Nella musica è inutile porsi vincoli e scadenze cercando di realizzare canzoni seguendo fedelmente la ricetta del manuale, perchè tanto alla fine sarà il corso degli eventi a determinarne la riuscita e l’ispirazione.
Prendiamo il caso dell’ultimo disco dell’icona new wave Gary Numan, il quale era partito con l’idea di pubblicare semplicemente una raccolta di vecchi demo rifiniti per tenere in caldo il pubblico nell’attesa del suo prossimo lp, Splinter (a suo dire fenomenale), ed invece grazie all’insistenza del produttore Ade Fenton, convinto della bontà del materiale a disposizione, da alla luce Dead Son Rising, campionario electro rock di futuristiche visioni apocalittiche.
Il tema religioso dei lavori precedenti viene messo da parte (anche se visti alcuni titoli non del tutto): il Glaciale torna a cantare mondi dominati con pugno di ferro dalla tecnologia, traendo nuova linfa dalla passione per la scrittura di fantascienza cui si è dedicato negli ultimi anni.
Non meno importante è il lato sentimentale alimentato da relazioni tormentate sia d’amore che di amicizia.
In quest’atmosfera onirico decadente l’unico colore con cui può essere dipinto il suono è il nero.
Un’oscurità densa in cui però è facile riconoscere le ombre dei tantissimi figli legittimi e non di Gary (Nine Inch Nails, Marylin Manson, Nietzer Ebb, Prodigy ecc…).
Tastiere e chitarre sono usate come seghe elettriche sulle lamiere per lacerare l’ascoltatore con riff ruvidi e graffianti. In nostro soccorso però c’è la voce calda, profonda e dolorosamente umana di Gary.
Tra anthems da stadio e momenti intimisti è difficile restare indifferenti davanti alla freschezza di un artista che, con 30 e passa anni di carriera alle spalle, ritiene inconcepibile vivere di rendita ed armato del suo fedele sintetizzatore è sempre pronto a sfidare il futuro.
Federico Spadavecchia
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Nel susseguirsi vorticoso di nomi nuovi che lo tsunami digitale (riferito più al suo lato mediatico che non a quello più strettamente tecnico/djistico) infrange contro i nostri clubs preferiti sta diventando sempre più difficile capire quale di questi sarà here to stay e chi invece sarà rigettato via dalla corrente.
Tra pomeriggi oziosi trascorsi a leggere siti e riviste e umide notti insonni sotto le strobo ciò che salta all’occhio è il bizzarro rapporto tra i ballerini ventenni e quelli delle generazioni precendenti con i primi ad impazzire per mostri sacri della consolle quali ad esempio Richie Hawtin, Sven Vath, Carl Cox o Ralf e Coccoluto (conosciuti purtroppo per loro nella fase calante della carriera) ed i figli della moda minimale post 2006 (Loco Dice su tutti) diventata nel frattempo l’attuale loopy house commerciale, mentre i fratelli maggiori, fatto salvo l’immutato e sconfinato rispetto per la vecchia guardia (specie se from Detroit), sono più propensi ad accostarsi ai suoni più underground prodotti da talenti con la metà dei loro anni.
I rari casi in cui ci si trova tutti d’accordo ricomprendono personaggi come Ricardo Villalobos (tanto fine musicista/musicofilo quanto ultimo dei marcioni) o come Seth Troxler, tanto protagonista di festivals all’avanguardia quanto di casa sulle spiagge ibizenche, incaricato dalla prestigiosa Nrk, storica label deep house, a compilare il terzo capitolo della serie di cd mix The Lab.
Si dice che quando sei di Detroit hai già fatto metà del lavoro, ed infatti il ragazzo anche se nasce a Kalamazoo (sempre nel Michigan) si traferisce quasi subito a Detroit dove resta fulminato dall’house music sin dall’età di 7 anni. Seth percorre una strada costellata di grandi successi anche a livello di produzioni, ma a rapire i clubbers è soprattutto il suo talento ai piatti: attento al groove ma al contempo generoso di melodie oniriche e jazzy, abile nello sfruttare le novità delle charts senza mai dimenticare l’importanza dei classici (uno dei suoi cavalli di battaglia è “The light 3000” degli Schneider TM cover di “There is a light that never goes out” degli Smiths) e quanto sia dannoso consacrarsi ad un unico genere.
La sua The Lab è proprio un riuscito autoritratto, a partire dal fatto che l’ha realizzata semplicemente con un paio di giradischi nella cameretta di un suo amico come fosse ancora un novellino.
Il primo cd, come si accennava sopra, rappresenta il Seth da peak time, squadrato ed ecstatico, in bilico tra Berlino ed Ibiza ma sempre capace di soddisfare anche le orecchie più esigenti mettendo su vecchie conoscenze deep come David Alvarado (qui con”Beautification“).
Il secondo cd, invece, spazia di più andando a scoprire la passione del Dj americano per la musica elettronica al di là del mestiere d’intrattenitore di folle: il battito si rilassa e si sale a bordo di una navicella per esplorare atmosfere differenti, anfratti dell’universo dance magari meno battuti ma non per questo meno affascinanti.
Da sigillare nel proprio autoradio.
Federico Spadavecchia
technorati tags: the lab 03, cd mix, seth troxler
Tra le tante stelle che hanno illuminato la costellazione dubstep una delle più brillanti e misteriose è quella dei Vex’d.
Progetto che ha sempre fatto storia a sè pubblica nel 2005 l’album Degenerate, pietra miliare dell’evoluzione del genere, che, con le sue cupe trame industrial e gotiche, ha dato il via al lato techno e hard della scena.
