LED X a inizio settembre, ha avviato una nuova stagione all’insegna del rinnovamento: nuovo staff, nuova vita, una piu’ fresca e febbrile concezione di vivere la musica.
Giunto al fulcro del proprio decennale, di anni di eccellente programmazione di eventi e attività culturali, LED X chiama a rapporto, sabato 28 gennaio, un colosso del djiingmondiale in occasione della settimana di Arte Fiera/Art First: from Detroit, mr. Theo Parrish!
Nato nel 1972 a Washington DC, e cresciuto a Chicago ascoltando musicisti jazz come Miles Davis e Nina Simone, Parrish si è diplomato al Chicago Academy of the Arts per poi passare al Kansas City Art Institute, dove si concentrò nella creazione di sculture sonore, prima di trasferirsi a Detroit, nella quale è divenuto uno dei più prestigiosi e raffinati artisti. Un dj/producer che non è mai corso dietro a mode passeggere, e che non ha mai elevato steccati tra i generi musicali: citato dai critici come colui che ha applicato tecniche e attitudini jazz alla house, sotto le sue mani sono passati e continuano a passare i generi più disparati, quali funk, chicago house, new-wave, hip hop, soul, jazz, techno detroitiana e a volte addirittura roots reggae, esaltati da particolarissime tecniche di missaggio e elaborazione del suono che sono divenute la sua “firma sonora” (come dichiara lo stesso nome della sua etichetta, Sound Signature). Geniale e senza compromessi, Parrish dispiegherà il suo sound in quest’occasione attraverso un dj set di 5 ore.
Inizio ore 23.00
Link Via Fantoni 21, Bologna
INGRESSO RISERVATO AI SOCI LINK ASSOCIATED -costo tessera 5 euro-
info: www.link.bo.it
technorati tags: link, theo parrish, bologna
Chiuso un altro anno di duro clubbing purtroppo non ricchissimo di esibizioni memorabili e soprattutto ancora una volta dominato dai nomi storici della scena che sono anni luce superiori a qualsiasi nuova proposta.
10. Flying Lotus, Dorian Concept & Richard Spaven @ Dour Festival
Batteria suonata live inseguendo ritmiche contrarie alle leggi della fisica, e tastiere che tinteggiano galassie lontane con al centro il producer di Los Angeles a cooridinare le operazioni.
Tra tutte le strade intraprese dal post dubstep questa è senz’altro la più credibile ed eccitante.
9. Aphex Twin @ BLOC Weekend
A differenza delle pigre marchette rifilate in altri contesti qui Richard si esalta e da saggio di tutta la sua abilità dimostrando di saper manipolare ogni genere musicale esistente.
8. Ceephax Acid Crew @ Dour Festival
Andy ha atteso l’estate per sconvolgerci con un live nuovo di zecca ancora più veloce, acido ed irresistibile.
7. Amon Tobin @ STRP
Il grande ritorno di una delle leggende del suono rave. Niente nostalgia però solo voglia di andare avanti e portare in scena uno spettacolo unico sdoganando il mapping al grande pubblico.
6. Laurent Garnier @ Leoncavallo
Il più grande artista elettronico contemporaneo. Oltre il djing, oltre la produzione. Eterno.
5. Dopplereffekt @ BLOC Weekend
Poesia post industriale nel segno dell’evoluzione tecnologica.
4. Atari Teenage Riot @ Bang Face
In tempi di forte crisi economico/sociale come questi che stiamo vivendo Alec Empire torna con il suo progetto più celebre ed impegnato. La Techno spinta ai suoi limiti estremi satura gli imponenti Funktion One ritrovando il suo vigore come strumento di lotta politica.
3. Arandel @ Dancity
I due francesi non stanno fermi un secondo controllando i beats dai loro laptop e suonando live sax, xilophono, flauto, flauto dolce e hit hat. Lo show è un crescendo di emozioni e colori, il pubblico è letteralmente in delirio. Sull’ultimo pezzo l’auditorium s’infiamma e nel fuoco si può vedere nitido il volto di Laurent Garnier!!!
2. Felix Kubin @ Dancity
Il suo geniale synth pop dada-socialista non da scampo con un umorismo affilato come un rasoio e un ritmo serratissimo. L’enfant prodige, che a 8 anni già suonava i Kraftwerk, ha conquistato tutti anche quelli che non lo conoscevano, e la folla non vuole più lasciarlo andar via!!!
1. Leftfield @ Bang Face
Gli anni ‘90 in tutto il loro splendore. Il concerto dei risorti Leftfield va al di là di ogni più rosea aspettativa: si presentano in tre con una batteria da 10.000 pezzi e tipo 10 sintetizzatori!!!
La musica ci avvolge ma su Afro-Left e Space Shanty bisogna reggersi forte alle transenne per non essere spazzati via dalla Bora dei subwoofer, mentre dietro infuria la tempesta con ragazze che navigano su canotti e un gigantesco Smile che ci da la caccia. Se poi contiamo i visuals 3D alle spalle del gruppo il trip è completo.
technorati tags: top live 2011, musica, techno
Secret Mood e We Play The Music We Love inaugurano una nuova collaborazione per un grande evento diverso dalle solite serate “clubbing” che affollano il panorama torinese. Domenica 27 Novembre, dalle 14.00 fino a mezzanotte, verrà infatti organizzato un “tea party” in una location segreta (che verrà annunciata il giorno prima, ma sarà comunque in centro a Torino) con uno special guest d’eccezione: Dixon è infatti al momento uno dei migliori dj del mondo (al n°7 dell’annuale Top 100 compilata da Resident Advisor, il più noto sito web di “cultura elettronica” a livello globale) e negli ultimi anni è diventato un sinonimo di qualità grazie ai suoi incredibili set in cui fonde l’eccellenza del suo gusto musicale, a base di house, deep e tech house, a una tecnica sopraffina. Non è un caso che gli eventi in cui si esibisce facciano segnare sempre il sold out e che la sua agenda sia sempre piena.
Steffen “Dixon” Berkhahn avrebbe voluto fare il calciatore, ma alcuni brutti infortuni ne hanno condizionato la possibile carriera. E questo forse è stato un bene, perché nei primi anni ‘90 entra per la prima volta nel circuito dei club di Berlino, in quel periodo dominati dal movimento Techno. In verità Dixon si avvicina alla musica elettronica attraverso la breakbeat, per poi scoprire la musica House, per cui prova un immediato amore. L’immediata qualità dei suoi dj set lo porta ad esibirsi nei migliori club della città, anche se la svolta arriva nel 2005, quando inaugura la serata “Inner City” al Weekend club. Qui Dixon riesce a fare quello che gli riesce meglio, ovvero stare alla consolle per ore e ore ipnotizzando il pubblico con la sua musica. Sebbene sia un eccellente produttore, con numerose release su etichette leggendarie come Sonar Kollektiv (di cui è socio) e Innervisions (di cui è fondatore), la vera abilità di Dixon è infatti una incredibile capacità di coinvolgimento e versatilità nella costruzione dei suoi set.
L’ingresso al party è garantito solo ai possessori del braccialetto. Per avere informazioni su come ottenerlo potete scrivere a secretmood@gmail.com, info@weplaythemusicwelove.com o chiamare il 392-8039321 o 339-5454752. Affrettatevi perché sono limitati nel numero!
technorati tags: secret mood, torino, dixon
Mark McGuire – Get Lost (Editions Mego)
Una sigaretta accesa al tramonto, pronti per la lunga notte che ci attende. Una sigaretta accesa all’alba, l’aereo per tornare a casa ci aspetta già sulla pista.
