Ai microfoni di Intruders TV il Dj/Producer Paul Rose aka Scuba, protagonista della scena dubstep residente a Berlino, racconta come il suo nuovo progetto Techno/House, chiamato semplicemente SCB, sia frutto dell’ispirazione ricevuta durante le lunghe sessioni mattutine sulla pista del mitico Panoramabar.
Un giorno di multitasking culturale con due eventi che si incrociano e si fondono insieme per un unica grande festa che vedra’ all’opera giovani artisti, performance mostre e sopratutto tantissima ottima musica con tanti ospiti della scena bolognese e nazionale e l’eccezionale presenza di “Dj Hatcha” inventore della dubstep music.
Si terra’ al Link il 12 giugno il Launch party italiano dell’Outlook Festival, il festival di riferimento della scena mondiale “dubstep” “nu garage” “dub” “hip hop” e “drum’n’bass”, vera e propria celebrazione della street culture londinese che ogni anno raduna migliaia di persone all’inizio di settembre sulle bellissime rive della vicina Croazia e che nell’edizione 2010 sara’ ospitata nel Fort Christ di Pula con una line up mozzafiato troppo lunga per essere citata ma che vedra’ la presenza di Skream Roots Manuva live DMZ Martyn Mala Shakleton Plastician ed una incredibile serie di artisti a rappresentare il meglio della scena mondiale.
Street culture, dubstep, grime, garage, dub, drum’n’bass e tutto quello che l’immaginario londinese piu’ fertile e vero si ricreano ogni anno in questo bellissimo festival che offre la possibilita’ di vedere un numero cosi’ incredibile di artisti ad appena 5 ore da Bologna e sdraiati su bellissime spiagge appoggiate sull’Adriatico.
Per il Launch party oltre ad una folta rappresentanza di artisti nostrani come Ganji Killa, Numa Crew, Dubash, Basement Universe, Link d’n’b Arena, Alex:ino&McDef, Spiko, Audioground, Dropfellas,Bum Bros, Qwark Dub Engine e molti altri vedra’ l’eccezionale presenza di dj Hatcha, vero e propria leggenda, l’inventore della dubstep Londinese, colui che all’inizio degli anni 2000 ha coniato il termine e lo stile in compagnia di personaggi come Skream Benga Burial Kode9, un set irresistibile profondo per conoscere finalmente questa musica grazie al suo inimitabile stile ed alla sua miniera di dubplates e tracce inedite che ne fa uno dei migliori e piu’ divertenti dj in circolazione del panorama mondiale. L’evento del 12 giugno sara’ un evento multiplo che si fondera’ con il festival Wonderl& che proprio al Link celebrera’ la sua data finale, la Bonus Date dopo un lungo percorso che ha attraversato moltissimi luoghi e locali della citta’. Organizzato e promosso dal BUM, ovvero “Bologna Underground Movement” come si definisce un folto gruppo di giovani artisti performer musicisti ed agitatori che porteranno al Link una serie di attivita’ ed installazioni artistiche in collaborazione con studenti del Dams e dell’accademia delle belle arti con performance di pittura installazioni, una vera e propria ventata di freschezza culturale celebrazione della street art, un meltin pot culturale che prende forma grazie al Bum.
Il tutto sara’ giocato su due spazi interno ed esterno, con lo spazio esterno per dipingere, e l’interno per le installazioni e le mostre.
The Outlook Festival Italian Launch Party:
Indoor Dubstep:
Dubash live
Dub Engine live
Lapo (Numa Crew/Elastica)
Special guest from UK:
Dj Hatcha (Tempa Rec.-UK)
GanjiKilla (Dubspencer Sound-Sub Fm)
Basement Universal Production feat. Cixxj Warmhole & Elle solo
Outdoor Garden dnb breakbeat Arena:
Alex::Ino + Mc Def
Dj Spiko (Modulate Rec.)
Link dnb Arena (DBOX Rec.)
Audioground
W.C.Set
|Bum Sound Factory|
Bum Bros
QWARK (LIL PITCH RECORDS)
Visuals: Pandro
Ingresso: 5 E + 5 E tessera (oblligatoria)
technorati tags: outlook festival, link
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Dissonanze 2010
Riprendi in mano il biglietto dell’aereo, riordina i flyer raccolti e condividi su internet le foto scattate con gli amici. La settimana post festival prevede ogni volta gli stessi rituali, utilissimi a riabituarsi a dormire di notte e a trovare le parole giuste per raccontare questa nuova edizione di Dissonanze.
E dire che il weekend era incominciato nel peggiore dei modi possibili con il nostro aereo per Roma in ritardo di tre ore rischiando di farci perdere la performance del Mortiz Von Oswald trio, uno degli obiettivi principali del viaggio.
Fortunatamente alle 23 atterriamo a Fiumicino e, dopo una corsa in taxi senza nemmeno passare dall’hotel, eccoci al Palazzo dei Congressi nel futuristico quartiere dell’Eur, cuore del sistema burocratico italiano. Non so a voi, ma a me fa sempre una certa impressione pensare di andare a ballare circondato da Ministeri e dalle sedi dei maggiori enti pubblici!!!
Quando entro nella sala della cultura il concerto ha già avuto inizio e, come uno schiaffo in faccia, prendo atto della seconda brutta sorpresa della serata: il pubblico è per la maggiorparte (arrotondando per difetto) composto dai peggiori tamarri del centro sud.