Eppure Jamie e Roly non si sono mai sentiti parte integrante di questa, tanto che, all’incirca un anno dopo, decidono di prendere strade diverse e, soltanto per la grande insistenza dei fans, danno alle stampe nel 2010 il vangelisiano Cloud Seed, una raccolta di materiale inedito di cinque anni prima.
Gli anni scorrono e mentre Roly si allontana sensibilmente dal dancefloor e dagli iperbassi, l’ex socio, ribattezzatosi Jamie Vex’d, diventa uno dei Dj più richiesti nei clubs e nei festivals di mezzo mondo, portando sul palco un sound da cimitero digitale (dove vanno a morire i Transformers); anche la sua attività di remixer è molto proficua e di prima qualità.
Oggi però, anche se sempre con la benedizione di Sua Santità Planet Mu, è giunto il momento di una nuova epifania per Jamie che si trasforma in Kuedo.
Severant segna lo stacco definitivo con un passato vissuto nell’oscurità, largo quindi a colorati synth anni ‘80, che, come lo stesso autore racconta a Luca Galli sul nuovo numero di Blow Up, sono evocativi di un futurismo serio e romantico.
La melodia è infatti la grande protagonista del disco che quasi oscura l’altrettanto altissimo livello della sezione ritmica, la quale è quanto di più moderno ci possa essere: un concentrato di tutte le tendenze post, che vanno dal footwork al coke rap, su cui svetta imperiosa la classica batteria elettronica Roland TR 808.
Ciò che resta immutato dai tempi di Vex’d è quell’andamento da soundtrack, che tuttavia adesso dipinge i festeggiamenti per la caduta dell’Impero e non più le drammatiche fasi della battaglia.
Malinconia e luce sono gli elementi che più di ogni altro l’artista inglese vuole evocare rielaborando le teorie del suo maestro spirituale Vangelis.
Ecco allora canzoni che in meno di 5 minuti sprigionano tutta la loro forza, dirette come ormai il Pop non sa più essere (meno sound design e più sentimento), lasciandoti addosso quella sensazione di torpore da sogno ad occhi aperti tipica della primavera.
All’apice della retromania e ipnagogia Kuedo non perde tempo a rimpiangere gli anni in cui sognavamo di cyborg e macchine volanti, ma libera la fantasia dal rigore tecno/logico perchè possa divenire autostrada per il futuro.
Federico Spadavecchia
E’ incredibile come Carsten Nicolai, meglio conosciuto come Alva Noto, sia passato dallo status di artista concettuale e ricercatore sonoro quasi al grado di pop star, con migliaia di fans pronti a seguirlo ovunque dai teatri ai rave. La questione diventa ancora più straordinaria se consideriamo il fatto che tutta questa ondata di celebrità si sia sviluppata indipendentemente dalla volontà di Carsten.
Già perchè lo sperimentatore tedesco è sempre andato dritto per la sua strada seguendo unicamente le proprie idee che, soltanto negli ultimi due anni, lo hanno portato a pubblicare un qualcosa come quattro album (di cui tre con altrettante diverse collaborazioni) esplorando, forse come mai nessun altro, l’universo minimale.
L’errore pop deriva dall’equivoco minimal/minimalism provocato da Richie Hawtin e dalla sua macchina da soldi M_nus, che hanno avvicinato la massa al Raster sound (il celebre mix DE9 (2005) di Hawtin che segnò l’esplosione del fenomeno era strapieno di samples targati Raster e Pan Sonic). Certo quando la faccenda si fa intellettuale (ed ambientale) il popolo fugge e fischia (lasciando campo ai veri appassionati), ma davanti agli scintillanti e granitici beats degli oscillatori di Byetone, Signal e dello stesso Alva Noto si scatena l’inferno (ricordate Dissonanze 2009?).
Prova di ciò è lo scarso successo del progetto Container, guarda caso col biondino di Winsdor, e la straripante richiesta di Dj set del solo Carsten (dal Bloc Weekend al Club To Club), il quale sembra diveritirsi parecchio in questa veste più dance (vedi il podcast per Resident Advisor).
Per quel che concerne Univrs si tratta del proseguio del concept di Unitxt con un maggior focus sullo studio di un linguaggio universale e delle sue varie declinazioni.
Le 14 tracce del disco, risultato di differenti metodi di audio analisi, prendono le mosse da un contesto live, dando vita ad un movimento denso e continuo in cui la fisicità la fa da padrona.
Per quanto riguarda inceve l’aspetto visivo (immancabile trattandosi di un’opera di Nicolai) abbiamo una manipolazione in tempo reale d’immagini generate da impulsi audio e contemporaneamente processate attraverso una macchina creata ad hoc per proiettare una successione di patterns di colori senza ripetizioni.
Oltre ai dettagli strettamente ingegneristico/nerdistici c’è spazio anche per un paio di curiosità: la prima riguarda uni acronym in cui la modella Anne James Chaton recita una serie di ben 208 acronimi (messi in ordine alfabetico) composti dalla combinazione di tre lettere, e quindi uni rec contenente un sample firmato Martin L. Gore.
Per concludere siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della bravura di Carsten Nicolai anche se, com’era già successo agli ultimi Pan Sonic e al suo, lungo, sodalizio con Sakamoto, la formula inizia ad essere fin troppo nota; il linguaggio è diventato ormai universale e a farne le spese è l’entusiasmo dei fans che ne esce un pò smorzato.