Prima di addormentarci sui sedili rivediamo dietro gli immancabili occhiali da sole le storie appena vissute. Sotto le strobo il tempo è una dimensione molto relativa: la coda al guardaroba, un drink per carburare e muovere i primi passi per prendere confidenza con la pista, gli occhi chiusi le mani al cielo, l’ultimo! L’ultimo! e di nuovo l’aria fredda del mattino sulla faccia.
Ecco se fino a poco tempo fa l’unica colonna sonora ammessa per quest’immediata fase di post clubbing era il rombo dell’Easyjet di turno ora abbiamo trovato il disco perfetto.
Mark McGuire, già a capo degli Emeralds la band simbolo della nuova stagione synth wave, si presenta in solitaria con un ep di 6 tracce zuccherine tutto riff di chitarre ed elettronica ambientale all’insegna della malinconia.
Allacciate le cinture di sicurezza e riposizionate lo schinale in posizione verticale, sta per iniziare la manovra di atterraggio.
Velveljin – Nostalghia (Noble)
I Velveljin sono un gruppo giapponese nato nel 2009 trasferitosi a Parigi nel 2010 per seguire uno dei suoi componenti.
Questo è il loro secondo album e trae ispirazione dal film del regista/musicista russo Tarkovsky intitolato per l’appunto Nostalghia.
Tuttavia più che ad una soundtrack il disco rimanda ad una deep house eterea, immaginate un James Holden meno psichedelico ma più nostalgico e delicato, fermo restando che i riferimenti diretti sono i connazionali Serph e Kaito.
Ottimo per un ascolto contemplativo in poltrona ma sarebbe interessante proporne alcuni brani sul dancefloor.
Furtherset – Old Quantum Theory Ep (Technowagon)
Restando in tema di atmosfere suggestive segnaliamo questa produzione interamente italiana o meglio umbra!
Esce infatti sulla label perugina Technowagon il nuovo ep del giovanissimo talento Tommaso Pandolfi, altrimenti detto Furtherset, che ci aveva ben impressionato al Dancity Festival e che sarà tra i protagonisti del prossimo Club To Club.
L’ep è composto da 5 tracce, con uno special remix firmato Vaghe Stelle, tese a ricostruire un sogno appena fatto alla mattina poco prima di svegliarsi.
Potremmo stare qui ore a filosofeggiare sui rimandi ai grandi maestri dub ed idm (tra gli altri la Warp e Monolake) presenti nella sua opera così come a stupirci per la maturità dimostrata, ma cazzo volete mettere quanto sia fottutamente divertente a 16 anni passare i pomeriggi a smanettare sui synth anzichè a fare i compiti?
Gendroid – Back to the Past Ep (Sauroid)
Sembra ieri quando giravamo per le spiaggie della riviera romagnola con il mega stereo a cassette come fossimo nel Bronx col ghettoblaster ed una sveglia al collo.
Sono passati quasi 30 anni eppure c’è ancora qualcuno che continua a credere nell’electro da breakdance e nelle possibilità offerte da un passato magari tecnologicamente più arretrato ma certamente più creativo.
Gendroid è un artista ucraino ed è l’ultimo prodotto di casa Sauroid, label al cui comando non troviamo nè IF, nè Dmx Krew o Serge della Clone ma il pugliese Giosuè Impellizzeri!!
Ha base proprio in Italia questo collettivo di esploratori sonoro/temporali, ma attenzione a non farvi ingannare dal logo del dinosauro perchè il loro non è retrò fine a sè stesso: ben lungi dal rifiutare le innovazioni offerte dal progresso digitale questi ragazzi puntano ai vaporosi anni ‘80 come ad un trampolino per scagliarsi verso obiettivi sempre nuovi. Ad ogni uscita la prospettiva non è mai la stessa.
Largo allora a vocoder, riff sintetici super catchy e a ritmiche dal taglio hip hop old school: lasciatevi contaminare dal Neo Rave!!!
Francesco Tedeschi – Animus Ep (Resolute)
L’etichetta americana Resolute ha deciso di sfoggiare un raffinato look made in Italy per la loro nuova uscita discografica.
In passerella infatti sfila Francesco Tedeschi da Genova che, quando non è occupato a pensare a come salvare il mondo da improbabili invasioni aliene, si rivela un abile stilista elettronico.
Attento alla purezza delle atmosfere roots post Studio 54, Francesco cuce tre suites house di scintillante modernità con originali riflessi vecchia scuola new yorkese.
In più a dare man forte ci sono i remix di Kiki e Agaric. Ne sentiremo parlare a lungo!
Various Artists – Movement Torino Music Festival – 2011 Edition (Movement Sound Recordings)
Continuiamo a parlare di Italia con la nuova compilation Movement. Sono ormai 5 anni che ogni anno a Torino si celebra il gemellaggio delle Motor Cities con Detroit.
Ad accompagnare l’omonimo festival arriva questa tripla compilation (2 cd unmixed ed un altro mixato da I Robots) contenente big internazionali quali Kyle Hall, Anthony “Shake” Shakir, Patrice Scott e Robert Hood ma anche leggende nostrane come Federico Gandin.
Un ottimo modo per ingannare l’attesa prima della festa oppure per rievocarne il ricordo una volta a casa.
E.S.C – The Prophecy Ep (The Boardroom Presents…)
James Moss e Steven Boardman sono i nomi che si celano dietro l’alias E.S.C..
Le loro produzioni sono sempre apprezzate dai Dj’s techno di tutto il mondo e anche stavolta avranno di che essere soddisfatti con ben tre tracce dal basso rotolante e ripartenze ipnotiche.
Nick Harris – White Leather Ep (NRK)
Il grande capo della Nrk, Nick Harris in persona, torna al banco di regia e sforna 2 tracce di pura deep.
Affianco agli original mixes, molto contemplativi da tramonti lontani, ci sono le versioni di Kiki che innesta il turbo funk, e di Hector Murillo all’insegna dell’house più scarna e sudata.
Matt Star & Candy Csonka feat James Teej – Softly – Roots and Wings Music
House dritta al dancefloor in 3 modalità differenti. Comun denominatore l’effetto ipnotico. Sui 3 pezzi che compongono il singolo spiccano Hector e la sua 808.
Federico Spadavecchia
technorati tags: artisti vari, house, groove
Nel susseguirsi vorticoso di nomi nuovi che lo tsunami digitale (riferito più al suo lato mediatico che non a quello più strettamente tecnico/djistico) infrange contro i nostri clubs preferiti sta diventando sempre più difficile capire quale di questi sarà here to stay e chi invece sarà rigettato via dalla corrente.
Tra pomeriggi oziosi trascorsi a leggere siti e riviste e umide notti insonni sotto le strobo ciò che salta all’occhio è il bizzarro rapporto tra i ballerini ventenni e quelli delle generazioni precendenti con i primi ad impazzire per mostri sacri della consolle quali ad esempio Richie Hawtin, Sven Vath, Carl Cox o Ralf e Coccoluto (conosciuti purtroppo per loro nella fase calante della carriera) ed i figli della moda minimale post 2006 (Loco Dice su tutti) diventata nel frattempo l’attuale loopy house commerciale, mentre i fratelli maggiori, fatto salvo l’immutato e sconfinato rispetto per la vecchia guardia (specie se from Detroit), sono più propensi ad accostarsi ai suoni più underground prodotti da talenti con la metà dei loro anni.