Il dettaglio, purtroppo, non passa inosservato nemmeno a Herr Basic Channel che, per nulla soddisfatto di ciò che ha davanti, si limita al compitino dell’ultimo album con una gran voglia di sbrigarsi il più presto possibile.
D’altronde, analizzando i fatti, il suo comportamento è comprensibilissimo: in origine la serata di venerdì doveva essere un ritrovo per l’avanguardia e si sarebbe dovuta incentrare sul loro live act e su quello di Plastikman per chiudersi tranquillamente all’una e mezza. Invece, dopo la prima pubblicazione del programma, a causa delle proteste in massa di un pubblico incapace di distinguere la differenza tra rave e festival (per non parlare del fatto che alla fine dei conti in Italia sono le tamarrate a fornire i mezzi per le figate) gli organizzatori si son visti costretti a protrarre l’evento fino alle 5 e 30 inserendovi Barem, Troy Pierce e il djset dello stesso Hawtin (anche perchè tra le altre cose al Time Warp il suo live è stato fischiato per tutto il tempo).
Tornando quindi al povero Moritz potete immaginare come possa averla presa a passare da main event a semplice apri concerto per una schiera di ragazzi drogati e a petto nudo…
In ogni caso è il momento del djset di Troy Pierce (pare che Ritchie non voglia esibirsi live dopo qualcun’altro) e questo ci consente di andare nel foyer del cinema per il concerto dei Neon Indian con il loro ipnagogic pop da Brooklyn.
Qui la situazione è nettamente più vivibile, con una platea più matura e attenta.
I ragazzi americani propongono una miscela di suoni new wave e atmosfere psichedeliche, in cui la voce viene costantemente campionata e filtrata per poi essere percepita come un vago ricordo malinconico. Una curiosità: il chitarrista si muove uguale a Roland Orzabal dei Tears for Fears nel video di Shout.
Lo show di Palstikman si apre con la messa in funzione di un gigantesco cilindro a led al cui interno il biondo canadese può ritrovare la sua vera natura di artista sperimentale contornato di drum machines per la gioia dei suoi vecchi fans che, anche se in minoranza rispetto ai cinghiali, ora hanno il pieno controllo del dancefloor.
Le melodie di F.U.S.E. e le ritmiche schizzofreniche dei primi Plus8, unite a suggestivi giochi di visuals e luci, sono un buco nero nel quale non vediamo l’ora di cadere!!!
Certo la Tb 303 è meno accentuata e il set effettivamente non propone novità rispetto agli anni ‘90, però vedere/sentire/vivere Spastik eseguita live è un’emozione che tutti gli appassionati di musica dovrebbero provare almeno una volta nella vita!
Per me la festa finisce qui, gli altri due Dj M_nus sono artisticamente nulli cosìccome il loro Boss quando torna ad essere l’idolo delle masse italiche.
Quella di sabato è la notte che attendiamo con ansia, una grande festa per tutti i musicofili al contrario dei ragazzini orfani del nome modaiolo che son rimasti a casa a vedere la Champions. Alle 19 siamo già tutti in terrazza a goderci il tramonto con i King Midas Sound: Kevin Martin e Space Ape umanizzano un post dub industriale fatto raschiando lo zinco delle bare; lasciano davvero senza parole e senza più frequenze libere i potenti Funktion One.
A farci muovere il culetto in pista per primo è un altro Dj della scuderia Hyperdub,Darkstar, con un buffet completo di tutti i sapori che offre oggi il dubstep.
In terrazza Gil Scott-Heron ci ammalia, ci seduce, la sua voce è di quel Kind of blue che ci serve per arrivare alle soglie della notte.
Il pop cristallino di Pantha du Prince (identica performance di Elita) è l’anticamera delle migliori performance di Dissonanze.
Shackleton ormai possiede una dimensione soltanto sua oltre il dubstep o la minimal house berlinese: percussioni magrebine rimangono sospese su un flusso slegato dal 4/4. Lasciamo il foyer dopo il primo quarto d’ora di Martyn che una volta di più conferma che il talento ce l’ha unicamente nella produzione.
Dal genio inglese alla leggenda di Detroit: è il turno di Jeff Mills!
L’ex UR sta attraversando un periodo di forma sopra le righe e, mentre il suo antico rivale di Winsdor ricerca il facile consenso dei ballerini seguendo i trends del momento, lui, anzichè nascondersi nel cilindro, esce allo scoperto con una nuova impostazione del proprio suono votato alla comunicazione interplanetaria.
Il Palazzo dei Congressi diventa un’astronave, l’Arcadia di Capitan Harlock, i giradischi sono i motori per entrare nell’iperspazio mentre la fedele Tr 909 è il cannone protonico per abbattere gli incrociatori spaziali dei Klingon!!!
Dopo tre ore di battaglia senza quartiere volteggiando liberi ai confini con l’ignoto, trovo la forza di liberarmi dal controllo mentale di Jeff per andare ad ascoltare l’ultima parte del set di Marco Passarani. L’eroe capitolino smorza i toni con una neo detroit funky e deep.
A chiudere il festival Joris Voorn che forse dopo una performance come quella di Mills non sa che strada intraprendere così butta sul piatto ancora dei bei pestoni quando lo avrei preferito di più nella sua veste melodica come era avvenuto al Bloc Weekend.