Federico Spadavecchia
Travis Stewart, in arte Machinedrum, è una vecchia conoscenza dell’underground elettronico statunitense. Da oltre 10 anni infatti dal suo laboratorio a Brooklyn tira fuori sperimentazioni di ogni tipo, dall’IDM alla deep house. Inoltre insieme al suo socio Praveen Sharma da sfogo alle sue fantasie dub con il moniker Sepalcure incidendo per la Hotflush.
Oggi il campo della sua ricerca è l’Uk Bass, ed allora forse è meglio precisare già in partenza che questo lavoro non ha nulla a che spartire con le seghe mentali di taluni pseudo intellettuali (soprattutto nostrani) che, rinchiusi nel bagno della propria mente, immolano diottrie al post dubstep tenendo in mano la copertina di James Blake.
Room(s) è un disco rivolto alla pista essendo basato principalmente sul ritmo.
Intenzione dell’autore è gettare un ponte tra la sperimentazione e il pop, come egli stesso racconta alla rivista on line xlr8r.
L’elemento vocale, presente in ogni traccia sottoforma sia di cut up e loop che di cantato classico, non viene nè disciolto negli effetti come per Burial e Zomby nè tanto meno frantumato in mille samples come Fourtet, piuttosto viene caricato della spinta e della sensualità dell’house.
Le percussioni picchiano forte su un beat nervoso, figlio dei rapporti promiscui di mamma Uk garage, che corre sempre più veloce verso il precipizio salvo fermarsi di colpo all’ultimo istante prima del salto. Al contrario le melodie sono soffici e catchy, utilissime a conquistare l’ascoltatore fin dal primo ascolto. Per quel che riguarda il basso, invece, si nota una certa somiglianza con le produzioni della Apple Pips (Door(s)), dove per quanto struttura portante del progetto non assurge mai al ruolo di mattatore limitandosi a tirare i fili del gioco da dietro le quinte.
Ciò che colpisce di più è la facilità con cui Travis maneggia stili e atmosfere diverse: la vivace piano house di Come1, il funky acido psichedelico di Sacred Frequency ed ancora il moderno 2step in GBYE e U Don’t Survive,o i momenti intimisti di Lay Me Down e quelli crepuscolari di She died there. Il tutto per arrivare alla sintesi di The Statue in cui Machinedrum riesce a modellare il mix perfetto tra tutte le citate derivazioni.
In definitiva Room(s) è un solido album dance in grado di garantirsi il suo spazio all’interno delle playlists dei Dj’s, che saranno ben contenti di avere la canzone giusta per ogni circostanza, confermando una volta di più che l’unica strada percorribile per la ricerca dell’innovazione sta nel crossover di esperienze diverse.
Federico Spadavecchia
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Il 21 settembre del 1991 viene aperto a Londra un nuovo club. Si tratta di un locale alcohol free nella zona di Elephant & Castle con il quale l’ex imprenditore vinicolo James Palumbo ha deciso di trasformare la passione per la musica nella sua nuova professione. E’ così che nasce uno dei simboli della club culture mondiale: il Ministry Of Sound.
Le sue feste entrano di diritto nella leggenda a cominciare da quelle tre con protagonista il Dj americano Lerry Levan, che, arrivato nella capitale inglese con ben 8 giorni di ritardo, non perse altro tempo prezioso e si vendette tutti i dischi per acquistare tonnellate di droga!!!
Si racconta che si fermò ben tre mesi e che pur raccimolando dischi di fortuna riuscì comunque a fare un bel set. Larry morì il novembre dell’anno successivo per un arresto cardiaco.
Pochi giorni ancora ed il MoS compirà 20 anni e a guardarsi indietro c’è da farsi mancare il fiato calcolando la distanza percorsa: gli esordi tra le ceneri della disco e la rivoluzione acid house che nel 1992 sarebbe sbocciata nella Second Summer of Love, il successo esplosivo, la consacrazione a tempio del ballo, il divenire un marchio di caratura internazionale con filiali in mezzo mondo, e ancora Ibiza dall’innocenza alla deriva commerciale, il periodo d’oro della progressive house e quindi della trance, le mille serie di compilation e l’ombra del baratro imprenditoriale ma anche e, soprattutto, artistico; infine la rinascita per arrivare ad oggi con il rischio di finire vittima della speculazione immobiliare.
Per il momento però non preoccupiamoci e festeggiamo al ritmo dei primi eroi della sua console, coloro che han dato la spinta propulsiva a tutto il nostro mondo.
E’ giunto il tempo di aprire capsula del tempo dove sono state custodite gelosamente registrazioni (ancora su DAT!!!) live di Larry Levan, David Morales, Todd Terry, Kenny Carpenter e Justin Berkmann, veri scienziati del giradischi ed appassionati poeti più attenti a sincronizzare le emozioni della pista che a pettinarsi il ciuffo per la prossima foto da postare in rete, e far rivivere il mito di quelle notti insonni, trasmettendo alle nuove generazioni l’amore per la musica.
Questo ricco cofanetto contiene 5 dj set d’epoca (1991) completamente rimasterizzati per godere appieno dell’esperienza Ministry, grazie a grandi classici come I’ll be your friend di Robert Owens o l’immortale Rise From Your Grave degli acid kings Phuture e a gemme come il commovente gospel di The Pressure dei Sounds Of Blackness.
Vista la provenienza di ben 4 Dj su 5 è facile comprendere come a tenere banco sia prevalentemente l’house americana, con la cartina tornasole che vira dall’acid scarna e meccanica alla disco più soulfull a seconda della vicinanza a Chicago o a New York.
