Arrivato nella grande mela in un nevoso primo di aprile, sin dalla prima serata, alla faccia del jet-lag, ho provato ad inserirmi nel piano regolatore del clubbing indipendente della città.
Passando, nei vari giorni di soggiorno, dal supercool quartiere di Meatpacking, in zona Chelsea, alle Public Assembly più’ oscure di Brooklyn.
Facciamo un passo indietro.
LCD SOUNDSYSTEM decidono di dare l’addio alle scene col botto, programmando il loro ultimo concerto nientemeno che al Madison Square Garden.
“THE LAST SHOW EVER” era stato preso da tutti i fan come l’evento mediatico della stagione.
I tickets erano stati polverizzati dal secondo dopo che erano stati messi on line: d’altronde sarebbe stato l’ultimo concerto di sempre, il progetto sarebbe stato chiuso.
Su Ebay i prezzi dei pochi biglietti di “seconda mano” presenti erano schizzati fino oltre i 1000 dollari.
Nonostante tutto questo ero sbarcato a NYC carico di entusiasmo e smanioso di trovarne almeno 2 di questi agognati talloncini, in un mercato nero cittadino che speravo fiorente.
La prima sera poi, l’autostima derivante da una botta di culo/valida presentazione che mi permise di partecipare al Pre Party ufficiale organizzato dalla loro etichetta DFA, al 18esimo ed ultimo
piano di un hotel completamente in vetro sull’High Line con vista su Chelsea, mi convinse che ce l’avrei fatta.
La sera di venerdì primo aprile quindi mi immersi gratis e piacevolmente, insieme con la meglio gioventù’ musicale di New York, tra i vari artisti che solitamente leggevo sul sito della DFA,
chiamati in massa a far girare vinili per celebrare l’evento dell’indomani.
Si alternarono Shit Robot, Juan Maclean, Matt Cash, ed altri vari che con l’andar dei cosmopolitan che tracannavo fatico a ricordare.
Passavano dischi come Falling Up di Theo Parrish, Cavern dei Liquid Liquid o roba dei Talking Heads alternati a cose by DFA.
Donne e uomini, ma soprattutto donne, ballavano questa mistura di funk elettronico con il sorriso sulle labbra ed il cocktail in mano.
Capii subito che a New York bere è considerata una cosa tremendamente seria.
Il bancone del bar esplodeva, nonostante i 17 dollari a bevuta, l’atmosfera era incendiaria. Si prosegui’ così in un confuso crescendo funkalcolico fino alla mattina.
Tutto era figo anzi pheeguissimo.
Il giorno dopo, sabato, era arrivato, ed io ero ancora sprovvisto dei biglietti. Sin dal tardo pomeriggio avevo cominciato cautamente ad aggirarmi nei dintorni del Madison Square Garden per
cercare l’uomo giusto.
Sulle principali riviste musicali cittadine l’avvenimento era attesissimo.
La sera prima al Madison Square Garden suonavano i celeberrimi Strokes. Ebbene su Time Out, diffusissimo e credibile magazine di nightlife e non solo, consigliavano neanche tanto ironicamente di acquistare i biglietti degli Strokes, solo per provare a nascondersi dietro al proprio seggiolino ed aspettare lo show di LCD Soundsystem del giorno dopo, i cui biglietti non erano mai stati visti da nessuno. Nulla. Fino alle 8, ora in cui il concerto stava per iniziare, non trovai niente.
Poi l’unico personaggio che mi offrì 2 biglietti era un afroamericano alto circa 2 metri e largo 70 cm.
Nel giro di 40 minuti da 200 dollari l’uno riuscimmo a contrattare a 100 cad.
Scucimmo i soldi e di corsa dentro, in mezzo alla marea umana che stava arrivando da Pennstation, tutta vestita uguale, completamente di bianco con il cravattino nero, ad imitare James Murphy.
Passato il primo check point, cominciavo già a sentire in sottofondo la filodiffusione che scandiva note dell’ultimo cd degli LCD’s. Ce l’avevamo fatta.
Tutto liscio.
Fino all’ultimo limite.
Un uomo con la pistola ad infrarossi bloccò la nostra euforia. Ci invitò a far controllare nella fila apposita all’ingresso se il biglietto fosse regolare.