L’alba segna la fine delle danze e Dissonanze ha spento la decima candelina.
Federico Spadavecchia

technorati tags: dissonanze, roma
Ormai dovreste saperlo benissimo che quella organizzata da Paul & Paul al Berghain di Berlino è la nostra serata preferita.
La Sub:stance night ha portato il Dubstep alla conquista della capitale tedesca ed ha gettato le basi per la successiva evoluzione Techstep.
Tra i protagonisti ai piatti spiccano su tutti Appleblim (capace di andare oltre ogni definizione di genere si è costruito uno stile personalissimo che per comodità possiamo indicare, così come per il suo ex socio Shackleton, post Skull Disco) e Scuba, primo portabandiera del Techstep.
E proprio a Scuba è stato affidato il compito di selezionare e mixare i brani per la nuova compilation della Ostgut Ton records (in uscita il 25 gennaio) dedicata agli ultrabassi che da oltre un anno stanno devastando Friedrichain.
Tracklist
01. Sigha – Light Swells (In a Distant Space)
02. Airhead – Paper Street
03. Sigha – Early Morning lights
04. Pangaea – Sunset Yellow
05. Joy Orbison – The Shrew Would Have Cushioned The Blow
06. Shortstuff – See Ya
07. Untold – No-one Likes a Smart Arse
08. Scuba – You Got Me
09. Surgeon – Klonk pt 4
10. DFRNT – Headspace (Scuba’s secret mix)
11. AQF – Born and Raised (version)
12. Badawi – Anlan 7
13. Joy Orbison – Hyph Mngo
14. Mount Kimbie – Maybes (James Blake remix)
15. Sigha – Seeing God
16. Ramadanman – Tempest
17. Instra:mental -Voyeur
18. Sigha – Shapes
19. George Fitzgerald – Don’t You
20. Scuba – Minerals
21. Shackleton – It’s Time For Love
22. Mala – Stand Against War
23. Scuba – Last Stand
24. Joker – Psychedelic Runway
A sentire il nome di Scuba subito viene associato il genere dubstep, ma Paul Rose è molto di più. Artista eclettico passa dalla cassa dritta a quella spezzata, da sonorità dub a suoni più techno, un producer altamente poliedrico.
Il nuovo lavoro, in uscita su Hot Flush, label fondata dallo stesso autore, è la dimostrazione lampante delle numerose influenze che contraddistinguono il personaggio.
La traccia che dal nome all’intero ep, ovvero “Aesaunic” parte lenta, con un clima che sembra arrivare da tracce ambient ma contraddistinta dal classico gioco di cassa spezzata e basso profondo del dubstep. Con il passare dei minuti la traccia si trasforma, muta in un pezzo dub techno. Fa la comparsa la cassa dritta in 4/4 e il bassline più grezzo da una carica impressionante al pezzo.
“Flesh is weak”, traccia successiva, parte subito con la cassa dritta e tutto il pezzo è contraddistinto da sonorità ipnotiche e synth retrò. Un brano da non sottovalutare.
Proseguendo con l’ascolto del disco si entra in un clima certamente più dub. “Reverse”, è quello che si può considerare il primo vero e proprio pezzo dubstep. Qui è presente un cassa dritta ma che saltando due battute, da un ritmo lento ma violento e non ha niente a che fare con lento violento purtroppo ben più conosciuto in Italia.
“Golden”, penultima traccia del disco, continua sulla strana delle sonorità ipnotiche e si lascia guidare da una cassa spezzata e dai suoni che sembrano essere usciti da un disco jazz & blues.
Il lavoro è chiuso da “Symbiosis”, che prosegue il lavoro di vivisezione del cantato femminile intrapreso anche se in minima parte, dalla traccia precedente. In questo brano la fanno da padrone pad e synth che sembrano ricordare i Sigur Ros o i Boards of Canada, una produzione particolare.
Un ep completo, ricco di numerose influenze proveniente dal dubstep, dalla techno ma anche da generì più classici come il jazz. Un artista che si conferma come uno dei personaggi più informa e dimostra come in questo momento, Londra la sta facendo da padrona su tutto il mercato. Assolutamente consigliato a tutti.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: Scuba, Aesaunic EP, Hot Flush
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Intervista a Benga
Proveniente da South London, Benga è un ragazzotto di appena 24 anni e nel mondo è conosciuto, insieme al suo inseparabile compagno di consolle Skream, come uno dei massimi rappresentanti del dubstep, grazie ai suoi djset scuoti-muri, ad una serie di produzioni di altissimo livello e ad un album, Diary of an afro warrior, che si è imposto a tutti i livelli come uno dei migliori 20 dischi dello scorso anno.
Dopo averlo sentito nei clubs di mezza europa lo abbiamo incontrato a Torino durante il party Xplosiva di fine aprile ed abbiamo colto al volo l’occasione per fare due chiacchere sulla scena più interessante degli ultimi anni. Ecco com’è andata
Ciao Benga è un piacere fare la conoscienza, abbiamo avuto modo di vederti all’opera molto spesso in questi ultimi due anni (su tutte ricordiamo la tua performance al BLOC Weekend a Minehead) e senza girarci troppo intorno sei uno degli artisti più interessanti dell’attuale scena elettronica ed in particolar modo, naturalmente, per quella dubstep. Ecco, cos’è per te questo genere e per quale motivo ti ha così coinvolto?