I rari casi in cui ci si trova tutti d’accordo ricomprendono personaggi come Ricardo Villalobos (tanto fine musicista/musicofilo quanto ultimo dei marcioni) o come Seth Troxler, tanto protagonista di festivals all’avanguardia quanto di casa sulle spiagge ibizenche, incaricato dalla prestigiosa Nrk, storica label deep house, a compilare il terzo capitolo della serie di cd mix The Lab.
Si dice che quando sei di Detroit hai già fatto metà del lavoro, ed infatti il ragazzo anche se nasce a Kalamazoo (sempre nel Michigan) si traferisce quasi subito a Detroit dove resta fulminato dall’house music sin dall’età di 7 anni. Seth percorre una strada costellata di grandi successi anche a livello di produzioni, ma a rapire i clubbers è soprattutto il suo talento ai piatti: attento al groove ma al contempo generoso di melodie oniriche e jazzy, abile nello sfruttare le novità delle charts senza mai dimenticare l’importanza dei classici (uno dei suoi cavalli di battaglia è “The light 3000” degli Schneider TM cover di “There is a light that never goes out” degli Smiths) e quanto sia dannoso consacrarsi ad un unico genere.
La sua The Lab è proprio un riuscito autoritratto, a partire dal fatto che l’ha realizzata semplicemente con un paio di giradischi nella cameretta di un suo amico come fosse ancora un novellino.
Il primo cd, come si accennava sopra, rappresenta il Seth da peak time, squadrato ed ecstatico, in bilico tra Berlino ed Ibiza ma sempre capace di soddisfare anche le orecchie più esigenti mettendo su vecchie conoscenze deep come David Alvarado (qui con”Beautification“).
Il secondo cd, invece, spazia di più andando a scoprire la passione del Dj americano per la musica elettronica al di là del mestiere d’intrattenitore di folle: il battito si rilassa e si sale a bordo di una navicella per esplorare atmosfere differenti, anfratti dell’universo dance magari meno battuti ma non per questo meno affascinanti.
Da sigillare nel proprio autoradio.
Federico Spadavecchia
technorati tags: the lab 03, cd mix, seth troxler
La prima impressione all’arrivo è quasi surreale quanto bella: zona industriale ad est di Verona ci aspetta una cascina.
Il tesseramento è d’obbligo nel circolo culturale ROOTZ Corte Radisi.
L’organizzazione, l’ambiente e la location sono sì senza pretese ma assolutamente caldi ed accoglienti e, elemento non trascurabile, tutto senza scopo di lucro.
Le aspettative della serata sono a dir poco commoventi.
L’educazione assoluta della sicurezza, dai visual in stop motion azzeccatissimi, al sound pulito e perfetto, al servizio bar sorridente e piacevolmente coinvolto, al rispetto dei decibel e delle nostre stesse orecchie, tant’è vero che nemmeno sembrava di essere in Italia, alla GENTE che per un insolito meccanismo si autoseleziona e fa da carburante per Mr. Parrish; il risultato è classe è di una superba qualità.
Un piccolo angolo di “paradiso” si ritaglia nel cortile, tra le vigne e le piante di pomodoro, un divano per la comodità degli ospiti, è elemento molto gradevole e da un tocco di design.
Due silos alla porta sono illuminati da una luce rossa che ci da un caldo benvenuto.
Una volta all’interno, una tv sul canale zero e poltrone anni ‘60, un divano impasta di un sapore in parte dentro e in parte fuori dal tempo. Un’altra piccola intima sala accoglie chi sente la fatica e preferisce la calma. Due zone bar lavorano e cercano di far evitare file e disguidi vari.
Nella sala principale l’impianto si scalda con Dj Twice ed il suo sound pieno zeppo di groove.
Questo giovane artista è immerso nell’hopping, passando dall’old school alla disco al funk al soul introducendo con classe l’ospite atteso della serata: Theo Parrish.
James Brown, R&B raffinato e di classe, stile senza spocchia, marchio di questa cricca di personaggi nettamente avanti, avvolge tutto da un basso corposo e veramente tosto.
Non si può che dire che la preparazione al trip detroitiano sia più che adeguata, ci regala un preascolto deciso e personale, d’anima nera nell’accezione più positiva del termine. Twice trasmette, lascia e regala già sovente alcuni sorrisi…(vero leit motiv della serata)
Molto comunicativo, fa un racconto, ci spara una storia di carattere, buttandoci un vero e proprio trasporto fisico oltre ad un’eccellente e delicata professionalità.
Interrogati sulle loro prospettive future la Crew del ROOTZ risponde: “un passo che vorremmo fare è offrire un letto ai più carichi, ai più entusiasti del nostro lavoro e felici di seguire i nostri stessi intenti nei confronti della musica, siamo ragazzi che han passato, e la passano ancora, una vita dall’altra parte del bancone”; a dimostrazione con che tipo di persone abbiamo a che fare.
GRANDI!
Il pubblico piano piano arriva e si carica, viene trascinato in un’onda lenta e fluida.
L’attesa è trepidante.
E’ mezzanotte circa e Theo saluta tutti, sorride, la cascina è vivissima e lo acclama.
Dubito ci sia bisogno di presentazioni, lui è il fratello, classe ‘72, di Kenny Dixon Jr, di Ron Hardy, Jack Masterfunk e cresciuto a pane hot-dog e classic jazz, funk nell’atmosfere metropolitane graffittate di Chigaco.
Non so se avete presente quella sensazione di fanatismo di fronte ad un jazz jam session, o magari alcuni a Vasco Rossi, o alla partita della squadra del cuore.
Avete presente quando l’emozione supera l’aspettativa? Che poi non c’è o c’è ma è altro; hai atteso questo momento per anni con una devozione quasi religiosa, e adesso ti ritrovi li, a un metro, ed è come se fossi semicosciente col cuore a mille e inizi prima a sorridere e poi a ridere fino a sentire un istinto primitivo che ti porta ad abbracciare chiunque. Dentro di te, per emotività o empatia o sensazione epidermica, chiamatela come volete, oh accidenti, lo sai per certo che assisterai a qualcosa che ti lascerà qualcosa di veramente unico, il cui ricordo ti accompganerà per sempre.
Hai ascoltato i suoi dischi, cercato ovunque, giornali riviste, blog, nei video che conosci per filo e per segno ogni minimo suono e guardando e ascoltando ti sei chiesto: sarà tutto vero?
Beh gente, sì tutto profondamente vero.
La sua voce grossa e fumosa, il suo sorriso storto, scanzonato, chiede scusa al pubblico per un pezzo spezzato dopo alcuni secondi…non so se sia stata l’ennesima ironia della sorte, ma qualcosa di magico fra le mura della cascina si sentiva come il profumo di brioches vicino ad un forno la mattina se si è affamati.
Apre con suoni jazzati e rimandi alla black music, mette il suo marchio, i suoi puntini sulle sue “i” e per una buona mezz’ora Theo è li con noi, fa ancora parte di noi, umili esseri umani in contemplazione; la battuta è lenta ma ha tutti i crismi dell’inesorabile corsa verso quel punto fisso che spesso lui guarda ma che nessuno vede.
Dietro la consolle si comporta come una sorta di sensitivo ipnotico e ipnotizzato, di mistico sciamano contemporaneo, capace di graduare, modellare deformare a perfezionare il suono, le frequenze ed emozioni: la sua palla di cristallo è il suo mixer speciale, improvvisando forse, ragionando con la pancia e,di sicuro, c’è swing, funk e soul dentro di lui.