Cinque minuti dopo sui nostri tagliandi campeggiava il timbro indelebile “fake”.
Uscendo, vidi, a poche decine di metri, il bagarino che ci aveva dato il “pacco” ancora aggirarsi placidamente nella zona, forte della sua stazza.
Li per lì lo sconforto o l’adrenalina mi fece optare per un’azzardata pacca sulla spalla ed “Hey man, sorry man, give me my money back!!!”
Bhè, inverosimilmente lui si guardò intorno e mi ridiede i miei dollari. Non ci potevo credere.
La mia faccia doveva essere proprio incazzata.
Per un secondo pensai di riprovare a cercare un altro bagarino. Poi le incognite legate ad una nuova disperata ricerca prevalsero e decidemmo di spostarci salutando definitivamente la possibilità di assistere al “THE LAST SHOW EVER“.
Ci dirigemmo a Williamsburg per la cena e per avvicinarci al party, di cui, in modo avveduto, avevo comprato le prevendite su Resident Advisor (lì ero riuscito). Dalle 2 avrebbe suonato il mio ammiratissimo Caribou.
Non avevo mai visto niente di Williamsburg e l’impatto fu da non credere. Scendere a Bedford Avenue lascia a bocca aperta per l’immagine vintage di fiabesco villaggio Indie (o se preferite Hipster) su misura per music addicted.
Locali uno dietro all’altro per isolati; concerti, club ed ogni genere di espressione musicale in evidenza ad ogni angolo.
Le strade tappezzate di manifesti di live formidabili ascoltabili nei paraggi. Prezzi ragionevoli. Un viavai mostruoso e continuo di personaggi stile festival musicale.
Lontanamente potrebbe ricordare un po’ Friedrichshain a Berlino, più’ in grande; per altri versi anche alcune zone di Camden Town a Londra, ma decisamente più’ autentico e non turistico. Con un completamento come quello dello Skyline di Manhattan visto dalla parte di Brooklyn.
La serata continuò con la ricerca del locale, che facemmo fatica a scovare perché non era un locale. La festa si sarebbe tenuta al primo piano di un vecchio magazzino degli anni ‘40. Uno stanzone enorme con pavimento in parquet, bancone del bar costruito con legni improvvisati e consolle tipo altalena legata con delle cinghie ai tubi che passavano sul soffitto.
Mister Saturday, così si chiama questo party itinerante che ogni sabato offre un ospite internazionale e si sposta di settimana in settimana in varie zone della città.
Anche qui tappeto musicale tendente ad un funk-nudisco, con la gente che continuava ad entrare e a riempire lo stanzone e ad affollare il bar.
Se la sera prima a Chelsea il pubblico era da rivista patinata, lì a Brooklyn si avvertiva un’energia più’ meticcia, colorata e sudata, ma invitante ed accogliente oltre che spontanea e schietta.
Caribou si presentò in orario, con occhialini da vista modello professore in pensione, ma con una gran voglia di divertirsi.
Il set alternava pirotecniche girandole d’elettronica aggiunte a quel ritmo un po’ ruffiano che costringeva tutti a muoversi, pur senza un groove costantemente grasso o potente.
Doverose poi le parentesi Funk, regalate a mo’ di tributo alla città che l’ha inventato e in cui ancora ama inzupparsi.
Dopo averlo sentito live con la sua band, devo dire che anche in veste di dj risulta distinto, disinvolto ed introspettivamente estroverso.
Ottimo poi l’ascolto dell’inedito Ye Ye, uscito su vinile di li a poco, sotto lo pseudonimo di Daphni.
Tutto questo ed ero arrivato solo da un giorno e mezzo.
La mia permanenza prosegui’ ottimante di giorno come di notte, vagando più’ o meno casualmente tra dj set all’interno del Moma Museum, sempre aperte ballroom nel Lower East Side o nel
Village, che potevano regalare techno di giovani sconosciuti come di Francois Kevorkian. Oppure concerti di uno delle migliaia di gruppi in gamba reperibili a New York.
Mi sono imbattuto in ordine sparso in: Le Tigre, The Drums, Wire, Holy Ghost, Metro Area, un revival del Paradise Garage di Larry Levan .. tutta roba di primissima scelta che si poteva scialare nel mucchio delle proposte.
