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glimmerMeglio precisare fin da subito che qui l’elettronica ha un ruolo MOLTO relativo, e riguarda unicamente la tecnica compositiva, pertanto chi si aspettava l’ennesimo album spacca pista cui la Ghostly ci ha abituati resterà alquanto deluso.

Michal Jacaszek è un musicista polacco che ha passato gli ultimi dieci anni a studiare ed esplorare nuovi orizzonti nella musica classica, che nell’Europa orientale ha una lunga tradizione.

La foglia d’oro in copertina sembra un richiamo alla strumentazione barocca utilizzata e allo stesso tempo alla fragilità della bellezza e dei sentimenti di cui Glimmer è ricco.

L’autore stende un tappeto di micro rumori e fruscii (uno dei suoi punti di riferimento è Tim Hecker) per poggiarvi sinfonie delicate, costruite mediante sperimentazione elettro-acustica, che si sviluppano in un crescendo di intensità malinconica. Verrebbe quasi da pensare ai drones a la Stephan Mathieu suonati con strumenti tradizionali.

A proposito della sua attività artistica Jacaszek afferma che la base di tutto è l’intuizione che esista una realtà nascosta affianco al mondo tangibile, e il desiderio di volerla svelare.

Perdiamo lo sguardo in questo landscape sonoro cercando di cattuare con gli occhi tutti i dettagli che la musica disegna, confondiamo le note coi ricordi e proviamone nostalgia.

Federico Spadavecchia

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vantaaRitorno alla via solitaria per Sasu Ripatti che, dopo aver trascorso agli ultimi due anni a fare da percussionista nel Moritz Von Oswald Trio, riprende in mano l’alter ego di Vladislav Delay per il suo decimo album.

Pioniere della musica elettronica contemporanea l’artista finlandese ha raccontato la sua visione creativa celandosi dietro diversi moniker di modo da evidenziare di volta in volta la particolarità del progetto.

Sempre in anticipo sui tempi, forse non tutti sanno che ad esempio il termine nu house è stato utilizzato per la prima volta già nel 2002, proprio in riferimento a Sasu che, all’epoca appena ventitrenne, pubblicava Vocalcity questa volta come Luomo, salvo poi dichiarare di trovare l’house in generale noiosa e di non provare alcun interesse verso di lei.

E’ molto interessante anche il suo rapporto nei confronti della tecnica produttiva, perennemente critico a causa di un uso ormai standard della tecnologia digitale, che lo ha portato a cercare soluzioni alternative culminate nell’esperienza del Trio.

Vantaa è la risposta ai suoi dubbi sull’elettronica moderna che tutte le esperienze fin qui fatte da Sasu hanno suggerito a Vladislav, a cominciare dalla scelta della label, quella Raster Noton stella polare della ricerca matematica/musicale, ed allo stesso tempo amatissima dai Techno heads.

Basta con le micro structures, voci e melodia classicamente intesa.

Ispirato dal paesaggio post industriale finlandese (Vantaa è effettivamente il nome di una città), l’autore lascia che i drones si sostituiscano alla nebbia mentre frattali e beats sincopati dipingono su una scala di grigi acqua, nuvole, sospiri e paranoie.

Nelle vaste pianure del nord, dove la terra scompare nei ghiacci, il panorama non sembra mai cambiare, ma basta un pò d’attenzione per comprendere la costante mutazione della cose e dell’intensa attività di migliaia organismi invisibili ad occhio nudo.

Le tracce si susseguono come unico movimento di una sinfonia futurista, facendo cadere l’ascoltatore in uno stato estatico/catatonico. Col passare del tempo le pulsazioni in partenza ovattate si fanno via via più presenti fino alle cavalcate finali di Lauma e Levite.

Un album per chi non ha paura di restare intrappolato in una dimensione parallela.

Federico Spadavecchia

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xhinLa Stroboscopic Artefacts, etichetta tedesca ma guidata dal nostro connazionale Lucy, è sicuramente da annoverare tra i cardini del riscoperto movimento techno che, dopo aver lasciato campo libero all’house negli ultimi quattro anni, sembra essersi svegliato dal suo torpore per tornare ad imporsi sul dancefloor.

Chiaramente stiamo parlando di techno di matrice mitteleuropea visto che la scuola detroitiana ha sempre fatto storia a sè, con la sua vena minimale ma funky, cupa e dirty ma al contempo di scintillante eleganza.
Un’altra premessa obbligatoria riguarda un termine dal quale ormai è impossibile, o quasi, prescindere: il sound design, una scienza legata a doppio filo al progresso della computer music.

Se fino ai primi duemila il sound design era materia di stretta competenza delle avanguardie, con l’esplosione della minimal assistiamo alla nascita di una sorta di corrente neo classica in cui la ricerca del beat perfetto ha la precedenza su qualunque altra cosa. Tuttavia la carica innovativa del genere è presto vittima della banalità di migliaia di mediocri producers attirati dall’idea di facili guadagni.

Manco a dirlo la capitale di questa ennesima techno rivoluzione è Berlino, dove le battute più dure non sono mai state messe in naftalina, e soprattutto dove si può contare sull’apporto di una leggenda quale Hardwax, che non solo ha rilanciato la dub tech, ma ha anche avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del dubstep arrivando ancora una volta a rivaleggiare con Londra.

Protagonisti della situazione sono un mix di veterani e giovani promesse di varia nazionalità come ad esempio Adam X, Chris Liebing, Regis, Function, Ruskin, Surgeon, Marcel Fengler, Lucy, Perc, Norman Nodge, Emptyset, ed il nostro Xhin, che si sono imposti grazie a grooves granitici e atmosfere così oscure da rasentare l’industrial.

La critica più comune che viene mossa loro è quella del fare le stesse cose della Stigmata di dieci anni fà solamente più lente ma in realtà non è proprio così.