E per noi tutti sono rumbe e brividi e momenti di vera e propria sincera commozione.
In un’ora arrivano terzine sincopate, intrise di ritmi latini e fiati che conquistano anche le anime più scettiche, è impossibile star fermi, una giostra psichedelica, è matematicamente disumano non lasciarsi andare alle sue onde lunghe e costanti, in loop sei tu per mano e mente sua.
La cascina si trasforma in un sambodromo in estasi e bagnata di sudore alcolico.
E’ un jazz man contemporaneo: Miles Davis, Coltrane, Steve Wonder, ed Hendrix shakerati insieme con una personalità freak che quasi imbarazza da quanto è bella.
Theo mescola, fonde, rapisce, ipnotizza, come se ci avesse drogati. Tutti.
Ha un rapporto quasi erotico con la musica e lo vive con la sua gente, sotto la consolle, e guarda la sua bellissima fidanzata a cercare un’intesa tutta loro, fa l’amore con i suoi dischi, fa fare l’amore con la sua musica nelle nostre teste.
Il nostro eroe pacificamente, credo senza volerlo in effetti, butta una colata di cemento su tutta quella teck-house mediocre e facilmente ottenibile, tremendamente dozzinale, che ammala la ricerca globale nella musica verso qualcosa di nuovo per davvero e che, è de ve necessariamente essere figlia del proprio tempo, ma che non dimentica ciò che è e che ne dovrebbe fare giusta e onorata memoria.
In realtà certi generi affossano il futuro e l’essenza vera del clubbing.
All’italiano medio e non solo, non ci fa caso, e parla di musica interessante.
Ad un tratto, come se fosse in collegamento telepatico con un altro mostro sacro della Motor City esibitosi appena il giorno prima a Milano, Robert Hood, l’anima felice di Theo svanisce facendoci sprofondare tutti con sè in un viaggio scurissimo e maledettamente onirico, intriso e pastoso di desolata nostalgia e malinconia deep a livelli stellari, molto molto scura e dritta ma solletticando alcuni tra i dettami dell’elettronica anche più schietta: UR.
In sostanza, ci ha dimostrato in maniera molto chiara che, anche se il suo sguardo si fissa verso chissà quale porta spazio temporale, tracciandone le linee per il suo pubblico, come uno sciamano in trance, quale sia l’esatta essenza della sua anima black tra Detroit e Chicago in una performance devastante, meravigliosa, da maestro.
Il sentimento è visibilmente disponibile e disposto.
Travolgente e travolto (lui stesso da sè stesso), in qualche modo è come se espiasse tutto questo tzunami di AMORE in musica, parlando di storia della musica nera e non solo, parlando di HOUSE VERA e di elettronica seria, di significato.
Un groviglio di emozioni sincopate almeno come risultato regalato dal basso in perpetuarsi, che arriva diretto al diaframma di chi stava in prima linea, spezzate come il reggae tradizionale ci insegna da assoli di batteria e rimandi lenti, fiati e tappetoni della grande tradizione, voci calde sia maschili che femminili che sembravano venir fuori da qualche disco jazz legatissimo a Nina Simone o Billy Holiday…in un canone di suoni che pare essere inverso o rubato comunque a qualche tempo ormai lontano di almeno 30 anni..
Il consumato tassello sonoro della sua infanzia o della sua adolescenza lo suona e lo fa determinato sudando tutto.
Lo mette li,così come se fosse niente, NATURALMENTE, e lo fa attraverso dischi che rimandano per echi e per immagini, che raccontano a tutti di verande, tessono fila di una vita sulla strada, di scalini…di appartamenti dove all’interno gira un disco che a passarci le dita sopra forse ti ferisci… di Washinton D.C…o di Chicago..o di Detroit…delle proprie radici, della propria cultura.
La battuta persiste come un martello.
Si viaggia sognando in un’evoluzione godibile ad occhi chiusi e orecchie prontissime ad accogliere tutto; è qualcosa al quale non c’è modo di comandare, ti lega a qualcosa di indefinibile, ti spalanca il cuore perfino ad un’armonia oscura, nettamente nera, ipnoticamente deep, dritta e sporca, a voler dire: gente, io sono Chicago ma sono anche Detroit.
Si pensi a Love and Happiness, ad una chiesa dove si canta e si mettono mani al cielo. LOVE AND HAPPYNESS.
Ogni disco è un assalto profondo alle anime più scettiche, graffia con il funk, ti contorce le budella con un sano low fi.
Se chiudi gli occhi l’hopping ti sostiene come in un momento di abbracci come usavano una volta: veri.
Citando una delle sue edit più belle The reason di Minnie Ripperton tutto sapeva esattamente di quel testo e forse, molto molto di più.
Un’esperienza indimenticabile: uno staff unito e serate così non si fanno mica se non si è davvero competenti.
Tanto bella che ci fa sperare che forse l’underground non è del tutto morto e che non solo la musica sia la risposta, ma appunto la ragione di tanti gesti fatti, e fatti bene, addizione di grandi teste e cuori ancora più grandi.
Theo chiude con un frammento della sua storia, ripescando una tra le tante brillanti collaborazioni.
Il suo flow, continuo e discontinuo allo stesso tempo, è il tratto più intenso che mi porterò a casa all’alba.
Theo Parrish posso dire che fa quello che vuole e quando vuole, anche dopo anni di incomprensione da parte di un certo tipo di pubblico. Questa sera si è conquistato l’ovazione della bella gente accorsa per lui in Veneto.
La sua selezione, dettata dal momento, è spontanea, muscolare e viscerale; ritengo, in cuor mio, che sia tra i pochissimi Dei della Consolle in grado di fare “voli pindarici” sensati con una malta e con un carisma assolutamente unico.
Grazie mille al ROOTZ.
Ti abbiamo voluto bene Theo.
soul in the hole
Chloe Raffey
technorati tags: theo parrish, rootz, house
Farid Slimani, un ragazzo francese di origine algerina con la passione per la musica da club, ha appena 19 anni quando, nel 1996, si reca per la prima volta a New York per una gita scolastica.
L’impatto con la Grande Mela è stato così forte da spingerlo a filmare ogni aspetto della club culture locale sviluppando di fatto il concept per quello che sarebbe diventato Back in the House.
Sono passati 15 anni da allora e Farid ha deciso di resuscitare il progetto, arrivando finalmente alla chiusura del cerhio, utilizzando il materiale raccolto per raccontare la scena di metà anni ‘90.
Tra le tante interviste presenti citiamo giusto per darvi l’idea quelle a Junior Vasquez, Danny Tenaglia, Joe Claussell, François K, Louie Vega, Kenny Dope, Dimitri From Paris, Terry Hunter, Juan Atkins, Roger Sanchez, Roy Davis Jr, DJ Sneak, Maurice Fulton, Byron Stringly, Ultra Nate, Kerri Chandler, Armand Van Helden, Steve “Silk” Hurley e al nostro Claudio Coccoluto.
Il trailer del documentario è visibile al seguente indirizzo: http://www.backinthehouse.com/#/Backinthehouse-Teaser
technorati tags: back in the house, documentary, new york
Il 21 settembre del 1991 viene aperto a Londra un nuovo club. Si tratta di un locale alcohol free nella zona di Elephant & Castle con il quale l’ex imprenditore vinicolo James Palumbo ha deciso di trasformare la passione per la musica nella sua nuova professione. E’ così che nasce uno dei simboli della club culture mondiale: il Ministry Of Sound.
