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scubaPer i clubbers abituati a varcare i confini del nostro paese la sigla ID&T non indica solo una stazione radio, ma anche una delle organizzazioni di party open air più famose d’Olanda.
Responsabile del Mysteryland, un fenomenale baraccone della house e della techno dagli evidenti risvolti commerciali, da qualche anno a questo parte il suo gigantismo sconfina anche in Belgio per allestire, in un parco a pochi chilometri da Anversa, Tomorrowland, un party strutturato in due giornate che fa della varietà di stili un punto di forza. Senza contare la solita organizzazione perfetta, in ogni dettaglio, caratteristica del clubbing made in Holland. E le diverse consolle forse non brillano per ricerca sonora, ma presentano senz’altro il top dei djs in circolazione e, quel che più conta, nelle condizioni ideali per dare il meglio di sé: ed è per questa ragione che sul Belgio è caduta la nostra scelta per una breve technovacanza estiva… oltre che per i nomi di cui la line up era letteralmente costellata, lungo i due giorni del festival.

Day 1.

Splende il sole e su tutti i palchi le danze sono aperte già per l’ora di pranzo. Alla tenda del Cafè d’Anvers, la più raccolta, davanti a semplici assi ed una spianata di sabbia sulla riva di un laghetto, oggi sono in programma artisti del giro Cocoon come Karotte, Extrawelt e Joris Voorn e alle 14 è già il turno di Villalobos, per un 3 hours set tenuto segreto fino ad un paio di settimane prima (il più classico dei segreti di Pulcinella, chi altri poteva esserci al suo posto?). Ambientarsi, un falso problema, quindi. Anche se l’ultima ora di Ricardo è fin troppo housey e più avanti, varcati crinali alberati e ponti di legno, fin oltre il mainstage dalla scenografie spettacolari e cangianti, ci aspetta una consolle francamente mostruosa: tipo che alle 16:30 Robert Hood sta già incendiando la tenda Kozzmozz, dove per tutto il giorno scorrazzeranno indisturbati gli altri alieni del pianeta Detroit, veri e propri predators di ultima generazione che sfruttano il dancefloor come riserva di caccia, forti della loro tecnica ad infrarossi e di dischi che sono lame. Come producer era già leggendario, ma da quando l’autore di storiche pagine musicali come Minimal Nation e Internal Exile si è messo a battere le rotte europee con regolarità impressiona anche la sua costante crescita come dj, e il suo set resterà tra i migliori dell’intera due giorni.
Ci ritagliamo poi un po’ di tempo seduti sul prato, con ancora migliaia di persone sotto la linea dei nostri piedi, tra noi e il mixer, per salutare idealmente un Dennis Ferrer quasi invisibile al centro del Mainstage, e quando scattano i prodromi di quello che forse è l’anthem vocale del 2010, Hey Hey, ci sembra di essere accorsi inconsciamente apposta. Ma il nostro uomo vira quasi subito verso una house molto commerciale, quasi per non distaccarsi troppo dal registro dei vari Dada Life, Afrojack, che l’hanno preceduto e che lo seguiranno, così diventa impossibile resistere al richiamo della Kozzmozz, dove Robert Hood ha già passato il testimone a Carl Craig e Radio Slave. Colti in flagranza di un set altalenante, per la verità. Quasi che dal vivo Radio Slave fatichi a trovare un flow all’altezza delle superbe prove in studio, che licenzia sotto forma di remix e originali tra i migliori che possano toccare orecchio umano in questo momento. E la presenza di Carl Craig assume suo malgrado una funzione quasi tutoriale, non smentendo la fama che vede djs e produttori di Detroit diventare, da culti assoluti che sono per noi europei, veri e propri fans, acritici, sfegatati, di colleghi del vecchio mondo loro idoli, a volte senza farsi sfiorare dal dubbio che la felice combinazione di un beat e una linea di basso con una frase di piano o una traccia vocale possa essere qualcosa che trascende le reali capacità in the mix di chi l’abbia scoperta (ricordo al riguardo presenze quasi imbarazzanti scorrendo il prestigioso cartellone del DEMF, per esempio, o le dichiarazioni di stima totale per italo-house e nomi tipo Ramirez da parte di Jeff Mills). I due si annullano un po’ a vicenda, quindi, ma a gioco lungo regalano anche diverse aperture da ricordare.