Pur ammettendo infatti una comunanza di mood (dovuta comunque al fatto di avere tra i suoi autori mostri sacri dell’era precedente), quest’ultima wave si distingue dalla schranz di scuola CLR per essenzialmente due caratteristiche: innanzitutto laddove Liebing ricercava una materia grezza e senza fronzoli da buttare sui piatti a velocità supersonica, quasi in stile punk, da manipolare usando tre piatti, la techno 2.0 è frutto di una maturazione stilistica molto attenta sia a celebrare le origini (eterna gloria alla Basic Channel) che a sperimentare flirt con l’IDM e l’avanguardia, avendo in testa artisti come Alva Noto e Pan Sonic, quindi si orienta sulla rotta Berlino-Detroit appropriandosi dei riferimenti all’esplorazione dell’universo e del duello uomo macchina elaborati dagli UR.

Il quartier generale della scena, come avvenne nei primi ‘90 (ricordate la mitica cellar room del vecchio Tresor?), è stato individuato in un locale berlinese, ma a differenza di allora le produzioni vengono studiate appositamente per dare il massimo tra i Funktion One del Berghain, in quanto grande tempio della perfezione acustica e di notti quasi infinite al riparo dalla luce del sole.

Prodotto e registrato interamente a Singapore, Sword è un album figlio della techno di oggi, aggressivo ma attento all’eleganza della forma dell’onda sonora, che si diverte nel far interagire ricerca e clubbing.

Le tracce ritmiche sono senza alcun dubbio il punto di forza di un disco che esalta le influenze ricevute da tutti i nomi sopra citati, sia nel sound che nell’affresco proposto di mondo soggiogato da una tecnologia matrigna.

Quella di Xhin è una visione onirico-cibernetica che si riflette in colpi di cassa brutali, linee di basso al laser, dolci polifonie angeliche (sulle parti ambient a nostro avviso c’è però ancora da lavorare), microrumori e un senso di vuoto che ti attanaglia lo stomaco.

Blade Runner è tornato in azione.

Federico Spadavecchia

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beatMark McGuire – Get Lost (Editions Mego)

Una sigaretta accesa al tramonto, pronti per la lunga notte che ci attende. Una sigaretta accesa all’alba, l’aereo per tornare a casa ci aspetta già sulla pista.
Prima di addormentarci sui sedili rivediamo dietro gli immancabili occhiali da sole le storie appena vissute. Sotto le strobo il tempo è una dimensione molto relativa: la coda al guardaroba, un drink per carburare e muovere i primi passi per prendere confidenza con la pista, gli occhi chiusi le mani al cielo, l’ultimo! L’ultimo! e di nuovo l’aria fredda del mattino sulla faccia.
Ecco se fino a poco tempo fa l’unica colonna sonora ammessa per quest’immediata fase di post clubbing era il rombo dell’Easyjet di turno ora abbiamo trovato il disco perfetto.
Mark McGuire, già a capo degli Emeralds la band simbolo della nuova stagione synth wave, si presenta in solitaria con un ep di 6 tracce zuccherine tutto riff di chitarre ed elettronica ambientale all’insegna della malinconia.
Allacciate le cinture di sicurezza e riposizionate lo schinale in posizione verticale, sta per iniziare la manovra di atterraggio.

Velveljin – Nostalghia (Noble)

I Velveljin sono un gruppo giapponese nato nel 2009 trasferitosi a Parigi nel 2010 per seguire uno dei suoi componenti.
Questo è il loro secondo album e trae ispirazione dal film del regista/musicista russo Tarkovsky intitolato per l’appunto Nostalghia.
Tuttavia più che ad una soundtrack il disco rimanda ad una deep house eterea, immaginate un James Holden meno psichedelico ma più nostalgico e delicato, fermo restando che i riferimenti diretti sono i connazionali Serph e Kaito.
Ottimo per un ascolto contemplativo in poltrona ma sarebbe interessante proporne alcuni brani sul dancefloor.

Furtherset – Old Quantum Theory Ep (Technowagon)

Restando in tema di atmosfere suggestive segnaliamo questa produzione interamente italiana o meglio umbra!
Esce infatti sulla label perugina Technowagon il nuovo ep del giovanissimo talento Tommaso Pandolfi, altrimenti detto Furtherset, che ci aveva ben impressionato al Dancity Festival e che sarà tra i protagonisti del prossimo Club To Club.
L’ep è composto da 5 tracce, con uno special remix firmato Vaghe Stelle, tese a ricostruire un sogno appena fatto alla mattina poco prima di svegliarsi.
Potremmo stare qui ore a filosofeggiare sui rimandi ai grandi maestri dub ed idm (tra gli altri la Warp e Monolake) presenti nella sua opera così come a stupirci per la maturità dimostrata, ma cazzo volete mettere quanto sia fottutamente divertente a 16 anni passare i pomeriggi a smanettare sui synth anzichè a fare i compiti?

Gendroid – Back to the Past Ep (Sauroid)

Sembra ieri quando giravamo per le spiaggie della riviera romagnola con il mega stereo a cassette come fossimo nel Bronx col ghettoblaster ed una sveglia al collo.
Sono passati quasi 30 anni eppure c’è ancora qualcuno che continua a credere nell’electro da breakdance e nelle possibilità offerte da un passato magari tecnologicamente più arretrato ma certamente più creativo.
Gendroid è un artista ucraino ed è l’ultimo prodotto di casa Sauroid, label al cui comando non troviamo nè IF, nè Dmx Krew o Serge della Clone ma il pugliese Giosuè Impellizzeri!!
Ha base proprio in Italia questo collettivo di esploratori sonoro/temporali, ma attenzione a non farvi ingannare dal logo del dinosauro perchè il loro non è retrò fine a sè stesso: ben lungi dal rifiutare le innovazioni offerte dal progresso digitale questi ragazzi puntano ai vaporosi anni ‘80 come ad un trampolino per scagliarsi verso obiettivi sempre nuovi. Ad ogni uscita la prospettiva non è mai la stessa.
Largo allora a vocoder, riff sintetici super catchy e a ritmiche dal taglio hip hop old school: lasciatevi contaminare dal Neo Rave!!!