Le sue feste entrano di diritto nella leggenda a cominciare da quelle tre con protagonista il Dj americano Lerry Levan, che, arrivato nella capitale inglese con ben 8 giorni di ritardo, non perse altro tempo prezioso e si vendette tutti i dischi per acquistare tonnellate di droga!!!
Si racconta che si fermò ben tre mesi e che pur raccimolando dischi di fortuna riuscì comunque a fare un bel set. Larry morì il novembre dell’anno successivo per un arresto cardiaco.
Pochi giorni ancora ed il MoS compirà 20 anni e a guardarsi indietro c’è da farsi mancare il fiato calcolando la distanza percorsa: gli esordi tra le ceneri della disco e la rivoluzione acid house che nel 1992 sarebbe sbocciata nella Second Summer of Love, il successo esplosivo, la consacrazione a tempio del ballo, il divenire un marchio di caratura internazionale con filiali in mezzo mondo, e ancora Ibiza dall’innocenza alla deriva commerciale, il periodo d’oro della progressive house e quindi della trance, le mille serie di compilation e l’ombra del baratro imprenditoriale ma anche e, soprattutto, artistico; infine la rinascita per arrivare ad oggi con il rischio di finire vittima della speculazione immobiliare.
Per il momento però non preoccupiamoci e festeggiamo al ritmo dei primi eroi della sua console, coloro che han dato la spinta propulsiva a tutto il nostro mondo.
E’ giunto il tempo di aprire capsula del tempo dove sono state custodite gelosamente registrazioni (ancora su DAT!!!) live di Larry Levan, David Morales, Todd Terry, Kenny Carpenter e Justin Berkmann, veri scienziati del giradischi ed appassionati poeti più attenti a sincronizzare le emozioni della pista che a pettinarsi il ciuffo per la prossima foto da postare in rete, e far rivivere il mito di quelle notti insonni, trasmettendo alle nuove generazioni l’amore per la musica.
Questo ricco cofanetto contiene 5 dj set d’epoca (1991) completamente rimasterizzati per godere appieno dell’esperienza Ministry, grazie a grandi classici come I’ll be your friend di Robert Owens o l’immortale Rise From Your Grave degli acid kings Phuture e a gemme come il commovente gospel di The Pressure dei Sounds Of Blackness.
Vista la provenienza di ben 4 Dj su 5 è facile comprendere come a tenere banco sia prevalentemente l’house americana, con la cartina tornasole che vira dall’acid scarna e meccanica alla disco più soulfull a seconda della vicinanza a Chicago o a New York.
Ciò che però fa di questa raccolta un must have è il poter ammirare la sensibilità con cui ogni Dj si approccia alla materia, la loro capacità di usare le canzoni per comunicare con il pubblico. Quante volte avete sentito dire da un Dj che il suo intento è quello di raccontare una storia? Ecco attraverso questi cd potrete comprendere davvero la differenza che c’è tra il mettere quattro dischi in fila ed il creare una performace artistico/sciamanica, scoprendo che attraverso la passione nessun obiettivo è troppo distante.
Federico Spadavecchia
technorati tags: miti, ministry of sound, london
Come ormai vuole la tradizione c’è un weekend al Club Gamma in cui si festeggia il compleanno di Gandalf, fondatore insieme a Redrob, Tsura e al misterioso Sciakkua della serata Stereo, una delle sorprese più interessanti nel panorama del clubbing cittadino nella stagione 2010-2011.
Sabato 10 Settembre, quindi, l’appuntamento è per una di quelle feste che rimarranno impresse indelebilmente nella mente dei clubber torinesi (ricordate l’evento dell’anno scorso con Stefan Goldmann?). Anche quest’anno il party, oltre al nostro sempre più vecchio resident, avrà un ospite internazionale che renderà la festa ancora più indimenticabile: torna infatti al Gamma Ryan Elliott, ormai alfiere Ostgut/Berghain, che già ad aprile ci ha fatto ballare come forsennati fino alle prime luci dell’alba.
E quest’anno la festa non finisce… ma continua al Doctor Sax con un secondo ospite: Evan Baggs, il folletto del Watergate che non dorme mai e sta facendo impazzire l’Europa con la sua house carica di energia!
Inizio ore 23.00 – Ingresso: 5 euro prima dell’1.30 – 7 euro dopo l’1.30
Selezione alla porta: no guest list, no dress code, just be polite!
Club Gamma (Fluido River Side) – Viale Cagni 7 – Torino
technorati tags: ryan elliott, club gamma, stereo
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One Night in New York City
È curioso come proprio nell’anno della non estate (ma dove son finiti il caldo e il mare?!) con la sua soundtrack tutta hypnagogic pop, abbia scelto di trascorrere le vacanze a New York, una città per la quale proviamo da sempre uno strano senso di nostalgia. Abbiamo girato per l’East Side con i Jefferson ed il Queens con Eddie Murphy; Gordon Gekko ci ha accompagnato per i palazzi del potere giù a Wall Street, e nel Village ci siam fatti quattro risate ad un caffè con i nostri Friends.
Impossibile quindi non mescolare fantasia e realtà mentre si passeggia per una strada qualsiasi, un pò come se avessimo sempre abitato all’ombra della Statua della Libertà. Una memoria modificata dall’allucinazione televisiva.
Se poi passiamo alla musica beh allora probabilmente, escludendo qualche capatina a Londra e a Berlino, non ci siamo mai mossi da sotto la console del Paradise Garage.
Il nostro viaggio nella scena ha inizio all’Home Sweet Home, un oscuro scantinato a Little Italy, dove ogni mercoledì si riuniscono i ribelli di un mondo post atomico vestiti di piume e corazze (avete presente i Sigue Sigue Sputnik?). Un manipolo di spettri androgini si dimena al ritmo della new wave anni ‘80 proposta dapprima dal Dj e poi da un gruppo dal vivo. Peccato solo non essersi imbattuti in un concerto minimal synth di Martial Cantarel perchè il locale è davvero figo ed i suoi clienti abituali sono al di là del bene e del male.
Sebbene provati dalla fatica di un viaggio assai mattiniero e da una giornata di turismo sfrenato per Lower Manhattan resistiamo abbastanza per comprendere i fondamenti della club culture cittadina: innanzitutto le serate migliori nei locali del centro sono raramente programmate nel weekend o al venerdì; gli orari poi prevedono che si apra presto intorno alle 22 e che si chiuda massimo alle 4 del mattino incoraggiando i ballerini ad entrare il prima possibile riservando loro vantaggi come non pagare l’entrata (mai sopra i 20 Dollari) o il bar fino ad una certa ora, chi comunque volesse tirar tardi col sole già alto non dovrà far altro che diventare socio di un afterhour club. Infine il pubblico non supera mai le poche centinaia di unità ma, proprio per il carattere underground delle feste, è quanto di più colorato e coinvolto si possa trovare, roba da far invidia ai fedeli delle chiese di Harlem!
Parlando di congregazioni merita un discorso particolare il capitolo negozi di dischi. Da qualche tempo infatti New York si è liberata di ogni megastore musicale, lasciando il mercato nelle mani di piccoli esercizi indipendenti divenuti veri e propri templi per gli appassionati.