Dire “tanta roba” non sarebbe esagerato.
Poi per il gran finale, l’ultima notte NYese, il venerdì’ seguente, rintracciai leggendolo su un giornaletto locale l’Unsound Festival, programmato nella Williamsburg Public Assembly. Organizzato
sin dal pomeriggio, in collaborazione anche con Mutek Festival.
Questo Unsound nel line up presentava nomi gravitanti attorno all’etichetta inglese Hyperdub oltre che lo stesso fondatore proprietario Kode 9.
Mi presentai giusto in tempo per gli ultimi tickets disponibili.
Le due sale erano abbastanza piccole, nere con poca luce, all’interno di quella che era la sede primi ‘900 dell’Associazione Polacca di Brooklyn.
Mentre davo un occhiata in giro, un massiccio TurboSound sversava bassi sconcertanti sul pubblico. La ressa era tale che si faticava a camminare oltre che ballare.
Tra le proposte, non male il padrone di casa Badawi (Brooklyn) ed ottimo il live fluido ed ipnotico di Lone (aka Matt Cutler).
Trascinante Kode 9 a presentare il nuovo album in uscita in quei giorni. Discretamente occupato anche a dimenare le braccia, palese sintomo di carica ed apprezzamento verso gli spettatori.
Eccezionali infine le 2 ore circa di Appleblim in intensità e persistenza, barbituriche e colpevoli di decretare il definitivo smarrimento psicologico degli astanti.
Il mood di uno sciolto pubblico pareva aver raggiunto l’apice dell’ebbrezza poco oltre le 6 del mattino, proprio l’ora in cui poi i buttafuori, lavorando duramente, hanno dovuto spedire a casa i presenti, gonfi come tacchini.
Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa sul viaggio, ma troppi erano gli stimoli, per quanto ho riportato, tanto ho dovuto tralasciare e un po’ mi dispiace.
Sintetizzerei fondatamente con una scritta vista sulla giacca di un ragazzo di colore a Brooklyn:
New York Fuckin City.
Lorenzo Teneggi
P.S.: Il concerto degli LCD’s poi l’ho visto per alcuni pezzi solamente su You Tube. Ho letto che ha fatto paura e loro hanno suonato tipo 3 ore. Peccato
technorati tags: new york, lcd soundsystem, dubstep
Il Robert Johnson non ha bisogno di tante presentazioni, da anni è infatti uno dei simboli principali della scena Techno di Francoforte (anzi Offenbach che ci tengono!!!). L’ex circolo di canottaggio ha sempre ospitato quanto di meglio il panorama elettronico mondiale potesse offrire molto prima del Cocoon club di Re Mida Sven Vath. L’atmosfera intimamente underground e sinceramente familiare l’hanno reso una vera leggenda per tutti i clubbers.
Meno conosciuto al di fuori dei confini nazionali ma altrettanto importante è Ata, Dj storico della scuola teutonica cotitolare del negozio di dischi Delirium e delle etichette Klang Electronick e Ongaku, nonché fondatore della prestigiosa Playhouse records, label che tra le altre cose gestisce lo stesso Robert Johnson.
Come tutti i locali di fama anche il Johnson ha messo sul mercato la propria collana di compilation, Live at Robert Johnson, ed ora, con la numero 7, è giunto il turno del vecchio leone ai piatti che, in barba alle mode del momento o a quei problemi di licenza che tirano sempre in ballo i Dj quando si limitano a metter su cd le hit degli ultimi mesi, butta giù una playlist accattivante e provocatoria degna dell’Ibiza degli anni ’80 o della Hacienda di Manchester.
Una sorta di after post banchetto nuziale (che poi l’aveva fatto per davvero Adam Beyer) a base di synth pop, new wave, disco, italo e proto house che riflette tutte le preferenze ed ossessioni danzerecce dei popoli nordici.
Il non mix alla Dave Mancuso porta con sé chicche come i Quando Quango di Mike Pickering (a proposito dell’Hacienda…) e “non ci posso credere” remix di Avventurieri della nostra nazionalpopolare Jo Squillo (!!!) o ancora gli Endgames con First, Last-For Everything.
In definitiva Ata compila un’ottima selezione perfetta per commuovere le vecchie generazioni ed offrire un buon bignami di storia alle più giovani.