Francesco Tedeschi – Animus Ep (Resolute)

L’etichetta americana Resolute ha deciso di sfoggiare un raffinato look made in Italy per la loro nuova uscita discografica.
In passerella infatti sfila Francesco Tedeschi da Genova che, quando non è occupato a pensare a come salvare il mondo da improbabili invasioni aliene, si rivela un abile stilista elettronico.
Attento alla purezza delle atmosfere roots post Studio 54, Francesco cuce tre suites house di scintillante modernità con originali riflessi vecchia scuola new yorkese.
In più a dare man forte ci sono i remix di Kiki e Agaric. Ne sentiremo parlare a lungo!

Various Artists – Movement Torino Music Festival – 2011 Edition (Movement Sound Recordings)

Continuiamo a parlare di Italia con la nuova compilation Movement. Sono ormai 5 anni che ogni anno a Torino si celebra il gemellaggio delle Motor Cities con Detroit.
Ad accompagnare l’omonimo festival arriva questa tripla compilation (2 cd unmixed ed un altro mixato da I Robots) contenente big internazionali quali Kyle Hall, Anthony “Shake” Shakir, Patrice Scott e Robert Hood ma anche leggende nostrane come Federico Gandin.
Un ottimo modo per ingannare l’attesa prima della festa oppure per rievocarne il ricordo una volta a casa.

E.S.C – The Prophecy Ep (The Boardroom Presents…)

James Moss e Steven Boardman sono i nomi che si celano dietro l’alias E.S.C..
Le loro produzioni sono sempre apprezzate dai Dj’s techno di tutto il mondo e anche stavolta avranno di che essere soddisfatti con ben tre tracce dal basso rotolante e ripartenze ipnotiche.

Nick Harris – White Leather Ep (NRK)

Il grande capo della Nrk, Nick Harris in persona, torna al banco di regia e sforna 2 tracce di pura deep.
Affianco agli original mixes, molto contemplativi da tramonti lontani, ci sono le versioni di Kiki che innesta il turbo funk, e di Hector Murillo all’insegna dell’house più scarna e sudata.

Matt Star & Candy Csonka feat James Teej – Softly – Roots and Wings Music

House dritta al dancefloor in 3 modalità differenti. Comun denominatore l’effetto ipnotico. Sui 3 pezzi che compongono il singolo spiccano Hector e la sua 808.

Federico Spadavecchia

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Nella musica è inutile porsi vincoli e scadenze cercando di realizzare canzoni seguendo fedelmente la ricetta del manuale, perchè tanto alla fine sarà il corso degli eventi a determinarne la riuscita e l’ispirazione.

Prendiamo il caso dell’ultimo disco dell’icona new wave Gary Numan, il quale era partito con l’idea di pubblicare semplicemente una raccolta di vecchi demo rifiniti per tenere in caldo il pubblico nell’attesa del suo prossimo lp, Splinter (a suo dire fenomenale), ed invece grazie all’insistenza del produttore Ade Fenton, convinto della bontà del materiale a disposizione, da alla luce Dead Son Rising, campionario electro rock di futuristiche visioni apocalittiche.

Il tema religioso dei lavori precedenti viene messo da parte (anche se visti alcuni titoli non del tutto): il Glaciale torna a cantare mondi dominati con pugno di ferro dalla tecnologia, traendo nuova linfa dalla passione per la scrittura di fantascienza cui si è dedicato negli ultimi anni.
Non meno importante è il lato sentimentale alimentato da relazioni tormentate sia d’amore che di amicizia.

In quest’atmosfera onirico decadente l’unico colore con cui può essere dipinto il suono è il nero.
Un’oscurità densa in cui però è facile riconoscere le ombre dei tantissimi figli legittimi e non di Gary (Nine Inch Nails, Marylin Manson, Nietzer Ebb, Prodigy ecc…).

Tastiere e chitarre sono usate come seghe elettriche sulle lamiere per lacerare l’ascoltatore con riff ruvidi e graffianti. In nostro soccorso però c’è la voce calda, profonda e dolorosamente umana di Gary.

Tra anthems da stadio e momenti intimisti è difficile restare indifferenti davanti alla freschezza di un artista che, con 30 e passa anni di carriera alle spalle, ritiene inconcepibile vivere di rendita ed armato del suo fedele sintetizzatore è sempre pronto a sfidare il futuro.

Federico Spadavecchia

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the labNel susseguirsi vorticoso di nomi nuovi che lo tsunami digitale (riferito più al suo lato mediatico che non a quello più strettamente tecnico/djistico) infrange contro i nostri clubs preferiti sta diventando sempre più difficile capire quale di questi sarà here to stay e chi invece sarà rigettato via dalla corrente.

Tra pomeriggi oziosi trascorsi a leggere siti e riviste e umide notti insonni sotto le strobo ciò che salta all’occhio è il bizzarro rapporto tra i ballerini ventenni e quelli delle generazioni precendenti con i primi ad impazzire per mostri sacri della consolle quali ad esempio Richie Hawtin, Sven Vath, Carl Cox o Ralf e Coccoluto (conosciuti purtroppo per loro nella fase calante della carriera) ed i figli della moda minimale post 2006 (Loco Dice su tutti) diventata nel frattempo l’attuale loopy house commerciale, mentre i fratelli maggiori, fatto salvo l’immutato e sconfinato rispetto per la vecchia guardia (specie se from Detroit), sono più propensi ad accostarsi ai suoni più underground prodotti da talenti con la metà dei loro anni.