Ad occuparsi di musica elettronica abbiamo Other Music a Soho, specializzato in avanguardia e derivazioni wave in prevalenza su cd, e Halcyon a Brooklyn, da dieci anni punto di riferimento per tutti i Dj’s locali, sede della label house/nu disco Scissor & Thread, ma soprattutto ponte tra il movimento americano ed europeo promuovendo le techno nights del Bunker (club di Williamsburg che lavora al venerdì e al sabato), dove è infatti possibile imbattersi negli artisti di casa Berghain.
Questi negozi sono inoltre i posti migliori per informarsi sulle serate più hot in città, senza contare che molto spesso ospitano tra le loro mura interessantissimi showcase.
Il primo impatto con il sottobosco house a stelle e strisce non avviene però sulle mattonelle luminose di una discoteca, bensì nella suggestiva succursale del MoMa, Ps1, nel Queens. Tutti i sabato pomeriggio di luglio e agosto, infatti, si tengono gli happening targati Warm Up: il museo d’arte moderna mette a disposizione il proprio cortile dalle 14 alle 21 per quello che si può definire a ragione Intelligent Clubbing.
Dimenticatevi i marcioni fini a sè stessi del Bar 25, qui ci si muove per amore dell’arte e dello stare insieme magari portandosi dietro i figlioli. Anche in questo caso prezzi davvero popolari per entrare e bere (signori finalmente un party con della birra seria e non quella broda detta Heineken), godersi l’esposizione di turno e buttarsi nelle danze.
Il calcio d’inizio spetta a XXXY (vi giuro che si chiama proprio così!!!) con una selezione a metà tra future garage e house made in NYC, perfetta per sdraiarsi all’ombra di questo giardino Zen e piano piano avvicinarsi alla pista.
Il titolo di rivelazione d’estate spetta di diritto al talento locale Ital con un vibrante laptop live d’ispirazione Border Community. Partenza eterea e cristallina, quindi il basso prende sempre più corpo fino a rapire le nostri menti in un vortice prog house da mani al cielo e sorrisone ebete ipercontagioso.
Cosa dire poi di Vockah Redu? Immaginatevi di trovarvi davanti a Boney M. in botta da psicofarmaci che, vestito solo di una camicia di forza, tenta di scappare da un paio di fustacci della Neuro!!
Ecco a questo punto diventa obbligatorio sottolineare l’importanza della comunità gay e arty per la vitalità della scena, senza il loro apporto infatti trascorreremo noiosissime serate in coda all’entrata di un Dorsia ormai abbandonato.
Un’ora a disposizione per Das Racist che propone dapprima il dj set e quindi il live a tre mc’s stile De La Soul.
Il gran finale a base di classiconi e abbracci vede protagonisti Prince Language & Stretch Armstrong. Il tramonto sull’Hudson benedice una giornata davvero speciale.

È per visitare la High Line (la vecchia rete sopraelevata della metro rinata sottoforma di giardini panoramici nel West Side) che incrociamo per la prima volta il Cielo.
Dietro una porta dall’apparenza modesta si trova l’ultimo depositario della Febbre del Sabato Sera. La politica di tolleranza zero portata avanti gli anni passati dal super sindaco Rudy Giuliani ha sì ripulito le strade del centro ma ha di fatto quasi ammazzato la club culture urbana; locations come il Twilo o il Vinyl sono ormai solo bei ricordi indi per cui la disco del Meatpacking District ha sulle spalle tutta o quasi la responsabilità di difensore della tradizione danzerina mantenendo viva la memoria delle folli notti allo Studio 54, al Sanctuary e al Paradise Garage.
Per quel che riguarda le residenze più significative, incredibilmente il lunedì e il mercoledì, sono affidate a due veri sopravvissuti dell’epoca d’oro della disco music: Francois Kevorkian e Little Louie Vega.
E così per la Deep Space Night del patron della Wave records troviamo in consolle Brendon Moeller, autore tra l’altro del prossimo singolo sull’italianissima Exprezoo rec.
L’uomo dai mille alias è solo sul ponte di comando, a lui il compito di gestire per intero la festa: la partenza è una disco talmente vellutata che sembra uscire dai divanetti anzichè dall’ottimo Funktion One, il cui contributo sarà fondamentale più tardi nella diffusione del verbo dub.
Il Cielo non è il club immenso e sfarzoso che si potrebbe immaginare pensando ad una città come NYC, anzi visto da fuori sembra un comunissimo magazzino portuale.
Una volta dentro, però, difficilmente si può restare indifferenti davanti alla sua sobria eleganza: divani ad isola, bar ben fornito, dancefloor in parquet sui cui brillano costellazioni di strobo, e cabina di regia rialzata e spaziosa. L’acustica semplicemente perfetta.
Pubblico maturo e voglioso di divertirsi tutto sorrisi e breakdance. Belle ragazze, appassionati di musica, ballerini provetti e gay, il vero Dj è colui che riesce a coinvolgere tutti quanti nella sua visione.
The Echologist sta suonando alla grande giocando con tutti i riflessi che offre il dub, dalla Deep al Dubstep all’House più tradizionale per ben 5 ore e mezza. Ci credereste se vi dicessi che davanti a lui non ci sono migliaia di clubbers in delirio ma forse giusto una sessantina? Come già ci aveva raccontato a Natale Adam X il popolo dei nottambuli a stelle e strisce è una riserva indiana, ed il locale di conseguenza è stato progettato per avere una capienza sulle 300 persone.

Tuttavia il motto americano è: sii sempre professionale qualunque lavoro tu svolga. Quante volte è successo in Italia di vedere la guest star interrompere lo show prima del previsto perchè non c’era abbastanza gente? Ecco qui non solo una cosa del genere è impensabile, ma anzi per rispetto dei presenti ci si impegna al massimo.
Il caso vuole che anche mercoledì non ci fosse il titolare di piatti e mixer, ma nulla da dire se al suo posto ci sono altri tre big names della scena: resident d’eccezione Kevin Hedge, ovvero metà dei leggendari Blaze (ask your self: can you dance to my beat?!), e come ospiti Master Kev & Rob James.
Nome del party: Roots, servono altre spiegazioni? La sensazione di essere tornati indietro nel tempo a quando tutto era una scintillante novità è davvero forte, e ognuno dei cento ballerini accorsi mette in mostra i suoi passi migliori. Lo spirito di condivisione del Loft di Dave Mancuso ha trovato la sua casa.
L’emotività della musica oltre la fredda ma funzionale meccanica del ritmo.

Ora capisco come fosse possibile scoppiare a piangere durante i set di Lerry Levan, ma le mie lacrime in questo caso son dovute al fatto di dover prepare le valigie e tornare a casa.
New York ci ha chiaramente mostrato come, nonostante i suoi mille paradossi, sia la Capitale del mondo con il suo melting pot di razze e culture diverse perché alla fine dei conti you may be black, you may be white; you may be Jew or Gentile. It doesn’t make difference in our House, and this is fresh!!
Federico Spadavecchia
Venerdì 22 luglio all’interno della cornice dell’Anno del Volontariato, la Consulta Giovanile di Cogoleto è orgogliosa di presentare
..::THE WORKOUT::..
…Dietro i piatti, a due passi dal mare, si uniranno a noi due veri e propri totem del cratedigging italiano e internazionale:
KSOUL & MUTEOSCILLATOR
(kindasoul rec/uzuri rec)
Grazie a Ksoul & Muteoscillator abbiamo avuto a Torino alcuni tra i party più belli degli ultimi anni, con musica di altissima qualità mixata e sprigionata da nomi come: Scott Ferguson, Mike Huckaby, Tevo Howard, etc. Amanti del vinile da sempre, suoneranno col mixer rotary Dj R 400, concepito da Dj Deep&Jerome Barbé e usato da parecchi top djs, tra cui Theo Parrish.