Ho iniziato a fare il Dj quando ero molto giovane e la musica che mi piaceva proporre era l’Uk Garage, così col tempo mi è venuta sempre più voglia di suonare qualcosa che fosse davvero mio e quindi ho cominciato a produrre il mio Garage. Naturalmente ho composto anche pezzi di stili differenti ma la mia grande passione restava comunque il Garage.
In giro si dice che all’inizio tu e i tuoi amici usavate la Playstation per fare musica, è vero?
Oh sì è vero, sai eravamo molto giovani e stavamo in fissa con la Play…
L’incontro con Hatcha è stato determinante affinchè tu e Skream diventaste definitivamente i padri del dubstep…
Beh, io e Skream ci limitavamo a produrre dei pezzi che poi ad Hatcha, già allora molto conosciuto, piaceva mettere durante le sue serate. Quindi grazie a lui abbiamo stampato i nostri primi 7 e 10 pollici.
Quando vi siete resti conto di essere diventati the next big sensation?
Veramente non ce siamo ancora resi conto ahahahah…In realtà devo dire che quando tre anni fa abbiamo cominciato a fare parties in giro per il mondo ci siamo accorti di quanto si fosse diffuso il dubstep e non riuscivamo davvero a crederci!!!Era incredibile!!!
Nuovi suoni, nuovi artisti e clubs, ma nonostante questa ventata d’aria fresca quello che colpisce di più del movimento dubstep è la sua attitudine, perfetta reincarnazione dello spirito della prima scena rave legata all’acid house…
Sì credo sia vero, le canzoni che facciamo vogliono essere musica per la gente, desideriamo che le persone possano divertirsi con i dischi che suoniamo
ed infatti in tutte le feste dove hai suonato abbiamo visto ragazzi saltare come matti…
eh per il Dj è la stessa cosa, ci si diverte insieme al pubblico
Nel dubstep, per ora, le superstar sono bandite…
Oh assolutamente eheheheh
Parlando di celebrità, non è raro che vi esibiate insieme a vere e proprie leggende della musica Techno e se ci si pensa può apparire strano vista la grande differenza di età. Probabilmente certi Dj’s non li avete mai sentiti dal vivo, il tuo socio Skream ad esempio ha conosciuto la drum and bass perchè suo fratello maggiore era nella crew di Grooverider…
Sì in effetti è così perchè molti Dj’s essendo molto giovani frequentavano club commerciali, mentre altrettanti seguivano artisti Garage come Hatcha, che tra l’altro era il mio eroe.
A proposito di Uk Garage, è interessante notare come il pubblico di questa corrente musicale (e della successiva 2-step) fosse completamente perso in atteggiamenti altezzosi e modaioli, in pratica tutto l’opposto dei Dubstep Boys…
Credo sia dovuto più che altro ai messaggi lanciati dagli MC, alla base della scena Garage e 2-step, mentre adesso la gente è in contatto diretto con la musica e questo penso li faccia sentire più liberi e a proprio agio, non devono dimostrare niente a nessuno.
Riprendendo il discorso dei paragoni con la vecchia scuola, salta subito all’occhio il ruolo fondamentale giocato dalle radio pirata. Cosa ne pensi?
Perfettamente d’accordo, senza le radio pirata il dubstep non si sarebbe diffuso a questi livelli e così velocemente.
Tra l’altro ora anche emittenti ufficiali sono pienamente coinvolte, basti pensare a Rinse fm e al gran lavoro portato avanti da Mary Anne Hobbs sull’ammiraglia Bbc radio 1. Possiamo ritenerlo un passo avanti?
Certo è un fatto molto significativo, diffondere nuova musica tra le persone è una cosa importantissima. Nel programma di Mary Anne puoi ascoltare musica davvero incredibile.
Beati voi da noi le radio si sono praticamente estinte…anyway quali sono per te i clubs ed i negozi di dischi migliori per il dubstep?
Oddio non saprei dirti soprattutto per i negozi, ma ritengo che bisogna approfittare di ogni grande negozio visto che a quel che vedo iniziano ad avere una buona fornitura di dischi dub. E per i clubs di validi ce ne sono davvero molti.
Bristol e Londra sono le Capitali del dubstep, come ti spieghi questo legame?
Non so esattamente, quello che posso dirti su Londra, ed in particolare sulla zona sud dove vivo io, è che c’è una continua voglia di scoprire suoni nuovi, desiderio alimentato dall’infinito meltingpolt culurale che da sempre risiede a Londra: dal reggae alla techno ad altre forme di slow beats (come quelle che ad esempio hanno influenzato Mala) c’è veramente di tutto.
Senza contare che Bristol ha dato i natali anche al Triphop…
Trip-cosa??? Di che stai parlando non ne so nulla…ma immagino che anche lì abbiano il loro sound.
E come la vedi fuori dall’Inghilterra?
Non saprei veramente visto che non suono moltissimo fuori confine, però per quello che ho avuto modo di vedere credo che le cose vadano molto bene e siano destinate a migliorare.
Beh certo che se pensiamo che addirittura Berlino, città simbolo della minimal techno, è stata messa sotto scacco grazie al lavoro dello staff Sub:Stance e dei ragazzi di Hardwax/Basic Channel non possiamo che sorridere…hai mai suonato laggiù?