I rari casi in cui ci si trova tutti d’accordo ricomprendono personaggi come Ricardo Villalobos (tanto fine musicista/musicofilo quanto ultimo dei marcioni) o come Seth Troxler, tanto protagonista di festivals all’avanguardia quanto di casa sulle spiagge ibizenche, incaricato dalla prestigiosa Nrk, storica label deep house, a compilare il terzo capitolo della serie di cd mix The Lab.

Si dice che quando sei di Detroit hai già fatto metà del lavoro, ed infatti il ragazzo anche se nasce a Kalamazoo (sempre nel Michigan) si traferisce quasi subito a Detroit dove resta fulminato dall’house music sin dall’età di 7 anni. Seth percorre una strada costellata di grandi successi anche a livello di produzioni, ma a rapire i clubbers è soprattutto il suo talento ai piatti: attento al groove ma al contempo generoso di melodie oniriche e jazzy, abile nello sfruttare le novità delle charts senza mai dimenticare l’importanza dei classici (uno dei suoi cavalli di battaglia è “The light 3000” degli Schneider TM cover di “There is a light that never goes out” degli Smiths) e quanto sia dannoso consacrarsi ad un unico genere.

La sua The Lab è proprio un riuscito autoritratto, a partire dal fatto che l’ha realizzata semplicemente con un paio di giradischi nella cameretta di un suo amico come fosse ancora un novellino.
Il primo cd, come si accennava sopra, rappresenta il Seth da peak time, squadrato ed ecstatico, in bilico tra Berlino ed Ibiza ma sempre capace di soddisfare anche le orecchie più esigenti mettendo su vecchie conoscenze deep come David Alvarado (qui con”Beautification“).

Il secondo cd, invece, spazia di più andando a scoprire la passione del Dj americano per la musica elettronica al di là del mestiere d’intrattenitore di folle: il battito si rilassa e si sale a bordo di una navicella per esplorare atmosfere differenti, anfratti dell’universo dance magari meno battuti ma non per questo meno affascinanti.

Da sigillare nel proprio autoradio.

Federico Spadavecchia

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kuedoTra le tante stelle che hanno illuminato la costellazione dubstep una delle più brillanti e misteriose è quella dei Vex’d.

Progetto che ha sempre fatto storia a sè pubblica nel 2005 l’album Degenerate, pietra miliare dell’evoluzione del genere, che, con le sue cupe trame industrial e gotiche, ha dato il via al lato techno e hard della scena.
Eppure Jamie e Roly non si sono mai sentiti parte integrante di questa, tanto che, all’incirca un anno dopo, decidono di prendere strade diverse e, soltanto per la grande insistenza dei fans, danno alle stampe nel 2010 il vangelisiano Cloud Seed, una raccolta di materiale inedito di cinque anni prima.

Gli anni scorrono e mentre Roly si allontana sensibilmente dal dancefloor e dagli iperbassi, l’ex socio, ribattezzatosi Jamie Vex’d, diventa uno dei Dj più richiesti nei clubs e nei festivals di mezzo mondo, portando sul palco un sound da cimitero digitale (dove vanno a morire i Transformers); anche la sua attività di remixer è molto proficua e di prima qualità.

Oggi però, anche se sempre con la benedizione di Sua Santità Planet Mu, è giunto il momento di una nuova epifania per Jamie che si trasforma in Kuedo.

Severant segna lo stacco definitivo con un passato vissuto nell’oscurità, largo quindi a colorati synth anni ‘80, che, come lo stesso autore racconta a Luca Galli sul nuovo numero di Blow Up, sono evocativi di un futurismo serio e romantico.

La melodia è infatti la grande protagonista del disco che quasi oscura l’altrettanto altissimo livello della sezione ritmica, la quale è quanto di più moderno ci possa essere: un concentrato di tutte le tendenze post, che vanno dal footwork al coke rap, su cui svetta imperiosa la classica batteria elettronica Roland TR 808.

Ciò che resta immutato dai tempi di Vex’d è quell’andamento da soundtrack, che tuttavia adesso dipinge i festeggiamenti per la caduta dell’Impero e non più le drammatiche fasi della battaglia.
Malinconia e luce sono gli elementi che più di ogni altro l’artista inglese vuole evocare rielaborando le teorie del suo maestro spirituale Vangelis.
Ecco allora canzoni che in meno di 5 minuti sprigionano tutta la loro forza, dirette come ormai il Pop non sa più essere (meno sound design e più sentimento), lasciandoti addosso quella sensazione di torpore da sogno ad occhi aperti tipica della primavera.

All’apice della retromania e ipnagogia Kuedo non perde tempo a rimpiangere gli anni in cui sognavamo di cyborg e macchine volanti, ma libera la fantasia dal rigore tecno/logico perchè possa divenire autostrada per il futuro.

Federico Spadavecchia

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notoE’ incredibile come Carsten Nicolai, meglio conosciuto come Alva Noto, sia passato dallo status di artista concettuale e ricercatore sonoro quasi al grado di pop star, con migliaia di fans pronti a seguirlo ovunque dai teatri ai rave. La questione diventa ancora più straordinaria se consideriamo il fatto che tutta questa ondata di celebrità si sia sviluppata indipendentemente dalla volontà di Carsten.

Già perchè lo sperimentatore tedesco è sempre andato dritto per la sua strada seguendo unicamente le proprie idee che, soltanto negli ultimi due anni, lo hanno portato a pubblicare un qualcosa come quattro album (di cui tre con altrettante diverse collaborazioni) esplorando, forse come mai nessun altro, l’universo minimale.

L’errore pop deriva dall’equivoco minimal/minimalism provocato da Richie Hawtin e dalla sua macchina da soldi M_nus, che hanno avvicinato la massa al Raster sound (il celebre mix DE9 (2005) di Hawtin che segnò l’esplosione del fenomeno era strapieno di samples targati Raster e Pan Sonic). Certo quando la faccenda si fa intellettuale (ed ambientale) il popolo fugge e fischia (lasciando campo ai veri appassionati), ma davanti agli scintillanti e granitici beats degli oscillatori di Byetone, Signal e dello stesso Alva Noto si scatena l’inferno (ricordate Dissonanze 2009?).