Ciò che però fa di questa raccolta un must have è il poter ammirare la sensibilità con cui ogni Dj si approccia alla materia, la loro capacità di usare le canzoni per comunicare con il pubblico. Quante volte avete sentito dire da un Dj che il suo intento è quello di raccontare una storia? Ecco attraverso questi cd potrete comprendere davvero la differenza che c’è tra il mettere quattro dischi in fila ed il creare una performace artistico/sciamanica, scoprendo che attraverso la passione nessun obiettivo è troppo distante.
Federico Spadavecchia
technorati tags: miti, ministry of sound, london
Ben Sims, il Signore dei Loops, una delle colonne portanti della Techno in Europa, è da annoverare tra i padri fondatori della corrente Hardgroove che scosse il nostro basso ventre all’inizio del nuovo millennio. Singoli come Manipulated e Live young die fast sono storia, così come le molteplici collaborazioni con i Dj’s e labels più importanti della scena che lo hanno portato a stringere una fortissima amicizia con un altro pilastro della cassa in quattro: Adam Beyer.
Tra i tanti meriti dell’artista svedese vi è l’aver dato vita alla Drumcode, label che in oltre dieci anni di attività ha sempre offerto ai clubbers un prodotto attuale. Certo i tempi in cui si godeva forte parlando di scuola svedese e del suo sfornare capolavori in serie sono ormai andati distrutti da quel blob fagocitante che è la minimal, stessa sorte che è toccata alla sorella/rivale napoletana di Carola e Parisio, ma oggi la rinascita della Techno è sotto gli occhi di tutti e sarebbe un bel momento per tornare ai fasti passati.
E allora in perfetto Zeitgeist ecco arrivare alle stampe l’album di Ben Sims, un disco particolare ancora prima di essere messo alla prova perchè si tratta dell’esordio su lunga distanza del Dj inglese, che in anni di onorata carriera non si era mai cimentato con questo formato.
Smoke & Mirrors esprime al 100% il Sims pensiero, nessun pericolo di brutte sorprese modaiole anche se i 140 bpm non si toccano più. D’altronde con una traccia d’apertura chiamata Riots in London non c’è molto spazio per l’immaginazione: la cassa parte dritta come un’autostrada e le macchine che ci corrono sopra si confondono tra percussioni sincopate, ballerini sudati e i riflessi del giradischi. Mete del viaggio: Detroit, Chicago, New York, Londra e Berlino.
Trasformare la rabbia in energia per continuare a muoversi nel buio, cercando l’illuminazione mistica in una strobo. Proseguendo con l’ascolto appare sempre più chiaro l’intento di Ben di voler riavvolgere il nastro del tempo per ripristinare non tanto un genere musicale (chi siamo noi per porci contro evoluzione e gusti?), quanto piuttosto quell’attitudine a considerare la Musica una cosa seria e non un artifizio per sentirsi fighi (la copertina disegnata da Alan Oldham è Stile!).
Altro titolo rivelatore: Can you feel it?, ne vogliam parlare ora che chissà per quale miracolo il grande pubblico ha scoperto il meraviglioso mondo della Chicago House? Soprattutto se nella successiva I Wanna Go Back alla voce c’è sua maestà Blake Baxter ad incitare il dancefloor ad immolarsi nel nome del groove e del funk, spiegando che loop non vuol dire necessariamente piattume!!!!
Bullet è il punto di non ritorno: non farti domande e balla come se non ci fosse domani!
The afterparty, invece, è il giusto consiglio per sopravvivere alla luce del sole già alto: melodie ipnotiche e un ritmo costante senza cali di tensione.
La titletrack poi è semplicemente devastante: il suono viene liquefatto nel dub per liberare i fantasmi delle console passate, che subito infestano la pista scuotendo le loro catene.
Il sambodromo di The calling ci porta a I Feel it Deep, con il featuring di Tyree Cooper, atterraggio morbido di questo lungo ed entusiasmante volo.
Federico Spadavecchia
Iniziamo col dire che si tratta di un libro uscito per la prima volta nel 2002 (ma a quanto pare inedito in Italia) e che perciò alcune considerazioni possono risultare leggermente datate, ma nella sostanza si tratta di un manuale fondamentale per ogni appassionato mettitore di dischi, e dovrebbe essere sempre presente nella tasca anteriore della borsa.
Dopo aver raccontato l’evoluzione della figura del Dj nella storia della musica moderna con il biblico Last Night a Dj Saved My Life, i giornalisti Frank Broughton e Bill Brewster si interrogano su quali siano le nozioni di base assolutamente necessarie per passare da semplice jukebox umano a sciamano del terzo millennio, capace di manovrare le folle suonando non dal vivo le proprie canzoni come una qualsiasi Pop star, ma usando quelle, registrate, di altri.
Un’opera di questo genere era stata affrontata quasi in parallelo dalle nostre parti da Fabio De Luca nel 2003 con il divertente Mamma Mamma voglio fare il Dj (che comunque consiglio di leggere) ma con un grado di approfondimento molto più leggero.
In questi anni la tecnologia in campo djistico ha fatto passi da gigante, e anche se i supporti paiono ormai irrimediabilmente cambiati il primo elemento da analizzare quando si vuole intraprendere questa carriera rimane sempre lo stesso: la motivazione!!
Per quale motivo volete diventare un Dj? Per fare colpo sulle ragazze? Per avere un jet privato? Per condividere la vostra passione con gli altri anche a costo di farlo gratis?