Oh sì ed è stata una grande esperienza. Lì il pubblico proprio per via della minimal, che viaggia ad una velocità non troppo sostenuta, ha compreso subito il nuovo ritmo e non ha avuto difficoltà nell’apprezzarlo.
Parliamo delle produzioni: se in un primo momento erano influenzate soprattutto dalla musica giamaicana, oggi ci troviamo davanti ad un crossover universale dove si mescolano tutte le correnti passate per Londra negli ultimi 20 anni. Quindi c’è il tuo stile che rispetto agli altri appare molto più studiato, è corretto?
Sì direi che è giusto, all’inizio le atmosfere dub e reggae erano molto più presenti anche se non credo di averne subito l’infulenza più di tanto. Nel dubstep ogni producer coltiva il proprio stile senza stare a guardare troppo gli altri.
Cosa che invece avviene puntualmente negli altri generi e non solo dance…
Sì è una gran cosa davvero. Siamo molto fortunati.
Siamo arrivati alla fine di questa bella chicaccherata: quali saranno secondo te le prossime evoluzioni del dubstep che oggi compie dieci anni?
E’ chiaro che diverrà sempre più popolare ma sino a quando gli artisti continueranno a guardarsi intorno rimanendo concentrati sulla musica non ci sarà niente di cui preoccuparsi.
Federico Spadavecchia
Quando si è piccoli è facile immaginare cose, estraniarsi in mondi fantastici dove vivere avventure incredibili condividendo con gli amici gli stessi sogni ad occhi aperti. Poi, crescendo, la fantasia viene strozzata da una cravatta e ci si ritrova cristallizzati in giornate fotocopia casa-ufficio-aperitivodelvenerdìsera senza via di scampo…a meno che…a meno che non si abbiano dei compari dalla stessa lunghezza d’onda, che non appena hanno davanti la line up del compleanno della Sub:stance night al Berghain di Berlino lanciano la chiamata alle armi per bloccare il primo volo disponibile.
Questo luglio si festeggia un anno di dubstep nel cuore pulsante della scena Techno berlinese, chiara dimostrazione di come la capitale tedesca non sia territorio esclusivo della minimal quanto piuttosto un libero spazio per ogni forma d’arte e ricerca sonora.
Grazie all’iniziale sostegno da parte di Pete e del resto della crew di Hardwax (tra cui ricordiamo T++) questi parties dubstep hanno da subito ottenuto un forte riscontro di pubblico e critica, riuscendo inoltre col tempo a crescere portando il sound di Bristol ad un livello successivo.
Ormai è infatti riduttivo parlare esclusivamente di dubstep, negli ultimi due anni le contaminazioni con gli altri generi sono diventate sempre più pesanti, e se poi contiamo gli esperimenti di artisti apparentemente estranei al genere come Mark Pritchard e Kevin Martin, ecco che siamo davanti ad un nuovo suono.
Tra l’altro dall’incontro tra i Dj’s della Sub:stance night ed i resident del Panoramabar (due coppie di nomi a caso Scuba e Marcel Dettmann, Shackleton e Villalobos) è nata quella corrente che la rivista Groove ha battezzato Techstep. In realtà non si tratta di una definizione del tutto nuova perchè già era stata tirata fuori ai tempi della drum ‘n’ bass quando iniziava a farsi sentire il crossover con la Techno più oscura e sporca, e anche adesso la situazione è più o meno la stessa con gli iperbassi a sorreggere una struttura ritmica che non disdegna il 4/4, con melodie dure e meccaniche.
Ad aprire le danze tocca però, tanto per rimescolare ancora le carte, ad un Dj che con le suddette atmosfere non sembra averci niente a che vedere: John Osborn della Ghostly/Spectral.
Il suo set è una sorta di deep house ibrida con le basse frequenze esasperate all’estremo mantenendo però un carattere happy e rilassato da ballarsi tranquilli con in mano i primi vodkashot della serata.
Sembrano passati pochi minuti da quando eravamo in coda sotto una pioggia battente rimessi all’insindacabile giudizio di Sven, ma sono trascorse già due ore e sulle note del classico anthem di Robin S “Show me love”, cantato a squarciagola da tutti, sale in consolle l’altro Osborne, vale a dire Louis Appleblim che butta sul piatto l’ultimo ep della Delsin rec. spezzando così il beat e sollevando una fitta coltre di dub.
L’ex Skull Disco va avanti fino alle quattro usando le melodie a mò di torcie elettriche per facilitare la nostra visione collettiva. Come negli antichi riti indiani danziamo in trance (grazie soprattutto ai sempre comodissimi orari di zia Ryan) alla ricerca del Grande Spirito. E’ incredibile come in queste serate il Berghain perda la sua fortissima carica sessuale per ritrovarsi abbracciato alla sola Musica.
La performance del ragazzo inglese termina tra gli applausi ed è il turno della leggenda di Detroit Stacey Pullen, che come John Osborn non ha alcun legame col dubstep, ma che tra tutti i Dj della Motor City è sicuramente il migliore in fatto di mentalism.
Le sue sono tre ore e mezza di progressioni tribali e raggi laser; quasi esclusivamente materiale nuovo senza lasciare spazio a nessuna hit del passato.