Federico Spadavecchia
technorati tags: ata, robert johnson, compilation
Dopo mesi di attesa arriva finalmente a Torino, sabato 5 febbraio, all’interno delle mura del Club Gamma, quello che da molti viene considerato il re della deep e dub techno mondiale: BRENDON MOELLER!!
Originario del Sud Africa, ma trapiantato a New York, Brendon produce musica elettronica fin dal lontano 1994. Le sue tracce sono state pubblicate dalle più prestigiose etichette, tra cui spiccato la Deep Space Media di François K e la Rekids di Radio Slave, oltre a Echocord, Mule Musiq e molte altre. Che abbia pubblicato con il suo vero nome o sotto gli pseudonimi di BEAT PHARMACY ed ECHOLOGIST, Moeller mischia sapientemente alla sua techno elementi di jazz, psichedelia e musica etnica, spesso in collaborazione con grandi cantanti “dub” come Spaceape, Mikey Dread o Paul St. Hilaire.
Tra i più prolifici producer della scena, si esibisce regolarmente nei milgiori club del globo (Berghain, Fabric, Cielo, Mutek…). Sabato 5 Febbraio approda al Club Gamma, dove sarà accompagnato da NIG (producer della Exprezoo Rec., per cui Moeller ha recentemente firmato un remix) e GANDALF, resident della serata Stereo.
Inizio ore 22.30 – Ingresso: 8 euro SOLO IN LISTA
Selezione alla porta
Liste e Info: stereotorino@gmail.com – 392-8039321
Club Gamma (Fluido River Side) – Viale Cagni 7 – Torino
ATTENZIONE! Data l’importanza dell’artista per questa volta abbandoniamo la formula “no guest list” e l’ingresso sarà possibile solo per chi invia il proprio nominativo a stereotorino@gmail.com o al 392-8039321. Il costo della serata sarà leggermente superiore al solito, ma pensiamo sia un prezzo adeguato per un ospite di questo calibro (8 euro, solo ingresso).
technorati tags: moeller, club gamma, stereo
Era più di un anno che volevo ascoltare questo duo originario di Amburgo, scoperto per caso un paio di anni fa. Esplorando il loro operato, ero stato subito conquistato dalle loro produzioni e poi, come sempre più spesso accade, un set trovato in rete aveva fomentato la mia curiosità (che è questo qua: http://soundcloud.com/electro-mix-memory/kollektiv-turmstrasse-2009-08-29-live-at-laguna-frankfurt-germany#new-timed-comment-at-3639972)
Niente di particolarmente innovativo nel loro sfruttare suoni morbidi e rilassati, sicuramente molto orecchiabili, ma mi colpì subito quel velo malinconico che sentivo aleggiare su tutti i loro dischi, capace di farti immergere in una fredda e grigia giornata tedesca prettamente autunnale.
Non “roba da dancefloor”, ma sonorità di cui godere tramite cuffia, in un ambiente quieto di egoistica solitudine.
Queste le mie prime impressioni e, anche se ascolto dopo ascolto sono riusciti ad acquisire, alle mie orecchie, una dimensione più da pista, restavo comunque dubbioso immaginando il loro impatto su un pubblico desideroso di ballare, piuttosto che di astrarsi nelle sinuosità fumose della propria mente.
Mea culpa, lo scorso anno al Classic mancai all’appuntamento e, cosciente che non sarebbe stato affatto facile ribeccarli, mi sono mangiato le mani e ho in seguito trascurato di tenere d’occhio i loro spostamenti.
Qualche giorno fa, però, un messaggio privato da Facebook ha avuto il potere di rallegrarmi la giornata: 03 dicembre 2010, Privat Party, special guest (indovinaunpo’): Kollektiv Turmstrasse. Tempo trascorso dall’apertura del messaggio alla decisione di non mancare: 15 secondi. Non potevo perderli di nuovo, a maggior ragione data la recente uscita del nuovo album su Connaiseur: Rebellion Der Träumer, la ribellione dei sognatori.
Il Privat è un party milanese che è sempre stato itinerante. Da quest’anno, però, si è trasferito in pianta stabile al Codice A Barre, zona Porta Genova, un locale come tanti a Milano.
