tenere i dischi a tempo è solo una minima parte di un set che prevede che tutti i brani utilizzati vengano remixati sul momento creando così nuovi inediti edits.
Con Claussel al comando, sempre sotto l’attenta e severa supervisione di Messieur K, c’è spazio solo per abbracci e sorrisi a beneficio di una platea molto più adulta rispetto al rave notturno.
E a proposito di signori di una certa età la serata si apre con il concerto dei Gang of Four, storica band americana, ancora capace di fare casino.
Nella mia strada per Dixon mi imbatto in Rustie e il suo ormai solito set tra electro, dubstep e techno anni ‘90 su cui il pubblico ben si scatena.
Il boss della Innervisions, invece, ci stupisce e anzichè proporre un prevedibile set nuhouse condito di jazz e deep, la mette sul viaggioso facendoci ballare a venti centimetri da terra.
Il suo finale con uno special rmx di Kill100 degli Xpress2 ci manda definitivamente in orbita!
Prende quindi in mano le redini del gioco Seth Troxler, giovane promessa di Detroit (quando nasci nella Motor City hai già fatto metà del lavoro…) capace di mettere d’accordo mainstream ed underground, che sfodera un set in progressione partendo da suoni scarni e minimali fino a crescere sempre di più per impatto e costruzione dei pezzi. La chiosa, all’ultimo disco, The Light 3000 di Schneider TM, vale a dire la cover di There is a light that never goes out degli Smiths; a stento tratteniamo i lacrimoni.
Ultimo dj set del festival: Agoria.
All’idolo di casa il difficile compito di chiudere le danze; qualcuno lo definisce già come il delfino di Laurent Garnier ma per me siamo ancora ben lontani da quei livelli d’eccellenza mancandogli ancora tutta la parte teatrale e concettuale.
Il suo è comunque un set energico e strepitoso mostrando un’ottima tecnica coi cdj. Su Les Violons ivres scorrono i titoli di coda e sull’ultimissimo disco scatta il delirio dei ravers più navigati…è Go di Moby!!!
In conclusione queste Nuits Sonores sono state una bella novità per noi amanti della pista da ballo e ci han permesso di vedere performance, come appunto il Body & Soul, uniche nel loro genere e rarissime qui in Europa.
Tuttavia c’è da sottolineare la disparità di organizzazione tra gli eventi pomeridiani e quelli notturni, con i primi meglio impostati e gestiti a fruizione di un pubblico più maturo, mentre i secondi, chiaramente per la massa, richiamavano da vicino i festival tedeschi in stile Time Warp, ma con l’aggravante di non aver gestito bene i palchi (Garnier e UNKLE dovevano esibirsi a sale invertite vista la quantità di gente accorsa per il parigino) e gli spazi di accesso (code interminabili all’entrata che si trasformavano in un’ammucchiata generale).
Inoltre gli impianti non erano potenti come avrebbero dovuto essere, in altre parole: mettetela come volete ma senza Funktion One si fa poca strada!!!
In tutta onestà se il festival si fosse tenuto in una città poco attraente come ad esempio Eindhoven difficilmente sarei andato.
E’ l’alba di un maggio che poteva essere tranquillamente novembre e voglio solo riposare qualche ora prima di rimettermi in viaggio verso casa.