Prova di ciò è lo scarso successo del progetto Container, guarda caso col biondino di Winsdor, e la straripante richiesta di Dj set del solo Carsten (dal Bloc Weekend al Club To Club), il quale sembra diveritirsi parecchio in questa veste più dance (vedi il podcast per Resident Advisor).

Per quel che concerne Univrs si tratta del proseguio del concept di Unitxt con un maggior focus sullo studio di un linguaggio universale e delle sue varie declinazioni.
Le 14 tracce del disco, risultato di differenti metodi di audio analisi, prendono le mosse da un contesto live, dando vita ad un movimento denso e continuo in cui la fisicità la fa da padrona.

Per quanto riguarda inceve l’aspetto visivo (immancabile trattandosi di un’opera di Nicolai) abbiamo una manipolazione in tempo reale d’immagini generate da impulsi audio e contemporaneamente processate attraverso una macchina creata ad hoc per proiettare una successione di patterns di colori senza ripetizioni.

Oltre ai dettagli strettamente ingegneristico/nerdistici c’è spazio anche per un paio di curiosità: la prima riguarda uni acronym in cui la modella Anne James Chaton recita una serie di ben 208 acronimi (messi in ordine alfabetico) composti dalla combinazione di tre lettere, e quindi uni rec contenente un sample firmato Martin L. Gore.

Per concludere siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della bravura di Carsten Nicolai anche se, com’era già successo agli ultimi Pan Sonic e al suo, lungo, sodalizio con Sakamoto, la formula inizia ad essere fin troppo nota; il linguaggio è diventato ormai universale e a farne le spese è l’entusiasmo dei fans che ne esce un pò smorzato.

Federico Spadavecchia

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roomsTravis Stewart, in arte Machinedrum, è una vecchia conoscenza dell’underground elettronico statunitense. Da oltre 10 anni infatti dal suo laboratorio a Brooklyn tira fuori sperimentazioni di ogni tipo, dall’IDM alla deep house. Inoltre insieme al suo socio Praveen Sharma da sfogo alle sue fantasie dub con il moniker Sepalcure incidendo per la Hotflush.

Oggi il campo della sua ricerca è l’Uk Bass, ed allora forse è meglio precisare già in partenza che questo lavoro non ha nulla a che spartire con le seghe mentali di taluni pseudo intellettuali (soprattutto nostrani) che, rinchiusi nel bagno della propria mente, immolano diottrie al post dubstep tenendo in mano la copertina di James Blake.

Room(s) è un disco rivolto alla pista essendo basato principalmente sul ritmo.
Intenzione dell’autore è gettare un ponte tra la sperimentazione e il pop, come egli stesso racconta alla rivista on line xlr8r.
L’elemento vocale, presente in ogni traccia sottoforma sia di cut up e loop che di cantato classico, non viene nè disciolto negli effetti come per Burial e Zomby nè tanto meno frantumato in mille samples come Fourtet, piuttosto viene caricato della spinta e della sensualità dell’house.

Le percussioni picchiano forte su un beat nervoso, figlio dei rapporti promiscui di mamma Uk garage, che corre sempre più veloce verso il precipizio salvo fermarsi di colpo all’ultimo istante prima del salto. Al contrario le melodie sono soffici e catchy, utilissime a conquistare l’ascoltatore fin dal primo ascolto. Per quel che riguarda il basso, invece, si nota una certa somiglianza con le produzioni della Apple Pips (Door(s)), dove per quanto struttura portante del progetto non assurge mai al ruolo di mattatore limitandosi a tirare i fili del gioco da dietro le quinte.

Ciò che colpisce di più è la facilità con cui Travis maneggia stili e atmosfere diverse: la vivace piano house di Come1, il funky acido psichedelico di Sacred Frequency ed ancora il moderno 2step in GBYE e U Don’t Survive,o i momenti intimisti di Lay Me Down e quelli crepuscolari di She died there. Il tutto per arrivare alla sintesi di The Statue in cui Machinedrum riesce a modellare il mix perfetto tra tutte le citate derivazioni.

In definitiva Room(s) è un solido album dance in grado di garantirsi il suo spazio all’interno delle playlists dei Dj’s, che saranno ben contenti di avere la canzone giusta per ogni circostanza, confermando una volta di più che l’unica strada percorribile per la ricerca dell’innovazione sta nel crossover di esperienze diverse.

Federico Spadavecchia

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mosIl 21 settembre del 1991 viene aperto a Londra un nuovo club. Si tratta di un locale alcohol free nella zona di Elephant & Castle con il quale l’ex imprenditore vinicolo James Palumbo ha deciso di trasformare la passione per la musica nella sua nuova professione. E’ così che nasce uno dei simboli della club culture mondiale: il Ministry Of Sound.

Le sue feste entrano di diritto nella leggenda a cominciare da quelle tre con protagonista il Dj americano Lerry Levan, che, arrivato nella capitale inglese con ben 8 giorni di ritardo, non perse altro tempo prezioso e si vendette tutti i dischi per acquistare tonnellate di droga!!!
Si racconta che si fermò ben tre mesi e che pur raccimolando dischi di fortuna riuscì comunque a fare un bel set. Larry morì il novembre dell’anno successivo per un arresto cardiaco.