A seconda della risposta sarete un certo tipo di professionista ma attenzione: essere un famoso dj non coincide per forza con l’essere un bravo Dj!!
Come in tutte le guide della serie how to… anche in questo caso siamo di fronte a consigli pratici veri e propri che vanno dalla scelta dell’attrezzatura al relativo montaggio e al suo utilizzo. Ogni aspetto della questione è affrontato in maniera quasi scientifica.
Già perchè forse, in epoca di Tracktor e Serato, ci si è dimenticati di cosa voglia dire mettere a tempo i dischi a mano, contando le battute battendo il piede anzichè affidandosi ad elaborazioni digitali precise al centesimo di secondo. Eppure al di là del mero esercizio in questo modo era possibile assimilare senza quasi accorgersene concetti che di norma si apprendono dopo un bel corso (noioso) di solfeggio, e che alla fine sono le fondamenta della produzione.
Ancora, vengono ben spiegati tutti gli accorgimenti in grado di arricchire la performance, tra cui quei tricks che tanto piacciono a pubblico e ad artisti come lo scratch e il back spinning, e come tarare l’impianto a disposizione.
Forse però i capitoli da studiare quasi a memoria sono quelli riguardanti l’allestimento della collezione di dischi (dall’acquisto dell’usato a come procurarsi i promo) e la conseguente preparazione della borsa, il procacciarsi gli ingaggi (guardate che stando chiusi in cameretta nessuno vi verrà mai a cercare) magari organizzando propri eventi, il rapportarsi con i gestori ed i promoters, ma soprattutto il saper interpretare la pista scegliendo il disco giusto per il momento giusto.
Non importa il numero di hits o di avanguardie suonate quanto piuttosto la loro contestualizzazione.
Tenete bene a mente che se sciorinate l’ultima top ten del mito di turno il pubblico non si ricorderà mai il vostro nome, ed allo stesso tempo che la gente ha pagato per ballare e, salvo diversi accordi tra voi e l’organizzazione, non per addormentarsi sui divanetti mentre vi masturbate a colpi di abstract hip hop nepalese reputandolo la tendenza del futuro.
Con la pratica capirete che una serata è suddivisa in vari momenti, ciascuno dei quali richiede ritmi diversi ed atmosfere più o meno conosciute; quando li gestirete al meglio la vostra scalata al top potrà considerarsi a buon punto.
Alla fine di ogni capitolo non riuscirete quasi a capacitarvi di quanto possa essere complesso inforcare un paio di cuffie e di come una volta dietro al mixer vi possa sembrare di non aver fatto altro nella vita.
E ricordate: un bravo Dj suona un solo tipo di musica: quella buona!
Federico Spadavecchia
technorati tags: how to dj right, manuale, dj
Lunghi bagni in un mare azzurro, la voglia di sdraiarsi al sole con gli auricolari per ritagliarsi un angolo di paradiso e quindi andare a ballare fino al mattino, ecco che cosa chiediamo all’estate.
I think you’re ready
Freddie
now its time to join the party
Baby
let’s get stoned into the pool
Elemento quindi fondamentale per godere appieno delle nostre agognate vacanze è la musica, che deve essere incalzante ma morbida, orecchiabile e al contempo ricercata perchè comunque la qualità viene prima di tutto e poi, certo, quel tocco old school a smuovere i ricordi di altre memorabili estati insieme col piedino che batte il tempo in automatico.
We don’t really need
a crowd to have a
party
Just a funky beat
and you to get it
started
and oh
Suonalo ancora E-dward!; non un singolo in particolare, ma tutto l’album (perchè chiamare Ep una raccolta di 12 tracce è quantomeno riduttivo) perchè ogni canzone è una frase funzionale alla storia che questo disco racconta.
A livello sonoro si parte con un funk meccanico per poi virare verso atmosfere da esplorazioni cosmiche. Per quanto riguarda il mood beh è pura felicità e sorrisi per chi non si stanca mai delle feste in piscina o in riva al mare a piedi nudi nella sabbia ancora tiepida.
Il punto di riferimento, come del resto tutte le produzioni di casa Exprezoo rec., è quel mix di deep house e Chicago, caratterizzato da un sound molto caldo quasi artigianale che si esalta nei claps densi, negli hit hat squillanti e nell’effetto polvere sotto la puntina a creare un riverbero quasi naturale.
We can dance all day
until the daylight
And when we
feel that’s
just like we
know
We can dance the night away
Il nostro E-dward! suona quindi come un modernissimo classico, dimostrando che alla base del suo lavoro c’è una seria ricostruzione delle origini. Proprio grazie a questa padronanza delle basi è infatti possibile elaborare un prodotto nuovo e fresco che metta in risalto l’estro dell’artista.
Molti oggi confondono l’ispirazione con la scopiazzatura, pensando di aver trovato una scorciatoia per il successo nel campionamento selvaggio (nel 90% dei casi puro plagio), mentre il cuore dell’arte del djing sta nell’ascolto attento dei dischi, soprattutto quelli vecchia scuola, perchè è proprio in quei solchi ormai sporchi che sta il segreto per far saltar la pista.
The Journey indaga un futuro retrò dal punto di vista privilegiato del Dj, perchè è solamente stando dietro ai piatti che si vedono cose che voi umani potete solo immaginare.
We’re having big fun
big fun!
We’re having big fun
the party’s jsut begun
yeah
Federico Spadavecchia
Alle volte c’è bisogno d’intransigenza, di puntare i piedi e rifiutarsi di seguire la corrente.