Intanto al piano inferiore dapprima Loefah somministra un’overdose di morfina al dancefloor con un passo lento e al tempo stesso abissale, e successivamente Mala, suo compare nel progetto DMZ, riporta tutti alla vita con un dubstep classico ragga oriented.
E’ la calma prima della tempesta…Scuba è ai comandi e tanto tranquilla e silenziosa è la sua figura tanto violento e dark è il suo set.
Dalla sua valigia (eh sì qui si suonano vinili altro che mp3) si rizzano catene ed il superbo Funktion One si china a loro servizio.
Ormai sono allo stremo la stanchezza del viaggio sta avendo la meglio e la musica mi trascina nell’oblio, gli occhi si spengono ma il corpo continua ad ondeggiare…chissà dove sarei finito se Remarc (Planet Mu rec) non avesse dato la sveglia a colpi di breakcore, facendomi notare uno scalmanato Shackleton a ballarsela allegramente attaccato a un woofer.
Il sole è alto da un pezzo a Berlino, e alle 7 passate per me è davvero l’ora di uscire prima di perdere definitivamente ogni contatto con quello che mi appare sempre meno come il mondo reale.
Federico Spadavecchia
Dub come Hyperdub, dubstep come King midas sound e il loro nuovo disco.
Queste sono le premesse di “Dub heavy / Herath & ghost”, disco in uscita sulla già citata Hyperdub di Kode 9, che ci fa respirare una boccata d’aria.
C’è chi dice che la dubstep è break & beat rallentata, chi dice che è musica già sentita, forse è vero nel mondo dell’urderground dove queste sonorità erano già presenti, ma risentirle rinfrescate e che finalmente arrivano al grande pubblico fa sempre piacere.
Roger Robinson e Kevin Martin, sono i nomi che si celano dietro il progetto King midas sound. Progetto relativamente giovane, che alle spalle non ha neanche due anni, ma che ha già visto i loro nome sulla prestigiosa Soul Jazz Records, grazie a un sound mai banale e piuttosto ricercato.
Da i titoli delle tracce si può intuire, che questo disco è un vero e proprio inno al dub e alla forma musicale più conosciuta come il dubstep. Il primo brano, dal titolo piuttosto eloquente come “I dub”, appartiene alla scuola più melodica e meno da club, rispetto a produttori come Caspa e Rusko.
Nell’arco dei quattro minuti, si ha a che fare con sonorità ipnotiche ma che non nascondono all’orecchio il sound del bassline, sempre profondo ed efficace.
La traccia seguente è “Ting dub”, che tra suoni riverberati, beat e bassline sempre pungenti, da spazio a una voce maschile calda e che sembra provenire dalla propria anima. Una vera chicca per gli amanti delle atmosfere mistiche, interrotte solamente dal suono delle sirene, che danno una dimensione terrena alla traccia, sembra di vivere in una notte di Londra o di New York.
Il brano che chiude l’ep è “Too long dub”, traccia dominata da un insolito e oscuro suono di un pendolo. Sample che si ripete all’infinito e neanche la voce riverberata e sempre più oscura di Roger Robinson, ci riescono a distrarre dalla paranoia musicale.
Un disco dove le follie dei King midas sound, ci portano in un’altra dimensione e ritornare con i piedi per terra è sempre drammatico.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: King midas sound, Dub heavy / Herath & ghost, Hyperdub
Il 25 febbraio 2007 scrissi il mio ultimo articolo per questo sito. Non era un abbandono verso questa testata, ma un vera e propria pausa di riflessione. Dopo aver seguito la scena musicale per molti anni, passando per siti come The dance web, Technodisco e Jayculture approdai a questo nuovo progetto con tanta voglia e speranza, cosa che però fece presto a svanire.
Abbondai la scena che era praticamente finita l’ondata electro ed era già un anno che si sentivano i primi successi minimal, attenzione successi di qualità e non di pubblico. La minimal techno era un genere ancora all’inizio della sua ondata ed era molto in voga in Germania e in pochi altri paesi. Un movimento musicale portato avanti da etichette come Minus, Plus8, Cadenza, Trapez, Ovum ed erano già molti gli artisti che erano entrati nel movimento. Ormai era scontato che la minimal sarebbe diventata la nuova moda, cose che successe precedentemente come l’electro che veniva subito dopo l’hardgroove di scuola napoletana. Un normale ciclo che portava alla ribalta, a seconda delle varie annate, diverse sfumature musicali.
Tornare a scrivere dopo più di due anni e trovare ancora la minimal, priva della carica innovativa portata avanti da gente del calibro di Richie Hawtin e Ricardo Villalobos mi ha lasciato letteralmente spiazzato. Si, perchè la fine ancora non si vede e il mercato è saturo di dischi fatti in due minuti, ma che vendono tanto. Si è trasformata da un genere sperimentale ad una banalità atroce, si fa fatica a trovare dischi di classe o almeno diversi dalla massa.
Ma tutto ciò cosa ha portato? Un completo annientamento degli altri generi, escono sempre meno dischi electro, i prodotti in stile detroit o caratterizzati da una techno abbastanza movimentata si contano sulle mani e nell’ambito club come lo conosciamo noi, non si vede nulla di nuovo tranne la rinascita della deep house e la nuova tendenza nu-house, che non è altro una minimal in salsa house invece che techno. Nulla di nuovo.