Pochi giorni ancora ed il MoS compirà 20 anni e a guardarsi indietro c’è da farsi mancare il fiato calcolando la distanza percorsa: gli esordi tra le ceneri della disco e la rivoluzione acid house che nel 1992 sarebbe sbocciata nella Second Summer of Love, il successo esplosivo, la consacrazione a tempio del ballo, il divenire un marchio di caratura internazionale con filiali in mezzo mondo, e ancora Ibiza dall’innocenza alla deriva commerciale, il periodo d’oro della progressive house e quindi della trance, le mille serie di compilation e l’ombra del baratro imprenditoriale ma anche e, soprattutto, artistico; infine la rinascita per arrivare ad oggi con il rischio di finire vittima della speculazione immobiliare.

Per il momento però non preoccupiamoci e festeggiamo al ritmo dei primi eroi della sua console, coloro che han dato la spinta propulsiva a tutto il nostro mondo.
E’ giunto il tempo di aprire capsula del tempo dove sono state custodite gelosamente registrazioni (ancora su DAT!!!) live di Larry Levan, David Morales, Todd Terry, Kenny Carpenter e Justin Berkmann, veri scienziati del giradischi ed appassionati poeti più attenti a sincronizzare le emozioni della pista che a pettinarsi il ciuffo per la prossima foto da postare in rete, e far rivivere il mito di quelle notti insonni, trasmettendo alle nuove generazioni l’amore per la musica.

Questo ricco cofanetto contiene 5 dj set d’epoca (1991) completamente rimasterizzati per godere appieno dell’esperienza Ministry, grazie a grandi classici come I’ll be your friend di Robert Owens o l’immortale Rise From Your Grave degli acid kings Phuture e a gemme come il commovente gospel di The Pressure dei Sounds Of Blackness.

Vista la provenienza di ben 4 Dj su 5 è facile comprendere come a tenere banco sia prevalentemente l’house americana, con la cartina tornasole che vira dall’acid scarna e meccanica alla disco più soulfull a seconda della vicinanza a Chicago o a New York.
Ciò che però fa di questa raccolta un must have è il poter ammirare la sensibilità con cui ogni Dj si approccia alla materia, la loro capacità di usare le canzoni per comunicare con il pubblico. Quante volte avete sentito dire da un Dj che il suo intento è quello di raccontare una storia? Ecco attraverso questi cd potrete comprendere davvero la differenza che c’è tra il mettere quattro dischi in fila ed il creare una performace artistico/sciamanica, scoprendo che attraverso la passione nessun obiettivo è troppo distante.

Federico Spadavecchia

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ben simsBen Sims, il Signore dei Loops, una delle colonne portanti della Techno in Europa, è da annoverare tra i padri fondatori della corrente Hardgroove che scosse il nostro basso ventre all’inizio del nuovo millennio. Singoli come Manipulated e Live young die fast sono storia, così come le molteplici collaborazioni con i Dj’s e labels più importanti della scena che lo hanno portato a stringere una fortissima amicizia con un altro pilastro della cassa in quattro: Adam Beyer.

Tra i tanti meriti dell’artista svedese vi è l’aver dato vita alla Drumcode, label che in oltre dieci anni di attività ha sempre offerto ai clubbers un prodotto attuale. Certo i tempi in cui si godeva forte parlando di scuola svedese e del suo sfornare capolavori in serie sono ormai andati distrutti da quel blob fagocitante che è la minimal, stessa sorte che è toccata alla sorella/rivale napoletana di Carola e Parisio, ma oggi la rinascita della Techno è sotto gli occhi di tutti e sarebbe un bel momento per tornare ai fasti passati.

E allora in perfetto Zeitgeist ecco arrivare alle stampe l’album di Ben Sims, un disco particolare ancora prima di essere messo alla prova perchè si tratta dell’esordio su lunga distanza del Dj inglese, che in anni di onorata carriera non si era mai cimentato con questo formato.

Smoke & Mirrors esprime al 100% il Sims pensiero, nessun pericolo di brutte sorprese modaiole anche se i 140 bpm non si toccano più. D’altronde con una traccia d’apertura chiamata Riots in London non c’è molto spazio per l’immaginazione: la cassa parte dritta come un’autostrada e le macchine che ci corrono sopra si confondono tra percussioni sincopate, ballerini sudati e i riflessi del giradischi. Mete del viaggio: Detroit, Chicago, New York, Londra e Berlino.

Trasformare la rabbia in energia per continuare a muoversi nel buio, cercando l’illuminazione mistica in una strobo. Proseguendo con l’ascolto appare sempre più chiaro l’intento di Ben di voler riavvolgere il nastro del tempo per ripristinare non tanto un genere musicale (chi siamo noi per porci contro evoluzione e gusti?), quanto piuttosto quell’attitudine a considerare la Musica una cosa seria e non un artifizio per sentirsi fighi (la copertina disegnata da Alan Oldham è Stile!).

Altro titolo rivelatore: Can you feel it?, ne vogliam parlare ora che chissà per quale miracolo il grande pubblico ha scoperto il meraviglioso mondo della Chicago House? Soprattutto se nella successiva I Wanna Go Back alla voce c’è sua maestà Blake Baxter ad incitare il dancefloor ad immolarsi nel nome del groove e del funk, spiegando che loop non vuol dire necessariamente piattume!!!!

Bullet è il punto di non ritorno: non farti domande e balla come se non ci fosse domani!
The afterparty, invece, è il giusto consiglio per sopravvivere alla luce del sole già alto: melodie ipnotiche e un ritmo costante senza cali di tensione.
La titletrack poi è semplicemente devastante: il suono viene liquefatto nel dub per liberare i fantasmi delle console passate, che subito infestano la pista scuotendo le loro catene.
Il sambodromo di The calling ci porta a I Feel it Deep, con il featuring di Tyree Cooper, atterraggio morbido di questo lungo ed entusiasmante volo.

Federico Spadavecchia

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how to dj rightIniziamo col dire che si tratta di un libro uscito per la prima volta nel 2002 (ma a quanto pare inedito in Italia) e che perciò alcune considerazioni possono risultare leggermente datate, ma nella sostanza si tratta di un manuale fondamentale per ogni appassionato mettitore di dischi, e dovrebbe essere sempre presente nella tasca anteriore della borsa.