(NdR: credo che mantenerlo itinerante avrebbe avuto il suo perché, ma di certo non spetta a me disquisire su questo tipo di scelte.)
Inoltre sapevo che non avrei certo trovato una clientela spregevole, era gente che sapeva organizzare dei bei party e questo mi rassicurava più di qualsiasi location.
03 dicembre = venerdì = dopo una settimana stressante, la stanchezza quel giorno ha iniziato a bussare già dal tardo pomeriggio e, sommata al programma di andare a bere in compagnia per festeggiare un compleanno, il tutto poteva agilmente tradursi in un K.O. tecnico prima ancora di arrivare in quel di Porta Genova.
Come volevasi dimostrare, esco di casa già con le gambe molli (mollissime) ma mi è capitato di uscire in condizioni anche meno promettenti e poi è venerdì e, di venerdì, non ce n’è nemmeno per il papa.
E’ l’una e mezza quando le due macchinate che ho messo insieme si avviano verso i Navigli. Di solito i guest attaccano intorno alle 2 (in Italia, chiaramente) e io non voglio perdere niente del set dei Kollektiv. Per fortuna all’entrata mi tranquillizzo subito, scoprendo che ho ancora una ventina di minuti da sfruttare per un minimo di ambientamento prima del loro inizio.
Entrando sento suoni abbastanza in linea con quello che mi aspetta, trovo Zagor e la Ju e scopro che Nico & Christian suoneranno nella saletta più piccola, più raccolta e, soprattutto, ancora chiusa.
Non faccio in tempo nemmeno ad appoggiarmi al bancone della sala principale che la seconda si apre e la gente inizia a prendere posizione.
I Kollektiv non sfruttano la consolle già presente, sono spostati a destra di quella fissa. Equipaggiamento in dotazione: espressione tipicamente tedesca e vagamente bohemien (sguardo imperturbabile e chiome immobili, ma che lacca usano in Kartofelnlandia?!), Mac, drum machine, X-one 92 e X-one 1D.
La sala si riempie subito, ma il pubblico è positivo e coordinato e si sta comunque bene. Mi aspetto un inizio abbastanza lento, graduale, ma devo subito ricredermi: il passo è già discreto e io ho decisamente azzeccato la serata, yessa!
Certo non suonano Techno, la loro è elettronica di stampo tedesco, inconfondibile, sebbene Beatport li consideri tra House e Chill Out.
I due ragazzotti sanno decisamente come far muovere una pista, sono contento di poter mandare al diavolo i miei pregiudizi. La selezione scatena una reazione decisamente positiva: i synth avvolgono e impacchettano la mente, la cassa secca e piccola fa muovere il corpo in modo pacato e mai violento.
Balli quasi inconsciamente, i Kollektiv riescono a essere a tratti ipnotici.
Mi si libera la mente, protagonista assoluta e target finale del loro set.
I cinque giorni passati in ufficio sono ormai un lontano ricordo, le gambe hanno riacquistato vigore. Feelin’ good and totally relaxed, mi lascio trasportare dolcemente.
Fanno divertire, e tanto anche: passano i loro dischi nuovi e vecchi, incontro di nuovo quelli che mi avevano fatto tanto interessare a loro: Tristesse, Eskapade.
Passano i minuti ma non mi interessa controllare l’orario. La pista è cotta a puntino e si diverte, i synth da lacrimoni hanno un effetto veramente devastante, qualcuno sotto additivi se ne rende conto e apprezza più di tutti
L’apice della serata arriva, per me, con Luchtoorn, il mio pezzo perferito. La folla sembra lì-lì per esplodere e, guarda un po’, proprio in quel momento i Kollektiv sono davanti alla consolle. Pura coincidenza certo, ma che ciliegina sulla torta!
The show goes on, disco su disco, ma quanto sentito finora è bastato a convincermi pienamente. Mi hanno fatto divertire, mi hanno fatto scordare l’ora, le sigarette da fumare, tutto quello che c’era al di fuori: mi hanno isolato per un paio d’ore dal mondo esterno al Privat, mi hanno ripulito.
Tributar loro un applauso a fine set mi sembra più che dovuto, bravi, la mia memoria conta pochi casi in cui sono stato così preso e coinvolto.