Fanculo allora ai tormentoni estivi e alle serate pareo selvaggio, la Techno porta un messaggio molto più profondo del semplice ehi siamo qui per divertirci!
Perc, vero nome Alistair Wells, è uno dei responsabili della new wave di dark techno che sta prendendo piede in tutt’Europa grazie a mostri sacri come Adam X, l’artisticamente risorto Chris Liebing, o Sandwell District ed ai talenti made in Italy come Lucy e Giorgio Gigli.
A ben guardare il suo esordio del 2002 pare quasi incredibile come il suo sound si sia geneticamente modificato passando da una progressive viaggiosa ad un beat isolazionista portatore di reminiscenze di scuola Chain Reaction, idm e naturalmente schranz.
All’inizio del nuovo millennio fu Liebing con il progetto Stigmata a scarnificare la techno fino a graffiarne le ossa avvelenandone il sangue funky con un’overdose di elementi industriali, di modo da riportare la scena ad una dimensione sì feroce e primitiva libera da ogni orpello ma allo stesso tempo più vicina alla vita reale dove la produzione in serie non rallenta mai. Chaplin a 140 bpm per dirla in parole povere. Come al solito, poi, come succede a tutti i generi che fanno troppo affidamento sulla velocità (se vogliamo è esattamente quello che si verficò col darkcore nel 93/94), superato un certo limite la creatività è entrata in coma e la schranz è caduta in un K-hole.
Oggi grazie ad un album maturo come Wicker & Steel si può tornare a godere di una rinnovata oscurità, più consapevole dei propri pregi e difetti rispetto al passato, dal battito più lento (conseguenza dell’esplosione minimale degli anni zero) per riuscire ad osservare con attenzione ciò che c’è d’interessante nel mondo senza rischiare d’infilarsi in un vicolo cieco.
Ad attenderci sulle soglie della selva oscura è il solenne spoken words di Choice, roba da seduta spiritica. My Head Is Slowly Exploding è il leit motiv dell’opera: un ipnotico klang in 4/4 ma con abbastanza spazio tra un colpo di cassa e l’altro per ospitare gelidi riverberi.
Start Chopping è il punto di contatto con la schranz ma stavolta l’effetto paranoia non è dato dalla violenza ritmica ma dalla sacralità dei pad. Il giusto tributo alla Basic Channel viene pagato con You Saw Me e Snow Chain.
A segnare la metà del disco è l’ambient isolazionista di Pre-Steel, pausa necessaria per quel martello a percussione che è Gonkle, l’acciaio come unica ragione di vita.
London, we have you surrounded i subwoofers si tengano pronti a far fuoco al mio segnale!!!
Il gran finale spetta a Jmurph colonna sonora tra l’industrial e l’EBM dello scontro finale per il predominio su questo nuovo mondo steampunk.
Federico Spadavecchia
This is a lovely production. L’esatta definizione del disco ci viene data dall’autore stesso, proprio all’inizio sopra la dedica alla nonna, alla mamma e al papà, al fratello e alla cognata.
Un album caldo e familiare, la cui copertina è una foto del 1985 scattata dal padre Wolfgang quando ancora Jena era territorio DDR e le vacanze programmate dallo Stato.
Parlare di Robag Wruhme è sempre difficile perchè ogni volta che si incomincia ad analizzarne la straordinaria capacità produttiva (una carriera iniziata alla caduta del Muro di Berlino quando lui e il suo vecchio amico e compare Soren Monkey Maffia si vendettero tutti i loro averi pur di comprare i dischi occidentali) ci si perde nell’ammirarne la passione e il sentimento.
A Gabor, così si chiama in realtà, il successo non interessa per niente, e per fare il matto in consolle ha bisogno di parecchie bottiglie di Moskovskaja per superare la sua inguaribile timidezza. Riservatezza che all’apice della popolarità l’ha portato a rifugiarsi nella sua Jena rifiutando ogni ingaggio. Nel 2009 torna sulla scena ma alla fine di quell’anno interrompe lo storico sodalizio dei Wighnomy Brothers dopo ben 17 anni!!
Cambio di vita quindi, e pure nuova label su cui debutta con Thora Vukk, la cui pubblicazione viene annunciata come la nascita di una figlia. Una bellissima bimba perfettamente in salute. Quando si dice dare importanza alla Musica.
Armonie delicate, percussioni sghembe e una soffice cassa in quattro sono la base per malinconici pianoforti e cori di amici, parenti e bambini. La definizione di genere è minimal nel suo valore più alto: pochi suoni profondi e cristallini, ed il silenzio, lo spazio di riflessione lasciato tra una nota e l’altra, a esaltarne l’aspetto contemplativo e onirico. Da notare inoltre la collaborazione con Dj Koze e la presenza nel coro dei direttori della rivista Groove.
Un disco che non si rivolge soltanto alla pista ma anche a chi cerca la giusta colonna sonora per un sonnellino al sole con melodie affacciate sui ricordi.
Tschuss Gabor!
Federico Spadavecchia
technorati tags: robag wruhme, thora vukk, pampa
Isolarsi nel suono per fuggire in una galassia lontana. Graffiarsi le braccia in una stretta e asfissiante nube di asteroidi che di solito avresti riconosciuto come altre persone mentre balli ad occhi chiusi o corri con lo sguardo a terra e la mente persa nel tuo mondo.
Lo spazio è da sempre il sogno che ha ispirato la musica elettronica perchè sinonimo di futuro e incognito; guardando ad esso si smette di ragionare in modo accademico per intraprendere percorsi creativi inesplorati.