Dopo aver raccontato l’evoluzione della figura del Dj nella storia della musica moderna con il biblico Last Night a Dj Saved My Life, i giornalisti Frank Broughton e Bill Brewster si interrogano su quali siano le nozioni di base assolutamente necessarie per passare da semplice jukebox umano a sciamano del terzo millennio, capace di manovrare le folle suonando non dal vivo le proprie canzoni come una qualsiasi Pop star, ma usando quelle, registrate, di altri.

Un’opera di questo genere era stata affrontata quasi in parallelo dalle nostre parti da Fabio De Luca nel 2003 con il divertente Mamma Mamma voglio fare il Dj (che comunque consiglio di leggere) ma con un grado di approfondimento molto più leggero.

In questi anni la tecnologia in campo djistico ha fatto passi da gigante, e anche se i supporti paiono ormai irrimediabilmente cambiati il primo elemento da analizzare quando si vuole intraprendere questa carriera rimane sempre lo stesso: la motivazione!!
Per quale motivo volete diventare un Dj? Per fare colpo sulle ragazze? Per avere un jet privato? Per condividere la vostra passione con gli altri anche a costo di farlo gratis?
A seconda della risposta sarete un certo tipo di professionista ma attenzione: essere un famoso dj non coincide per forza con l’essere un bravo Dj!!

Come in tutte le guide della serie how to… anche in questo caso siamo di fronte a consigli pratici veri e propri che vanno dalla scelta dell’attrezzatura al relativo montaggio e al suo utilizzo. Ogni aspetto della questione è affrontato in maniera quasi scientifica.
Già perchè forse, in epoca di Tracktor e Serato, ci si è dimenticati di cosa voglia dire mettere a tempo i dischi a mano, contando le battute battendo il piede anzichè affidandosi ad elaborazioni digitali precise al centesimo di secondo. Eppure al di là del mero esercizio in questo modo era possibile assimilare senza quasi accorgersene concetti che di norma si apprendono dopo un bel corso (noioso) di solfeggio, e che alla fine sono le fondamenta della produzione.
Ancora, vengono ben spiegati tutti gli accorgimenti in grado di arricchire la performance, tra cui quei tricks che tanto piacciono a pubblico e ad artisti come lo scratch e il back spinning, e come tarare l’impianto a disposizione.

Forse però i capitoli da studiare quasi a memoria sono quelli riguardanti l’allestimento della collezione di dischi (dall’acquisto dell’usato a come procurarsi i promo) e la conseguente preparazione della borsa, il procacciarsi gli ingaggi (guardate che stando chiusi in cameretta nessuno vi verrà mai a cercare) magari organizzando propri eventi, il rapportarsi con i gestori ed i promoters, ma soprattutto il saper interpretare la pista scegliendo il disco giusto per il momento giusto.

Non importa il numero di hits o di avanguardie suonate quanto piuttosto la loro contestualizzazione.
Tenete bene a mente che se sciorinate l’ultima top ten del mito di turno il pubblico non si ricorderà mai il vostro nome, ed allo stesso tempo che la gente ha pagato per ballare e, salvo diversi accordi tra voi e l’organizzazione, non per addormentarsi sui divanetti mentre vi masturbate a colpi di abstract hip hop nepalese reputandolo la tendenza del futuro.

Con la pratica capirete che una serata è suddivisa in vari momenti, ciascuno dei quali richiede ritmi diversi ed atmosfere più o meno conosciute; quando li gestirete al meglio la vostra scalata al top potrà considerarsi a buon punto.

Alla fine di ogni capitolo non riuscirete quasi a capacitarvi di quanto possa essere complesso inforcare un paio di cuffie e di come una volta dietro al mixer vi possa sembrare di non aver fatto altro nella vita.

E ricordate: un bravo Dj suona un solo tipo di musica: quella buona!

Federico Spadavecchia

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edward!Lunghi bagni in un mare azzurro, la voglia di sdraiarsi al sole con gli auricolari per ritagliarsi un angolo di paradiso e quindi andare a ballare fino al mattino, ecco che cosa chiediamo all’estate.
I think you’re ready
Freddie
now its time to join the party
Baby
let’s get stoned into the pool

Elemento quindi fondamentale per godere appieno delle nostre agognate vacanze è la musica, che deve essere incalzante ma morbida, orecchiabile e al contempo ricercata perchè comunque la qualità viene prima di tutto e poi, certo, quel tocco old school a smuovere i ricordi di altre memorabili estati insieme col piedino che batte il tempo in automatico.
We don’t really need
a crowd to have a
party
Just a funky beat
and you to get it
started
and oh

Suonalo ancora E-dward!; non un singolo in particolare, ma tutto l’album (perchè chiamare Ep una raccolta di 12 tracce è quantomeno riduttivo) perchè ogni canzone è una frase funzionale alla storia che questo disco racconta.
A livello sonoro si parte con un funk meccanico per poi virare verso atmosfere da esplorazioni cosmiche. Per quanto riguarda il mood beh è pura felicità e sorrisi per chi non si stanca mai delle feste in piscina o in riva al mare a piedi nudi nella sabbia ancora tiepida.
Il punto di riferimento, come del resto tutte le produzioni di casa Exprezoo rec., è quel mix di deep house e Chicago, caratterizzato da un sound molto caldo quasi artigianale che si esalta nei claps densi, negli hit hat squillanti e nell’effetto polvere sotto la puntina a creare un riverbero quasi naturale.
We can dance all day
until the daylight
And when we
feel that’s
just like we
know
We can dance the night away

Il nostro E-dward! suona quindi come un modernissimo classico, dimostrando che alla base del suo lavoro c’è una seria ricostruzione delle origini. Proprio grazie a questa padronanza delle basi è infatti possibile elaborare un prodotto nuovo e fresco che metta in risalto l’estro dell’artista.
Molti oggi confondono l’ispirazione con la scopiazzatura, pensando di aver trovato una scorciatoia per il successo nel campionamento selvaggio (nel 90% dei casi puro plagio), mentre il cuore dell’arte del djing sta nell’ascolto attento dei dischi, soprattutto quelli vecchia scuola, perchè è proprio in quei solchi ormai sporchi che sta il segreto per far saltar la pista.