Il dj che segue è un mezzo assassino, veloce, 130-133 sparati, troppo diverso dal duo tedesco: ma chi se ne frega. E’ un venerdì che sta ormai volgendo al termine, la sala è semivuota, io sono soddisfatto, contento di andare a letto con il sorriso, sapendo che Milano stasera non poteva offrirmi di meglio. Il meglio me lo ero cercato ed ero stato pienamente ripagato.
Kollektiv Turmstrasse mi siete piaciuti, non riesco a darvi un voto perché non è mio interesse, ma chissà se la prossima volta riuscirete a coinvolgermi e a farmi divertire e svagare così.
Una menzione dovuta va al locale. Note di demerito e appunti vari: l’impianto suonava in modo pulito, forse mancava di un po’ di potenza. La forma del soffitto della sala è un’incognita per la logica: la parte vicino la consolle rimane bassissima mentre in piena pista il soffitto diventa molto alto (la sala 2 dello Studio 80 di Amsterdam può dare una mezza idea, anche se è l’esatto opposto). E poi le bevute, rese deludenti dall’utilizzo di prodotti di qualità evidentemente non poco scadente.
Un’ottima serata, tutto sommato.
Musicalmente il Privat si conferma un punto fermo delle friday nights meneghine, anche per le prossime date: 17 dicembre Jamie Jones su tutte.
Dimitri Quintini
Davanti alle telecamere di Enjoy Television in occasione dell’evento Real House all’Amami di Treviso Claudio Coccoluto, vero decano della scena, ha espresso interessanti opinioni circa la decadenza del prodotto clubbistico italiano soggiogato dalle mode straniere e incapace di creare una nuova classe di Dj in grado di sostenere la competizione internazionale.
technorati tags: coccoluto, enjoytv, club culture
7
Nothing else Matter
Ci ha messo davvero poco tempo la notizia della messa in vendita del Fabric a sconvolgere le giornate dei clubbers continentali che, in preda al panico, iniziano a chiedersi se questa sciagura non sia l’inizio dell’ultimo disco sul piatto.
Per quello che mi riguarda non penso che il destino del club inglese possa segnare anche quello della scena elettronica internazionale, quanto piuttosto mette in luce ancora una volta come il mondo dei Dj rimanga sempre vittima dei medesimi errori.
L’avevamo già visto dapprima con la progressive, poi con l’house e quindi con l’electroclash (qui meno evidente perchè la minimal stava già incalzando): quando un trend termina il suo ciclo il pubblico, rimasto privo di punti di riferimento, diserta i locali (chiaramente stiamo parlando di discoteche commerciali) ai quali, avendo speso una fortuna in cachet spropositati per accaparrarsi il nome del momento, non restano che due vie: riconvertirsi, intuendo la prossima tendenza, oppure chiudere bottega.
La crisi internazionale ha soltanto impedito il solito teatrino dei pagherò a 5 anni (e delle serate a base di ospiti internazionali + veline) perchè le banche a corto di liquidi hanno tirato i cordoni della borsa e di conseguenza messo in difficoltà un sistema che per sua natura non può basarsi sulla razionale gestione d’azienda.
Nel caso specifico il Fabric era emerso alla fine degli anni ‘90 proprio grazie al fallimento dei Superclubs stile Cream e Home (costretti a tirar giù la serranda proprio perchè doppiamente incapaci: da una parte di sostenere le spese di mantenimento e dall’altra di generare introiti sbagliando le residenze (preferendo la prog house ai grooves techno/breaks ed alla ben più mainstream trance che stava per impossessarsi delle charts britanniche)), ed alla sua programmazione all’avanguardia.
In altre parole l’organizzazione aveva capito che per imporsi come punta di diamante della scena era necessario consolidare la propria reputazione nell’underground di modo da poter sempre contare su uno zoccolo duro di fans.
Prima di pagare fior di sterline Dj dal nome altisonante sarebbe stato meglio investire in buoni residents capaci di attrarre costantemente il pubblico senza far sentire la necessità dell’ospite a tutti i costi.
Questa politica ha fatto sì che il Fabric diventasse il simbolo della Techno inglese, meta di migliaia di dance tourists, dove gli artisti di fama fanno la fila per potervi suonare.