Ben più collaudata è la coppia formata da Marcel Dettmann e Ben Klock, non trascendono la somma dei rispettivi sforzi ma hanno il merito di creare un vuoto pneumatico fatto di suoni minimali, forse fin troppo mentale, ma che non concede tregua alle gambe e costringe le teste ad oscillare beatamente, senza sosta. Solo i morsi della fame ci spingono fuori e transitando davanti alla Ghost-style abbiamo l’occasione di saggiare di che pasta sono fatti i djs in seno ad essa. Casualmente intercettiamo proprio Ghost, all’opera, che non conoscevamo assolutamente: le coordinate sono hardcore, ma senza certi eccessi macchiettistici di cui soffre il genere. Appurato che esiste una valida alternativa anche in ambito hardcore al monopolio del Q-Dance, che comunque qui ha uno stage tutto suo, una specie di infernale mulino meccanico che si staglia al di là di un boschetto, per entrambe le giornate, saremmo perfino tentati di restare ma alle 21 spaccate torniamo sotto il cosmo: nel buio, che ormai si fa strada ovunque, Jeff Mills sta già facendo girare il primo disco. La cassa riecheggia imperturbabile ma intorno è tutto un diluvio di pulsazioni dubbate e i dischi non sembrano neanche in battuta, ma si distaccano l’uno dall’altro come gli stadi di uno shuttle, sospingendo il set nella più pura assenza di gravità. Il materiale selezionato ricorda certe sue produzioni su Axis, come 4 Art, forse la mia fase preferita del Mills produttore.
Quando nel finale le tempeste sonore si attenuano, condensandosi in un crepitante nocciolo di 909 e ritmici schiocchi di silenzio, l’eccitazione di un pubblico fino a quel momento perso negli anfratti del cosmo, preso a rincorrersi a colpi di raggi laser tra un asteroide e l’altro, si fa incontrollabile, e i picchi di esultanza soffocano l’eco di certe penne in differita dall’ultimo Dissonanze per cui “Jeff mills è francamente arrugginito” e “i 50 anni dietro l’angolo cominciano a farsi sentire”, parole che suonano lontane anni luce e fuori luogo (della serie “cosa fai recensire l’elettronica a quelli dell’indie rock”). L’affetto che nutriamo per l’ottima rivista fonte di simili giudizi ci induce non a citarla esplicitamente, ma a limitarci in questa piccola, speriamo costruttiva, stoccata.
Nel segno della continuità stilistica l’entrata in scena di Derrick May, che dimostra ancora una volta cosa significa essere un dj: non solo bravo nell’arte di costruire una storia ma anche nel saper chiosare i racconti che l’hanno preceduto grazie ad una profonda conoscenza del proprio repertorio, da cui selezionare le sfumature di volta in volta più adatte, mixando variazioni sul tema e note a piè pagina. E senza paura, poi, di spezzare l’ortodossia sonora con le vocals.
Insomma, May prende il posto di Mills senza sconvolgere il climax e inizia un set che rappresenta la naturale decompressione dopo la risalita (o ridiscesa): personalmente mai negli ultimi 4/5 anni gli ho sentito fare un set uguale all’altro, ha sempre creato l’atmosfera giusta a seconda della collocazione oraria, dell’ambiente, degli artisti in line up. E sempre con una classe unica. Un altro mostro. Verso la fine usciamo, bypassiamo le code house di Joris Voorn e ci spingiamo fino alla tenda Minus, dove è in programma ancora per un’ora abbondante Richie Hawtin, la grande sorpresa del festival: lontano dalle ripetitive prove degli ultimi tempi, sta letteralmente facendo a gara con Robert Hood per la palma del set più adrenalinico, sotto una tenda dall’allestimento sontuoso, dove centinaia di mirrorballs infilate come perle su gigantesche collane dai riflessi laser, scendono dalle volte della tenda. Alcuni clichées minimal affiorano sul finale ma a questo punto ci stanno, anzi lasciano un gradito retrogusto come Gauchito Gil di Daria, la traccia su Cadenza che riconosciamo solo ora che scriviamo, grazie ad un recentissimo post di Raibaz. E che ci scorta dolcemente all’uscita da questa wonderland sonora, programmati per un po’ di riposo in vista del secondo giorno.

Emiliano Russo

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