The Journey indaga un futuro retrò dal punto di vista privilegiato del Dj, perchè è solamente stando dietro ai piatti che si vedono cose che voi umani potete solo immaginare.
We’re having big fun
big fun!
We’re having big fun
the party’s jsut begun
yeah

Federico Spadavecchia

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percAlle volte c’è bisogno d’intransigenza, di puntare i piedi e rifiutarsi di seguire la corrente.
Fanculo allora ai tormentoni estivi e alle serate pareo selvaggio, la Techno porta un messaggio molto più profondo del semplice ehi siamo qui per divertirci!

Perc, vero nome Alistair Wells, è uno dei responsabili della new wave di dark techno che sta prendendo piede in tutt’Europa grazie a mostri sacri come Adam X, l’artisticamente risorto Chris Liebing, o Sandwell District ed ai talenti made in Italy come Lucy e Giorgio Gigli.

A ben guardare il suo esordio del 2002 pare quasi incredibile come il suo sound si sia geneticamente modificato passando da una progressive viaggiosa ad un beat isolazionista portatore di reminiscenze di scuola Chain Reaction, idm e naturalmente schranz.

All’inizio del nuovo millennio fu Liebing con il progetto Stigmata a scarnificare la techno fino a graffiarne le ossa avvelenandone il sangue funky con un’overdose di elementi industriali, di modo da riportare la scena ad una dimensione sì feroce e primitiva libera da ogni orpello ma allo stesso tempo più vicina alla vita reale dove la produzione in serie non rallenta mai. Chaplin a 140 bpm per dirla in parole povere. Come al solito, poi, come succede a tutti i generi che fanno troppo affidamento sulla velocità (se vogliamo è esattamente quello che si verficò col darkcore nel 93/94), superato un certo limite la creatività è entrata in coma e la schranz è caduta in un K-hole.

Oggi grazie ad un album maturo come Wicker & Steel si può tornare a godere di una rinnovata oscurità, più consapevole dei propri pregi e difetti rispetto al passato, dal battito più lento (conseguenza dell’esplosione minimale degli anni zero) per riuscire ad osservare con attenzione ciò che c’è d’interessante nel mondo senza rischiare d’infilarsi in un vicolo cieco.

Ad attenderci sulle soglie della selva oscura è il solenne spoken words di Choice, roba da seduta spiritica. My Head Is Slowly Exploding è il leit motiv dell’opera: un ipnotico klang in 4/4 ma con abbastanza spazio tra un colpo di cassa e l’altro per ospitare gelidi riverberi.
Start Chopping è il punto di contatto con la schranz ma stavolta l’effetto paranoia non è dato dalla violenza ritmica ma dalla sacralità dei pad. Il giusto tributo alla Basic Channel viene pagato con You Saw Me e Snow Chain.

A segnare la metà del disco è l’ambient isolazionista di Pre-Steel, pausa necessaria per quel martello a percussione che è Gonkle, l’acciaio come unica ragione di vita.
London, we have you surrounded i subwoofers si tengano pronti a far fuoco al mio segnale!!!

Il gran finale spetta a Jmurph colonna sonora tra l’industrial e l’EBM dello scontro finale per il predominio su questo nuovo mondo steampunk.

Federico Spadavecchia

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thora vukkThis is a lovely production. L’esatta definizione del disco ci viene data dall’autore stesso, proprio all’inizio sopra la dedica alla nonna, alla mamma e al papà, al fratello e alla cognata.
Un album caldo e familiare, la cui copertina è una foto del 1985 scattata dal padre Wolfgang quando ancora Jena era territorio DDR e le vacanze programmate dallo Stato.

Parlare di Robag Wruhme è sempre difficile perchè ogni volta che si incomincia ad analizzarne la straordinaria capacità produttiva (una carriera iniziata alla caduta del Muro di Berlino quando lui e il suo vecchio amico e compare Soren Monkey Maffia si vendettero tutti i loro averi pur di comprare i dischi occidentali) ci si perde nell’ammirarne la passione e il sentimento.

A Gabor, così si chiama in realtà, il successo non interessa per niente, e per fare il matto in consolle ha bisogno di parecchie bottiglie di Moskovskaja per superare la sua inguaribile timidezza. Riservatezza che all’apice della popolarità l’ha portato a rifugiarsi nella sua Jena rifiutando ogni ingaggio. Nel 2009 torna sulla scena ma alla fine di quell’anno interrompe lo storico sodalizio dei Wighnomy Brothers dopo ben 17 anni!!

Cambio di vita quindi, e pure nuova label su cui debutta con Thora Vukk, la cui pubblicazione viene annunciata come la nascita di una figlia. Una bellissima bimba perfettamente in salute. Quando si dice dare importanza alla Musica.
Armonie delicate, percussioni sghembe e una soffice cassa in quattro sono la base per malinconici pianoforti e cori di amici, parenti e bambini. La definizione di genere è minimal nel suo valore più alto: pochi suoni profondi e cristallini, ed il silenzio, lo spazio di riflessione lasciato tra una nota e l’altra, a esaltarne l’aspetto contemplativo e onirico. Da notare inoltre la collaborazione con Dj Koze e la presenza nel coro dei direttori della rivista Groove.

Un disco che non si rivolge soltanto alla pista ma anche a chi cerca la giusta colonna sonora per un sonnellino al sole con melodie affacciate sui ricordi.
Tschuss Gabor!

Federico Spadavecchia

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