Amante dei Depeche Mode, non poteva scapparmi “Sound of the universe” e mentre stavo parlando del mio ritorno al giornalismo musicale, esce fuori il nome di un certo Caspa.
Calcolate il mio vuoto temporale di due anni e giù di li ed immaginate la mia faccia. Incomincia la ricerca musicale e il mio orecchio non mi delude mai, dietro al nome di un singolo artista come quello di Caspa, si nasconde musica nuova, un mondo nuovo.
Erano anni che non sentivo un genere musicale così innovativo e che converge su sè stesso tantissime sfumature creando un prodotto fresco e assolutamente originale per il mercato.
Da li a dire che la dubstep, è la nuova tendenza musicale per il prossimo futuro, il passo è breve. L’aria è carica, un ciclo sta per terminare e ne sta iniziando un altro.
La cosa più sensazionale non è l’arrivo di un nuovo genere, ma l’arrivo di una tendenza musicale che non arriva dalla scena elettronica da club, cioè quella classica capitanata dai generi madri come techno ed house, ma da quei movimenti laterali come l’hip-hop, il reggea e dalla scena breakbeat più radicale.
Su diciamolo, questa è appropriazione indebita di locali da ballo. Scena storica del panorama techno come il panoramabar/berghain è stata la prima a crollare, la strada verso il successo è molto vicina.
Ma di che cosa stiamo parlando? Di una vera e propria fusione di generi, dentro al calderone dubstep passa il background hip-hop e break&beat, c’è di mezzo l’influenza reggea e l’acidtechno. Inoltre, in tutti i pezzi e nelle serate si respira quell’atmosfera da rave anni 90, che è sempre ben accetta.
E’ musica che al primo ascolto ti manda in paranoia, bisogna essere preparati fisicamente a reggere un trip musicale come questo. Producer come Kode 9, Benga, Scuba, Caspa, Rusko e molti altri non hanno niente da invidiare a gente ben più famosa, ma che nella propria fama ci muore.
La musica è fatta di innovazione e se per un po’ o in determinate occasioni, la nostra vecchia e cara cassa 4/4 ci abbandona, ben venga. Non rimaniamo fossilizzati su un genere e soprattutto non rimaniamo fissi sul genere che tira di più, anche perché se adesso è la minimal ad andare di moda, domani sarà un altro giorno e state pur certi che ci sarà un altro genere ad essere in voga.
Smettiamola di dare credito a miti azzoppati che vanno in giro con il pullman di bambini estasiati, cerchiamo nella musica idee, qualità e classe. Quando non ci sono più questi elementi ed è un continuo riciclare quello che si è fatto il mese prima, un genere o una tendenza è satura ed è arrivata l’ora di cambiare.
Fabrizio Gattuso
technorati tags: dubstep, minimal, tendenza musicale
Ormai sono anni che è sempre la solita storia con il consueto pesantissimo carico di stress e rimpianto per non avere avuto il coraggio di perdere quel dannato aereo e vivere lassù per sempre.
Tornare alla realtà di tutti i giorni anche solo dopo essere stati pochi giorni a Berlino è un’esperienza quasi traumatica. Lo avverti appena già dall’atterraggio che non è la stessa cosa, che l’atmosfera è diversa, decisamente più tesa e incazzosa.
L’ultimo libro del giornalista tedesco Tobias Rapp si intitola Lost and Sound: Berlin,Techno und der Easyjetset, e proprio quell’ultimo termine, Easyjetset, racchiude l’essenza della capitale teutonica.
Qui lo stile di vita è quanto di più semplice si possa immaginare per una grande Capitale europea, non esiste una filosofia dell’esserci per apparire ma un’esagerata voglia di partecipare.
E’ per questo motivo che entrare nei club è così difficile: bisogna sempre dimostrare la propria appartenenza alla scena locale cosa che vuol dire molto di più che non andare a ballare tanto per sballarsi un pò; devi considerarti, e farti riconoscere, come uno dei personaggi che ogni lunga notte berlinese racconta.
Per me è stata quella di venerdì scorso, la Sub:stance night del Berghain/Panoramabar.
Organizzato da Pete aka Substance, il party in questione si pone l’obiettivo di divulgare i nuovi suoni dubstep provenienti da Londra, continuazione perfetta della fusione tra dub e techno da sempre alla base dell’etichetta Basic Channel, di cui Pete è uno dei fondatori.
E sempre in tema di “padri fondatori” a rendere ancora più speciale l’evento è il concerto di Kevin Martin aka The Bug, uno dei primi artisti messi sotto contratto dalla Warp e poliedrico produttore dai mille alias (Godflesh, Technoanimal, The Bug..).
Per l’occasione il Berghain, club famoso nel mondo per le sue maratone impossibili, apre già le porte alle 21; anche questa è selezione perchè per chi viene apposta per la musica, arrivando presto, non c’è door policy, mentre tutti coloro che verranno dopo mezzanotte per ascoltare Miss Kittin al Panorama dovranno sottoporsi all’insindacabile giudizio di Sven, che anche quando non è fisicamente presente nel locale continua a vegliare sui clubber grazie ad una gigantografia in bianco e nero che lo ritrae da giovane accompagnato da due dobermann, capelli lunghi e pupille girate all’indietro.