Federico Spadavecchia

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Se fosse durato anche un solo giorno in più saremmo stati tutti ricoverati in un ospedale psichiatrico, d’altronde il Bang Face, arrivato alla sua terza edizione, non è nient’altro che questo: 3 giorni di adrenalina anfetaminica, vissuti tutti d’un fiato ballando sull’immancabile moquette inglese, che ben poco concedono al riposo se non qualche ora assolata da trascorrere in spiaggia.
Altra caratteristica fondamentale del rave organizzato da James Saint Acid e dalla sua Hard Crew è la fedeltà del pubblico, degno discendente delle tribes dei primi anni ‘90, che per esserci ha sfidato addirittura le ceneri del vulcano islandese che fino all’ultimo hanno causato il blocco degli aereoporti di mezz’Europa.
Tanta tenacia è stata giustamente premiata da una line up di altissimo livello con giusto un paio di defezioni risolte con sostituzioni se possibile ancora migliori dei titolari: Bizzy B al posto di Friction ma soprattutto Mu-Ziq al posto di Mark II (comunque presente il sabato).
I padroni di casa ci danno il benvenuto con il tradizionale set hardcore di Dave Skywalker che per l’occasione propone un remix d’assalto della colonna sonora di Jurassic Park, tema scelto per la festa di quest’anno.
Musicalmente si può affermare che il Bang Face 2010 è stato soprattutto la sagra della catena con i Dj breakcore a dominare in lungo e in largo, dentro le sale e dentro gli chalet: Venetian Snares è il capo indiscusso di un plotone di zombie attaccati alla presa della 2 e 20 che arriva addirittura a lanciare una lattina di birra contro il fonico che non segue i suoi ordini. Jason Forrest aka Dj Donna Summer (copia sputata del wrestler americano Kane) ed i leggendari Human Resource from R&S rec., con uno straordinario set hardcore ‘92/’94 (ciliegina sulla torta SunbeamOutsideworld” ) sono i suoi fidati luogotenenti.
Fortuna che c’è Ceephax con un live tutto analogico a rallegrare l’atmosfera pompando l’happy acidcore dell’ultimo album così come DMX Krew che, ad un mese dal BLOC, affina il nuovo live rendendolo ancora più intenso e accattivante.
Sul versante delle nuove generazioni c’è da segnalare il talento di Loops Haunt e della giovane Doubtful Guest. Divertentissimi anche i ragazzi della Countryside Alliance Crew: contadini inglesi con tanto di mucche e pecore on E al seguito trapiantati nella Jamaica della d’n'b più spinta.
Per quanto riguarda il dubstep ormai possiamo dire con certezza che è morto, o meglio reincarnato nelle sue mille diramazioni affossando ogni tentativo di definizione: Appleblim, sempre più al vertice del djing mondiale, ha impostato il proprio sound su beats sexy e groovosi alla Strictly Rhythm con melodie dubbeggianti e mentali; Joker, invece, si serve dei potenti Funktion One per torturare la folla con i vibranti bassi del wonky beat, vero e proprio future pop.
In mezzo la sublime eleganza di Detroit: a Dj 3000 bastano solo un paio di Technics senza nemmeno gli effetti per trasformare la face room in Copacabana, mentre gli Aux 88, in divisa e synth, mettono su uno show degno dei Kraftwerk.
Spiegare poi a parole il live degli Urban Tribe è poi impresa davvero ardua: Moodymann, Antony Shake Shakir e Dj Stingray con drum machine vintage, laptop e tastiere intrappolano il funk in una prigione sotterranea dove la luce del sole non può arrivare. Immaginatevi Moroder in un solitario concerto dopo l’apocalisse nucleare, non so se rendo l’idea!
L’ultima gemma di scintillante estetica ce la regalano i Plaid: sala al buio e luci blue, giri di basso stretti dai rimandi proggy, grandi viaggi inframmezzati da risvegli schizzofrenici idm.
In tutta questa perfezione rileviamo solo un paio di delusioni, vale a dire un Mathew Herbert che non va oltre un normale, ed anonimo, djset techno/dubstep, e gli Orb a cui ormai si assiste solo per puro gusto filologico perchè per il resto il peso dell’età è troppo grande per consentire passi in avanti sia nella ricerca che sul dancefloor.
Chiude la festa il nostro ospite Saint Acid con l’ultima mitragliata acid, perfetta per la battaglia in pista a colpi di palloncini e delfini gonfiabili da spiaggia, per poi lasciare il commiato alle classiche cornamuse scozzesi.
E’ stata durissima ma siamo arrivati fino in fondo, ci rimane solo un’ultima levataccia per andare a prendere l’aereo e, una volta a casa, chiamare immediatamente il fisioterapista per un appuntamento!

Federico Spadavecchia

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Frequencies

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