Ksoul è inoltre il fondatore di Kinda Soul Recordings, con all’attivo otto uscite su vinile.
Il loro dj set è un viaggio che rende tributo all’house di Chicago degli anni ‘80 e il leggendario suono di Detroit, di oggi e di ieri.
..::INGRESSO GRATUITO::..
FROM 23.00 TO STARDOM!!
INFO:
Uscire casello Arenzano, proseguire verso Cogoleto (direzione ponente) seguendo via Aurelia di Levante (SP1) per circa 2 km.
L’evento si trova all’inizio del rettilineo che porta in paese, lato mare presso i bagni Calabasciu.
Lunghi bagni in un mare azzurro, la voglia di sdraiarsi al sole con gli auricolari per ritagliarsi un angolo di paradiso e quindi andare a ballare fino al mattino, ecco che cosa chiediamo all’estate.
I think you’re ready
Freddie
now its time to join the party
Baby
let’s get stoned into the pool
Elemento quindi fondamentale per godere appieno delle nostre agognate vacanze è la musica, che deve essere incalzante ma morbida, orecchiabile e al contempo ricercata perchè comunque la qualità viene prima di tutto e poi, certo, quel tocco old school a smuovere i ricordi di altre memorabili estati insieme col piedino che batte il tempo in automatico.
We don’t really need
a crowd to have a
party
Just a funky beat
and you to get it
started
and oh
Suonalo ancora E-dward!; non un singolo in particolare, ma tutto l’album (perchè chiamare Ep una raccolta di 12 tracce è quantomeno riduttivo) perchè ogni canzone è una frase funzionale alla storia che questo disco racconta.
A livello sonoro si parte con un funk meccanico per poi virare verso atmosfere da esplorazioni cosmiche. Per quanto riguarda il mood beh è pura felicità e sorrisi per chi non si stanca mai delle feste in piscina o in riva al mare a piedi nudi nella sabbia ancora tiepida.
Il punto di riferimento, come del resto tutte le produzioni di casa Exprezoo rec., è quel mix di deep house e Chicago, caratterizzato da un sound molto caldo quasi artigianale che si esalta nei claps densi, negli hit hat squillanti e nell’effetto polvere sotto la puntina a creare un riverbero quasi naturale.
We can dance all day
until the daylight
And when we
feel that’s
just like we
know
We can dance the night away
Il nostro E-dward! suona quindi come un modernissimo classico, dimostrando che alla base del suo lavoro c’è una seria ricostruzione delle origini. Proprio grazie a questa padronanza delle basi è infatti possibile elaborare un prodotto nuovo e fresco che metta in risalto l’estro dell’artista.
Molti oggi confondono l’ispirazione con la scopiazzatura, pensando di aver trovato una scorciatoia per il successo nel campionamento selvaggio (nel 90% dei casi puro plagio), mentre il cuore dell’arte del djing sta nell’ascolto attento dei dischi, soprattutto quelli vecchia scuola, perchè è proprio in quei solchi ormai sporchi che sta il segreto per far saltar la pista.
The Journey indaga un futuro retrò dal punto di vista privilegiato del Dj, perchè è solamente stando dietro ai piatti che si vedono cose che voi umani potete solo immaginare.
We’re having big fun
big fun!
We’re having big fun
the party’s jsut begun
yeah
Federico Spadavecchia
Curiosa la storia di Kenny Glasgow e Johnny White, due artisti non proprio di primo pelo anzi, che però solo recentemente, dopo aver deciso di unire le forze, hanno ottenuto il meritato riconoscimento internazionale sotto il nome di Art Department.
Già dai primi singoli usciti, Without you e Vampire Nightclub (con il prestigioso feat. di Seth Troxler), si è capito che avevamo a che fare con un’house diversa ed oscura.
Il pulsare funky del basso striscia a mo di serpente a sonagli tra synth wave, scuotendo i fantasmi di una disco infestata.
Vero punto di forza dell’album è la voce (dello stesso Glasgow) che intona classiche liriche house tutte amore e gioia con una tonalità così bassa ed un’intensità tale da rimandare a parties sotto i cipressi.
Un pò come se i Depeche Mode nell’86 avessero pensato Black Celebration come Chicago house.
E’ direttamente la opening track, Much too much, a far capire che aria tira con la sua atmosfera crepuscolare ed un Kenny in veste di Muezzin dell’amore solenne e doloroso, quasi dissociato dalla felicità insita nelle sue stesse parole (Since the moment you came into my life/It was a dream came true). Too much love will kill you cantava Freddie Mercury.
Per quanto faccia sudare sul dancefloor anche la marcia di Tell me why pt.1 porta all’oblio.
In living the life abbiamo la prima apparizione di Seth Troxler; mood umido e melodie mentali sono la colonna sonora preferita dai vampiri in after.
Molto simpatico il gioco citazionista di What does it sound like che mi rimanda, per il giro di basso, alla mitica Killer di Adamski.
La grande hit del disco è chiaramente Without you, lo stampo originario, che ancora non ha smesso di farci ballare.
Collaborazione di lusso anche per We call love dove oltre che i trendissimi Soul Clap viene anche chiamato un faro della deep come Osunlade.
Vampire Nightclub vede di nuovo l’affiancamento con Seth e si parla pure stavolta di mega hit!
Prove di r’n'b futurista con In the mood e ritorno all’electro con Roberts cry.
La seconda parte di Tell me why è un omaggio all’high tech jazz.
Chiude la maestosa I C U dove Glasgow sfoggia tutto il suo talento come vocalist su una base deep house che non ti molla mai gambe e cervello; in un mondo migliore questo sarebbe lo status pop.
The Drawing Board è uno di quei dischi per cui l’emzione che provi ascoltandolo di notte, in cuffia, nel buio della tua stanza è la stessa di quando all’alba sei abbracciato ai tuoi amici sotto la consolle per applaudire gli Art Department.
Federico Spadavecchia
technorati tags: art department, house, the drawing board
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Bloc Weekend 2011. Il Report
Dopo aver preso droghe molto buone c’è questo sentimento che tutto stia collimando perfettamente, stai sentendo della grande musica, stai ballando, hai questo feeling fantastico, e ti sembra che questo possa durare per sempre, ti auguri che la tua vita possa essere sempre così. Bobby Gillespie (Primal Scream)
Il giorno che mi mettero’ a fare musica pensando ai soldi….quello sara’ il giorno del mio fallimento come artista vero. Renato Figoli
Cinque edizioni sono la maggiore età per un festival, la consapevolezza di essere ormai diventati un qualcosa di più che un modo alternativo di spassarsela con gli amici nel weekend.
Il Bloc Weekend nei suoi cinque anni di vita ha rivoluzionato il concetto di rave e della sua fruizione portando per tre giorni all’interno del Butlins resort di Minehead il meglio che la scena elettronica da club possa offrire.
I ragazzi del Bloc per tutte le precedenti edizioni sono sempre riusciti a superarsi e questa volta sarebbe stata quella determinante per assurgere all’Olimpo dei festival, quindi capirete quanto il rischio di finire vittima della troppa fama fosse alto.
Ed invece tutto è andato per il meglio nonostante le troppe richieste che hanno messo ko il sito delle prenotazioni e le difficoltà di un viaggio che senza più la possibilità di atterrare a Bristol ci ha impegnato per una buona giornata.