Ma adesso, dopo il club, le famosissime compilations e la label avranno pensato, secondo una mentalità tipica degli anni ‘90, che era giunto il momento di fare il passo definitivo nel mondo dei businessmen con una nuova struttura tutta dedicata ai mega eventi senza però aver compreso che li stavano GIA’ facendo.
Il Matter è finito per essere la copia di quello che fu l’Home (ironia della sorte il primo rivale del Fabric) con gli stessi pregi (design, impianto, location) e difetti (costi, ubicazione, problemi amministrativi e di direzione artistica).
Morale della storia: siccome il Regno Unito non è l’Italia, dove le imprese indebitate continuano a vivere come zombie, ai ragazzi è toccato mettere in vendita il ramo d’azienda produttivo per sanare i puffi contratti con l’altro locale.
La prospettiva di chiusura di questi due clubs, unita ad un giro di vite sui permessi rilasciati dalle autorità cittadine, non deve però far pensare al canto del cigno per un mondo come il nostro da sempre in crisi (quando mai discografici e promoter si sono detti soddisfatti?!) e regolato da cambiamenti strutturali velocissimi.
Quello che deve far riflettere, come scritto nell’articolo del Guardian, è che a far sballare del tutto i conti siano i compensi dei Dj saliti ormai al di sopra di ogni ragionevolezza, in ragione del fatto che basta il loro nome sulla locandina per riempire una serata che a parità di proposta artistica con un Dj meno conosciuto sarebbe stata vuota.
Di qui è facile comprendere la responsabilità del pubblico, unico elemento indispensabile in un ambiente in cui si è riusciti a fare a meno persino dei dischi, cui spetta decretare il successo di un party con la propria presenza.
Lasciate perdere quindi i discorsi su vinile contro mp3, underground contro mainstream ecc…quanto piuttosto concentratevi su voi stessi per divenire consapevoli di cosa volete veramente ascoltare perchè a forza di farsi guidare dal marketing andremo incontro ad un collasso dopo l’altro fino a quello mortale: i gestori non vorranno più investire in attività poco redditizie ma molto dispendiose, i Dj venderanno direttamente via internet sia le tracce che i djset, e andare a ballare non sarà più un bisogno così importante.
Federico Spadavecchia
Torna a Torino il dj/produttore francese Agoria, per presentare la sua nuova doppia compilation “Balance 016″, sicuramente la migliore occasione per dare il via a una collaborazione tra due importanti realtà del nightclubbing cittandino, Secret Mood e Xplosiva.
A partire dal 2003, quando uscì il suo album di debutto “Blossom”, Agoria –al secolo Sebastien Devaud- ha rinnovato lo standard della musica techno ottenendo un forte impatto internazionale. Ciò che caratterizza il suo suono è lo stile dark ed emotivo, in grado di creare un’atmosfera unica anche sul dancefloor.
Influenzato dal jazz e dalla Detroit techno, il musicista di Lione ha poi confermato la sua ampia visione musicale con il secondo album “The Green Armchair“ (pubblicato nel 2006, fra gli altri ospitava Neneh Cherry, Peter Murphy, Princess Superstar e Francesco Tristano) e personalissimi remix per artisti come Franz Ferdinand, Layo & Bushwacka, Señor Coconut, Inner City e Josh Wink.
Alla compilation nella prestigiosa serie “At The Controls” (2007) e alla colonna sonora di “Go Fast” (2008) ha fatto seguito qualche mese fa l’uscita di “Balance 016″, un doppio CD di carattere eclettico e sperimentale che realizza un perfetto equilibrio tra techno ed intervalli downtempo, andando ad attingere in una miriade di sottogeneri, affiancando classici e tracce di artisti emergenti e sconosciuti, da Alva Noto a The Field, da Ogris Debris a Efdemin ai nostri Drama Society, in un lungo viaggio di oltre due ore: “è un manifesto della mia passione per la musica e l’arte del missaggio”.
L’attesissima data torinese di Agoria giunge mentre sta per essere pubblicato il suo nuovo EP, che si intitola proprio “Grande Torino”: possiamo essere certi che farà parte del suo set!
Kogin’s – Corso Sicilia 6 – Torino
Inizio ore 22.00 – Ingresso con drink: 18€ solo in lista
Info e liste: secretmood@gmail.com – 392-8039321 (inviare nomi e cognomi)
technorati tags: agoria, secret mood
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