Lo spazio, inteso in senso dimensionale, costituisce inoltre la base di quella che oggi conosciamo come architettura sonora ben rappresentata dalle opere di gruppi come Autechre, dal glitch algido della Raster Noton e dalle visioni di Jeff Mills (che addirittura si iscrisse alla facoltà di architettura vera e propria).
I Riga sono un progetto tutto italiano portato avanti da Martino Nencioni, Riccardo Pietroboni e Jacopo Barbaccia, e sono editi dalla torinese Chew-Z records.
Escapism è un manifesto programmatico degli ideali dell’etichetta di Fabio Battistetti in costante equilibrio tra la prima Warp e la Raster Noton.
Non a caso la traccia di apertura s’intitola Xero, molto probabilmente in omaggio a Xerrox di Alva Noto, così sospesa da essere perfetta per iniziare un set: dopo di lei potrebbe accadere di tutto.
Con Kline/Coma le melodie illuminano malinconiche costellazioni mentre la ritmica è ben salda a terra con un andamento urban da bboys in tuta spaziale. Le mani al cielo prima ancora d’incominciare.
Js è pura idm anni ‘90, e la successiva Vector elimina qualsivoglia via di uscita dal beat. Fortunatamente c’è Confusion a distendere nervi e frequenze: un ragazzo beatamente allucinato vede ora il mondo con colori zuccherini, ed i movimenti bruschi dei suoi amici, che preoccupati provano a riportarlo alla realtà, gli paiono come allegri passi di danza.
Larva, basta il titolo per capire tutto: drones isolazionisti torturati dal glitch per meditazioni al limite della paranoia.
Serious Intent è il giusto tributo ai Maestri Autechre: nostalgia di un futuro che deve ancora manifestarsi.
Aprite una portellone dello Shuttle e affacciatevi fuori senza casco, il gelo cosmico e il suo muto eco vi taglieranno l’anima come Space Amp.
Glitch nono è un radar su di giri per la navicella ormai alla deriva di Drowned.
Si chiude con White stem, sinfonia in chiave minimal glitch che funge da colonna sonora per un viaggio ormai senza possibilità di ritorno.
Federico Spadavecchia
E’ quasi incredibile trovarsi per la terza volta in praticamente neppure un anno a parlare di un nuovo progetto con protagonista Carsten Nicolai.
Non sono allora bastate le collaborazioni di altissimo profilo con Blixa Bargeld e Ryoji Ikeda per saziare la sua fame creativa; l’artista tedesco ha sentito la necessità di chiamare l’amico Ryuichi Sakamoto per aggiungere un capitolo alla loro opera più emozionale/emozionante iniziata ormai nel lontano 2002 e messa in pausa nel 2007 dopo l’uscita di utp_.
L’incontro tra questi due pilastri della musica contemporanea va come sempre oltre il semplice dialogo tra classicismo e tecnologia. Il titolo è già chiarificatore del percorso che ci attende: la summa delle passate esperienze basata sul versus, sull’eterno confronto tra approcci differenti alla materia.
In un universo parallelo in cui la visione d’insieme viene offuscata dal dettaglio, la sostanza consiste nelle sfumature: gli interventi di Alva Noto negli spazi vuoti tra gli accordi al pianoforte del Maestro giapponese sono talmente eterei da apparire alle orecchie dell’incantato ascoltatore come un’illusione percettiva. Grazie al glitch e agli echi il silenzio stesso diventa musica.
Tedeschi e Giapponesi hanno insita nella propria storia e nel proprio DNA la ricerca della perfezione, ne sono così ossessionati da sacrificare ogni cosa pur di ottenere una superficie liscia e asettica.
L’arte teutonica è sempre stata accusata di essere troppo algida e solenne, di non tenere conto dell’emozione riducendo di fatto le melodie ad equazioni matematiche. Minimalismo e contemplazione.
In effetti anche nel caso di Summvs la ricerca tecnica che vi è alla base è notevole, si pensi che per le tracce Microon I-III è stato utilizzato un particolare pianoforte (piano metamorfoseador en dieciseisavos de tono disegnato da Julian Carillo Trujillo e messo a disposizione dall’Università di Berna) ad intervalli di un sedicesimo.
Vi sono anche due cover di By this river (l’originale del 1977 era firmata Brian Eno, Moebius e Roedelius) volte ad esplorarne il fascino sia a velocità normale che in slow motion.
Come in tutte le grandi opere nipponiche la carica sentimentale è delicatamente impressionante.
La malinconia quotidiana della metropoli al tramonto è una sensazione da cui non si può scappare: le persone, come le note di Sakamoto, sembrano vivere isolate ciascune nel proprio mondo ma in realtà ricercano disperatamente il contatto umano a prova della loro esistenza.
Federico Spadavecchia
Il dubstep è stata l’unica vera novità musicale degli ultimi dieci anni capace di lanciare nuovi stili e nomi di riferimento in grado di arrivare persino in top ten.
Certo che a guardarsi indietro di strada se ne è fatta parecchia se pensiamo alle 2 tavole della legge edite da Soul Jazz (Box of Dub vol.1 e 2), in cui la ritmica dava l’illusione di un genere lento ed il basso, culturista da competizione, faceva da palco a cantati reggaeggianti.
Ma la reale grandezza del dubstep, così come per la techno, sta sicuramente nella sua struttura aperta ad ogni influenza che rende nullo ogni tentativo di stretta codifica in un unico schema sicuro e prestabilito.