Dalle 16 fino alle 10 mattino, è questa la durata dei party di venerdì e sabato mentre la domenica culminerà all’una e mezza con la cerimonia di chiusura.
La prima serata la dedichiamo all’Uk Bass sotto la bandiera Subloaded dove assistiamo al trionfo della vecchia scuola dubstep con un Pinch più profondo dell’Ottobre Rosso ed un Mala esplosivo. Ottimi anche la nuova leva Gemmy ed un sorprendente Loefah che messa da parte la sua caratteristica atmosfera narcolettica butta sul piatto rimandi all’acid house per una pista in delirio.

Il set di Untold ci introduce ai Magnetic Man che confermano quanto già avevamo visto: Benga, Skream ed Artwork confezionano un prodotto perfetto per le major discografiche e per chiunque sia troppo indiefighetto da non voler appannare le proprie lenti quadrate con una sana sudata sul dancefloor o farsi spettinare dai woofers. E comunque meglio soli che male accompagnati.
Stesso palco ma attitudine completamente diversa per uno dei padri del suono Techno europeo: Mark Bell alias LFO.
Dimenticatevi i suoi album su Warp, di cui viene eseguita la sola Frequencies, perchè ora il sound è granitico, aggressivo, e fa sanguinare persino i Funktion One.
Ramadanman, invece, continua la strada della contaminazione ma rimane chiuso nel loop della nuhouse che ne smorza l’entusiasmo.
Prima di andare a dormire rendiamo il giusto omaggio a Dj Pete simbolo della Basic Channel berlinese e status quo della Techno. Con lui per magia vinili all’apparenza diversissimi tra loro si fondono insieme naturalmente e sopra il klang oscuro dell’industrializzazione i riverberi originano melodie celestiali.
Il sabato è la celebrazione degli anni ‘90 a partire da quanto proposto dalla I love Acid Crew
nell’igloo Ableton. Luke Vibert scalda la Tb 303 che diventa euforica e bizzosa quando al comando sale Ceephax.
Andy ha seri problemi di sincronizzazione degli strumenti (tutto hardware analogico nemmeno un pc usato a mo di sequencer) così pur incazzato nero prende ad improvvisare con ciò che funziona in quel momento. Tanta qualità ed ironia fanno sì che la festa decolli!!
E’ quindi il turno di un’altra leggenda made in Uk, Mark Archer, costretto per motivi legali ad esibirsi sotto le mentite spoglie di Mark II anzichè con il celebere moniker di Altern8. Primo disco: Human Resource “Dominator“, ultimo The Prodigy “Outer Space“, indovinate l’inferno che c’è stato in mezzo!!

Calmiamo i bollenti spiriti con il poetico live dei Dopplereffekt, malinconici Kraftwerk post capitalismo.
Chissà cosa starà pensando Alva Noto nel vedere una massa di giovani scatenarsi sui suoi ritmi impossibili di norma riservati al composto pubblico delle gallerie d’avanguardia?
La bellezza del beat in sè, godere dello sfrigolio di un oscillatore, avere la sensazione di poter toccare le particelle di cui sono fatte tutte le cose. Minimale nelle frequenze ma non nel concetto.
Four Tet è ormai un’amante della pista da ballo e il suo live rasenta quasi la prog house.
Finalmente è giunto il momento del main event che tutti aspettavano con ansia: Aphex Twin is in da house!!!
Ancora una volta la old school dimostra la sua grandezza con Richard che spazia da atmosfere pestilenziali ed acide a scosse di iper basso con incursioni nella Techno.
Inchinatevi davanti a colui che può suonare e produrre qualsiasi genere!!! Se poi ci facesse la cortesia di un nuovo album gliene saremmo infinitamente grati!!!

Il figlio preferito di Odino, Venetian Snares, ci suona la ninnanna alla velocità del suono con un djset a base dei suoi ultimi album Filth e My so called life.
Il pomeriggio della domenica lo dedichiamo ai giovani talenti. Boxcutter, che anzi ormai va considerato artista pluriaffermato, ci fa saltare con un mix di dubstep, idm ed house.
Peccato che abbian deciso di tenere aperte, oltre al main stage, soltanto le salette secondarie e la tenda di Ableton cosatringendo a lunghe code e in alcuni casi a sentire la musica da fuori come puntualmente successo per l’ottimo Global Goon ed il classic acid set di A Guy Called Gerald.
Luke Abbot fa vedere chi comanda in Border Community ben conigugando l’idm con la dimensione onirica dell’etichetta di James Holden.
Lone dal canto suo si presenta con un inaspettato djset a dimostrazione di essere ormai pronto per la Rephlex.
Tecnica grezza in stile americano e voglia di uscire dagli schemi per Kyle Hall, astro nascente from Detroit, che si cimenta con techno, house e dubstep con la folla che grida il suo nome.
La festa è quasi finita rimane ancora un’ultima pratica da archiviare: lo show L.B.S. di Laurent Garnier.
Garnier non suona musica ma infonde le emozioni che vorremmo sempre provare, quel senso di pace e di fratellanza per cui non sei più un singolo perso nell’universo ma fai parte di un qualcosa di più comoplesso con un grande cuore pulsante.
In un ibrido di live e djset l’artista francese passa dal fare il Dj a fare il direttore d’orchestra e quando il pubblico lo implora per un ultimo disco esegue dal vivo una traccia di ben mezz’ora, in cui per i primi venticinque accumula tutta la tensione per poi risfogarla sul dancefloor come una cascata emozionale.
Mesi di preparazione all’evento e poi tre giorni che bruciano intensi e veloci come un fiammifero che per pochi attimi ha illuminato la strada da seguire.
Federico Spadavecchia
Bloc Video by Sunny Das:
BLOC. 2011 from Sunny Das on Vimeo.
technorati tags: laurent garnier, bloc weekend, rave
Locura records presenta un altro jolly del suo variegato mazzo di carte.
Qui si parla di underground seria,un grande interprete del purismo old school alla nu funky invidiata in tutto il mondo!
Sabato 19 Marzo avremo il piacere di ospitare al Motel 1989:
Nick Anthony Simoncino
Deejay e collezionista di 7″ , 10″ e 12″ pollici old school , prevalentemente Chicago House , Techno Detroit e Garage , da oltre un decennio… . Appassionato di Synth Analogici e Drum Machines , approda nel mondo delle produzioni debuttando su Mathematics e NoMoreHits .
Lavora per etichette come : Skylax , Quintessential , E.A.R. , OnTheProwl , SlowMotion , Abstract Forms , Kinda Soul e molte , molte altre ancora . Da pochi mesi fonda la sua label di solo vinile , la HotMix , dove approdano i migliori talenti che ci sono oggi nel panorama “House” e vere e proprie leggende del calibro di Carl Bias , Virgo Four , Legowelt , ecc ecc .
Dj’s Resident: Wi-Fi Soul
Motel 1989 c/o Le Club Vico A. di Bozzolo 1, Genova 16151 (sotto stazione Sampierdarena)
Frequencies
Come definire Frequencies.it? Webmagazine? Nightlife Agenda? Blog per reportage e recensioni? Frequencies.it è tutto questo ma anche molto di più: è lo spazio dove i clubbers possono raccontare le loro avventure in giro per il Mondo alla ricerca dell\'atmosfera perfetta... Da oscuri clubs berlinesi ai grandi festival europei passando per i locali e i trends più alla moda, ad accompagnarci in questo incredibile viaggio i Dj\'s, con la loro musica e loro storie. Allora siete pronti a partire?
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