A scaldare la pista della ex centrale energetica di Friedrichain troviamo l’emergente Robotic con un sound solare ragga oriented perfetto per accompagnare gli amici attraverso le varie sale e fargli prendere una rapida visione della tana del bianconiglio.
Alle dieci e mezza inizia finalmente la festa: su una pedana affianco alla consolle ecco arrivare Kevin, vestito come un guerriero della strada post guerra atomica.
La sua performance è un ibrido di live e djset, in pratica propone i suoi lavori con giradischi e laptop intervenendo live con due kaosspad, un altro paio di effetti a parte per echi e riverberi, ed un synth.
La prima parte è dedicata ai brani più vecchi e strumentali del periodo Warp, ma quando finalmente si parte con il nuovo album “London Zoo” e il singolo “Angry“, il potente impianto del Berghain (che vanta un surround 6.1) scuote lo stomaco dei clubbers semplicemente con lo spostamento d’aria a due metri di distanza.
Assoluta protagonista della seconda parte dello show è la vocalist grime Warrior Queen, un concentrato d’energia, voce e ironia in circa 200 kg:
Incita il pubblico, rappa come la migliore Missy Eliot e converge su di sè tutta l’attenzione della pista, ma grazie al cielo non fa stage diving…Insane e Poison dart sono un autentico delirio…
Inizialmente pensavo che il dubstep fosse inesportabile dal territorio inglese, sbagliavo perchè come per tutti i generi strumentali ognuno può trovare la chiave di lettura che più lo aggrada, in realtà è il grime ad evere vita difficile fuori da Londra: il suo mix di elettronica, hiphop e ragga alla lunga può risultare indigesto per gli amanti della cassa in quattro.
A fine live torna in consolle Robotic e preapara il terreno per il primo dj ospite della serata:Scuba.
Questo tranquillissimo ragazzo inglese, tra le stelle più luminose della scena dubstep, usa ogni singolo watt dell’impianto a sua disposizione e, senza alcun trucco digitale, fa combaciare ritmi irregolari al limite dell’idm. Il mood è oscuro, metallico, il basso travolge ogni cosa, fa tremare perfino i gabinetti del piano terra propagandosi attraverso gli spessi muri di cemento armato. Assolutemente irresistibile, Scuba esegue il miglior set della serata.
Tocca poi a Martyn, che a dir la verità non m’impressiona più di tanto così decido di salire di sopra a vedere parte del set di otto ore di Miss Kittin e Martinez.
Ora che la Caroline sia una ragazza dal fascino particolare e che abbia contribuito alla realizzazione di tracce che a ragione fanno parte della Storia Techno è pacifico come che sia stata altrettanto apprezzabile agli inizi della carriera djistica per come proponeva i dischi della sua collezione pur non avendo una gran tecnica, comunque restando fedele alla sua personalità. Adesso però la djette francese ha smesso di sbagliare i passaggi in favore delle facili sincronizzazioni di Traktor, ma così facendo ha anche lasciato a casa la borsa con stile e vinili.
Mi spiace ma la Gattina ha smesso di graffiare, il set è inutilmente lungo e lei non ne ha troppa voglia, ed infatti il rapporto di dischi messi con Martinez è di 1 a 5, senza contare che come back to back era abbastanza improvvisato: la Kittin lanciava sassate dal cavalcavia mentre Martinez provava invano di impostare atmosfere deep.
Meglio allora scendere perchè è l’ora del maestro Kode9, vale a dire il patron della Hyperdub records nonchè colui che ha scoperto Burial.
Kode9 l’avevo già visto all’opera il marzo scorso al BLOC in versione live con Spaceape ed era stato straordinario, ma come Dj ha reso ancora di più!!!
Innanzitutto, come Scuba prima di lui, si avvale solo di vinili e poi mostra una tecnica paragonabile a quella di Jeff Mills: giocando soprattutto con l’equalizzatore fonde ritmiche e melodie, creando un continuo flusso sci-fi che ci permette di viaggiare attraverso nuove dimensioni parallele. Ecco in questi momenti puoi avvertire chiaramente la magia del Berghain: uomini, donne, nerd, fighe, playboy e trans ballano tutti insieme abbracciandosi spontaneamente felici di vivere un sogno comune. Kode9 rimane concentrato sui piatti fino alla fine non guardando quasi mai i ballerini ben sicuro che l’avrebbero seguito ovunque avesse voluto.
La serata trova il suo giusto epilogo (solo per il Berghain visto che il Panorama sarebbe andato avanti almeno fino alle 14 con il set di Steffi) con il set di Ramadamman, giovane talento della prestigiosa Soul Jazz, cui spetta il compito di ammorbidire i colpi salvo poi (alle ore 8 e mezza!!!!) concludere con una raffica drum’n'bass che sballa definitavemente il nostro equilibrio mentale, segno che è ormai ora di andare a dormire.
Federico Spadavecchia
Frequencies
Come definire Frequencies.it? Webmagazine? Nightlife Agenda? Blog per reportage e recensioni? Frequencies.it è tutto questo ma anche molto di più: è lo spazio dove i clubbers possono raccontare le loro avventure in giro per il Mondo alla ricerca dell\'atmosfera perfetta... Da oscuri clubs berlinesi ai grandi festival europei passando per i locali e i trends più alla moda, ad accompagnarci in questo incredibile viaggio i Dj\'s, con la loro musica e loro storie. Allora siete pronti a partire?
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