Per dirla alla Kode9 il dubstep in sè è solo un piccolo pianeta della costellazione post garage, ma il dubstep inteso nel suo significato più ampio è la culla dei mille sottogeneri che si stanno facendo spazio in consolle: wonky beats, techstep, future garage, per citare i più famosi.
Uno dei talenti più interessanti della scena è Barry Lynn noto ai più come Boxcutter. Inglese, classe 1980, appena ventenne riesce a catturare l’attenzione di una label come la Planet Mu di Mike Paradinas protagonista della cultura Rave fin dai primissimi ‘90 ed attenta osservatrice delle nuove tendenze restando sempre all’avanguardia.
Il nostro eroe lo riconosci subito con le sue atsmosfere idm ed il fare di tutto per stare fuori da ogni tentativo di catalogazione; questi sono infatti i tratti portanti dei suoi primi tre album (Oneiric, Glyphic e Arecibo Message).
Barry ha una visione d’insieme coerente ma continua, ad ogni passo successivo, ad introdurre novità interessanti.
Con The Dissolve entriamo nella sua cameretta da adolescente dedito alla psichedelia. Lunghi pomeriggi a far finta di studiare con gli amici ascoltando musica sballati sul pavimento mentre si naufraga nella luce del lampadario. Probabilmente se si fossero assunti gli acidi al posto di MDMA e ketamina oggi il dubstep sarebbe suonato così: un fluido mix di funk e disco, chitarre sintetiche ed idm.
ll passo più rilassato riporta aria nei fumosi warehouse e permette di sentire addirittura gli uccellini (quelli di Sueno Latino) e riflette la passione dell’artista verso l’house di Theo Parrish e l’hypnagogic pop (la dissolvenza del titolo è già un’ indizio cosìccome i colori scelti per la copertina).
I suoni della prima giovinezza verso cui si prova nostalgia però non sono già più quelli del rock ma quelli dell’house, conosciuti attraverso le cassettine dei compagni di scuola più grandi, distorti dalle lenti dell’Uk bass e del Sega Mega Drive.
Ora anche gli amanti del wobble bass potranno godere delle gioie degli after sotto il sole.
Federico Spadavecchia
Non fosse che tutto quanto è successo davvero penserei d’aver letto un romanzo di Irvine Welsh.
Pensateci bene: un gruppo di amici sul finire dei ‘70 mette su una band e, dopo la tragica morte del loro cantante poco prima di partire per un tour negli USA, cambiano il nome del progetto ottenendo una fama mondiale quindi insieme ai propri manager aprono un avveniristico club in quel di Manchester, tanto incredibilmente avanguardista quanto fonte inesauribile di debiti e guai per i prossimi 15 anni. E se durante i primi 6 anni di attività la sua esistenza passa quasi inosservata è nel 1988, con l’esplosione dell’acid house e all’abilità dei Dj resident (Mike Pickering, Dave Haslam e Graeme Park prima Jon da Silva e Sasha poi), che l’Hacienda diventa il primo Superclub della storia mentre la Factory, l’etichetta che la gestisce, diventa il simbolo della fusione tra dance e rock indipendente.
In città non si parla d’altro che delle feste esagerate che vanno avanti tutta la notte esaltate dalla comparsa dell’Ecstasy, capace di trasformare un popolo chiuso e timido come quello inglese in sfrenati edonisti. Benvenuti a Madchester!
Non ci vuole molto però che le gang locali fiutino l’enorme affare della droga e scatenino una guerra per il suo controllo. La situazione si fa così pesante che lo staff dell’Hacienda è costretto ad ingaggiare una di loro come buttafuori nella speranza di interrompere quella spirale di violenza che aveva portato la città ad un nuovo battesimo: Gunchester!
Inutile dire che la pace così ristabilita era soltanto una tregua e che presto tornò ad essere tutto come prima. Inoltre benché ormai il club vantasse migliaia di clienti il bilancio continuava ad essere in perdita. Tuttavia dei conti in rosso non fregava nulla a nessuno perché oltre ad essere managerialmente degli inetti totali, agli Hacienda boys quello che veramente importava era offrire al pubblico un posto dove poter far festa tutti insieme con della grande musica!
Nel 1997, qualche anno dopo il fallimento della Factory, l’Hacienda fu costretta a chiudere definitivamente senza neppure un vero party d’addio. A sopravvivere, tra alti e bassi, resistette solo l’amicizia dei protagonisti.
In fine nel 2010 Peter Hook, bassista cazzone dei New Order, trova la forza di sedersi e riordinare i suoi ricordi svelando grandi doti narrative e rendendo finalmente giustizia ad una storia incredibile cui il film 24 hours party people non era riuscito a dare profondità. Vengono ridefiniti i ruoli degli attori comunque sempre guidati dagli stoici visionari Tony Wilson e Rob Gretton (che su pellicola era stato lasciato ai margini) ma soprattutto ci viene regalata una serie di spassosissimi aneddoti come quello che vede un giovaneLaurent Garnier cuoco nel pub dell’Hacienda, il Dry, oppure quello del cliente che aveva perso il pitone nel club, ed ancora i New Order che scoprono l’Ecstasy ad Ibiza nell’88 e il relativo mese di delirio.
Come disse una volta John Ford “Se devo scegliere tra la verità e la leggenda, allora scelgo la leggenda”, ma nel caso dell’Hacienda non c’è davvero differenza.
Federico Spadavecchia
technorati tags: hacienda, new order, manchester
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